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martedì 2 aprile 2019

Il mito dei miti

“La vita è grande”, dice il Mendicante a Edipo.
Edipo: “Non saprai mai se ciò che hai fatto l’hai voluto”.
Mendicante: “Anche il tuo desiderio di scampare al destino, è destino esso stesso”.
Edipo: “Fin che si cerca, amico, allora sì. Tu hai avuto la fortuna di non giungere mai”.
Mendicante: “Abbiamo tutti una montagna dell’infanzia. E per lontano che si vagabondi, ci si ritrova sul suo sentiero”.
Edipo: “Altro è parlare, altro sofrire, amico. Ma certo parlando qualcosa si placa nel cuore”.
Questa è solo una pagina, meno, di centosettanta, altrettanto sentenziose e dense.
Leucò è Leucotea, la “dea bianca”, in antico identificata con Ino, dea marina – bianca come la spuma sul mare? Con lei Pavese, variamente impersonificato nei ventisette brevi dialoghi, variamente discute del più e del meno, della storia e dell’esistenza cui è inutile dare un senso. Non una filosofia, non c’è un filo logico. Se non dell’inquietudine, la testimonianza di uno stato d’animo. L’esito dell’inquietudine dello scrittore, che la politica ha ridotto a uomo semplice, a causa del confine che Mussolini gli ha inflitto, ma che era incerto su tutto, la politica compresa, e angustiato - tormentato, si suole dire. Con la sola eccezione forse della parentesi romana. Dove questi “dialoghi” sono germogliati, e in gran parte sono stati scritti. Pavese li comincia a dicembre del 1945. A febbraio 1946 i diari registrano un indice tematico quasi definitivo. Il 22 febbraio c’è già la nota editoriale, che uscirà come presentazione e come risvolto di copertina. 
Per questo – l’angustia - un “capriccio serissimo”, come lo dice Givone nella presentazione. Seppure rilassato, ironico – Saffo è “lesbica di Lesbo”, la “dea vergine” Artemide ha “carattere non dolce”. Un capriccio non di un creatore di miti – Pavese, appassionato di antropologia, sapeva che i miti non si creano. Ma di uno incline a sentirsi sottoposto a, o vittima di, eventi “necessari”, tanto quanto inspiegati, anche indistinti. Se non per la poesia, la cui cifra gli resta peraltro “misteriosa e crudele”. Di un pessimismo – nichilismo – leopardiano, totale, radioso di oscurità. L’ebrietà del creatore di miti è il massacro, la possibilità di menare fendenti, distruggere. Compreso il suicidio: “Nessuno si uccide”, fa dire a uno dei suoi personaggi, Sarpedonte, “la morte è un destino”. 
Curiosi dialoghi, senza capo né coda in realtà, che tuttavia si fanno leggere. I capitoli brevi, alla maniera di Leopardi, delle “Operette”, e il dialogato, non di maniera, aiutano. Pubblicati nel 1947, quando Pavese aveva già un nome, li fa precedere da una nota raccontata, sui toni dell’ironia: “Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo narratore realista, specializzato in campagne e periferie Americano-piemontesi, ci scopre in questi «Dialoghi» un nuovo aspetto del suo temperamento. Non c’è scrittore autentico il quale non abbia i suoi quarti di luna, il suo capriccio, la musa nascosta che a un tratto lo inducono a farsi eremita”.
Di fatto, Pavese non era ancora uno scrittore americano-piemontese, se non per “Paesi tuoi”, 1940, o per “Feria d’agosto”, 1946, e in parte per “Il diavolo sulle colline”, 1948. Pavese non esce da un ritratto per mettersi in un altro: si lascia andare a quello che è il suo flusso sotterraneo – a partire dagli stessi racconti, di un’infanzia e di una campagna “mitiche”. Ora lo punta direttamente, il mito, pur sapendo che non è una soluzione, che non se ne libererà - sa, nella sintesi di Givone, che “mito è, nello stesso tempo, qualcosa di necessario e di impossibile”.
Non era una divagazione, non era uno scherzo: il ghirigoro segue si dipana per temi “tragici”, sesso, amore, destino, solitudine, e natura, divinità, avventura, sventura, eccetera. Ma non come un compito in classe: Pavese si parla a voce forte. Saltabeccando dove lo porta l’estro, seppure per temi definite – il progetto è di non vere progetto. Non un tratato, più un’evocazione poetica. Il mito, del resto, è poesia, e Pavvese “nasce” poeta. Dice attraverso le figure classiche il suo indicibile. “Doppio è il movimento”, avverte Givone: “Da una parte il mito precipita verso il grado zero dell’esperienza, fa cenno alle pure forme vuote che la precedono e la legittimano, indica la via dell’abbandono all’irrazionale. Dall’altra la poesia dice no all’orrore che i contenuti mitici sprigionano nel momento stesso in cui li fa suoi rammemorandoli. Ne deriva una tensione conflittuale”. Di cui nulla incredibilmente (giustamente) aveva capito Moravia – i “Dialoghi” lesse come dannunzianesimo, attardato. Ma è la tensione pavesiana, della sua scrittura come della sua vita – la cui fine, seppure accelerata dai ripetuti rifiuti nei secondi anni 1940 alle sue poposte di matrimonio, di Fernanda Pivano, Bianca Garufi e Constance Dowling, dopo quello givanile di Tina Pizzardo, era “predestinata”. Resta tra i miti, sotto i miti, la condizione dell’uomo precaria se non si dà una ragione – il mito dei miti.
È l’edizione Einaudi riproposta in edicola. Completa dell’introduzione del filosofo Sergio Givone, con le note prese dai diari, la cronologia pavesiana, una bibliografia enorme sui “Dialoghi” e un’antologia estesa della critica. 
Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, Corriere della sera, pp. € 7,90

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