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lunedì 22 agosto 2016

Il mondo com'è (273)

astolfo

De Coubertin – Era un pedagogista e un quasi socialista. Il creatore delle Olimpiadi moderne, che Rio non ha ricordato, era molte cose. Sportivo praticante, di molte discipline, boxe. Canottaggio, equitazione, scherma, atletica, etc., e poligrafo incontinente – scrisse anche un “Bonaparte presidente della repubblica italiana”. Ma più di tutto si appassionò alla pedagogia, redigendo in materia un profluvio di proposte e metodologie, sorrette da forte capacità realizzativa. E alla questione sociale.
Cardine della sua pedagogia fu l’introduzione del corpo a scuola, in forma di educazione fisica e atletismo. Recependo – per l’illustrazione che ne fece Taine nelle “Note sull’Inghilterra”, cui aveva fato seguire a vent’anni una visita sul posto – il nuovo indirizzo introdotto da Thomas Arnold a Rugby. In campo sociale si formò, sempre attorno ai vent’anni, alla Suola di Economia Sociale di Le Play, l’ingegnere, economista e sociologo che per primo aveva indagato i redditi degli operai, “Les Ouvriers européens”, 1855 - e pubblicò, ai vent’anni di De Coubertin, classe 1863, un bisettimanale “La Réforme Sociale”.
De Coubertin vi si ispirò per una serie di pubblicazioni “impegnate”, per una “università operaia” e la diffusione “popolare” degli sport – fino a un’“Equitazione popolare”…. Nel 1906 fondò anche una Società degli sport popolari. Nel presupposto di “mettere il proletariato in stato di cultura sufficiente perché tragga la forza di resistenza da se stesso”. Anche con l’esercizio fisico, e con l’atletismo: come liberare il proletariato con lo sport.
Il suo principio fu in ogni attività l’altruismo: “Non si è a questo mondo per vivere la propria vita, ma quella degli altri. Le più grandi gioie d’altronde non sono quelle che si gustano, ma quelle che si procurano”.  

Democrazia – I greci dicevano “lipsandria” la mancanza di intelligenze (maschili, come dice la parola) buone per lo Stato e per lo sviluppo del pensiero. E “andrilasia” l’ostracismo alle persone di qualità, specie in materia politica e sociale, e al servizio dello Stato. Due categorie politiche scomparse dal vocabolario, e invece quanto contemporanee.

Eurussia – A fine anno 1980 Giovanni Paolo II, un papa polacco, proclamava i santi Cirillo e Metodio, russi, “compatroni d’Europa”,  con la lettera apostolica “Egregiae Virtutis”. Inventarono una scrittura adatta alle lingue slave, con la traduzione dei libri sacri, a scopo liturgico e catechetico. “Unificando” Costantinopoli e Roma, in senso non latino e non greco, ma in grado di integrare l’immenso mondo slavo nella cristianità. Il secondo passo dopo che nei due secoli precedenti l’anno Mille il mondo slavo si era organizzato in una Grande Moravia. Cirillo e Metodio, nativi di Tessalonica, città dov’era viva la memoria di san Paolo, si dedicarono all’evangelizzazione dei popoli al Bord, daprima dei Cazari di Crimea, subito poi della Grande Moravia, su richeista del principe dei Moravi Roscislaw. Cirillo e Metodio, i due santi “compatroni d’Europa”,  sono i primi nomi delal storia della letteratura russa.
Cirillo e Mmetodio, mandati come evangelizzatori dalla chiesa di Costantinopoli, furono confermati, come da loro volontà, dalla chiesa di Roma. Cirilo morità a Roma, dove è sepoloto a san Clemente, nell’869. Metodo trnò in Moravia, col titolo di arcivescovo di Sirmione, dove predicò e operò fino alla morte nell’885.  
La data della lettera e della nomina fu scelta da Giovanni Paolo II perché ricorrevano due centenari. Il primo dall’enciclica “Grande Munus” di Leone XIII, che introduce Cirillo e Metodo fra i santi della Chiesa cattolica. E il nono centenario della lettera apostolica “Industriae Tuae” di Giovanni VIII al principe Svatopuk per raccomandare l’uso della lingua slava nella liturgia. Con un di più, scriveva il papa: “Dato però che in quest'anno la Chiesa ricorda solennemente il 1500° anniversario della nascita di san Benedetto, proclamato nel 1964 dal mio venerato predecessore, Paolo VI, patrono d'Europa, è parso che questa protezione nei riguardi di tutta l'Europa sarà meglio messa in risalto, se alla grande opera del santo patriarca d’occidente aggiungeremo i particolari meriti dei due santi fratelli, Cirillo e Metodio”.
L’Europa, nella visione del papa polacco, è duplice: l’Europa è “frutto dell'azione di due correnti di tradizioni cristiane, alle quali si aggiungono anche due diverse, ma al tempo stesso profondamente complementari, forme di cultura”. E la nomina metteva in relazione al dialogo delle fedi. Ma la Russia in realtà non ha due anime, asiatica e europea. È stata ed è tenuta fuori dall’Europa per un problema di equilibri (politici, territoriali, militari, etc. ), ma non ha altra storia né cultura che europea.

Fascista –Tutta l’Europa era fascista a Mosca, da Oporto a Helsinki, fino al 1989. Per Alvaro, che scriveva da Mosca nel 1934 per un giornale più “fascista” degli altri, “La Stampa”, proprietà dei maggiori-peggiori capitalisti, “il risentimento per una condizione grave d’ogni individuo” veniva “trasformato in odio verso l’Occidente”.
Eco ne ha fatto il decalogo, del fascista e del fascismo, “Il fascismo eterno”, e non ha omesso il risentimento. Ma non dell’antifascismo di maniera o di comodo.
Tutto o quasi era “fascista” pure per il Pci fino a Berlinguer. E anche dopo: Craxi, etc. - e molte volte contro lo stesso Eco. Da che parte va preso il “fascismo”?

Giornale – A un certo punto (“L’autore come produttore”, 1934), già in esilio, Walter Benjamin lo pensò un modello di “forma e contenuto radicale”: “Un vasto processo di fusione che non solo distrugge la separazione convenzionale tra generi, tra scrittore e poeta, tra erudito e divulgatore, ma anche mette in dubbio la separazione tra autore e lettore”. Ma rifletteva al giornale coma “arma di opposizione”: “Il posto dove la parola è più degradata,  il giornale”, confidava contemporaneamente, “diventa proprio il posto dove un’operazione riscatto si monta”.

Imperialismo – È storia ancora tabù, soggetta all’antimperialismo. Che però ha accumulato, in poco tempo, molti più torti, e non ha più credito dell’imperialismo. Benché pretenda di negare l’evidenza: ci sono ingiustizie dappertutto, ma l’imperialismo è ora l’unico baluardo in troppi posti, in Africa e in Medio Oriente, e più in Siria e in Libia, e un rimedio contro il razzismo, il tribalismo, lo sfruttamento - quello terribile dei migranti africani e asiatici, quello delle minoranze, etniche o religiose.

Enzensberger all’Avana, nel 1968, a dieci o dodici anni dalla fine della dittatura, o della finta indipendenza e della reale sottomissione all’imperialismo, trova “aporie” di cui a questo non riesce a fare colpa. C’è molto, evidente, classismo, nel comunismo che Castro, che comunista non è, ha decretato. C’è forte il machismo. C’è razzismo – “in nessun altro posto c’è un vocabolario altrettanto ricco per le gradazioni di colore della pelle” (“Tumulto”, 163).

Shoah – La storia dello sterminio ebraico è curiosamente ferma al 1990, quando l’apertura degli archivi russi ne diede ulteriori prove: dell’organizzazione, della vastità, della partecipazione popolare tedesca. Nolte, che ne contestava l’unicità, si dimostrò subito che aveva torto, ma non più di tanto. La storia è sempre contemporanea nel senso che è politica: strumentale, progettuale.

astolfo@antiit.eu

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