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mercoledì 11 maggio 2022

Il tormento dell’“Espresso”

“L’Espresso” cambia padrone e natura, chiudendo il ricordo del periodo forse più intenso di un paio di generazioni, tra gli anni 1950 e i 1970. Ma era una fine annunciata da tempo. S e ne poteva così scrivere l’8 settembre 2007, già quindici anni fa, sotto un titolo leggermente diverso, “Il «tormentone » di Rinaldi”.

Giuseppe Leuzzi 

“L’Espresso” cattura l’antipolitica reiterando la vieta notizia – ma fino a ieri era tabù – che politici, giudici, generali e prefetti, nonché i segretari di tutti costoro, beneficiano a Roma di affitti irrisori, diventando con le cartolarizzazioni proprietari di belle case a prezzi ridotti. È il genere del “tormentone” giornalistico, per cui una cosa più se ne parla più è vera, che domina la stampa da un ventennio. E' Claudio Rinaldi, l'ex direttore dell'"Espresso" morto due mesi fa, che ha rinnovato il “tormentone” nella forma che fa testo per i maggiori giornali: cinque articoli a numero contro il personaggio sotto tiro, e uno di rammarico, svariando tra il personale, le testimonianze, le indiscrezioni, le ricostruzioni, i pentimenti, e uno-due “onnisti”, di psicologia, sociologia, scienza politica, etica, economia, diritto. Cominciò all’“Europeo” negli anni Ottanta contro i socialisti e Craxi, concludendo in un decennio felicemente la sua campagna. La riprese negli anni Novanta, con successo più limitato, contro D’Alema, il “Dalemone” mezzo berlusconiano. Ma altri obiettivi meno impegnativi ha colpito tra i due (Sofri, Previti, etc.). A opera di un giornalista che si professava demitiano, e anzi Ciriaco De Mita è andato a intervistare nella sua magione dorata - si spera placcata - a Nusco in Irpinia. È una forma di giornalismo non nata con Rinaldi. Ma da lui gestita in modo tanto aggressivo che le vittime finiscono per identificarsi nei personaggi e le situazioni da lui montate. I socialisti non erano tanto corrotti quanto Rinaldi ogni settimana faceva scrivere, né D’Alema è tanto impolitico e malpensante come Rinaldi l’ha fatto descrivere in diecine di articoli. Ma alla fine i socialisti sono finiti tutti corrotti, e D’Alema parla e si muove come Rinaldi l’ha voluto, come l’elefante tra le cristallerie. Nel 1988, al primo arresto di Adriano Sofri, Rinaldi, che gli era stato compagno e di cui Sofri diverrà collaboratore, guidò la campagna di demonizzazione – memorabile un articolo in cui venivano trascritte le telefonate con cui gli amici di Sofri si mobilitavano per la sua difesa, una pubblicazione che in altro ambito si sarebbe detta intimidazione. Nelle determinazione con cui Rinaldi l’ha praticato il “tormentone” si dà però il ruolo di giudicatura: una magistratura tanto di parte, sotto l’alibi del giornalismo di denuncia, quanto insindacabile. Fino ad applicare a sproposito il suo argomento principe, la “questione morale”. Il punto di forza di questi giornalismo è accusare il Nemico di turpitudine: corruzione, concussione, mobbing. Per poterlo fare naturalmente ci vuole cuore pulito. Ma non è questo il caso nel “tormentone”, che raramente è una prova documentata, più spesso si costruisce, si “monta”, con i condizionali, le parole virgolettate del dico e non dico, le insinuazioni, le forzature di titoli e sommari rispetto al testo, le carte di cui non si dà la provenienza. Che possono anche venire da rivali politici, imprenditori falliti, agenti doppi, informatori. Molto diverso dal giornalismo di denuncia, nel quale c’è soprattutto ricerca, e dei documenti esibiti si acclara la provenienza. Questa non è a sua volta un’insinuazione, c’è una prova. Il giornalismo di denuncia è politico, ed è d’opposizione, per definizione. In Italia l’opposizione non è facile perché, a parte le parentesi berlusconiane, non ci sono mai governi di destra. Un giornalismo di denuncia in Italia dovrebbe essere di destra, e questo non è il caso: solo un 10 per cento delle copie vendute, e un 3-4 per cento dei telegiornali è di destra. È quindi un tipo di giornalismo che, a parte la quota anti-Berlusconi, si esercita a sinistra. Non è male. Ed è a sinistra che Rinaldi ha colpito, con Craxi, Sofri, D’Alema. Ma l’obiettivo del giornalismo di denuncia è la verità storica e il progresso sociale e civile. Mentre Rinaldi ha solo ottenuto di azzerare le novità politiche che potevano insidiare la struttura di potere post-bellica, attorno alla vecchia e nuova Dc – ora Prodi a sinistra e Berlusconi a destra. Non c’è verità e non c’è progresso, ma il trionfo del vecchio - della politica degli amici - a Milano, nelle banche, nelle Fondazioni ex bancarie, nelle Autorità, nei grandi gruppi, Telecom, Eni, Enel, e perfino in Alitalia e Sviluppo Italia. Quanto a Berlusconi, d’altra parte, bisogna dire che è il nemico di Carlo De Benedetti: sono troppi gli affari che gli ha soffiato, e molto più lucida e trasparente la sua patina d’imprenditore di successo (trasparente si può dire di Berlusconi solo per scherzo, ma al paragone con De Benedetti è possibile: nessuno dei suoi dipendenti e dei suoi soci ci ha rimesso, per quanto piccolo azionista). Alla fine, il problema dei “tormentoni” alla Rinaldi è solo questo, il ben noto problema se la questione morale può essere agitata da e per conto di De Benedetti. Infatti la novità del tormentone case è perché “L’Espresso” lo cavalca ora, dopo averlo a lungo rimosso. Forse per eliminare gli avversari scomodi all’asse democratico Prodi-Veltroni. Oppure… Il solito chiacchiericcio, insomma, né informazione né politica, non quelle "morali". Con un proscritto d'obbligo, poiché il genere del tormentone è legato ai dossier, e i dossier, segreti, anonimi, sono di natura inaccettabile. Ogni numero sei pezzi contro la persona presa di mira, fino alla sua distruzione, sono lo schema del tormentone. Che a Rinaldi è riuscito con tutti, eccetto Cossiga. Contro il quale pure si è esercitato per sette anni, 350 numeri, duemila articoli. E questo pone una domanda: chi era Rinaldi? Chi erano le sue fonti. Contro Andreotti, viceversa, altro beniamino delle informazioni riservate, non ci ha tentato.

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