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domenica 4 agosto 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (399)

Giuseppe Leuzzi

La Lombardia come paradiso terrestre – la stessa che ora fugge venerdì a pranzo, in Provenza e in Riviera, in Toscana, a Panarea o Pantelleria. Così la vedeva, senza dirlo, Stendhal nella sua stagione felice. Così la dice Soldati in “La messa dei villeggianti”. Il Ticino, l’Ossola e la Valsesia, ora ricordate solo per i terroristi, e i laghi, Maggiore, d’Orta, etc., servirono a Butler per “Erewhon”, luoghi della utopia.
Anche questo fa la differenza.

Raccontando a suo modo “I promessi sposi” per “La Lettura” domenica scorsa, Francesco Piccolo ci trova molta camorra. Nel modo di essere e di parlare di don Rodrigo, e nel suo rapporto con l’Innominato: “Dalle prime pagine si deduce subito che oggi don Rodrigo sarebbe un camorrista - e la scena dei bravi che fermano e minacciano don Abbondio sembra essere una scena della serie tv Gomorra”.
Era così: i “bravi” erano decine di migliaia a metà Seicento, e infestavano i lombardi di soprusi di ogni genere.

Nello scandalo delle ammissioni truccate alle migliori università americane, si è scoperto che a Chicago molte famiglie ricche davano i figli in affido a famiglie povere al momento dell’iscrizione, per farli rientrare nelle quote riservate. Ovunque era diffusa la pratica di iscrivere i figli ai test di ammissione per disabili, anche solo per dislessia o altra “disabilità invisibile” (deficit di attenzione, iperattività), che hanno più tempo e prove  semplificate. Napoli perde anche questo primato.

Il Gattopardo antisemita
Carlo Ginzburg premiato a Santa Maria Belice, luogo di Tomasi di Lampedusa, col premio intestato allautore del “Gattopardo”, per l’ultimo suo libro, “Nondimanco”, nel discorso celebrativo taccia  Tomasi di antisemitismo. “Nelle lettere ai cugini, riporta alcune agghiaccianti stereotipi antisemiti”, dice. Inoltre, accusa, ebbe e mantenne un rapporto stretto col giurista Giuseppe Maggiore, di cui utilizzò tra le fonti del “Gattopardo” il romanzo “Sette e mezzo”, sulla rivolta a Palermo nel 1866, autore a suo tempo di “un saggio spregevole: «Razza e fascismo»”.
Maggiore fu uno dei tanti professori universitari che considerarono peccato veniale il sostegno al fascismo e si riciclarono agevolmente nella Repubblica. Lui però con più difficoltà: fu reintegrato solo nel 1952, due anni prima della morte, a 72 anni. Era stato l’ultimo presidente, nei primi mesi del 1943, dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista. Rettore di Palermo nel 1938-39. Collaboratore de “La difesa della razza”, uno dei 360 professori universitari che nel 1938 sottoscrissero il “Manifesto della razza”, in preparazione alle leggi antiebraiche. Allievo di Croce, poi di Gentile, magistrato, Procuratore del Re a Palermo nel 1922, dal 1924 professore universitario, prima a Siena poi a Palermo. Fu reintegrato nel 1952 quale fondatore della “scuola penalistica palermitana”. I familiari istituirono un borsa di studio a suo nome.
Nel libro premiato col Tomasi di Lampedusa, una raccolta di saggi su Machiavelli, sulle sue radici aristotelico-scolastiche e sulla sua ricezione nel Seicento (Pascal, Galileo, Campanella), Ginzburg aveva aggiunto un’appendice complice, perfino affettuosa, sul “Gattopardo”. In omaggio a Francesco Orlando: l’italianista che era stato allievo di Tomasi di Lampedusa aveva ipotizzato Machiavelli come probabile radice del messaggio gattopardesco, “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Ginzburg ne dava le coordinate, nei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”, I, XXV, mostrando i tanti passi in cui Lampedusa si rifà a Machiavelli.
Un volta in Sicilia, ha cambiato registro: l’isola non si ama.

La rivincita del Sud, letteraria
“Di solito si sente dire che i romanzi italiani che gli stranieri leggono più volentieri sono quelli d’ambiente molto caratterizzati localmente, specialmente d’ambiente meridionale” - Italo Calvino. “Tradurre è il vero modo di leggere un testo”, una conferenza del 1982. Uno pensa a Sciascia, “Ferrante”, Camilleri. Ma Calvino non è d’accordo: “Credo può darsi che questo sia stato vero ma non lo è più oggi”, anni 1980.
Calvino aveva abbandonato il primitivo rifiuto, 1956, del “localismo, “regionalismo”, provincialismo e della “tradizione dialettale”, contro Verga e gli epigoni, con la scoperta qualche anno dopo del mondo delle fiabe, localissimo. Ma non aveva rinunciato al pregiudizio – “il romanzo non può essere geografico”. Per due motivi: “Primo, perché un romanzo locale implica un insieme di conoscenze dettagliate che il lettore straniero non sempre può captare, e secondo perché una certa immagine dell’Italia come paese «esotico»  è ormai lontana dalla realtà e dagli interessi del pubblico”.
Un ragionamento evidentemente sbagliato. Come se non si leggessero con interesse i romanzi “inglesi”, anche non gialli, o americani del Sud, o della California, della California meridionale e di quella settentrionale, come una volta del New England, e ora di Brooklyn, anche non ebraici – o di “Macondo”, o della “contea di Yoknapatawpha”. O come se uno di Montebelluna dovesse sapere  di più della Calabria, o della stessa Roma, di uno della Cornovaglia. In più, non c’è la domanda di nipoti e bisnipoti degli emigrati, curiosi di sapere, specie quelli del Nord America, i meglio integrati, con le scuole cioè e le professioni, e del Centro Europa?

Le migrazioni hanno un senso
Pasquale Villari, che più non si ricorda, fu autore nel 1862, subito dopo l’unità, di “Lettere meridionali” che ne rilevavano i guasti. E a fine secolo di “Scritti sull’emigrazione” che ancora oggi si rileggono con interesse. A lui Pascoli, fra i tanti, dedicava un panegirico in nota ai “Nuovi poemetti” di Castelvecchio: “Un gran vecchio”. E: “Quanto tempo è che egli segna la via, e indica il male e mostra i rimedi! Di lui si può ripetere ciò che di Mazzini disse Garibaldi: quando tutti dormivano, egli solo vegliava. Il gran vecchio che parla alto nel silenzio di tutti”.
Villari analizzava le cause dell’emigrazione di massa, dal Nord e dal Sud dell’Italia. E indagava sui problemi del ritorno. Sull’incapacità dell’emigrato che fosse riuscito a risparmiare, di mettere a frutto il suo piccolo capitale. Il motivo trovava semplice: l’ignoranza. “Il suo desiderio di possedere la terra è così ardente, così febbrile; la fiducia che egli ha di poterla fecondare con le sue braccia è tale , che la paga il doppio, più spesso il triplo del suo valore”. Al vecchio padrone, dal quale era fuggito.
Villari ne faceva una colpa al villico, non al Sud: “Questo è un fatto generale, notissimo, che segue su larga scala così nel Nord come nel Sud”. Ma al Sud la pratica durava ancora un secolo dopo, come testimonia Carmine Abate in tanti suoi racconti del marchesato di Crotone, e nello studio “I Germanesi”, sui migranti di ritorno dalla Germania.
Che fare
In uno degli scritti, “L' emigrazione italiana giudicata da un cittadino americano”, Villari mostrava come si affrontavano allora i problemi, pur in presenza di un‘ondata immigratoria molto più massiccia di quella attuale in Europa. Anche se controllata e controllabile, per i visti d’ingresso necessari – l’Atlantico è largo. Ma non si faceva finta di nulla, una volta che “le braccia” erano assicurate ai campi o alle fabbriche.
“Il problema della emigrazione, specie della nostra emigrazione meridionale negli Stati Uniti d'America, che va così vertiginosamente crescendo, comincia a richiamare l’attenzione di tutti, ad essere studiato sotto i suoi molteplici aspetti. Né solo in Italia, ma anche in America. Se infatti a noi importa assai conoscere quali possano essere fra di noi le possibili conseguenze di questo strano movimento delle popolazioni agricole del Mezzogiorno, che abbandonano in massa il loro paese nativo, e lasciano i campi senza braccia per coltivarli, un altro e non meno grave problema si presenta agli Americani. Quali saranno cioè fra loro le possibili conseguenze di questa crescente immigrazione? Una volta immigravano principalmente popolazioni della Germania, della Scandinavia, della Gran Brettagna, che erano omogenee ed assai facilmente venivano assimilate. Oggi la immigrazione non solo è stranamente cresciuta, ma si compone in prevalenza di sangue latino, sopra tutto d'Italiani del Sud. Quali saranno le conseguenze di questa larga infusione di sangue eterogeneo in un paese che ha già nel suo seno da nove a dieci milioni di negri, che non potrà mai interamente assimilare? Per rispondere ad una tale domanda, dicono gli Americani, è necessario, innanzi tutto, sapere che cosa veramente sono questi uomini che continuamente a diecine di migliaia sbarcano a Nuova York. E però la Confederazione inviava quest' anno una Commissione a studiare il problema in Italia. Ed oltre di ciò anche alcuni privati si mossero e vennero fra di noi allo stesso fine. Nello scorso maggio io seppi che una Rivista filantropica americana (Charities) aveva mandato un suo redattore nell’Italia meridionale a fare le stesse indagini. E ciò anche con lo scopo di meglio conoscere che cosa poteva utilmente farsi per aiutare materialmente e moralmente gl’Italiani arrivati in America.
New York italianizzata
Un amico, che ha grande esperienza della nostra emigrazione negli Stati Uniti, mi scrive: “Vedo con piacere che finalmente in Italia vi occupate del vasto problema della emigrazione. Mi sembra però che lo esaminiate sotto l’aspetto economico, trascurando troppo il lato morale della questione, che è gravissimo. Se Voi pensate che nella sola Nuova York sono agglomerati più di 400.000 Italiani, gran parte dei quali contadini del Mezzogiorno, che vivono insieme, separati dal resto della popolazione americana, voi capirete facilmente che qui si forma un mondo, una società sui generis, che merita di essere studiata. Anche le altre centinaia di migliaia che arrivano ogni anno a Nuova York, e si diffondono negli Stati Uniti, sono in maggioranza contadini del Mezzogiorno; vivono a gruppi, e fino a che non riescono, dopo due o tre generazioni, ad essere americanizzati, formano più o meno parte di quella stessa società. Bisogna tener presente che questo nostro emigrato, quando sbarca negli Stati Uniti, è generalmente un uomo robusto, lavoratore, affezionato alla famiglia ed al suo paese, dotato di una certa bontà elementare, soggetto però a scatti impetuosi di gelosia o d’ira, che possono facilmente condurlo a delitti di sangue. Ma, quello che soprattutto bisogna tener presente, egli è privo di ogni vera istruzione, di ogni educazione, di ogni saldo principio, che possa difenderlo dall’azione corruttrice del nuovo ambiente in cui si troverà.
I compari e lo sfruttamento
Quando una volta s'è imbarcato, tutti i consigli che ha ricevuti in Italia, tutti quelli che può ricevere sul battello, per metterlo in guardia contro i pericoli cui va incontro, contro le persone che possono ingannarlo, non valgono a nulla. Egli ha già deciso a chi si deve rivolgere, appena arrivato a Nuova York. Sarà il parente, l’amico, sopra tutto il banchiere compaesano, che egli preferirà al Banco di Napoli. Per esso, mediante retribuzione, avranno già fatto propaganda, nel paese stesso dell’emigrato, il prete, il segretario comunale, il segretario della Camera di lavoro, un altro agente qualunque. Anche le associazioni, fondate a suo benefìzio, in Italia o fuori, non possono far molto per lui. Appena sbarcato, l’emigrato è circondato da gente che tenta sfruttarlo in tutti i modi”.

leuzzi@antiit.eu

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