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martedì 29 novembre 2022

Proust perduto nei salotti

Prose inverosimili, invereconde, di Proust, non più agli esordi, del 1903, 1904,1905, e fino al 1907, quando di anni ne aveva 36. Per lo più su “Le Figaro”. Al quale collaborava già dal 1900, e con la più ampia disponibilità del direttore Gaston Calmette. Firmate “Dominique”, “Horatio”, “Écho”, come “echi” mondani, ma ben lunghe, anche di una pagina di giornale, che è comunque troppo.

Primeggia il ritratto della principessa Mathilde, che più di ogni altra emoziona Proust, otto o nonagenaria, figlia di Girolamo Bonaparte, “re di Vestfalia”, la “comandante” di tutti i Bonaparte. La grande pittrice è Madeleine Lemaire, per il semplice fatto che frequenta uno dei salotti. La poetessa del secolo è Anna de Noailles. Con un profluvio di “nomi”, da impenitente name dropper, il lato più faticoso dello snobismo - mostrare di conoscere le eccellenze.

Si potrà dire che ci vuole genio per scrivere molto senza dire nulla, eccetto i nomi, e allora Proust è geniale, ma per ridere. Sono paginette, oggi, documentarie, di Fine Secolo, di chi c’era e di come si era o diventava personaggi. Nella Francia iperrepubblicana: tutti in qualche modo titolati. Prose quindi come documenti d’ambiente. Ma c’è poco, oltre i nomi.

Proust se ne fa perfino una teoria, non balorda. Confortato da un testo di Renan, il discorso di ricezione all’Accademia: “Quando una nazione avrà prodotto ciò che noi abbiamo fatto con la nostra frivolità, una nobiltà più coltivata della nostra nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, delle donne più affascinanti di quelle che hanno sorriso alla nostra filosofia…. una società più attraente e più spirituale di quela dei nostri padri, allora saremo vinti”. Con qualche dubbio, però: “Lo charme delle maniere, la cortesia e la grazia, lo stesso spirito, hanno veramente un valore assoluto?”, chiede Proust a Renan: “Lo si crede difficilmente oggi”. Questo non lo dissuade.

Marcel Proust, I salotti di Parigi, Passigli, pp. 128 € 12,50

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