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martedì 27 ottobre 2020

Calvino sfida il lettore - e Umberto Eco

“Sorrisi e Canzoni TV” e “la Repubblica” avviano la serie promozionale del “tutto Calvino” con il romanzo dei non-romanzi, una “narrazione” cerebrale, che ogni poche pagine, ogni capoverso, se possibile ogni riga, si raffredda. Nel nome del Lettore di romanzi, anzi della Lettrice – il lettore tipo, maiuscolo, si vuole sia avido di romanzi. Al quale Calvino ne serve uno per ogni capitolo – solo l’inizio, il capitolo iniziale, che però, si capisce, è già un racconto. Secondo un intreccio dei “generi” romanzeschi non casuale. Che Calvino stesso schematizza nell’indice, nei titoli. E in una lettera al critico Guglielmi, qui proposta come introduzione (se ne riproduce il dettaglio da una ulteriore sintesi dello stesso Calvino all’Istituto italiano di cultura di Buenos Aires, qui ripreso in nota): “Un romanzo tutto sospetti e sensazioni confuse; uno tutto sensazioni corpose e sanguigne; uno introspettivo e simbolico; uno rivoluzionario esistenziale; uno cinico-brutale; uno di manie ossessive; uno logico e geometrico; uno erotico-perverso; uno tellurico-primordiale; uno apocalittico-allegorico”. Di fatto, malgrado le sensazioni forti dei titoli, tutti gelidi, volutamente. 
Contro il nouveau roman
Un paradosso dichiarato: Calvino pretende la celebrazione del libro con un non libro. Meglio: col racconto di un romanzo, come avrebbe potuto essere e non è. Fatto di dieci ipotesi di romanzo. Con una punta di nouveau roman, la descrittiva minuta di ogni gesto o persona, il viaggiatore alla stazione, il soffritto di cipolla, il jogging, la tintura dei capelli, le geografie, le geometrie, eccetera, parodistica. Nel genere pastiche, ma lo scherzo non dura se ripetuto, interminabile – diventa pietra dura, la “fissa” su cui si ironizza. Proust, che ne ha lasciato esempi piacevoli, vi si esercitava con gusto, ma con scherzi brevi e su un autore riconoscibile, non su un filone, una tendenza, un mercato. Calvino ne fa il tema di questo “Se una notte”, nella conferenza di Buenos Aires in questi termini: “L’impresa di cercare di scrivere romanzi «apocrifi», cioè che immagino siano scritti da un autore che non sono io e che non esiste”. Ma la parodia è aspra, cattiva, a tratti ossessivamente sprezzante.
Il lettore può provare a leggere il “romanzo inesausto” come proposta di visita al laboratorio dello scrittore. Come un open day dell’autorialità, perché possa vedere come si lavora. A disposizione del visitatore mettendo vari abbozzi e non un artefatto-prodotto completo, finito. Un esempio dal reale di work-in-progress, teorico e pratico. A cui però già l’introduzione – la lettera al critico, abuso editoriale? - che si dilunga sul perché e come l’autore ha voluto deliziare (deludere) il Lettore, maiuscolo, con un romanzo fatto di dieci generi di romanzo, di dieci ipotesi di generi di romanzo, toglie tutta la poesia, cioè la voglia di leggere. Gli estri ci sono, ma gettati lì, come a dire: “Ci so fare ma non voglio, non mi piace, non m’interessa”. Una parodia di fatto del romanzo come genere, negli anni in cui si profetava la fine del romanzo.
Contro Eco
Si può anche leggere il romanzo-non-romanzo come una canzonatura di Umberto Eco, che aveva  appena celebrato il romanzesco nel “Superuomo di massa”, 1976 - per la Cooperativa Scrittori, ultimo residuato del Gruppo 63  (e si apprestava a praticarlo, con “Il nome della rosa”, 1980). 
Ma bisogna sapere troppe cose. Anche che Eco reagirà cinque anni dopo con un elogio sperticato del “Conte di Montecristo”, e della letteratura (romanzi) di consumo, a puntate, di colportage, di massa, popolare – il saggetto si legge come introduzione al “Conte di Montecristo” nella Bur. Con tutti i loro difetti, spiegava lungamente perfido, il “Conte di Montecristo” dicendo “uno dei romanzi più mal scritti i tutti i tempi e di tutte le letterature”, stiracchiato, perché pagato un tanto a riga, di uno scrittore che sapeva “scrivere” - “I tre moschettieri” “fila via che è un piacere”, “secco, rapido”… Un duello a distanza, senza sfide e senza padrini, ma cattivo. Quindici anni dopo Eco metteva Calvino, nelle “Sei passeggiate nei boschi narrativi”, accanto a Campanile, Carolina Invernizio e Ian Fleming. Sotto un titolo che rifà esplicito le “Lezioni americane” - da Calvino intitolate “Sei proposte per il prossimo millennio”. Per un pubblico sempre americano – un duello in campo neutro, o forse perché in Italia con la Seconda Repubblica della letteratura non interessava più nulla a nessuno. Un duello con ottimi argomenti da parte di entrambi, entrambi partendo dal Gruppo 63, dall’ipotesi di rinnovare l’italiano letterario e la letteratura, entrambi convincenti, ma l’uno opposto all’altro, senza mai nominarsi. Marciando su terreni diversi, Calvino esploratore, Eco storico - ma queste cose nei duelli non contano.
Controvoglia
In questo come in molti altri libri d’invenzione Calvino è narratore manifestamente controvoglia, che ha difficoltà a tenere teso il filo della narrazione, come ce l’aveva a parlare, avendo in uggia il parlarsi addosso – volendo parlare delle cose essenziali, vaste programme? È autore di un’opera voluminosissima, in tutti i generi, anche nella scrittura giornalistica e d’occasione, meno che nel romanzo – tre o quattro li ha lasciati inediti. Ne ha scritti, come questo, ma di genere-non genere. Un tipo di racconto nuovo invece articola, e inclassificabile. Si annovera nella scrittura fantastica, ma non era narratore di fiabe, fantasy, fantascienza, gotico, del terrore, o altro filone del genere. Era scrittore di scritture, di ricerca. Presto insofferente – non incapace, ne ha scritti, e non di malavoglia – al racconto tradizionale, di personaggi e sviluppi più o meno storicizzabili, abituali, conservativi. Un po’ avulso com’è noto dalla politica, o a disagio, la realizzava (intendeva realizzarla) nel suo ambito, letterario – fu anche funzionario editoriale e lettore professionale. Come innovatore.
Nulla di più semplice della sua prosa. Frasi corrette, svelte. “Cose” di tutti, di tutti i giorni, non usa eccezionalità, trovatine, agudezas. Eccetto quelle della normalità, della quotidianeità. Attraverso le quali conduce il lettore in strani percorsi. Il cap. I (ogni proposta di romanzo è preceduta da un capitolo introduttivo, con  progressione ordinale, in numero romano, ma è scollegata dalle altre) spiega al Lettore, a cui confidenzialmente dà del tu, come vedersi, mentre compra “Se una notte d’inverno un viaggiatore” e poi si dispone a leggerlo. Nulla di più semplice anche come tema – piano, tradizionale. Ma inconsueto: il piacere della lettura propone in questa “novità”.
Contro Joyce
Come nei racconti di Borges, tradizionali nel taglio e inconsueti nell’argomento, lo svolgimento, l’esito. Per un qualche aspetto a sorpresa ammirabile. È lo stesso per Calvino? Calvino non chiude, lascia il filo dipanato, il congegno visibile. Lo “straniamento” di Sklovskij e Brecht pratica con naturalezza, ovvietà. Non vuole l’immedesimazione, tiene il lettore a distanza. E questo disorienta, respinge. Col sospetto, per il lettore avvertito, tutto sommato, della trovatina. Non per circonvenire il lettore, ma come di un autore in lite con se stesso. Che procede sfidandosi - sfidando se stesso, figurarsi il Lettore. L’“opera aperta” ha questo handicap: affatica l’autore ancora prima del lettore.
Nella lettera-introduzione Calvino si appella “al” Joyce che non nomina – Joyce è un nome che non ricorre mai nella vastissima produzione di Calvino – del “romanzo che racconta una giornata qualsiasi di un tizio di Dublino in diciotto capitoli ognuno con una diversa impostazione linguistica”. Se non che Joyce aveva voglia di raccontare, tanto che ne sperimentò in continuazione forme nuove. Come Calvino, si direbbe. Solo che Calvino sembra invece disappetente lui per primo, al limite dell’anoressia. O come uno chef che lavorasse per disappetenti, e riduce l’oggetto, il tema del suo lavoro, la narrazione, a ghirigori mentali su un muro che non scalfisce – come nelle foto di Mario Mazzetti di Pietralata, l’endocrinologo che non riusciva a scalfire il male e lo rappresentava nei muri ciechi. A distanza, non si infetta, non si spreca.
Esercizi di stile
Un novista condannato al novismo, a una sorta di moto perpetuo, dell’insoddisfazione, irrequietezza, rigurgito acido - la ricerca può essere applicata, fra ipotesi e prove, o fine a se stessa.
Negli stessi anni del “Viaggiatore” Calvino è allegro traduttore, editore e riscrittore di Queneau, cioè di una scrittura probabilistica. Una deriva del surrealismo, in ambito matematico, o l’indistinto ipotetico della meccanica statistica applicato alla scrittura. L’idea di “Se una notte” gli viene, dice, mentre traduce il Queneau più ostico, “Esercizi di stile”. Apostolo ancora fervido della letteratura dell’Oulipo nella quale è stato cooptato a Parigi, della letteratura “potenziale” – per una narrazione caricaturale, non a caso del Lettore, entro un gioco del tipo “vieni a prendermi”. Essendo partito da Raymond Roussel, che in Italia si conosce solo per la morte a Palermo romanzata da Sciascia, come un vagabondo un po’ svitato, ma è un iper-letterato che studiava ”operazioni romanzesche”, dice Calvino - punto di partenza e punto di arrivo le allitterazioni… Calvino non ha amato, forse non ha nemmeno letto, l’“Ulisse” né le altre “stravaganze” linguistiche di Joyce, ma allora?
Contro il Lettore
“Se una notte d’inverno” si legge più correttamente come una continua beffa della narrazione, del piacere di raccontare. Calvino stesso lo dice nel progetto, riflesso nell’indice, i dieci “romanzi” avendo organizzato secondo una traccia che espone nei titoli: “Se una notte d’inverno un viaggiatore\ Fuori dell’abitato di Malbork\ Sporgendosi dalla costa scoscesa\ Senza temere il vento e la vertigine\ Guarda in basso dove l’ombra s’addensa\ In una rete di linee che sì allacciano\ In una rete di linee che s’intersecano\ Sul tappeto di foglie illuminate dalla luna\ Intorno a una fossa vuota\ Quale storia laggiù attende la fine?” Un esercizio goliardico. O l’anti-romanzo – il  punto interrogativo finale. Se il Lettore eletto dovesse fermarsi alla lettera-introduzione e al primo capitolo con annesso “romanzo”, come dargli torto? Un lettore scampato. O uno che sa, come l’autore, “che il meglio che ci può aspettare è di evitare il peggio”.
 “Sorrisi e canzoni” e “la Repubblica” hanno scelto quest’opera per promuoversi in edicola, cioè tra quanti, per età, mezzi o abitudini di lettura, non si erano ancora avvicinati a Calvino. È buona scelta? Certamente ardita.
È l’edizione Oscar, con la presentazione dello stesso Calvino, e la corposa cronologia di Barenghi  e Falcetto per i “Romanzi e racconti” di Calvino nei Meridiani.
Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Sorrisi e Canzoni TV-La Repubblica, in edicola, pp. XLVII + 276 € 9,90





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