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domenica 19 gennaio 2014

Il mondo com'è (160)

astolfo

Fascismo – “Celebrando” i vent’anni della Seconda Repubblica, un ciclo, a differenza del fascismo, del tutto rovinoso anche se non sanguinoso, la capacità di fare viene in rilievo, il contenimento della corruzione, la capacità di convinzione. Questa soprattutto. Oggi meno che mai, ma non c’è mai stata in altra epoca, minore diffidenza verso il potere che verso il fascismo. Per i motivi e nei modi che De Felice ha argomentato ne “Gli anni del consenso”. Ma anche prima e anche dopo. E soprattutto fra gli intellettuali. Zangrandi ha documentato il grado di adesione attraverso i Littoriali. Che però, coinvolgendo i più giovani, si potevano rdurre a peccati d’inesperienza. L’attività dell’Accademia d’Italia, di cui si sono indagati solo alcuni rivoli, in chiave di anti-antifascismo (Corrado Alvaro, Gadda, Vittorini) mostra invece, anche negli anni di Federzoni, dal 1938, e quindi della sua caratterizzazione “con sostanziali e ostentati criteri fascisti” (Sergio Raffaelli, che le carte dell’Accademia ha studiato in connessione con le vicende di Carlo Emilio Gadda), e fino dentro la guerra, a tutto il 1942, un’adesione molto ampia e anche convinta. Si vede dalla lingua delle (poche) scritture emerse dagli archivi, che autori e artisti adottavano nei loro contatti con l’istituzione. Quasi tutte propiziate da - o mirate a – premi e contributi, cui ambiva anche chi non ne aveva bisogno, Montale per esempio o Cecchi. E tuttavia fasciste, innecessariamente.

Giustizia – Quella politica non solo aggiunge e non toglie alla corruzione, ma potrebbe esserne il fattore di perpetuazione. La giustizia politica diventa l’innesco della nuova corruzione - il patronaggio politico, sia pure sotto le spoglie semplici dell’appartenenza, il meccanismo della corruzione rendendo a questo punto universale, oltre che impervio alle forse di contrato. Ammesso che ce ne siano – la corruzione corrompe.

Islam – Non si può dire sia vittima dell’Europa, dell’Occidente, del colonialismo. La storia direbbe il contrario, ma è così: la storia è per lo più scontata, e contraria all’evidenza. Il colonialismo è morto da sessant’anni, dopo aver prosperato non senza connivenze.
I due mondi è vero che sono diversi, benché contigui e sempre conviventi. Si vede nel luogo della prossimità più intima e anzi della sovrapposizione, il Libano. Gli ospedali cristiani servono anche gli islamici poveri, mentre non è possibile – non avviene – l’inverso. Cristiane sono anche le case di accoglienza per le ripudiate povere – spesso con le loro figlie. Non c’è uno scontro di civiltà nel senso che non c’è una guerra, non la si vuole, non sarebbe giusta.

Parità – Nei settimanali femminili – ma più esatto sarebbe dirli di “moda”, di consumi costosi - ora la metà dei servizi di moda e della pubblicità è per i maschi.
  
Roma – È uso parlarne male, Per primi i romani, Moravia su tutti: “Come si fa a voler bene a Roma, città socialmente spregevole, culturalmente nulla, storicamente sopravvissuta a furia di retorica e di turismo” (“L’Espresso”, 28 maggio 1971: avesse visto il turismo oggi). Un commento molto romano. Moravia stesso è l’essenza della romanità, nella neghittosità, l’operosità, la rusticità, la socievolezza.
Roma è la città col più alto tasso di immigrazione, e di autodenigrazione. E questa è la caratteristica della piccola borghesia – del borghese cioè insoddisfatto di se stesso. Più di Palermo o Napoli. Mentre non ci si sdegna al Nord, a Firenze, a Torino, a Milano, dove pure la materia ci sarebbe: la borghesia vi è contenta di sé.
Roma è anche la città meglio amministrata in Italia, fra le grandi città. In tutti i settori: asili, scuola, sanità, viabilità, trasporto pubblico, nettezza urbana, inclusi  servizi privati. Ed è una città, probabilmente la sola al mondo, con vocazione plurima. Che tutte riesce ad assolvere dignitosamente – “alla romana” - se non a livelli di eccellenza, e comunque tutte tiene vive: religiosa, monumentale, turistica, commerciale, industriale, di ricerca e innovazione, politica, amministrativa. Si fa pendolarismo su Roma da tutto l’Abruzzo, da mezza Toscana, e da Napoli.

Ha abolito il tempo. Non quello meteorologico, che anzi è varabile, seppure prevalentemente sul bello, anche quando è brutto – e può essere fantasmagorico: barocco, colore dell’aria, della rosa, della malva, e perfino blu di Prussia. No, quello cronologico. Uno spostamento può prendere a Roma venti minuti oppure un’ora e venti. Senza una causa specifica, che a Roma sono molte (il papa, i cortei, le proteste, gli scioperi spontanei), ma possono non esserci. Succede eprché la cosa – il ritardo – non interessa a nessuno, utenti inclusi.

Seconda Repubblica Una storia di rovine. Vent’anni, un ciclo di storia lungo più o meno come il fascismo. Ma tutto rovinoso. La comparazione col fascismo naturalmente non è lecita, poiché non c’è il totalitarismo e non ci sono state le guerre. Ma l’economia è in rovina e la sperequazione sociale si è ampliata invece di ridursi. Soprattutto, è svanita la Funzione Pubblica. Non nella forma dell’utopia, della cancellazione dello Stato, o della violenza imposta sui cittadini, ma della sopraffazione diffusa. Non dichiarata e anzi camuffata, con largo uso della protesta, del diniego di fare, della riserva di potere. Di gruppo e anche individuale - si ricorre al Tar per un voto in pagella del figlio.
Una condizione che si presenta, in interminabile chiacchiericcio televisivo, come anarcoide, ma di cui i più sono vittime. Nelle cose che contano: il reddito, la distribuzione del reddito, i servizi (sanità, trasporti). E il voto: in nessuna esperienza della storia dell’Italia costituzionale, neanche col voto per censo, l’indicazione politica è mai stata così vanificata come in questi venti anni. A discrezione (arbitrio) della giustizia, e dei gruppi di potere, dentro e fuori dei partiti attraverso i media.

Trasparenza – È feticcio Usa, a fini pubblicitari. Uno slogan gratuito, di grande presa. Facebook se ne fa ora una divisa, centrale nella sua strategia di diventare uno dei maggiori hub pubblicitari, se non il maggiore. Ripete, senza ipocrisie, la famosa trasparenza invocata dal presidente Wilson negli affari internazionali alla fine della prima guerra mondiale, per mettere in difficoltà le diplomazie europee. Allora ebbe l’effetto di riportare gli Usa subito all’isolazionismo – una delle concause della deriva totalitaria dell’Europa nei due decenni successivi.

astolfo@antiit.eu

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