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martedì 27 ottobre 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (438)

Giuseppe Leuzzi

“Era a Firenze da trent’anni, ma vi aveva vissuto anche in anni lontani, da studente. Non aveva preso niente dalla città, come tutti noi del nord, così diversi per voce, pronuncia e prontezza di riflessi” – Giacomo Devoto, commemorando l’illustre clinico Enrico Greppi, in morte, nel 1969 (“Civiltà di persone”). Il leghismo ha radici profonde.
 
La questione meridionale criminale
Con Sciascia, riflette Walter Pedullà ne “Il pallone di stoffa”, 179-180, “il narratore, il confessore, il commissario di pubblica sicurezza e il giudice”, tutto assieme, la questione meridionale “è diventata anzitutto una questione c riminale”. È stato giusto, con  i corleonesi che stringevano Palermo tra delitti quotidiani, e i più efferati, non si può dargli toro – i corleonesi era difficile anche immaginali. Ma lo è ancora?
È una cappa. “Prima o poi ogni giacobinismo diventa ancien régime”, conclude Pedullà: “Quello del realista, empirico o illuminista che sia, è un sguardo che per non essere un visionario o un sognatore percepisce solo reati e punizioni previsti dal codice”. E nient’altro? “Sciascia tiene a tiro i servizi segreti, ma essendo da neorealista un visivo, colpisce ciò che appare in superficie o nascosto negli archivi”.
 
I siciliani sono francesi
I siciliani sono francesi. Sono stati arabi, e poi normanni e angioni, francesi. Quando erano punici e greci, erano in realtà siculi di lingua punica e greca.
Poi gli spagnoli sono venuti, ma non si sono mischiati.
Visi s’incontrano sbalzati dalle tappezzerie di Bayeux. Intagliati nel marmo bianco patinato, le code degli occhi leggermente all’insù, teste ovali, riccioline, minute, come l’ossatura, occhi chiari. È impressionante quanti se ne incontrino. I nomi francesi sono in maggioranza, i nomi anagrafici – i luoghi sono sempre greci e arabi: i normanni, seminomadi, curavano poco il territorio, molto il clan, il  gruppo familiare. Lo sostiene convinto, con cifre, percentuali, mappe, un amico di Palermo che non nomineremo, come incitamento a venire allo scoperto e farsene il copyright.
Quando la Sicilia avrà riavuto l’onore e creerà un vero servizio anagrafico, come i public records, americani, la tenuta degli alberi genealogici di ognuno, le origini francesi saranno incontestabilmente acclarate. L’amico ne è certo. I siciliani sono di fatto di ogni bordo, e cultura. Ma anche francesi, indubbiamente. Non ne hanno la burocrazia, non avendo avuto un regno unito e una Vesailles, ma il rivoluzionarismo sì, del tipo jacqueries (oggi gilets jaunes). E l’amore delle parole.
Lui è albanese: crespo, nero – del genere che solitamente si dice arabo (molto, troppo, in Sicilia si vuole arabo, specialmente dagli anni 1970, da quando gli arabi si sono arricchiti) ma lui è albanese di nome e provenienza, albanese di montagna, di Piana degli Albanesi. Sua moglie, bionda, il corpo abbondante, le ossa minute, la pelle diafana, gli occhi verde-azzurri, ne sostiene il ragionamento con una dentatura smagliante.
 
Napoli
“Non sempre i meridionali sono convinti meridionalisti, l’ismo di chi le prova tutte per dare lavoro in ogni campo al Sud. Non solo i settentrionali gli fanno male, danneggiano il Mezzogiorno anche i meridionali”, Walter Pedullà, “Il pallone di stoffa”, 331: da presidente Rai, lo scrittore aveva ottenuto un’edizione del Tg 2 da Napoli che però i giornalisti napoletani snobbarono.


Bakunin ci passò quindici mesi, eccezionali, da giugno 1865 ad agosto 1867, tanto da progettare di tornarci definitivamente. Fondò a Napoli un Circolo dei socialisti rivoluzionari, che sarà nel 1869 la prima Sezione italiana dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Ma fu a Bologna che riuscì a organizzare una rivolta, nel 1874 – anche se con l’aiuto del napoletano Cafiero.


Sua figlia Sofia, nata su Lago Maggiore nel 1870, andrà sposa a Napoli del grande chirurgo Giuseppe Cacciopoli, e sarà la madre di Renato Cacciopoli, il genio matematico che andò in cattedra a 27 anni a Padova. Tornato a Napoli, Renato Cacciopoli si esibì personalmente nel 1938 in varie contestazioni della visita di Hitler a Mussolini. Evitò il carcere col manicomio, per sospetta follia. Dopo la guerra fu matematico sempre in cattedra, membro dei Linccei e premio Lincei – finirà suicida nel 1959, dopo l’abbandono da parte della moglie, per il dirigente del partito Comunista Mario Alicata, calabrese ma deputato di Napoli-Caserta.
 
L’idea di fare passare Renato Cacciopoli per pazzo fu della zia Marussia Bakunina, “Maria”, nata a Krasnojark ma addottorata a Napoli, dove insegnava la Chimica all’università. Anche lei cooptata all’Accademia dei Lincei nella sessione del 1947,  insieme col nipote.
Alla morte di Bakunin, i tre figli, Sofia, Maria e Carlo, furono accolti, con la madre Antossia, a Napoli da Carlo Gambuzzi, avvocato socialista, che li ospitò nella sua villa di Capodimonte.
 

Si fa molto caso di “Napoli”, il breve saggio di W.Benjamin e A.Lacjs, col concetto di “porosità”, su cui molti a Napoli si esercitano. Ma il saggio si apre con questa constatazione: “Impressioni di viaggi fantastiche hanno colorato la città. In realtà è grigia”. E termina paragonando Napoli e la porosità al kral degli Ottentotti, il villaggio circolare, comunitario della popolazione bantu del Sud Africa.   


Anche Goethe, a proposito dei lazzaroni, nella seconda tornata a Napoli di ritorno dalla Sicilia, avrebbe menzionato il kral degli Ottentotti, ma non nell’edizione definitiva del “Viaggio in Italia”.  In questo secondo soggiorno, fa visita a William Hamilton, dice wikipedia, che gli mostra la sua collezione di reperti archeologici. Tra questi individua due candelabri di probabile provenienza pompeiana, al che Hackert lo invita a tacere e a non indagare oltre sulla loro provenienza.

Goethe approfondisce in questa seconda tappa napoletana gli usi e le abitudini del popolo, del quale elogia l’operosità e l’efficienza nella pulizia delle strade, a differenza di altre città che aveva visitato in precedenza. 


Avvicinandosi a Napoli, nel viaggio in Italia dell’ottobre 1951, Sartre si sente (“Verso Napoli”, due pagine all’inizio della compilazione postuma “La regina Albermarle o l’ultimo turista”) “chiudere il cuore”. Per il solito catalogo: “L’amo e ne ho orrore”, etc.. Ma per un  motivo preciso: “Niente querencia. È l’immagine arida dell’uomo”. Niente affettività, oggi si direbbe empatia.
In effetti crudele, nella disinvoltura – da sempre metropoli.
 
Accolse Gor’kij, esule politico, trionfalmente nel 1906. Nei circoli socialisti, nei grandi alberghi, e nella stampa.  Con cronache passo passo delle sue giornate, e foto sui giornali, che lo mostrano contento e a suo agio, malgrado il poco o nullo italiano, come uno di casa.
L’entusiasmo si trasmise allo scrittore, per il teatro napoletano, di cui resterà sempre appassionato, e per la politica – trasferendosi a Capri, vi aprirà una scuola di formazione socialista per esuli russi.
 
A Napoli, il “napoletano” Boccaccio fa furbo il perugino Andreuccio, a spese dei napoletani. Una rivalsa? Non si saprebbe immaginare quante ne ha sofferte il giovane Boccaccio commerciante a Napoli.
 
Il siciliano non ha il futuro (Sciascia), il napoletano non ha il no. Zola, che avversava il Sud più di Sciascia, gli trova (“Mes voyage. Lourdes. Rome. Carnets inédits”) “una singolare avversione per il No: se gli domandi qualcosa a cui deve rispondere negativamente, fa una smorfia, oppure sta zitto e non si muove, in breve: esprime la sua negazione eufemisticamente. Solo l’uomo libero nega”. Che sembra una condanna, e probabilmente lo è. Ma Zola così prosegue: “Solo l’umo libero nega, solo lui distrugge, annienta l’oggetto, provando piacere nel negare e nel contraddire i dati di fatto”. E allora? “L’uomo naturale è invece imbarazzato quando deve contrapporsi” – l’uomo libero non è naturale?
 
Meta preferita del Grand Tour, ne sopporta i limiti, di ammirazione condita dalla delusione, immancabile. Ma, certo, secondo il repertorio di Ramondino e Müller, “Dadapolis”, tutti hanno fatto a Napoli esperienze straordinarie, mostruosamente straordinarie, inattese, anche sconvolgenti. Tutti i “viaggiatori”. I napoletani ne sono salvi? Si direbbe un’osteria, tenuta da un oste giudizioso o astemio.
 
Nel repertorio dell’urbanista Giovanni Laino delle “immagini molto diffuse” della città in calce a “Dadapolis”, Napoli non ne ha uno solo positivo. Come “luogo doppio” – “vulcanica e mediterranea”, “serena sull’abisso”, “legale e illegale”, “miserabile e opulenta”. Ma su fondo negativo: città della miseria, città mostruosa, città corrotta, città di rapina, città camorra, città complessa. E da ultimo, “alla fine degli anni Ottanta”, del Novecento, “tavolo da gioco” – la più positiva: ognuno vi gioca la sua parte.


leuzzi@antiit.eu


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