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lunedì 9 gennaio 2012

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (113)

Giuseppe Leuzzi

“Io sono un Nordico, mia figlia ha sposato un Etrusco, mio figlio una Lombarda, io stesso mi sento delle affinità con gli Inglesi e i Tedeschi”. Chi l’ha detto, Bossi? No, Mussolini.
Per Bossi gli Etruschi, checché essi siano sono a Sud, come scoprì l’indimenticabile professor Miglio quella volta che, eletto senatore, passò col treno l’Appennino.

“La fiducia del Nord è da riconquistare”. In questa nota di Sergio Romano sono gli ultimi vent’anni di storia italiana. La fiducia s’è smarrita per l’immigrazione, il federalismo mancato e la delinquenza. E il Sud che dovrebbe dire dell’Italia? E del Nord?
Ma l’Italia non è a Nord?

Un “antius”, come opposto a “postius”, è il Sud, risponde Pasolini a un poeta ermetico all’inizio di “Petrolio”. Ingegnoso, il Sud che viene prima, nei due sensi del tempo: nella storia, e come ora del giorno – antius sta per “volto a mezzogiorno”.

Sudismi\sadismi
Che abbiamo fatto di male a Milano, e al “Corriere della sera”, che ci insultano ogni giorno, anche nel 2012?

Mafia
La forza del delitto è nell’impunità.

Le orecchie agli ostaggi si tagliano anche nei vecchi racconti cinesi.

Era disgustato Sade perché a Parigi la legge puniva i ladri, mentre a Sparta li ricompensava. Non ci sono due morali, il marchese ha ragione. Ora non si tratta di ricostruire Sparte ma di punire i ladri.

Non c’è bisogno delle “cupole” per spiegare il potere della mafia, e forse si eccede in queste morfologie. Foucault lo argomenta ad abundantiam (“La microfisica del potere”, e altri saggi): il potere non è piramidale né unitario, prospera e prolifica più propriamente nel senso che, e se, i più traggono qualche vantaggio da come vanno le cose.

È molto mafiosa questa antimafia:
è di parte (faziosa)
è violenta
è distruttiva
è chiusa, anche misteriosa
è sovvertitrice
protegge gli amici, e gli amici degli amici.

Nessun dubbio che Leoluca Orlando sia stato un sindaco antimafia. Ha fatto uscire di scena, a Palermo, Ciancimino e Lima. Nessun dubbio che sia stato eletto con i voti della mafia, alla prima e alla seconda elezione. Ha preso il 75 per cento dei voti, contro candidati di spessore, e in alcune sezioni ha avuto il 100 per cento dei suffragi, evento che la stocastica esclude.
Nessun dubbio che Orlando abbia dato un appalto accertato al cento per cento mafioso: quello delle lampadine. E che in tv abbia messo nel mirino il giudice Falcone, terrore dei mafiosi – singled out nel gergo malavitoso americano.

La mafia assorbe, non crea, lavoro e ricchezza. Ciò è evidente: appropriazione del territorio (terreni, fabbricati), appalti delle opere pubbliche, servizi ai privati. Senza possibilità di concorrenza: esercitano un’esclusiva. Come si è potuto teorizzare il contrario?
Se ne appropriano come organizzazione e anche come clan familiare (Piromalli, Alvaro, Nirta, Corleonesi…), per cui l’esclusiva è perfino di tipo feudale.
Si può anche dire che distrugge ricchezza, anche questo è evidente. Tante attività che si potrebbero intraprendere non si intraprendono (investimenti, infrastrutture). E riduce tendenzialmente a zero l’efficienza: la mafia degli appalti non sa tagliare le strade (pendenze, curve), non sa allineare i ponti, costruisce palazzi sghembi, spreca i materiali – l’“impresa” mafiosa non sa costruire un’arcata, non di trenta metri, di tre metri. In questo la mafia è retrograda, nell’applicazione, nell’intelligenza.

La mafia è un fatto storico. In Calabria è anche recente. Per un fenomeno che curiosamente James Ellroy delinea con chiarezza nell’autobiografico “I miei luoghi oscuri”, p. 200, riferendosi agli anni 1950: “I criminali erano pre-psicologizzati, Riconoscevano l’autorità. Riconoscevano di essere feccia”, come se lo sentivano dire: “Erano incastrati in un gioco di ruolo, in cui di solito a vincere era l’autorità. Si compiacevano di trionfi irrisori e si dilettavano nelle macchinazioni del gioco. Il gioco era essere adepti”. Fare parte di una “onorata società”, di (piccoli) contrabbandieri, o di (piccoli) falsari.
Il “sistema”, continua Ellroy, “funzionava perché l’America non si era ancora trovata di fronte sommosse razziali né complotti con assassinio né stronzate ambientaliste né confusione di sessi né proliferazione della droga e mani delle armi e psicosi mistiche legate all’implosione dei media e a un emergente culto del vittimismo - un passaggio che in cinque lustri di chiacchiere vane e rabbiose aveva prodotto un ottundente scetticismo di massa”.
Implosione dei media, culto del vittimismo, scetticismo di massa: tre concetti che faranno sicuramente la storia dell’epoca.

Il vescovo vittima dell'antimafia: la veridica storia di mons. Bregantini
Mons. Bregantini ama raccontare, e lo ripete a “Uomini e profeti”, la rubrica di radio Rai di Gabriella Caramore, di quando arrivò la prima volta in Calabria, col treno. La mattina la madre calabrese, che viaggia nello stesso scompartimento col figlio, apre la valigia, tira fuori il pane “profumato” di casa e il salamino, ne fa due sandwich, e li offre, per primo all’ospite, dicendogli “Favorite!”, e poi al figlio.
“Favorite!” è un modo di dire, ma ha un senso, che al giovane trentino, poi prete, poi vescovo, non sfugge: è indice di una socialità profonda, di un senso intimo della socialità, estranei inclusi, anzi l’estraneo per primo. È su questa intuizione che Bregantini, per un dodicennio vescovo a Locri, tra le faide di San Luca e la sanità omicida, elabora il suo forte senso della speranza, e vi impronta, da solo, la sua derelitta diocesi. In un paradiso di bellezza, dice ancora il prelato a “Uomini e profeti”. La bellezza dei luoghi, i profumi, gli orizzonti sono anch’essi uno stimolo al bene. Si può costruire sul nulla.
Dopodiché mons. Bregantini è stato rimosso. Promosso arcivescovo ma a Campobasso, dove non ha altra da fare che amministrare cresime. Fu pochi mesi dopo la scomunica ai mafiosi, da lui lanciata a fine marzo 2007, per l’avvelenamento dell’acqua d’irrigazione di una delle cooperative del torrente Bonamico. Cooperative di giovani, create per sfida alla mafia – i mafiosi “fanno abortire”, disse Bregantini nella lettera di scomunica, “la vita dei giovani”. Ne ha approfittato per scrivere, in questi quattro anni ha scritto molto. Precisandosi alcune intuizioni.
Bregantini è stato rimosso perché aveva scomunicato i mafiosi, è stato detto. È possibile: lui stesso ritiene che la scomunica sia il mezzo più efficace, più della minaccia della prigione, a intimorire i mafiosi, perché li isola, li precipita nell’“indegnità”. La decisione del papa era anche il segno del nuovo pontificato, di Benedetto XVI teologo e intellettuale, esteta vecchio stampo, non più il combattente della speranza che era stato il suo predecessore. Mons. Ravasi, col quale Bregantini aveva molto costruito, papa Ratzinger ha voluto a Roma cardinale, mentre il vescovo di Locri, lasciato alla normale gestione della Cei e della segreteria di Stato, è stato rimosso per promozione. Di sicuro però Bregantini è stato rimosso perché parlava coi mafiosi. Recandosi a trovarli nelle loro stesse case. Come fece Gesù con Zaccheo, spiega alla radio – e avrebbe potuto aggiungere, con Matteo: “Un albero buono non può produrre frutti cattivi”.
Nelle fasi più efferate della faida di San Luca, trasferita anche in Germania con l’eccidio di Duisburg, il vescovo di Locri si attivò molto, con l’aiuto di don Pino Strangio, parroco del paese aspromontano e priore del santuario di Polsi, presso le famiglie coinvolte. Con le donne e anche con gli uomini. Fu per questo implicato nelle intercettazioni di Domenico Gioffré, figlio di un boss di Seminara, Rocco Gioffré. Il 17 settembre 2007, conversando con un amico in macchina dopo aver ascoltato alla radio l’inno della Madonna della Montagna di Polsi, per la festa della Croce, che si celebra nello stesso santuario, Gioffré commenta la cerimonia a cui ha presenziato il giorno prima a San Luca, in qualità di paciere tra la famiglie della faida per conto del padre: “Poi (dopo l’inno, n.d.r.) ieri è uscito don Pino il prete, e il vescovo brigantino (sic! nella trascrizione)… Benvenuto ha detto, ad un grande uomo di Seminara, il nostro, ha detto, amico Rocco Gioffré . E ci teniamo, ha detto, a dare questa soddisfazione, per la pace”. Con sorpresa e gradimento di tutti, continua Domenico Gioffré: “Poi il prete ha detto la cosa nella chiesa. Ha detto ringrazio, sull’anima di mio padre, ha detto, tutta Seminara, ed un grande uomo di Seminara. Shalom, ha detto don Pino, shalom a Seminara ed a tutto il mondo intero…”.
Le trascrizioni saranno depositate al processo contro Gioffré a metà novembre. Ma intanto, due settimane prima, Bregantini era stato trasferito a Campobasso. Per proteggerlo dallo scandalo? Certo, Domenico Gioffré relaziona l’amico preciso. E, soprattutto, parlando l’italiano dove normalmente nessuno lo parla. Sa pure di shalom.
A una delle tante giornate della legalità di cui l’Aspromonte pullula, forse non inutile nuovissimo campo d’azione dei vecchi politici locali, era capitato lo stesso anno, prima della pace mafiosa di San Luca, di sentir criticare “l’impero economico del vescovo”. Detto da un magistrato, o da un funzionario di Prefettura, il tipo di personaggi che siede a queste feste. L’“impero economico” era suonato bizzarro: attribuibile a un momento di malumore, o a pregiudizi massonici, la massoneria si vuole attiva e ancora anticlericale a Reggio Calabria. La legalità è insidiosa.

leuzzi@antiit.eu

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