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martedì 21 febbraio 2017

Toscana cara e triste

Toscana cara e triste
 “Non voglio stare nel partito di Renzi”. Non è un capriccio, è l’atto di nascita del partito di Enrico Rossi, il presidente della Regione Toscana. In una, forse, col presidente della Regione Puglia Emiliano, un grosso notabile meridionale. E con lo Speranza forbito di belle speranze.
Rossi non è nessuno. È di Bientina, il borgo pisano reso famoso da Pacini Battaglia, il mediatore d’affari. E come presidente di Regione si chiama governatore. Ma Rossi non ha governato niente in Toscana, sebbene ci stia da un paio di legislature, e forse non sa governare.
Si potrebbe pensare che, non volendo stare con Renzi, voglia solo far vincere Grillo. Ma sarebbe troppo supporre. I suoi “rossi” sono, oltre che governatori faceti di poche opere, parlamentari di enne legislature che vorrebbero la ricandidatura.  Magari in apparentamento con qualcuno che abbia i voti necessari.  
O non sarà una sindrome toscana? Una lite Rossi-Renzi fra toscanacci, tra fiorentini e pisani. “Non voglio stare con Renzi” fa il paio con “la tramvata” che Renzi confessò dopo il cappotto al referendum. Questa non è male: “Ho preso una tramvata” è l’unica cosa simpatica che Renzi abbia detto da qualche tempo. Senza orpelli, in puro toscano, e anzi fiorentino. Dunque, due toscani si dividono la sinistra italiana. Tre con Nicola Fratoianni, altro pisano, capo ora di SI, Sinistra Italiana, il partito di Vendola e Bertinotti, l’ex Rifondazione Comunista. Ma, allora, in che mani! Si inventano nomi nuovi come per camuffarsi. O in pegno di novità, invece di proporre facce e idee nuove.
La Toscana si vuole bella e buona. E anche oggi si paga pagine pubblicitarie per dirsi all’avanguardia delle tecnologie per una qualche fierucola che organizza. Mentre è anni luce dietro i distretti romani, emiliani, torinesi, e anche napoletani, e anche delle isole, di Catania e di Cagliari. Di fatto è tutta la Regione che va incontro alla tramvata, sempre febbrilmente, operosa, industre. A parole. Nella mediocrità. Di cui il provincialismo è il segno. Renzi con la piccola corte di tutti fiorentini o quantomeno toscani, bozzettistica, al bordo del patetico – Serracchiani, l’unica di fuori via, è sempre stata triste con loro, pur essendo giovane e, si penserebbe, spigliata. Autoreferente sempre, piena di sussiego, che è solo di Partito, mentre sfrutta e svilisce un patrimonio millenario, e di che qualità. Presidente del consiglio per (quasi) tre anni, capo del maggiore partito politico, presente in tutte le tv a tutte le ore, Renzi è campione di provincialismo inarrivabile. Nell’eloquio, la strafottenza, la costante autoreferenzialità: il provincialismo fatto persona, non solo quando pretende di parlare inglese. Poi è uno che nomina d’arbitrio un ingegner Marroni, talmente competente da dire ai giudici tutto quello che i giudici vogliono sentirsi dire - giudici non per caso napoletani.
Esosa, sporca e imbruttita
Sarà una bella gara tra Renzi e Rossi, si dice a Firenze. Ma bella per chi? Perché questa è ora la Toscana: una regione di parolai, che si occupano solo di occultare le macerie, che loro stessi producono. Sembra impossibile, tali e tante sono le sue bellezze, ma i toscani da alcuni decenni ce la stanno mettendo tutta. Per fatto caratteriale, forse, di sicuro per un’amministrazione incapace e incompetente. Che solo si occupa del commercio ambulante e delle sagre.
A girarla è un mondo arcigno che s’incontra. Senza più grazia. Tra autostrade vetuste dei fasti antichi, Orte-Firenze, Firenze-Mare, Firenze-Pisa-Livorno, una specie di condanna a morte sospesa. Le vecchie statali riempite di autovelox a tradimento per estorcere multe. Lo spiritaccio c’è ancora: il signore targato Po, dopo un viaggio di tre ore da Prato a Viareggio, 100 km.?, non si priva di dire al casellante: “Certo la paghiamo cara, l’autostrada, però ne approfittiamo a lungo!”. Ma in paesi senz’anima, che moltiplicano le feste “storiche” per il folklore. La cucina è svanita – non è molto tempo che la cucina era “toscana”, sia a Roma che a Milano e a Londra.
La Toscana è oggi arcigna. Esosa, sporca e imbruttita. Sembra difficile distruggerla, ma ci provano con costanza, con durezza, da Rossi in giù. Quella di oggi è un’altra razza, non più di signori e grandi teste ma di villani, speculatori, piccoli, diffusi, ambulanti, e politici incapaci, anche rubamazzo. Benché non si dica, il riserbo fa ancora legge a Firenze e dintorni.
Un’antropizzazione forsennata, nella bassa Maremma, in val d’Orcia e nell’Amiata, nella Versilia, nella Riviera Apuana, per due mesi di stagione. Dappertutto abbandono e incuria. Fratoianni, deputato di Pisa, richiama una città di tanta tradizione ridotta a borgo informe: con tre università, lascito della tradizione gloriosa, e il numero record di studenti fuori sede, ai quali non offre niente, a parte gli esami, e un letto in affitto. Livorno, ex grande porto, non ha più una funzione: è abbandonata, e perfino incattivita.
Si gloria la Toscana di una sanità all’avanguardia, per la quale però fa pagare le tasse locali più esose in Italia. Con casi di malasanità, nella stampa locale, più numerosi e più gravi di quelli napoletani, che fanno per antonomasia la una dei tg.  Per non dire dell’epidemia di meningite.
Tutto vi è caro. A partire dall’acqua, dopo l’aria che si respira, tra le tasse locali più alte d’Italia. L’acqua, di cui la Toscana è ricca, per i fiumi e la vasta corona di Alpi  e Appennini, costa il doppio che a Milano. Le nove province della Toscana figurano tre le prime dieci per il caro-acqua, con tariffe medie di quasi il doppio della media nazionale. Con sovrapprezzo depurazione che non ha riscontro pratico: i depuratori sono inefficienti e insufficienti.
Le Bandiere Blu a gogò si devono a ragioni di (ex) partito, Lega Ambente e simili, anche dove non c’è depuratore, non si fa nemmeno la differenziata, e i mari sono inquinati a vista. Specialmente in Versilia e nella Riviera Apuana, un tempo privilegiate – si salva Forte dei Marmi, che però è un’isola nella regione. Mari ingialliti dai torrenti avvelenati, dalle cave a monte e dai rifiuti incontrollati, e mai dragati. Le spiagge un tempo profondissime ora radicalmente erose, specie in Alta Versilia e nella Riviera Apuana, di Massa e Carrara, per le manomissioni che si operano nel porto – peraltro semideserto, si fanno le opere giusto per fare gli appalti – di Carrara. Le cave di marmo depauperate in un quarantennio, dopo duemila e passa anni di attività.
La vista di Viareggio stringe il cuore: i grandi alberghi del grande lungomare Belle Époque vuoti. A fronte di una sorta di casbah da Terzo mondo: tendopoli, rifiuti e precotti. Ma anche il grossetano è inguardabile. All’insegna della Maremma che più non c’è. Talamone irriconoscibile, ricostruita per ricchi inesistenti. Castiglione della Pescaia sporca e disordinata, due gioielli. La stessa Orbetello (Albinia è ancora bloccata dall’alluvione di cinque anni fa) e Porto Santo Stefano si aggomitolano sul niente.
L’erosione delle coste tocca oltre i due quinti, almeno 150 km. su 400 di spiagge, per la metà di litorale sabbioso. Opera di fiumi senza più sedimenti, di consumo del territorio, con porticcioli a cascata e altre costruzioni invasive, e di interventi palliativi – giusto per l’appalto, il business dei ripascimenti, dei pennelli, dei moli. L’Arno è sfruttato in misura indecorosa. Marina di Pisa, alla foce,  è una dee aree più colpite dall’erosione.
La cultura dell’incultura
La regione della cultura italiana, storica e unitaria, è senza più cultura. Cinquant’anni fa inaugurava la prima libreria internazionale a Firenze, e la prima libreria self-service, senza più l’arcigno commesso in spolverino nero che si frapponeva – entrambe Feltrinelli, quindi milanesi, ma l’esperimento fu tentato a Firenze. Ora non ha quasi più librerie, in larghe regioni, Quarant’anni fa inventava le grandi mostre didascaliche, con abbondanza di testi a supporto e video, ora non fa più mostre, se non degli artisti amici del sindaco. Non c’è un ricordo di Leopardi a Firenze. Non ha fatto niente per Fruttero che ha “lanciato” il grossetano, né lo fa per Citati e gli eredi Calvino che l’area poi illustrarono. La Garfagnana, che fu larga parte seppure infelice della vita dell’Ariosto, è l’unica regione in pratica dove i cinquecento anni dell’“Orlando Furioso” l’anno scorso non sono stati ricordati. Ospitava, tra Firenze e la Versilia, il meglio delle letteratura e della pittura italiana e europea fino alla guerra, ma non ne ha memoria.
La capitale Firenze brilla per l’assenza di carattere e personalità - a parte la Fiorentina, la squadra di calcio, tenuta in vita da forestieri, i fratelli Della Valle. Sembra impossibile, a fronte di tante bellezze ereditate, ma è l’impressione che dà a qualsiasi visitatore, anche al turista a ore. Che è quello prevalente, il turismo scappa e fuggi. Da quarant’anni discute di raddoppiare gli Uffizi, tanta arte ammassa negli scantinati, e niente. La stessa burocrazia spenta per cui un ponteggio a Boboli può restare in piedi per trenta o quarant’anni, arrugginito in ogni spigolo e un invito al tetano, mentre si studia come chiudere il campanile di Giotto, perché non ha la scala d’emergenza, e nemmeno l’accesso disabili.  L’Accademia, un concentrato di bellissime opere di pittura e scultura, ammassate nell’indifferenza, giusto per riempire gli spazi attorno al David, un baraccone.
Firenze è passata da capitale della cultura, del gusto (cucina, moda), e del benessere (abitazione, arredamento, abitudini di vita) a niente. Milano andava a Firenze per acculturarsi, migliorarsi, godere, e anche Roma, ora è l’inverso. Ci sono del resto sempre meno fiorentini: la popolazione si è dimezzata. In due generazioni, a partire dal 1960 circa. Ogni anno mille abitanti in meno nel centro storico, da venticinque anni ormai – nel 2015, quando la rilevazione fu fatta. In una generazione il salto nel niente è stato fatto. Metà degli attuali fiorentini vive e lavora fuori Firenze.
A sottolinearlo è rimasta la presunzione. Di cui Renzi, che è stato il sindaco di Firenze per molti anni, è il portabandiera. Firenze è ora una cittadina di provincia, litigiosa, astiosa, capitale di una regione piena di sé e adulterata. Avvinta a un laicismo che l’ha disseccata, avendo contagiato il forte partito Comunista ex fascista.
Mezzo fallita
Si può anche dire una regione fallita, mezzo fallita, con i 25 miliardi di crediti in sofferenza – o sono 40? - del Monte dei Paschi, i tre di Banca Etruria e le innumerevoli poste dubbie delle banche cooperative. Feudi della politica locale, quella dei Rossi, che si fanno pesare sugli italiani tutti.
L’Aurelia ne è il simbolo e la spina dorsale, con i suoi 300 km. e passa di Toscana. A fianco della quale non si vuole l’autostrada tirrenica per poter meglio taglieggiare gli automobilisti ignari, con gli autovelox di cui i comuni grossetani e lucchesi sono ingordi. A fronte della pseudo protezione ambientale anti-Tirrenica, un’antropizzazione innecessaria e sconsiderata, per seconde e terze case. Pinete e boschi, anche pregiati, sughereti, noccioleti, distrutti per lottizzazioni. Inabitate ora per lo più, perché la fiscalità vi è diventata prepotente: gli amministratori alla Rossi fanno poco, ma lo fanno pagare caro. La propaganda è battente di Toskana e Tuscany, ma i tedeschi sono in ritirata da tempo, al mare non si vedono più, e gli americani, che avevano soppiantato gli inglesi, non ci vengono più. La Toscana resta ora famosa per qualche matrimonio indiano o arabo, roba da fotoromanzi.
Al visitatore resta solo il record dei punti patente persi. Per eccesso di velocità. Senza una grande vigilanza contro: l’incidentalità non è nella regione inferiore alla media nazionale. Una vicenda che sembra da poco ma è esemplare. I punti si perdono perché un numero record di Comuni in Toscana si è dotato dell’apparecchiatura di controllo, che è cara ma rende – è peraltro fornita da ditte legate allo stesso Partito. In Toscana si fa rendere utilizzandola a fini estorsivi: per esempio andare a sessanta km.\h su un rettifilo senza traffico può costare 200 euro. Per fare cassa. Usualmente appostando i dispositivi dietro una curva, o dietro una siepe, o subito dopo il segnale che riduce la velocità massima. È una dei modi, tutti legali certo, per estorcere denaro a chi vi si avventura – per i residenti si chiude un occhio: i residenti toscani non sono, al contrario di come si penserebbe, i maggiori contravventori dei limiti di velocità, pur essendo molto più numerosi dei forestieri, e poco disciplinati di carattere. Una piccola cosa, una delle tante sgradevoli. Anche perché uno vorrebbe non privarsi della Toscana. 


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