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lunedì 2 febbraio 2026

Cronache dell’altro mondo – taco (380)

Dal “taco”, piatto comune della cucina messicana (tortilla piatta, di mais o grano), al “toro” Taco, inteso come Borsa vincente, al rialzo? Se ne parla in connessione con l’immagine che Trump diffuse nel 2016, nella campagna per la prima presidenza, per catturare il voto ispanico: una foto mentre mangiava un taco.
Taco è ora usato per spiegare l’andamento sostenuto di Wall Street nel 2025, malgrado le decisioni improvvise e radicali di Trump, in materia di moneta e commercio: si parla di taco trade. Taco intendendosi qui  acronimo per “Trump always chickens out”, Trump si tira sempre indietro.
Gli investitori si cautelano come se i suoi “decreti esecutivi” fossero delle intemperanze, o armi negoziali, da cui poi si ricrederà. Acquistano quindi al ribasso per trarre profitto dal rialzo scontato. Il rialzo rendendo peraltro, con questa tattica, inevitabile, una sorta di Taco al quadrato.

 

L’upper class distruttiva

Dopo aver fatto l’elenco di una mezza dozzina di “disordini violenti” in città nei due mesi tra fine settembre e fine novembre, la Procuratrice Generale di Torino per l’apertura dell’anno giudiziario chiama in causa l’“upper class” cittadina: “Le condotte di turbamento dell’ordine pubblico e di disordini di piazza portano a parlare anche della benevola tolleranza, della lettura compiacente, di condotte che altro non sono che gravi reati, da parte di taluni soggetti appartenenti, questa volta sì, alla upper class, i quali con il loro scrivere, il loro condurre a normalizzazione, il loro agire in appoggio, vanno a popolare quella che voglio sintetizzare come “area grigia”, di matrice colta e borghese, che dovrebbe per contro svolgere un’illuminata azione di deterrenza, di educazione al vivere sociale e di rispetto delle regole democratiche, riempire i vuoti, le periferie dell’anima”.
C’è sempre stata una propensione nell’upper class verso le “rivoluzioni”. Che possono essere molte cose, ma una sicuramente sì: la distruzione. Come per dare ragione a Marx, che la borghesia è distruttiva?

Come ridere in serie, freddo

Una miniserie, sei episodi di mezz’ora, che non ha fatto in tempo a debuttare, un paio di mesi fa, ed  è già in lavorazione per un seguito - si punta al successo con il successo, una tecnica di marketing. Un mockumentary, un finto documentario della vita in una redazione impossibile, collegata alla pubblicità della società madre che si propone di rifuggire. Con equivoci a cascata.
Il problema principale di un episodio è perché i cessi pubblici si chiudono. Segue un episodio in cui due redattrici tampinano il funzionario che ha deciso la chiusura. Un terzo è una derivata in materia di cessi: le “mani pulenti” (guantate) al bagno invece della carta igienica che l’azienda proprietaria del giornale vende intasano le fogne. Da qui la necessità di uno show pubblicitario riparatore, per il quale è necessaria la battuta di un bambino, e quindi la lotta feroce per imporre al provino il proprio bambino. Nel mezzo l’acquartieramento provvisorio della megadirigenza nella redazione, di fronte alla quale il direttore s’inginocchia.
Non critica sociale, non satira, non umorismo inglese, non umorismo surreale: un misto di realtà (prodotti dannosi, pubblicità, provini, eccetera) demenziale. Un umorismo affermato, dai “Blues Brothers” Belushi e Aykroyd. Freddo.
Uno spin-off  di “The Office”: il gruppo della filiale di Scranton, Pennsylvania, della Dunder Mifflin, è ora al lavoro al “Toledo Truth Teller”, storico quotidiano del Midwest, Ohio, in declino, che prova a rilanciarsi con un nuovo direttore. Con una redazione “etnica”, italiana, ispanica, asiatica, afro etc., per pubblici diversi? Sabrina Impacciatore è la co-protagonista, una invadente Esmeralda Grant, già direttrice del giornale che fa la guerra al nuovo, impacciato (deve andare sempre al bagno, che non sa aprire), e incapace.
Greg Daniels-Michael Koman, The Paper, Sky, Now

domenica 1 febbraio 2026

Belle bolle bulle

Si attende la “bolla” dell’Intelligenza Artificiale. Che le quotazioni monstre cioè a Wall Street degli ultimi giganti della tecnologia “scoppino”. Come avvenne a fine Novecento con le dot-com, la bolla gonfiata attorno alla telefonia mobile e ai primi social. Con in più, oggi, qualcosa di più sostanzioso - solido. La supervalutazione dell’oro, quasi raddoppiato in tredici mesi. O il debito pubblico: a Davos l’amministratore delegato del World Economic Forum Borge Brende ha spiegato che non si è mai fatto cosi tanto debito, neanche dopo la seconda guerra mondiale.
La Bri, Banca dei Regolamenti Internazionali, di Basilea però non è d’accordo. Il settore IA ritiene solido - tutt’altra cosa, scrive, “rispetto alla bolla dot-com di fine anni Novanta, che fu alimentata da aspettative sovraottimistiche non ancorate alle crescita di guadagni reali”. E semmai, osserva, il mercato ha assorbito senza scossoni ultimamene varie turbolenze: i dazi, le tensioni (Russia e Cina), fallimenti e frodi di medio rango.
Non hanno creato tensioni, si può aggiungere, il Venezuela, la Groenlandia, l’indagine penale a carico del presidente della Federal Reserve, l’Iran

Del federalismo – o meglio amici in più case che nemici in una sola

“Il paese deve essere del paese”. È una prescrizione “verginale”, nell’entusiasmo del ’48, dei primi mesi del 1848, quando tutto il bene e il bello sembrarono possibili, che il quasi cinquantenne Cattaneo chiude con un “Viva l’Italia. Viva Pio IX” – il papa che fu quarantottardo, e poi acerrimo nemco dell’idea repubblicana e dell’Italia unita. Allora e dopo Cattaneo perorò un’unificazione sotto il segno dell’armonia delle parti, nel rispetto delle autonomie, amministrative come di pensiero, e della difesa da uno Stato accentratore – militarizzato, armato: “Due soli Stati, la federazione americana e l’elvetica, mostrarono, anche in questi torbidi anni, l’arte di reggersi senza perenne uso di milizia stanziale”.
Pur nel pieno dell’entusiasmo patriottico, Cattaneo rivaluta il decentramento amministrativo attuato dall’Austria di Maria Teresa, al quale attribuisce la spinta lombarda alla crescita economica e civile. Contro lo statalismo burocratico, franco-napoleonico. Di cui depreca che molti governi, compresi quello di Vienna nel 1816 e quello sardo-piemontese nel 1848 e nel 1859, abbiano adottato il principio istituzionale - quello piemontese, del regno beghino dei Savoia, criticato indirettamente, sotto le specie di “talpe snidate… gesuiti, rosminiani, ignorantelli, pettegole del Sacro Cuore”.
“Meglio vivere amici in più case che discordi in una sola” è in sintesi l’assetto migliore della nazione. Tanto più in Italia, che vive all’insegna delle “patrie locali”: “Le nostre città non sono solamente la fortuita sede d’un maggior numero di uomini, di negozi, d’officine e di un più grosso deposito di derrate. Tali sarebbero a cagion d’esempio Birmingham, Trieste, Malta, Gibilterra, le quali non hanno intimo vincolo morale colle circostanti popolazioni; e si potrebbero dire città cosmopolitiche; e stanno in tetra come le navi ancorate stanno in mare. Le nostre città sono il centro antico di tute le comunicazioni di una larga e popolosa provincia; vi fanno capo tutte le strade, vi fanno capo tutti i mercati del contado, sono come il cuore nel sistema delle vene”, etc.. E ha già una disamina precisa della “differenza” tra la Lombardia e il napoletano: l’autonomia amministrativa.
Una breve silloge degli scritti di Cattaneo per un’Italia unita (repubblicana e) federalista. Con un’ampia messa in quadro di Cattaneo a opera di Morris Lorenzo Ghezzi, il sociologo del diritto della Statale di Milano – forse il suo ultimo lavoro.
L’Italia ha avuto una tradizione federalista combattiva prima e dopo l’unità. Molto argomentata – niente a che vedere con la bruta ripresa leghista un secolo dopo. Argomentata da Cattaneo, che eprò visse poco, fino al 1869, fu un isolato e subito dimenticato. Con più incisività da Giuseppe Ferrari in campo socialista, e in quello neo-guelfo da Giuseppe Montanelli. Due intellettuali dimenticati, anche nel movimento federalista. Che invece argomentavano in senso moderno, attuale. L’istituzione federale come l’unica veramente democratica - anche se necessita di convivere con più ampie entità internazionali su base federale, per Cattaneo gli Stati Uniti d’Europa. Ed è un assetto che favorisce la conoscenza dei problem specifici delle specifiche comunità, ed è anche espressione e motore di consenso e coesione sociale.
Carlo Cattaneo, Federalismo, Mimesis, pp. 48 € 3,90

sabato 31 gennaio 2026

Ombre - 809

Droga e alcol alla guida non sono una aggravante in caso di incidente, se non “si dimostra” che hanno costituto un pericolo. È una sentenza, degna del repertorio satirico di Manzoni, ma della Corte Costituzionale italiana, anno 2026. La stupidità legale, anzi costituzionale.
O forse no, è il business giudiziario delle perizie, pro e contro.
 
Forse i giudici costituzionali volevano dare esca a un Voltaire, nobilitare le lettere nazionali?
Certo, chissà come si “dimostra” il pericolo. Tanta saggezza – l’età meda dei 15 giudici costituzionali, professori, magistrati, avvocati, è di 67 anni, per una retribuzione annua di 400 mila euro, quanto il presidente della Repubblica, mica gente da bar – confonde.
 
Ce n’ha per una intera pagina di giornale, otto cartelle, il giudice Andrea Paladino, che ha cavalcato allegro le correnti sindacali e i giornali, fino a che, avendo calpestato i piedi a qualcuno con la domanda per un posto di Procuratore Capo, ad Alessandria, nemmeno a Torino, non ne è rimasto vittima, delle correnti e dei giornalisti. Assolto da tutte le insinuazioni dopo quattro anni, è peraltro ancora interdetto dal Csm. Senza contare “i danni d’immagine e di credibilità”, in fondo è sempre un giudice.
 
Curioso il sindaco di Milano, ora partigiano della resistenza, che ha voluto Ghali, odiatore di Israele, al gala Olimpiade, e non vuole “agenti Ice nella nostra città”. Lui che era stato messo a capo dell’Expo da Letizia Moratti, dopodiché si è dovuto difendere per tre o quattro anni in tribunale, e ora ha i giudici contro per la Nuova Urbanistica, dei grattacieli costruiti come ristrutturazioni di villette, con una semplice Scia.
 
Mercoledì di Champions, Sky celebra la serata con un aeropago di esperti, Capello, Condò, Di Canio incontenibile, e Del Piero. L’accigliato Capello s’illanguidisce sul gol di Dimarco, parabola su punizione: “Come Mariolino Corso, Mariolino Corso, Mariolino Corso”. Avendo davanti Del Piero, il maggior e specialista dei quel tiro – col quale aprì la famosa vittoria della Juventus a Madrid contro il Real Madrid, lo stesso anno o l’anno prima di Capello alla guida del Real.  
Ma è vero che alla Juventus gli attaccanti voleva alti e robusti, Ibrahimovic e Trezeguet, e Del Piero, miglior marcatore in stagione, non lo considerava – e Mariolino Corso, avesse per avventura allenato l’Inter?
 
Prima valutazioni più serie del diritto d’asilo, da anni una specie di pensione sociale, in euro, per gli africani, come usava un tempo per il Sud. Ora i pasdaran iraniani dichiarati terroristi. Da qualche tempo Roma comincia a contare a Bruxelles – anche nel rallentamento della transizione verde, soprattutto per le automobili.
 
Tra mareggiate e ingiunzioni comunali il Lido di Ostia, il lido di Roma, è ridotto in macerie. È la legge, di un Comune (di Roma) che non tollera più gli abusi? No, perché al posto degli “storici” Kursaal, Plinius, Tibidabo, qualcuno d’architetto, cioè protetto dalle Belle Arti, ci sono ora baraccopoli.
 
Forse è solo effetto della stupidità. Roma-Ostia in auto, una ventina di km, può prendere due tre ore: l’autostrada è soggetta a due-tre semafori, che creano file interminabili. Uno è per l’entrata\uscita dalla tenuta presidenziale di Castelporziano, sempre chiusa, da ottant’anni. Due per l’accesso di conurbazioni che novant’anni fa non esistevano, per le quali non si è trovato il tempo di creare accessi facilitatori, sopraelevati o sottopassi.  
 
Molte ipotesi, suggestioni, indiscrezioni (di chi?) sula rimozione in Cina del generale Zhang, primo vice-presidente e capo delle forze armate. Mentre è solo l’ultima, per ora, delle rimozioni dei coetanei del presidente Xi che potrebbero fargli ombra. Un tempo si chiamavano siluramenti, o purghe. Ora il comunismo, siccome in Cina è ricco, tiene tutti appecorati.
 
Perfino con l’anonima Svizzera, dopo Trump, Putin e Khamenei, l’Italia si risveglia in guerra -  i media la mandano in guerra. O il sovranismo distintivo del governo, che il governa esercita con jucio, con molto juicio, è invece diventato dominio dell’opposizione, democratica?
 
Però è vero che la Svizzera teme e disprezza lo scandalismo di cui fa colpa all’Italia, in uno con la poca pulizia e il disordine. E che la giustizia amministra alla Dürrenmatt, per nascoste vie – Gelli “evase” nel 1983 in elicottero, dal carcere di Champdollon (era stato arrestato un anno prima, su mandato italiano, ma mentre cercava di portare via dalla Svizzera i depositi bancari).
 
Meloni e Merz aprono per parlarsi la residenza principesca dell’Algardi a Villa Pamphili, con cortei di auto e strade e giardini chiusi, invece che nel più comodo Palazzo Chigi. Per rincuorarsi? Sono rimasti soli a non aver perso la testa con l’America di Tru mp – soli con la Plonia, che però non è attendibile, è tornata guerrafondaia. Merz soprattutto, che può contare su metà della Germania, stando ai sondaggi, Meloni solo sulla “maggioranza” del suo governo, il 40 per cento o giù di lì.
L’Italia è un paese snob - il tycoon…? O è l’eredità del partito Comunista, indelebile?
 
Tre anni e lo spionaggio della Procura Antimafia ai danni di Crosetto, in campagna elettorale, è finito nel nulla, nessuna condanna, nemmeno un processo. “Un verminaio”, lo disse un Procuratore che per un po’ seguì la vicenda, poi la cosa si è insabbiata. Per carità di patria certamene no. Ne sentiremo parlare tra due anni, al voto? O tra due mesi, al referendum sui giudici? Dire la giustizia malata è dire poco.
 
Niente chiamava Zelensky ad attaccare la Ue a Davos. La Ue non gli ha fatto vincere la guerra, nemmeno i tre “volenterosi”, alla bacchetta del volubile Macron. Ma perché criticare chi ti ha comunque aiutato, e non poco, con suo grande dispendio, tra sanzioni e aiuti? L’Europa all’ora degli slavi si è messa nel pantano.
 
Tutti neri come le truppe scelte antiterrorismo, affardellati come per una campagna di guerra, manca solo la maschera antigas, e “tiratori” come si vedeva nelle prime “Scuola di polizia”, a casaccio. Non per ridere in questo caso, ma sono quelli che controllavano i bagagli alla frontiera tramutati in esercito in guerra, truppe d’assalto. Dopo solo sei settimane di addestramento. A imitare militari che sul campo non sono come nei film di guerra – nelle ultime due perdute, in Afghanistan e in Iraq, si è potuto vedere da vicino.

Quando la Russia era tutti noi

Sprofondando alla tv nelle tre ore e mezza del “drammone” di David Lean viene fatto di chiedersi: dove eravamo? Non molto tempo fa, peraltro. Se oggi quella stessa Russia è radiata dall’Occidente, e anzi dall’Europa, e anzi dall’umanità. Il russista Carrère può assicurare: “Tutti i cliché sulla Russia”, cioè tutti i pregiudizi, “sono veri”. E si isolano i suoi sportivi, si rifiutano i suoi artisti, e qualcuno ci prova anche con la letteratura. Un romanzo e un film dove si assicura che “nessuno ama la poesia più dei russi”. E il generale bolscevico Alec Guinness può lamentare “la nostra maledetta capacità di soffrire”. Sperimentata peraltro, con Napoleone e con Hitler. E tutto questo la sera dopo la Giornata della Memoria, il giorno in cui l’Armata Rossa scoprì e documentò Auschwitz.
Un disorientamento acuito dal ricordo che quando uscirono il romanzo e il film che commossero tutti era il periodo della massima tensione – invasioni, repressioni, minacce nucleari – tra la Russia e l’Occidente. Ma nessuno poneva la Russia fuori dal mondo. Potenza dei partiti comunisti (sovietici) attivi in Occidente? Forse in Italia, ma altrove?
Un romanzo del poeta Pasternak, prima (e meglio) del film, in cui l’amore regola la vita.
David Lean, Il dottor Živago, 27 Twenty Seven, Infinity
 


venerdì 30 gennaio 2026

Trent'anni di niente – di guai

Sul “Foglio” che ripubblica per i suoi trent’anni la prima uscita campeggiano, pur nell’understatement che caratterizza la grafica del giornale, Ernesto Pascale con la Sip-Stet, la Olivetti di De Benedetti, anche lui aggrappato (“sogna la Stet”), “Kohl alle prese col «modello renano» (deficit troppo alto e troppi disoccupati)”, la Germania di ieri come quella di oggi, e il filosofo Lucio Colletti sul liberalismo.
Che vuoi, dice Colletti, il marxista caduto da cavallo da un quindicennio sulla via del liberalismo, al suo amico Giuliano Ferrara, “scrivo sempre di liberalismo ma, in fondo, mi inganno”. Mentre Ernesto Pascale aveva avviato cablatura di tutta Italia, negli anni 1990, che ci avrebbe reso la vita facile su internet. mentre adesso siamo in ritardo su tutto e tutti – si fa la cablatura adesso, a spese dello Stato.
Una vicenda sintomatica di malfunzionamento della democrazia in Italia, tropi “interessi costituiti”, questa della rete – già raccontata su questo sito, ma merita di essere richiamata. Sip-Stet, di cui Tim è oggi l’erede quanto impoverito, aveva in atto
un progetto Socrate, Sviluppo Ottico Coassiale Rete Accesso Telecom: il cablaggio dell’intera penisola a fibra ottica. Un piano da 13 mila miliardi di lire, partito infine nel 1995.  Ma presto bloccato. Prima perché i Comuni volevano poter decidere ognuno per sé, a chi dare l’appalto e come – il business del sottogoverno: Bologna, Venezia, Roma, Torino. Sollecitati da gruppi concorrenti, che ambivano a una parte della rete anche se non spendevano: Cable & Wireless, un consorzio anglo-italiano, la Olivetti di De Benedetti, British Telecom, France Telecom. Poi perché la Sip andava privatizzata – data a privati che non ne avevano voglia, hanno spopolato quanto potevano, e l’hanno ridotta a un’agenzia di fatturazione (la carriera politica di Grillo è decollata vent’anni fa dichiarando sul suo blog impunemente la Telecom un morto vivente, un’azienda fallita).  

Se psichiatri e assistenti sociali fanno gli sbirri

C’è solo Susanna Tamaro a occuparsene ma per fortuna che è lei, con la sua autorevolezza almeno se ne parla, benché isolata, sul “Corriere della sera”: la deriva dell’assistenza sociale e della psichiatria verso forme distorte: dannose per i soggetti coinvolti (diventano vittime per essere protette….), e nocive dell’interesse pubblico. Mondi e persone stimabili che si possono processare e sequestrare, “almeno per ancora cinque mesi, portando così a compimento la devastazione”. Perché non si conformano alla norma. Che dovrebbe essere quella della legge, ma non nel loro caso. I cinque mesi sono quelli della perizia, cioè della mafia giudiziaria, per quanto piccola – tanto più spregevole in quanto corruzione spicciola, miserabile.   
Gli-le assistenti sociali non sono poliziotti, gli psichiatri non sono giudici. La deriva delle due professioni verso l’autoritarismo caratterizza la Funzione Pubblica non più o non soltanto come sacerdozio laico del benessere comune, ma nell’assetto primitivo delle società non acculturate, dove l’autorità è dello sbirro, del bastone.

Paesaggi dentro

“Dentro di me ci sono paesaggi\ che visito di rado”. Matičetov, poeta sloveno quarantenne debutta in lingua italiana - che parla correntemente – con questa che è la sesta raccolta pubblicata. Da poeta già di nome in Slovenia. Di uno sguardo limpido sui “paesaggi” esterni, di cui quelli interni mantengono lo stesso grado di luminosità e di nettezza – Matičetov è di Sesana, sul litorale al confine con Trieste, di cui è prossima, il centro più importante dell’altopiano carsico, con Opicina. Procedendo per versi prosastici, didascalici. Di memorie, di immagini. La gita a Recanati, a trovare il suo Leopardi. La visita ogni sette anni dello stesso luogo – Itacaré, lontano, Bahia del Brasile: “Ogni sette anni, quando le cellule del corpo si rinnovano,\ vado nello stesso luogo”. Una cerimonia fine a se stessa.
Una poesia costante, di un mondo retroflesso, dentro di sé – più spesso, in questa fase, in questa raccolta, a due, con la compagna di vita. “Dentro di te la vera ricchezza.\ Le cose intorno a te le hai contate e nominate.\ La ricchezza dentro di te, invece, è ancora\ sconosciuta persino a te”. Da girovago stabile. Come le piante: “Le piante sono come animali.\ Amano stare insieme”. Come i fiori: “Guardo i fiori nel soggiorno.\ Mi tranquillizzano”.
Poesia di una realtà modesta, familiare: “Dentro le case ci sono persone.\ Ogni casa è un mondo a sé,\ anche se somiglia molto all’altra”. Sapendo di non sapere: “”Cosa sappiamo? La premonizione di qualcosa non esiste.\ Quando mi sveglio al mattino\ non posso prevedere il risultato della partita notturna”.
Con l’originale a fronte. Con una silloge posta sulla culla del figlio “ancora prima che parlasse”: “Sono un neonato.\ Ma vecchio quanto l’umanità”.,
Marko Matičetov, Ci sono paesaggi dentro, gattomerlino, pp. 109 € 14

giovedì 29 gennaio 2026

Letture - 605

letterautore


Avanspettacolo – “Una grande storia che ha innervato il cinema, il teatro di rivista e, secondo alcuni, per esempio Fellini, alle origini del neorealismo c’è il documentario di Rossellini, i film di guerra di Rossellini, ma c’è anche  la tradizione dell’avanspettacolo. Non a caso in ‘Roma città aperta’, il film che dà il via alla grande storia del cinema italiano del dopoguerra, i protagonisti sono Magnani e Fabrizi, che sono due vecchie volpi del teatro di rivista” – Goffredo Fofi, “Famiglia Maggio”, in «Arcipelago Sud», p.162.
 
Brancati – “Vitaliano Branacti era di Catania (era nato non lontano di lì, a Pachino, morirà a Torino nel 1954, ancora assai giovane”), che nei suoi romanzi chiama Nataca, almeno nei primi” – Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, p. 21 sgg., che di Brancati ha grande stima. No, era nato lontano cento km o poco meno, che nell’isola sono molti, allora moltissimi – un altro mondo (tale, per esempio, che Catania non lo ama, non molto - ma neanche Pachino, molto meno, anzi affatto). È però vero che muore di nemmeno cinquant’anni. Avendo attraversato due guerre mondiali, quattro o cinque con la Libia, l’Etiopia e la Spagna, e scritto di tutto, molto.
 
“Il gogolino di Catania”: Fofi ricorda che lo chiamavano così “i suoi contemporanei, critici importanti”, per la vena soprattutto satirica. E ne cita anche i film, che definisce “capolavori”: le sceneggiature per due film di Zampa, “Anni difficili”, tratto da uno dei suoi racconti sul fascismo, “Il vecchio con gli stivali”, e “Anni facili” – mentre di qualche film successivo di Zampa, sulle stesse tematiche ma senza Brancati, si è persa la memoria.
Fofi lo ricorda anche per “tre piccoli libretti”, per i quali prova “riconoscenza”: “I fascisti invecchiano”, oltre a “Il vecchio con gli stivali”, e “Le due dittature”. E dice “interessanti e molto istruttivi” gli scritti “del Brancati moralista” raccolti dopo la sua morte nel volume “Il borghese e l’immensità”.
Uno dei suoi quattro romanzi (oltre cioè i tre per cui ebbe qualche fama, un successo ”etnico”: “Don Giovanni in Sicilia”, “Il bell’Antonio”, “Paolo il caldo”), “Gli anni perduti”, sembra un’anticipazione della “storia” del Ponte sullo Stretto, che anch’essa ha alcuni decenni di vita: un catanese che torna nella sua città di origine progetta con un amico una torre da cui si veda dall’Etna al mare e fino a Siracusa, e la realizzano anche, ma non ottengono il permesso di farla visitare, e quindi di utilizzarla.
 
Céline - Ora che, otre ai manoscritti, si liberano anche le foto di Céline, lo si vede sorridente e confidente, anche in pose di sfida, mite, alla Arbasino, o alla James Dean, E nella medianità o quotidianeità, la voga del momento, alla Cary Grant.
 
Cronaca nera -Prende il nome dal “mattinale” della questura, spiegano Castronovo e Tranfaglia , “La stampa italiana nell’età liberale”: era un brogliaccio dalla copertina nera, che i cronisti potevano liberamente consultare.
 
Declino – Arnold J. Toynbee, seguace e poi critico di Spengler, lega lo sviluppo a fattori culturali e religiosi, e il declino delle civiltà al deterioramento o cedimento interno – “le civiltà muoiono per suicidio, non per assassinio”.


Due culture – “Galileo e Darwin scrivevano da Dio, Leopardi è pieno di Cartesio e di Galileo stesso” – Gian Luigi Becacria, “la Repubblica” venerdì 23.

Effetto Zalone – Negli anni 1980 e 1990, quando ancora c’erano le librerie (le librerie “indipendenti”, col libraio vero), i librai aspettavano l’uscita di un Eco e poi di un Camilleri, per “riempire la libreria” – per rilanciare le vedute. Lo stesso aviene con “Ceccho Z alone”, atteso d agi esercenti: dopo i record del suo ultimo film, le sale cinematografiche hanno avuto un gennaio discreto, anzi buono, con aumento del numero degli spettatori - un film indigesto (serioso) come “La grazia” di Sorrentino, è diventato milionario in pochi giorni di programmazione.\

Lutto – “Il lutto è diverso (da dolore per la perdita dei propri cari, nd.r.). Il dolore non ha distanza. Il dolore viene in onde, parossismi, improvvise apprensioni che indeboliscono le ginocchia e accecano gli occhi e obliterano la quotidianeità della vita. Virtualmente, chiunque ha mai sperimentato il lutto menziona questo fenomeno delle «onde»” - Joan Didion, “L’anno del pensiero magico”, 27.

Monachesimo – “Nei grandi sommovimenti della storia (il millennio tra la caduta dell’impero romano e la nascita degli Stat, n.d.r.) è rimasto l’essenziale portatore non solamente della continuità culturale, bensì soprattutto dei fondamentali valori religiosi e morali, degli orientamenti ultimi dell’uomo, e in quanto forza pre-politica e sovra-politica divenne portatore delle sempre nuovamente necessarie rinascite”, card. Ratzinger, poi papa Benedetto XV, conferenza alla Biblioteca del Senato, 13 maggio 2004, “La necessità dell’Europa in un mondo globalizzato”, ora in “L’Occidente vincerà”.
L’abbazia di Benediktbeuren, sotto Garmisch, in Baviera, nella quale sono stati ritrovati nell’Ottocento i “Carmina
  burana”, gestì a lungo, dal IX secolo in poi, una fascia di territorio che dalle pendici delle Alpi bavaresi si estendeva fino alla pianura padana, Milano compresa – l’area oggi più ricca dell’Europa.
 
Pangramma – La frase di senso compiuto che contiene tutte le lettere dell’alfabeto più famosa è quella – in uso anche per collaudare dispositivi di scrittura o esemplificare i vari font, i caratteri tipografici – in inglese: “The quick brown fox jumps over the lazy dog”, la rapida volpe bruna salta sul cane pigro. L’uso più famoso ne è stato per avviare il “telefono rosso” (allarma pre-atomico) tra Stati Uniti e Russia dopo la crisi dei missili a Cuba nel 1962.
Ce n’è in ogni lingua. In italiano si utilizza spesso un pangramma alternativo, “pranzo d’acqua fa volti sghembi”.

 
Piemonte – L’architrave del secondo Novecento letterario: lo introna Gian Luigi Beccaria parlando con l’altro piemontese Crosetto ai suoi novant’anni su “la Repubblica”: “Sarò campanilista ma le colonne del tempio son i nostri grandi piemontesi: Pavese, Primo Levi, che più passa il tempo più diventa un gigante, non soltanto il maggiore testimone del lager ma uno scrittore totale, assoluto. E quel selvatico di Fenoglio, talento allo stato brado….. E naturalmente il monumentale Calvino, nato a Cuba ma torinese a tutti gli effetti, che ricordo all’Einaudi sempre al lavoro, sempre alla scrivania” – solo Gilio Einaudi non era all’altezza, “oltremodo sgradevole”.
 
Socialismo – Ratzinger cardinale, non ancora papa, lo voleva cattolico: “In molte cose il socialismo democratico era ed è vicino alla dottrina sociale cattolica, in ogni caso esso ha considerevolmente contribuito alla formazione di una coscienza sociale” – conferenza alla Biblioteca del Senato,13 maggio 2004, ora in “L’Occidente vincerà”.


letterautore@antiit.eu

Un anno di lutto

Un titolo fantasioso per una lunga elaborazione del lutto, dettagliata, inventiva. Duplice, per il marito dell’autrice morto d’infarto e delle sue opere, anche lui scrittore, John Gregory Dunne, e per la figlia, minata nel fisico, in lunghi trattamenti ai vari piani di vari ospedali, dentro e fuori la terapia intensiva (minata dagli abusi, nd.r.).
Una elaborazione che dura un anno, molto costruita. Della morte come innaturale, abusiva. Con molti materiali, ricordi, luoghi, oggetti, eventi, sogni anche, per tendere la corda del lutto – uno a pagina mediamente, quindi un paio di centinaia. Quando riflette, senza “pezze”, l’autrice non sa saprebbe che dire – non c’è tensione. Non c’è nemmeno un pezzo importante della storia vissuta prima dei lutti, che la scrittrice tenne sotto forma di diario ed è stato poi pubblicato postumo, come “Diario per John”.
Presto detto il capolavoro della scrittrice. Ma una forma di new journalism - di narrazione di cose viste e vissute, di cui Didion è stata una delle maggiori interpreti - profusa. Non page turner ma questo è il meno: costruita, golosamente ripiena, di pagine inventive ma ripetitive, non in crescendo.
Con l’Alcesti di Euripide, Philippe Ariès, e altri classici della morte. Con citazioni qua e là  memorabili, di poeti e scrittori. E con molte anamnesi, ipotesi, diagnosi, terapie, cliniche, ospedali, ambulanze, degenze, terapie intensive - decine di sigle, lavoro improbo per la traduzione.
Un morto all’improvviso e una lunga agonia, ma la narratrice è solo capace di compiangersi e non di addolorarsi, di compiangere. Per scoprire, verso la fine, che tutto era stato detto, in mezza pagina, da C.S .Lewis.
Joan Didion, L’anno del pensiero magico, Il Saggiatore, pp. 240 € 19

mercoledì 28 gennaio 2026

Secondi pensieri - 577

zeulig


Ambiguità - L’ambiguità è un passepartout – un ruolo, una psicologia, una chiave letteraria – del riduzionismo intellettuale. Tipico della cultura urbana, che ininterrottamente fa la cultura dal Settecento, dall’unificazione cioè della cultura, fra colta e popolare, in un genere medio, borghese, regolato, con canoni classificabili e per questo semplificati. Per tutte le esperienze cancellate della narrazione – della rappresentazione – si supplisce con l’ambiguità: specchio, doppio, mimetismo, ermafroditismo. E per l’antico vezzo di celarsi.
 
Controversia – Un modo retorico, anche filosofico, di servire la verità, se i contendenti hanno lo stesso scopo – nei “dialoghi” di Platone. Tra rivali è solo lite mascherata
 
Inadeguatezza  È il disturbo in voga nella psicoterapia, specie fra i “creativi” – specie oggi ampia: una insoddisfazione che emerge come incapacità. Ma non contemporanea, non un dato psicologico nuovo. La conformazione migliore si trova forse nel ritratto che il “New Yorker” ha dedicato ad agosto, per la penna di Adam Gopnik, al suo redattore-scrittore della seconda metà del Novecento Joseph Mitchell, autore di un solo romanzo, “Joe Mitchell’s Secret”, nel 1964. “Mitchell era l’uomo più discretamente elegante del mondo, vestito con un abito – una lobbia, un gilet di maglia, una giacca di tweed – che sembrava immutato dagli anni Trenta, e parlava con un dolce ma sicuro accento della Carolina del Nord. Una volta, durante un pranzo al Grand Central Oyster Bar, il suo preferito, gli chiesi cosa avessero in comune A J Liebling, S T. Clair McKelway e altri della sua cerchia. «Beh, nessuno di loro sapeva scrivere», sussurrò. «E nessuno di loro aveva il minimo senso della grammatica». Sfatando quel mito, aggiunse: «Ma ognuno... ognuno aveva una sua personale, selvaggia esattezza». Una selvaggia esattezza! Riassumeva allora, e lo fa ancora, tutto ciò che chiediamo alla scrittura del New Yorker: un amore per i fatti e i dettagli fini a se stessi, con una folta ondata di passione a renderli significativi”. Uno scrittore, dunque, conscio dei suoi mezzi, dei mezzi per fare letteratura. Ma non scriveva, non più: “Insieme al mistero delle frasi di Mitchell, si celava un altro enigma: il silenzio perpetuo che caratterizzò i suoi ultimi anni alla rivista. Sebbene arrivasse ogni giorno in ufficio e la sua macchina da scrivere funzionasse sicuramente, non pubblicò nulla sulla rivista tra il 1964 e la sua morte, nel 1996. Cosa lo fece tacere? Sebbene ci sia molto da dire a favore di un programma di abbondanza nella scrittura – amiamo coloro che muoiono con l'armatura addosso, come Updike e Dickens – il ritiro non è necessariamente nevrotico”.
La spiegazione può essere questa: “Mitchell… aveva un gusto perfetto, e sospetto che fosse diventato sospettoso – forse ingiustamente – della propria capacità di raggiungere l’obiettivo che aveva in mente”.
 
Int
uito - “Delle azioni umane non piangere, non ridere, non indignarsi, ma capire”, Spinoza pare abbia detto. Piangere no ma ridere sì, e indignarsi, e capire. Non è vero che non si capisce. Forse con la ragione, altrimenti si capisce: non c’è la logica complessa detta intuizione, derivata dall’indecifrabile istinto? Sanno tutti che succede.

 
Nichilismo - Può darsi che, se il vuoto è il pieno, il nulla sia tutto. Si capirebbe allora che Luigi XVI, il giorno della presa della Bastiglia, abbia potuto annotare nel diario: “Nulla”.


Realtà – Schiller il grande stile vuole arte del tipico e del generale. Ma questo è Salgari, che sempre ama e esalta il coraggio, la lealtà, l’amicizia fedele, la cortesia, pur in mezzo alle avventure, anche violente. Ecco perché uno vorrebbe trovarsi in un romanzo di Salgari, dove tutto è elevato, sublime, eroico, perché pura è l’intenzione di chi viene raccontato. Ma la realtà è mutevole, se trentatré variazioni sono possibili, con la mano sinistra, su un walzer, non famoso. O lagnarsi tacendo in cinquanta canzoni diverse. Mentre la forza delle idee è grande.
O non lo è? Volendo, il Novecento, e l’Ottocento, sono tutti in Bentham. Che, dice l’enciclopedia, “argomentò a favore della libertà personale ed economica, la separazione di stato e chiesa, la libertà di parola, la parità di diritti per le donne, il divorzio, i diritti degli animali, la fine della schiavitù, l’abolizione delle punizioni fisiche, il libero scambio, la difesa dall’usura, restrizioni ai monopoli, tasse di successione, pensioni e assicurazioni sulla salute. Ideò un nuovo tipo di prigione, che chiamò Panopticon. Creò l’Università di Londra, la prima laica, distinta cioè dalle tradizionali università inglesi, religiose, di oxford e Cambridge”. Ma pensare non basta, e può servire da scusa. Grigia è la teoria, verde l’albero della vita, questo il contadino lo sa, prima di Goethe e Mefistofele. E non è che uno sciocco, dice il poeta, chi esita a varcare il fiume aspettando che l’acqua smetta di scorrere.

Reticenza – Kojève ne fa una ermeneutica: un enunciato va letto per ciò che non dice più che per ciò che dice, per il mimetismo dell’autore. Un’avvertenza non inutile, attorno al fregolismo della verità.

Sionismo - Pierre Pachet, “Autobiografia di mio padre” p. 77, esuma l’“apporto dello psicologo e psichiatra Max Nordau alle teorie di Herzl” – cui si fa ascendere l’origine e la formulazione del sionismo, o della patria ebraica: “Secondo lui l’ebraismo europeo soffriva di una degenerazione fisica e morale dovuta alle condizioni di vita e al distacco dall’ambiente agricolo e campagnolo, per sua natura nutritore. Alcuni aspetti del carattere ebraico ne erano usciti ipertrofizzati; altri, più vitali, si erano affievoliti. Di qui la speranza di rigenerare il popolo ebreo - popolo e non «razza» -  a contatto con la terra di Israele”.
Il movimento dei “coloni” s’inquadrerebbe in questo “ritorno”? Ma non ritenendosi parte di una razza invece che di un popolo, non altrimenti (storia, lingua, mentalità) legato che dalla filiazione materna - nemmeno più la religione contando, e i riti, se non giusto per la parte cerimoniale?
Il movimento dei “coloni” s’inquadrerebbe in questo “ritorno”? Ma non ritenendosi parte di una razza invece che di un popolo, non altrimenti (storia, lingua, mentalità) legato che dalla filiazione materna - nemmeno più la religione contando, e i riti, se non giusto per la parte cerimoniale?
Però è vero che l’ebreo si contraddistingue, nella millenaria migrazione dei popoli, forzata o   volontaria, per un fatto biologico – non nazionale (stanziale), linguistico, storico. Questo è proprio del nomadismo. Che nel caso di Israele (sionismo) approda alla stanzialità.
La costituzione di Israele – l’approdo del sionismo – che ultimamente ne ha preso atto è giudicata negativamente da molti storici, anche israeliani. Ma è la presa d’atto di una verità.
 
Storia - Si lega per un fine filamento diabolico, la periodica insorgenza dell’argomentazione impropria, inconclusiva, che esclude la ragione e la realtà. Da un secolo e mezzo per esempio in forma di dialettica, che non porta in nessun posto ma si vuole sistema del mondo e del reale.
 
La storia è il reale, da Gaza a Teheran e a Minneapolis. Ma forse non in Ucraina. Il reale non è
quello che appare, l’interpretazione lo è - l’interpretazione come lettura del reale, non l’acrobazia logica.
 
La storia di se stessi è certo il proprio reale.
 
La storia sono i fatti, non la logica.
 
È la fine che dà senso alla storia, se la storia deve avere una fine.

zeulig@antiit.eu

Oscar annunciato, all black

Due fratelli gemelli, arricchitisi a Chicago lavorando per Al Capone, tornano al paese nel Delta del Mississippi per organizzare una grande festa notturna per i compaesani neri, dove poi succederà di tutto. Siamo in una terra di “Jim Crow”, di segregazione razziale, crotali e Ku Klux Klan.
Un Quentin Tarantino all black. Metà sul genere “C’era una volta l’America”, con ottimo blues. Metà vampiresco, alla Bud Spencer-Terence Hill.
Coogler, arrivato al cinema quindici anni fa con uno sceneggiato tipo Minneapolis di questi giorni, “Prossima fermata Fruitvale Station”, su Oscar Grant, un giovane ucciso dalla polizia di Oakland, all’alba del capodanno 2009, qui prova il tutto per tutto. Che stanca più che coinvolgere, anche nella prima parte, malgrado l’ottimo blues.
“Sinners” nell’originale, peccatori qualsiasi, non particolarmente segnalati.
Con un doppio ruolo (i gemelli) per Michael B. Jordan, probabile Oscar – ma il film, forte del successo commerciale (non in Italia), ha ben sedici nominations agli Oscar il 15 marzo, un record.
Ryan Coogler, I peccatori, Sky Cinema, Now

martedì 27 gennaio 2026

Cronache dell’altro mondo –costituzionali (379)

La forma e la portata del Secondo Emendamento è da sempre materia di vasta giurisprudenza negli Stati Uniti. Di sicuro è che è stato ratificato il 15 dicembre 1791, uno dei dieci emendamenti che due anni prima, il 25 settembre 1789, erano stati discussi e approvati dal primo Congresso dopo l’indipendenza, rubricati come Carta dei Diritti degli Stati Uniti d’America.
Di questo atto esiste la versione originaria, come approvata dal Primo Congresso. Ed è quella che fa testo per la Corte Suprema, e per il Delaware - gli altri Stati la recepiscono variamente, per punteggiatura, e minuscole\maiuscole: “A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed”, essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere violato.
Il sostenitore più influente della norma , rispetto a James Monroe e a John Adams, fu James Madison, il sostenitore del federalismo, che la volle come correttivo dello strapotere federale. Nel n. 46 di “The Federalist” criticava i regni europei, “titubanti a fidarsi di cittadini armati”, e prospettava le milizie locali come antidoto all’esercito federale – “in grado di respingere il pericolo” rappresentato da un esercito federale.    

Cronache dell’altro mondo – armate (378)

La National Rifle Association e la Gun Owners of America, le due associazioni che difendono la libertà di armamento dei cittadini americani, condannano l’assassinio di Alex Petti, l’infermiere armato durante le manifestazioni di protesta a Minneapolis, da parte della polizia anti-immigrati (Ice) sulla base del diritto di un cittadino di portare armi nelle manifestazioni.
Altrove si direbbe il contrario: portare armi nelle manifestazioni è rischioso, la presunzione che si intenda utilizzarle per attaccare più forte di quella per difendersi, e in entrambi i casi funesta. Ma non in America: la legge consente di muoversi liberamente fuori abitazione con le armi, anche in caso di manifestazioni di protesta. Secondo le forme e le modalità di uso che sono materia locale, comunale o regionale.
Ne 2023 una legge dello stato di New York che proibiva il porto di armi in “luoghi sensibili” (Times Square, i trasporti pubblici, gli impianti sportivi, le case di culto, le scuole), è stata contestata da associazioni, singoli, entità amministrative, anche in sede giudiziaria, e infine alla Corte Suprema - dove due giudici si sono già pronunciati personalmente contro, Clarence Thomas e Samuel Alito. 

La memoria sì, i beni no

La memoria sì, ma i beni, e le posizioni professionali no. Perlomeno non senza fatica, e sempre un po’ rimediate. Le leggi razziali del 1938 comportarono per gli ebrei italiani la fuoriuscita dalla Funzione Pubblica, e dagli organismi dirigenziali privati, e per i molti la perdita dell’avviamento commerciale, o comunque un ridimensionamento, dovendo compartecipare l’attività con soci “di razza italiana” – e poi dei beni visibili, di ogni tipo, dopo l’8 settembre. Peggio è andata per gli ebrei, oltre che in Germania, nella Francia occupata, e in Ungheria. Ma anche in Italia alcuni effetti delle leggi razziali sono stati permanenti. Bidussa nella prefazione fa il caso di qualcuno che è rientrato alla liberazione e ha ripreso il suo posto. E di altri che invece non sono rientrati, per non aver riavuto il posto (Arnaldo Momigliano): “La restituzione dei beni si rivelò un processo lungo e complesso”. E più che di “restituzioni” si è trattato di “misure riparatorie”.
La sintesi numerica di Bidussa parla da sola: “In confronto ai circa 48 mila ebrei italiani e 10 mila stranieri registrati da censimento razziale nell’agosto del 1938 (molti ebrei tedeschi avevano cercato rifugio in Italia, n.d.r.), alla fine del 1945 la popolazione ebraica in Italia si aggira intorno alle 30 mila unità. Mancano: circa 8 mila deportati, 4 mila convertiti, 6 mila emigrati”.
Maifreda, storico dell’economia d’impresa, fa un excursus storico degli ebrei nella storia economica dell’Italia. Nel piccolo commercio e come prestatori del microcredito. In questa qualità su appalto, licenza o concessione ufficiale di principi e Comuni, da negoziare periodicamente, a favore dei più poveri – ogni prestito a un costo essendo lungamente proibito dalla morale cristiana. E successivamente, dal Seicento in poi, di una sorta di monopolio dei traffici internazionali, sempre come agenti di principi e repubbliche, nella prima globalizzazione, per la conoscenza delle lingue, per l’abilità di gestione finanziaria, per l’origine spesso, e le abitudini e parentele cosmopolite.
La breve storia è assortita da otto esperienze, di famiglie e persone in vista negli anni 1930, e di come sono sopravvissuti alle leggi razziali. Tra essi Oscar Sinigaglia, il padre della siderurgia italiana, che nel dopoguerra ebbe la possibilità di rilanciare la Stet-Telecom - essendo anche diventato cattolico fervente, e democristiano. O gli Ascarelli, grandi commercianti di tessuti, che fecero grande il Napoli calcio negli anni 1930. O Camillo Castiglione, triestino, broker finanziario e di affari, “per decenni uno degli uomini più ricchi e influenti d’Europa”. O Togo Mizrahi, “regista italiano egiziano” (di Alessandria).
Con una bibliografia “sommaria” ma nutrita.
La storia in dettaglio è stata ricostituita dalla “Commissione Anselmi”, 1998-2001, una commissione parlamentare istituita dal governo D’Alema “per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati”. Chiusa con un “Rapporto generale” di circa 600 pagine. Caduto nella disattenzione - solo due giornali ne hanno fatto menzione, in breve.
Gennaro Maifreda, La memoria restituita, “Il Sole 24 Or e, pp. 208 € 12,90