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martedì 5 novembre 2013

Letture - 152

letterautore

Best-seller – Il miglior romanzo italiano fu scritto in omaggio al mercato, alla voga del romanzo storico dopo il successo strepitoso di Walter Scott. Anche gli editori di Gadda si ponevano il problema di pubblicare, o non pubblicare, i suoi racconti e romanzi con un occhio al mercato: la novella borghese, il romanzone familiare, il giallo.
Chopin – Il Leopardi della musica? O della “nobiltà della convenzione”. Sono le due ipotesi di Nietzsche “Umano, tropo umano”, IV, 33. Di cui non si fa caso, forse perché è il Nietzsche antiwagneriano, ma che di Chopin dà coordinate ineccepibili: “L’ultimo di musicisti moderni, che ha guardato e adorato la bellezza, come Leopardi, il polacco Chopin, l’inimitabile – tutti quelli venuti prima e dopo di lui non hanno nessun diritto a quell’epiteto: Chopin a ebbe la stessa principesca nobiltà della convenzione che Raffaello mostra nell’uso dei colori più tradizionali e semplici – ma non in relazione ai colori, bensì alle tradizioni melodiche e ritmiche. Queste egli lasciò sussistere, come nato nell’etichetta, ma giocando, sonando e danzando in queste catene come lo spirito più libero e leggiadro – ossia senza dileggiarle”.
Dante – Charles Dantzig ha (“Le Magazine Littéraire” di ottobre) il “moralismo sfrenato” di Dante. A Dante oppone Fellini, lo spirito corrosivo verso le istituzioni, compresa la religiosità: “«Viaggio di G.Mastorna. La sceneggiatura» è la migliore critica letteraria mai scritta su Dante”. Ma Fellini è Dante. Ben più dantesco che Piranesi con cui la “Commedia” più spesso s’illustra, “La dolce vita” è  l’“Inferno”. Anche Dante è corrosivo, della religiosità compresa.
Enciclopedia – Il progetto iniziale è di Ephraim Chambers, “Cyclopaedia or an universal History of Arts and Sciences”, 1728. Con una cinquantina di discipline, e numerosi romandi interni di una voce all’altra. La sua enciclopedia, ripubblicata nel 1738 in due volumi, per complessive 2.466 pagine in folio, ebbe successivamente altre cinque edizioni, fino al 1749. Anno in cui risulta tradotta e stampata a Venezia, in nove volumi. D’Alembert e Diderot presero l’idea da Chambers, quando il tentativo di tradurre la “Cyclopedia” in francese nel 1744 naufragò.

Italiano – Si fa gran caso dell’italiano escluso qui e là, a Bruxelles o al Politecnico di Milano. Mentre è già escluso dall’opera, che non è se non italiana. Da una dozzina d’anni ormai i libretti d’opera e illustrativi che accompagnano i cd e i dvd, per esempio quelli della Decca per Cecilia Bartoli,  hanno eliminato l’italiano. Le note introduttive si possono leggere solo in inglese, francese e tedesco, nell’ordine. I libretti mantengono l’italiano, che è usualmente la lingua originaria dei libretti stessi, ma in seconda posizione: aprendo si ha subito il tedesco. Non che l’opera si venda di più in tedesco, si vende meglio negli Usa e in Gran Bretagna, ma forse il tedesco è più autorevole.
Il bellissimo saggio sulla “Norma” di Cecilia Bartoli, che accompagna la riedizione dell’opera, cantata dalla stessa Bartoli, non è quindi fruibile per un lettore italiano.
D’altra parte la Decca è produttrice praticamente unica di bel canto, benché depurato dell’italiano. Ancora per poco?

Helga Schneider, Ornela Vorpsi, Helena Janeczek, che rappresenterà l’Italia fra due settimane a Cognac, al festival Littératures Européennes, Amara Lakhous, Younis Tawfik, Talye Selasi, Helene Paraskeva, Christiana de Caldars Brito, e numerosi altri scrittori, soprattutto del Nord Africa e dell’Est Europa, hanno scelto, come già Edith Bruck,  l’italiano da immigrati. L’italiano non è una lingua dunque impossibile, ed è un mercato appetibile. Di più antitaliano è l’italiano, intellettuale, scrittore.
Helena Janeczeck l’ha scelto dopo il tedesco – in una relativa indifferenza, avendo maturato in venti anni tre diverse “lingue”, col polacco o Yiddisch di origine, ma lo maneggia con straordinario virtuosismo.

Metastasio, che Alfieri bolla frequente nella “genuflessioncella di rito” all’imperatrice, l’austriaca cattiva Maria Teresa, fu cinquant’anni e passa a Vienna senza impararvi il tedesco. Non ne ebbe bisogno.

Kafka – Anche Zanzotto ha Kafka ebraico. Del “Castello” dice (“Tra viaggio e fantasia”, ora in “Memorie e luoghi”, ricordando una sua conferenza del 1952 a Pordenone): “Una sorta di derisoria parafrasi della Bibbia”. In questo caso pianamente riduttivo (nel mentre che, forse, vuole farne l’elogio): “Il Castello” è di più, o no?

Leopardi – È filosofo, senza riserve, nella lettura che si fa ora in lingua inglese, a Londra e negli usa, dello “Zibaldone” tradotto integralmente. Era la lettura che se ne fece subito Oltralpe, da Schopenhauer, e poi da Nietzsche. Sull’opera poetica stessa di Leopardi, prima che sui saggi filologici e su qualche sparsa traduzione dei “Pensieri” - sparsi e tuttavia a loro modo sistematici, come è il proprio di ogni pensiero.
Una lettura mai trapassata in Italia. Ci sono dunque delle sensibilità nazionali. Dei modi di essere e percepire, anche la poesia e il pensiero.
L’entusiasmo anglosassone sarà pure da ricondurre all’impresa editoriale, di due primarie case editrici, Penguin e Farrar, Strauss and Giroux, che devono rientrare dei costi di traduzione e produzione delle 4.500 pagine di sparsi pensieri. Ma gli argomenti dei curatori e dei critici non sono d’occasione. “Una mente che era la quintessenza della modernità”, vuole Leopardi il filosofo politico inglese John Gray sul “New Statesman”, anzi “antropologo della modernità”, essendo autore di “una delle più spietate critiche degli ideali moderni”, della fede nel progresso – con e senza la rivoluzione. O anche: “Quando Leopardi descrive il processo paradossale che dall’aspirazione cristiana alla verità è arrivato a produrre il nichilismo”, questo è (tutto) Nietzsche. O la “necessità” delle illusioni, con la citazione d’obbligo. “Quello che uccideva il mondo”, alla fine dell’impero, “era la mancanza delle illusioni; il Cristianesimo lo salvò non come verità, ma come una nuova illusione”. In grado, si può aggiungere, subito a ridosso dell’illuminismo, di prospettare la barbarie della”ragione”, della ragione trasposta a personale visione del mondo, ma più dell’irresponsabilità connessa alla tecnica e alla “modernità” – e questo è già Heidegger.
Un pensare perfino sistematico, spiega il curatore dell’edizione angloamericana, l’italianista Michael Caesar: “È lo stesso Leopardi in uno dei suoi indici a raggruppare per temi le sue riflessioni, suggerendo dei libri virtuali come il «Manuale di filosofia pratica», o il «Trattato delle passioni»”.

L’edizione angloamericana dello “Zibaldone” mette sulla traccia di Leopardi una serie nutrita di grandi scrittori, fino a Beckett, e compresi Melville, Thomas Hardy, Pessoa, Wallace Stevens.

Russia – Vive l’unico periodo della sua storia in cui non manda i poeti in Siberia. Neanche al manicomio.

letterautore@antiit.eu


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