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venerdì 24 febbraio 2017

La Lega della resistenza - 2

astolfo
Non se ne parla più, oscurato forse da Donald Trump, ma Massimo Bitonci prosegue a Padova la sua “pulizia radicale”. Dopo le multe e le elemosine sequestrate ai mendicanti, la chiusura agli immigrati, con mano dura su mense e rifugi Caritas, quindi il corpo di Ranger, e il no alla ripartizione dei rifugiati.  
Il partito più antico, la Lega, nella città di più antica tradizione culturale in Italia e in Europa, conferma la sua eccezionalità. Il sindaco Bitonci non viene dal nulla: è stato sindaco a Cittadella, deputato, senatore e capogruppo al Senato. Non è da tutti sottrarre le elemosine a mendicanti. Il sindaco leghista di Padova c’è riuscito. Senza minacciare con la pistola, come quello di Treviso, Gentilini. Cioè sì, anche lui si è provveduto di pistola, ma per difesa. E i Ranger vuole armati, giacché i vigili urbani si vogliono disarmati. E amministra oculato: con le multe e i sequestri ai mendicanti, nel primo anno ha raccolto 1.892 euro. Uno stipendio mensile, di uno dei trecento vigili in strada a caccia dei mendicanti abusivi.
Bisogna ritornare sulla Lega, averne trattato lungamente per i suoi trent’anni non basta - “La Lega fa trent’anni”
Che dirne ancora? È l’unico partito superstite della Seconda Repubblica inimitabile, anzi peggiore della Prima. Non sono riusciti a schiarirla nemmeno i carabinieri, malgrado malversazioni e scandali robusti e accertati. La Lega ne ha forse avuti più degli altri, a un certo punto si è scoperta un partito patrimoniale, della famiglia Bossi, novità sociologica che avrebbe emozionato Max Weber, ma si deve che ha gli anticorpi. Anche perché ha questa strana maniera di vantare le cose che non fa. Uscire dall’euro, che è una boiata, e non per la Calabria ma per il Lombardo-Veneto che la vota. Cacciare gli immigrati, idem: è il Lombardo-Veneto che soprattutto prospera col lavoro immigrato. Portare l’Italia a Mosca – si provi Salvini a dirlo ai suoi elettori.

Un vecchio futuro
Scrivendo della Lega si è tentati di parlarne al passato, come di un episodio: c’è stato l’Uomo Qualunque, c’è stato il partito della Bistecca, c’è stata l’onorevole Ilona Staller, e c’è stata la Lega. Senza idee forti, anch’essa, il federalismo non è propriamente della Lega, anzi è molto democristiano, e liberale. E un floklore da raccapriccio. Con la Padania “alle vongole”. E un partito “vecchio”, il partito del Capo – l’ultimo congresso l’ha tenuto vent’anni fa, o trenta. È tuttavia vivace e vivo, con militanti fedelissimi. È qui da quasi quarant’anni. È preminente nella parte più ricca e più intelligente del Paese, dove si fa il reddito, la politica nazionale e l’opinione pubblica. E pur tra alti e bassi è sempre il quarto maggiore partito nazionale – se non il terzo, davanti al dimagrito Berlusconi
L’Europa è del resto al momento del leghismo. Coi fenomeni leghisti propriamente detti, o populisti, e con le stesse istituzioni e filosofie che reggono l’Unione Europea. Finita la guerra fredda, i piccoli nazionalismi - petty nationalism - del Novecento hanno ripreso vigore, e anzi con più radicalità, ancorati alle buone ragioni. La Germania, anche quella europeista, ne è il prototipo – con l’assurdo logico della guerra di Hitler assunta come un’assoluzione: “Abbiamo sbagliato, non rifaremo l’errore”. I movimenti leghisti propriamente detti sono nelle cronache, e in ascesa, in Francia, Olanda, Austria, Germania, e un po’ ovunque, è superfluo enumerarli – in Italia probabilmente doppiati da Grillo e il suo movimento.
C’è da rivedere tutto il discorso sulla democrazia. Ma non può essere, perché la Lega ha sempre ragione. Checché si dica o si legga, checché si faccia, perfino il modo di vestire, e le parolacce, cose che in altre bocche scandalizzerebbero i benpensanti, con la Lega è nel mainstream. La Lega ha stabilito il linguaggio e il canone.
Quarant’anni sono tanti. Com’è vera la postilla di Hobsbawm (“Nazioni e nazionalismo dopo il 1870”) a Gellner, “Nazioni e nazionalismo”: la nazione è “un fenomeno duplice, essenzialmente costruito dall’alto, ma che non può essere compreso se non lo si analizza anche dal basso, cioè a partire dalle ipotesi, dalle speranze, dai bisogni, dalle nostalgie e dagli interessi… della gente comune”. Bisogna tenere conto È peraltro vero – Gellner – che “è il nazionalismo che crea le nazioni, e non il contrario”.
Si discute se il leghismo è razzista. Lo è, anche se Salvini ora rifiuta l’appellativo, volendosi candidare anche al Sud.  La razza naturalmente non è un fondamento, è indefinibile per una popolazione che da sempre è molto mobile. Se Roma è la più grande città calabrese, Milano è la quarta, o terza, città pugliese, e ci sono tanti paesi lombardi in Sicilia dai tempi di Federico II. Il quale era tedesco. E conformava l’Italia “esportando” l’italiano, negli atti del governo, che sono la base di una lingua, e nella poesia. Ma appellarvisi evidentemente aiuta, fa squadra. E porta fieno in cascina. La Lega non è solo il più antico dei partiti in Parlamento. È il partito che più a lungo è stato al governo, con la destra e con la sinistra. È il fatto politico che più monopolizzato l’opinione pubblica in questi vent’anni. Per essere milanese, naturalmente, ma non solo. E non lascia niente – si dice lascia nel comune sentire che abbia fatto la sua stagione, la stessa Milano sembra rifiutarla.
La Lega al governo non ha migliorato nulla e peggiorato molto. Ha voluto l’Interno e la Rai, i due capisaldi del potere. Con esiti orridi. Una legge sull’immigrazione punitiva per le famiglie e per i datori di lavoro onesti. A favore del lavoro nero. Ha voluto i Forestali della Calabria, per spregio. E una rete e un tg della Rai a Milano per “puro” sottogoverno – mentre la milanese Mediaset lavora felice a Roma a costi dimezzati. Fino a imporre Veronica Pivetti invece di Stefania Sandrelli nella serie del “Maresciallo Rocca” – una milanese tra Viterbo e Civitavecchia.
Ha disarticolato la scuola, le strade, la salute – questo è terribile, per chi aveva e ha tre o quattro luoghi di riferimento: genitori, figli, lavori. Il voto plebiscitario che ha imposto per i Comuni, le Province e le Regioni, ha utilizzato per provinciali – ma costosi – culti della personalità. Di amministratori senza mai un’idea ma abili a catturare i titoli, con ogni bizzarria, e perfino con la rivoltella. Il federalismo fiscale, un buon principio di cui s’è appropriata, lo ha ridotto a idrovora a beneficio di questi “eletti dal popolo”.  
Il suo fondo astioso è segno e fattore d’ignoranza. Di chiusura, di mancanza di curiosità. Dopo Milano e il leghismo poco resta della ricchezza della lingua. La loro asserita specificità culturale coincide con la scomparsa del vernacolo, presente diffusamente in tutta la vicenda della Repubblica, e probabilmente nell’Italia anteriore, nel teatro, le canzoni, la comicità, le parlate radiotelevisive. Niente più stornelli romani o romanze napoletane, e neppure “Belle Madunine”, niente più comici napoletani, romani, siciliani - solo ora, dopo quindici anni, riemergono Verdone e i siculi Ficarra e Picone. L’ortodossia leghista limita il vernacolo alla sola parlata radio-televisiva, non per nulla ha voluto mezza Rai a Milano. E questa limita, alla Rai e a Mediaset, al birignao lombardo - lo impongono anche alle figlie romanissime del “telegiornale delle figlie” a Canale 5. Al lombardo propriamente detto associando l’apulo-lombardo di Abatantuono e Banfi. Il leghismo è l’imposizione di Milano, dell’insicurezza, la superficialità, l’arroganza milanese sul brio italiano, la normalizzazione: l’esito è la scomparsa dell’Italia. Si capisce che Gadda ne fuggisse, e lo stesso milanesisissimo Arbasino.
Anche il femminismo su può legare al leghismo, al ritorno al focolare? È la vecchia lettura di Bachofen, tra patriarcato e matriarcato, ma non astratta, l’osservazione di E. Jünger, “Maxima-Minima”, p. 27: “Con la muta di Gea, Anteo torna a guadagnate terreno su Eracle e affiorano nuovi segni. La terra si trasforma, da patria ridiviene luogo natio. I segni matriarcali acquistano potere”.
È tuttavia vero che non c’è interesse. Non c’è più curiosità. Sarà stato l’effetto peggiore del leghismo, del particolarismo sciovinista: la chiusura in un piccolo astioso “particulare”, la famiglia, il paese, al più la città, la regione. In chiave sempre polemica, di esclusione di ogni altro. Se non per gli affari, quelli non si rifiutano, ma senza interesse. Padovani e trevigiani hanno fatto e fanno molti affari – l’immobiliare è l’affare per eccellenza, rapido e senza rischio: vendere a cento quello che si è appena comprato a dieci - a Rocca Imperiale, o Trebisacce, Amendolara, San Nicola Arcella, ma non sanno esattamente dove sono, e non se ne curano. 

Pasolini antemarcia
Ronconi ha rifatto “La Celestina” a Milano, evento memorabile, rifacendosi a Gadda. Che ne accenna in breve in un articolo. E non a Corrado Alvaro, che della “Celestina” fu il traduttore, e un lettore tanto più perspicace - Alvaro che ha scoperto e celebra “Lo spirito della pianura”, dalla “Bassa a Torino, della Padania. Un calabrese. C’è il leghismo anche in letteratura. Gadda si limita a osservare che la “Celestina”, essendo lunga 21 o 22 atti, andava accorciata. Avrebbe dovuto essere il traduttore di “La Figlia di Celestina”, di Salas de Barbadillo, per la collana “Corona” di Bompiani, di classici popolari. Ma era traduttore indolente e “La figlia di Celestina” fu poi pubblicata dalla Bur. Dunque, un milanese indolente e un calabrese colto: come la mettiamo? Il leghismo rimedia, anche in letteratura.
C’è anche il leghismo accademico, con le cattedre “locali”, per studiosi “locali” - spesso inventati: l’autore di un solo articolo, sul vino del territorio, che diventa storico  (storico vero, professore).
Il leghismo del resto, a ripensarci, ha solide radici culturali.
Il poemetto “L’umile Italia”, spiega l’ottima voce “Pasolini” di Wikipedia, “apparve nell’aprile del 1954 su “Paragone-Letteratura” e rappresenta la contrapposizione tra la cupa tristezza dell'Agro romano e la limpida luminosità del settentrione. Il Nord, il cui emblema sono le rondini, è puro e umile e il Meridione è “sporco e splendido”, ma: “È necessità il capire/ e il fare: il credersi volti/ al meglio”, cercando di lottare pur soffrendo senza lasciarsi andare alla “rassegnazione - furente marchio/ della servitù e del sesso -/ che il greco meridione fa/ decrepito e increato, sporco/ e splendido”.
È questa una figura del linguaggio, “sottospecie dell’oxymoron, che l’antica retorica chiamava sineciosi”, annota Fortini, che la dice “la più frequente figura del linguaggio di Pasolini, “con la quale si affermano, d’uno stesso soggetto, due contrari”. Per non dire nulla, giusto un po’ d’irritazione?
Pasolini fa sempre una distinzione netta fra “Italia del Nord” e “Italia del Sud”. I giovani sono “del Nord” e “del Sud”. La storia lo è. È diverso l’operaio della Breda da un disoccupato romano o un bracciante calabrese – il che è solo ovvio ma non in virtù dei meridiani: che ha in comune l’operaio della Breda con i contadini di Olmi? Anche se molto, poi, ce l’hanno in comune, tutti questi simboli.
Anche il fascista è diverso al Nord e al Sud, Pasolini spiega il 19 novembre 1960 su “Vie Nuove” (ora in “Le belle bandiere”, p.83), a proposito dei suoi “amici” friulani: “Mentre si può dire quasi con l’assoluta certezza che un fascista centro-meridionale è un disonesto, un profittatore, o, nel migliore dei casi, uno che si arrangia servendo, questo giudizio non vale sempre per un fascista settentrionale, e, nella specie friulano. Spesso, nella condotta, nel lavoro, nella vita privata i nazionalisti o fascisti di lassù sono delle persone oneste e inappuntabili”.
Il Sud di Pasolini è Napoli e la Calabria. Di Napoli apprezza tutto, anche il manolesta che gli ruba il portafoglio in un rapporto intimo. Della Calabria gli dà fastidio quasi tutto, malgrado lo stretto rapporto con Ninetto Davoli, il premio Crotone, un riconoscimento da lui molto apprezzato, e la sua stessa volontà. Più per esteso ne parla il 10 dicembre 1960 su “Vie Nuove” (ora in Le belle bandiere”, pp. 90-92): “Tra tutte le regioni italiane la Calabria è forse la più povera: povera di ogni cosa: anche, in fondo, di bellezze naturali”. Ed è stata, “oltre che bestialmente sfruttata, anche abbandonata”, per millenni: “Da questa vicenda storica millenaria non può che risultare una popolazione molto complessa, o per dir meglio, con linguaggio tecnico, «complessata». Un millenario complesso d’inferiorità, una millenaria angoscia pesa nelle anime dei calabresi, ossessionate dalla necessità, dall’abbandono, dalla miseria”. E poiché “i «complessi» psicologici impediscono uno sviluppo normale della personalità”, i calabresi “sono molto infantili e ingenui”. Questo per quanto riguarda il popolo. La borghesia “è forse la peggiore d’Italia: appunto perché in essa c’è un fondo di disperazione che la irrigidisce, la mantiene, come per autodifesa, arroccata su posizioni dolorosamente antidemocratiche, convenzionali, servili”. E con essa la gioventù: “Sarà forse un caso, ma tutti i giovani che ho incontrato casualmente o che mi sono stati presentati in Calabria sono fascisti”. Naturalmente quando vota per il Pci la Calabria fa eccezione, le volte che lo vota.
Pasolini è partito dicendo che il suo reportage dalle coste italiane dell’estate precedente non ha detto della Calabria, di Cutro in particolare, ciò che ha detto (“una calunnia”, dice, “umiliante per i calabresi e ingiusta per me”, che “ha creato uno dei più esasperati equivoci che possano capitare a uno scrittore”). Ma ne pensa, nella bontà, peggio.
Uno degli epigrammi de “La religione del mio tempo”, sotto il titolo “Alla bandiera rossa”, è catastroficamente odioso:
“Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui esista:
chi era coperto di croste è coperto di piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese africano”.
Dove anche della bandiera rossa, la degradazione non si sa se sia una sua insufficienza (colpa), o un suo effetto (delitto).
Nel 1975, nel famoso articolo delle lucciole sul “Corriere della sera”, Pasolini mette l’Italia all’inferno con la solita differenza: gli italiani “sono divenuti in pochi anni (specie nel centro-sud) un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale”.

Il Leghismo è meridionale
Molto leghismo è peraltro meridionale, quello dei caratteri “nazionali”. Cioè regionali, anche se la regione è entità amministrativa, o insomma campanilistici. Alcun meridionali eccellenti eccellono in separatismo, molti napoletani, molti siciliani, Sciascia su tutti. Il nordismo di Pasolini si può vedere a specchio – meno offensivo e più radicato, forse – della similitudine di Sciascia.
Il leghismo è amore del proprio luogo – terra, borgo, città. Buono o cattivo? È la base della democrazia americana, lo è stato dell’Italia dei Comuni. Sarebbe un ricostituente decisivo, e comunque è necessario, per il Sud, che da un paio di secoli si distrugge, e forse si amerebbe cancellato. I popoli in fuga restano condannati, alla diaspora e all’inferno, se non si ritrovano, nella terra, nella storia, nel modo d’essere.
La migliore lettura di sé il padanismo la deve a un meridionale, poliglotta e cosmopolita, Corrado Alvaro - “Itinerario italiano”, 241: “L’Opera è padana, come è padano il romanticismo, e il futurismo”. E il fascismo – ma allora, 1933, non si poteva dire. O, “id.”, 243: “Sotto una vita semplicissima, c’è un potere di infatuazione per tutto quanto è assoluto”, s’impone o viene imposto.  “C’è uno spirito italiano proprio della pianura”, lo scrittore calabrese aveva premesso: “Facile ad accendersi, curioso di tutte le novità, e nello stesso tempo capace della più stretta regola e ortodossia”. Di costruire, mattone su mattone – “anche il cattolicismo prende qui forma di organizzazione: ai due stremi della pianura padana si rispondono la testa esatta di don Bosco e quella bollente del Savonarola”. Grandiloquente: “Fino a Milano, l’aggettivo grande è il più significativo: grandi palazzi, grandi torri, grandi f rutta, grandi coltivazioni”. Pernicioso è il leghismo che esclude, di chi, nella sua stabilità, rifiuta il diverso che non si assoggetta, non omogeneizzato. Si veda Sgarbi, che a un certo punto, sindaco di Salemi in Sicilia, s’era rivoltato. A Milano dicendo “tutti terroni” – “Clausura a Milano”: “È in Sicilia che c’è da sempre la vera civiltà”. Salemi pretendendo “meglio di Milano” – poiché l’amministrava lui, padano buono. Dopo essere stato deputato della Locride, di cui è vero che ha risanato con pochi gesti molti borghi, Gerace, Ardore, Serra San Bruno. Come padano riaffermandosi orgoglioso di avere coniato per Bossi la Padania. Che però vuole si dica Padanìa, con l’accento sulla i. E questa è terminazione castigliana, dei disprezzati spagnoli del famoso italico romanzo.
Però, vista da domani, l’epoca sarà stata di gigantesche trasformazioni, per la globalizzazione e l’opzione transpacifica che soppiantano l’integrazione atlantica e mettono in ombra l’Europa, avviandone quello che sembra l’irreversibile declino. Perlomeno in termini comparativi: il piccolo continente resta sempre il più ricco, ma è asfittico: da settant’anni non sa più pensare il mondo, nelle scienze umane come in quelle fisiche, e da trent’anni, crollato il sovietismo, non ha più una proposta politica – il comunismo sovietico sarà stato l’ultimo imperialismo europeo. In questo mutamento epocale l’Italia sta dietro a Salvini, dopo Bossi, Maroni e Calderoli, alle ampolle celtiche, alle panchine etniche ai giardinetti, e all’invasione dei calabresi, forestali e insegnanti.
La liturgia della Lega è ridicola: Pontida, l’ampolla, il matrimonio del mare, i Parlamenti, i ministri – al tempo di Berlusconi - che qui ci sono e qui lo negano. Non si può che riderne. Ma nessuno ne ride. Non c’è nella sterminata passerella degli Zelig, o dei talk show resistenziali della Rai con caricaturista. Nessuno che vi si azzardi. Come nei regimi di vera mafia, dove non si scherza, il viso dell’arme fa parte dell’omertà.
È anche vero che con queste castronerie la Lega raccoglie voti in quantità. Come dove regna la mafia. E che le castronerie rende produttive, spostando soldi, appalti e posti alla Rai, alle Poste, alla Consob, all’Antitrust, ai ministeri, e dove altro mette gli occhi.

Il leghismo è duraturo
La Lega è ignobile. Non c’è dubbio. Ma il leghismo è duraturo, e tutto lo mostra destinato a caratterizzare la storia d’Italia: il leghismo è, sarà, la nuova storia d’Italia. Una storia diversa rispetto alla vulgata risorgimentale. Di un diverso patriottismo anche. Cioè non di mero “interesse privato”, ma di un patriottismo realista, riflessivo, conscio delle cose, rispettoso anche dell’altro, sotto la rivalsa polemica – che non potrà che essere reciproca. Come tanti l’hanno già praticato in abito meno revulsivo. Da ultimo Pasolini, che si voleva “settentrionale” e “friulano”, senza essere “nordista” – e anzi antipadano ante marcia. In un rapporto più equilibrato che veda anche il Sud abbandonare la ripulsa di sé, per effetto dell’emigrazione interna del boom, e dell’emigrazione mentale dei suoi intellettuali (classe dirigente, borghesia). Giova vedere cosa ci attende, nel bene e nel male, che storia.
Niente è più come prima col leghismo. Compresa la storia, che va riletta: il leghismo si propone come fondamento politico solo da un paio di generazioni, ma preesisteva ed è di materia solida. Il leghismo ha obbligato alla riscoperta delle radici. Obbligato è la parola giusta – non spinto, o favorito: molti, soprattutto emigrati dal Sud a Nord, nelle città del Nord, volentieri nascondono e si nascondono le origini Come di un realtà da fuggire e sfuggire. Non aggiornata, non all’altezza dei tempi. Fino alla Lega l’emigrazione dal Sud si faceva praticamente senza ritorno. Dopo, il ritorno non c’è fisicamente – non ci può essere, il Sud è sempre sottosviluppato – ma sì su piano psicologico e etico. E l’orgoglio, anche se non produce direttamente effetti pratici, ne ha indirettamente molti, su chi è partito e su chi è rimasto.
Chi ha vissuto il leghismo negli anni prima della sua (prima) sconfitta, nel 1996, non se ne libera. Poiché lo ha vissuto, cioè sofferto, chi, da Milano a Pordenone, aveva idealizzato il “Nord” come un mondo migliore. In qualche caso, per esempio in Emilia-Romagna, per esempio a Sant’Arcangelo di Romagna, San Mauro Pascoli, attorno a San Marino, il Sud era stato tenuto fuori. Se necessario riducendo l’attività in campagna e murando le case abbandonate, per evitare che dei meridionali vi s’insediassero. Altrove l’accesso era stato libero, per la necessità che c’era di braccia, e anche di professionalità: medici, infermieri, chimici, ingegneri, insegnanti. Il “respingimento” a opera dei bossiani fu imprevisto e doloroso: una sofferenza talvolta personale, ma sempre culturale, identitaria. Anche quando si manifestava come negazione della negazione – a un certo punto fu linguaggio d’obbligo: “Io non sono leghista, io non ho pregiudizi”. Molti si scoprirono come non essere.
L’effetto è diverso oggi, sulle generazioni successive, per le quali la Lega è un partito coma tanti, non grande, e umorale, e l’Italia è quella che era, unita nella diversità. Oggi nessuno si attende niente da nessun altro, il Sud sa di essere Sud, il Nord Nord, non molto felice, senza delusioni né recriminazioni, l’Italia torna unita nella diversità. Con una differenza minima: il Nord continua a non sapere nulla del Sud, nemmeno la geografia, il Sud comincia a non sapere più a memoria il Nord. Quindici anni fa era diverso. Accantonando la sfera passionale, i (ri)sentimenti, stando alla morfologia, è come se Milano avesse rinunciato a fare sua l’Italia nel momento in cui con più forza e costanza ne ha tentato – ne tenta – l’annessione. Dal punto di vista di Milano. Dal punto di vista del resto d’Italia è stato ed è un impoverimento.  
Il leghismo propriamente dovrebbe essere meridionale, il rifiuto di “Roma”, anzi la guerra a “Roma ladrona”. Solo che Milano è stata al solito più lesta di tutti e se ne è impadronita.
Si dice Roma per dire l’Italia. La quale è da troppo tempo, con disgrazia di tutti, milanese. Da quando Milano riuscì, con la sconfitta di Adua e dell’avventura africana, a liquidare l’ultimo Meridione con Crispi. Si dice: ma i prefetti e i questori sono meridionali. Ma è da quasi un secolo, da Mussolini, che prefetti e questori non controllano le istituzioni. Non quelle che contano: i media, i giudici, le banche, e alcuni partiti – pochi, non politici ma di affari – che tutto controllano.
Basta aver fatto una pratica per i fondi italiani o europei al ministero dell’Economia per vedere come vanno avanti quelle del Nord e come restano ferme quelle del Sud. Che non paga, non abbastanza. Bisogna vedere come un qualsiasi manager, anche di mezza tacca, ottiene dal  ministero del Lavoro in pochi minuti lo stato di crisi (libertà di licenziamento), se solo è arrivato con la valigetta piena. Ci sia un furto in villa al Nord, o anche a Roma, subito si acchiappano i ladri. Ci siano in Calabria diecine di furti, con maltrattamenti, non gliene frega nulla a nessuno, giudici, carabinieri, giornali.
Si può, si deve, criticare Bossi, ma ricordando che la “specialità”, la differenza incolmabile, è stata costante di un Sud a disagio con la storia, e quindi con l’unità. Differenze nelle quali il Sud è stato anche astretto dall’esterno, quali la napoletanità,  la sicilianità, ma con suo diletto. Bossi e Salvini non fanno che ritualizzare questa “specializzazione”.

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