Cerca nel blog

martedì 2 febbraio 2016

Come poteva essere bella Israele

Una foto della brochure di Oz che accompagna il film mostra Gaza prima della guerra dei Sei Giorni: un giardino con bei palazzi. Una Israele e una Palestina come avrebbero potuto essere? Di cui il film documenta la cancellazione in quella guerra. “A Gerusalemme, dove sono cresciuto, mi sento straniero in una città straniera”: è la confessione più drammatica che il film riporta, di un Amos Oz trentenne subito dopo l’occupazione – uno stato d’animo personale e non politico, non orientato in base a un’appartenenza, in una dialettica.
La “liberazione” della Città Vecchia? No, è un’“occupazione”, si dicono gli amici e conoscenti di Amos Oz poco dopo la guerra. A Gerusalemme c’era la Città Vecchia, si sapeva che c’era, ma senza nessuna urgenza di sapere cos’era, o di appropriarsene. Il monte del Tempio, il Muro Occidentale? Nessun ebraismo ne aveva decretato la sacralità, l’ebraismo non ha luoghi sacri. Questo era Israele prima della grande mutazione successiva ai Sei Giorni: quando il raddoppio del territorio, con Gerusalemme e la Cisgiordania, attirò la diaspora africana e mediorientale, mutandone la natura, mutando la natura del sionismo, che era nazionale e anche socialista.
La “liberazione” è stata peraltro seguita subito dall’evacuazione dei civili, cioè degli arabi. Non per proteggerli dalla guerra, che era finita, ma per privarli delle loro case, della città, della vita. Un piano già particolareggiato, è chiaro, dello Stato maggiore, che rimanda al peggiore Novecento: all’occupazione nazista dell’Europa orientale, e poi a quella sovietica delle stesse zone, già sperimentata da Graziani in Africa, e ripetuta dal generale torturatore Massu dieci anni prima in Algeria.
Amos Oz, richiamato trentenne alla Guerra dei Sei giorni col grado di tenente, ne tornò turbato: “Il 5 giugno combattevamo per le nostre vite, il 10 mi sono ritrovato a occupare la Cisgiordania, Gerusalemme, e il Sinai”. Il blitzkrieg di Dayan, che il film ricorda solo in un’immagine, pochi secondi, un’istantanea, fu uno strepitoso successo militare. Ma proprio per questo turbò i vecchi israeliani, portati a vedersi in difesa e non come conquistatori. Questi israeliani del film, quelli dei kibbutz, un patrimonio sociale e culturale ormai disperso e ininfluente.
Subito dopo la guerra il Movimento socialista dei Kibbutz commissionò a Oz e al coetaneo Avraham Shapira, storico, allievo di Martin Buber e Gershom Scholem, una celebrazione dei caduti. Oz ebbe l’idea di raccogliere le testimonianze di commilitoni e conoscenti, e con Shapira la mise in pratica, realizzando duecento ore di registrazione, con circa quattrocento testimonianze. Raccolte tutte nei kibbutz, e perciò riflessive, anche perplesse, quando non critiche. La censura militare ne bloccò la pubblicazione, limitando la parte utilizzabile a circa un terzo: le testimonianze di vita, senza i dubbi e le critiche, se non per la parte concernente Gerusalemme (l’opportunità dell’occupazione della città Vecchia, e se non era opportuno restituirla agli arabi).
Col materiale disponibile Shapira compilò “Il Settimo Giorno”, un libro di 268 pagine, pronto a ottobre, tre mesi dalla fine della guerra. Che diventò un caso editoriale: 150 mila copie vendute in Israele (tre milioni di abitanti all’epoca), con traduzione in inglese, francese, spagnolo, tedesco, svedese, arabo, yiddisch. Poi fu dimenticato, così come ogni altra voce discorde sulla guerra. Il materiale raccolto da Oz e Shapira restò depositato al Movimento dei Kibbutz.
Caduta la censura, la regista Mor Loushi, 33 anni, all’attivo “Israel Ltd.”, un film sui giovani immigrati finanziati dalla Jewish Agency, ha convinto Shapira a riutilizzare le registrazioni e ci ha montato sopra un docufilm: filmati d’epoca, alcuni inediti, accompagnano le testimonianze sonore.
Un atto di giustizia, non di compassione. Tutto interno a Israele stessa. Rivolto a Israele e alle tre generazioni che si sono succedute dalla guerra lampo e possono non sapere. Che Oz sapeva già, subito dopo la guerra, che avrebbe urtato la “verità nazionale”. E tuttavia è stato proiettato nei cinema commerciali l’estate scorsa: non ha riaperto la questione, ma non è caduto nel nulla.
 “Nessuno è tornato felice dalla guerra”, dice qualcuno, ed è la traccia della ricostruzione. Lo spirito di avventura è finito presto, forse la notte stessa prima dell’attacco. Qualcuno ha visto abusi intollerabili, nel Sinai, nel Golan: soldati disarmati e civili abbattuti senza necessità, a tiro ravvicinato, anche a tiro singolo, con la pistola alla testa. Qualcuno ha subito al primo attacco un trauma non componibile: “Nel mio reparto in pochi minuti era morti 45 soldati. Non sapevi chi,  come…”. Nessuno ha riportato la sensazione netta di un dovere compiuto, senza turbamenti. Non fosse altro, per lo spaesamento comune al soldato al fronte, faccia al nemico che non conosce: .
“Avevo l’impressione che non fossero nemmeno umani” – è il ricordo di chi ha marciato sul Sinai, conquistato in ventiquattro ore, praticamente senza resistenza degli egiziani, che più che altro erano sorpresi, e sopratutto volevano arrendersi.
Il filmato si arricchisce di un “com’eravamo” commovente e esilarante di Oz. Che come sempre celebra nostalgico la sua Gerusalemme, dove è nato nel 1939. Da genitori variamente emigrati, dalla Russia alla Polonia e in Israele. Sempre e comunque indefettibilmente europei. Come tutti i parenti e conoscenti. Anzi, gli unici “europei d’Europa”, mentre gli altri si dividono per etnie. – detto per celia, ma non senza fondamento: tre tribù in Cecoslovacchi, nove in Jugoslavia, tre in Gran Bretagna… Con un padre “in grado di leggere sedici o diciassette lingue”, undici delle quali parlava correntemente, “sebbene con un forte accento russo”, e la madre sei o sette. Oz è deluso, e il ricordo scherzoso conclude amaro: “A dove apparteniamo, dunque? Forse non apparteniamo affatto”.
Criticato e anche osteggiato, Oz non rinuncia a chiedere la pace, “un compromesso”. Prova anche a svelenire l’impasse odierno. Sintomatico vuole l’aneddoto, che racconta lungamente, della notte prima dell’attacco. Una lite continua al campo, tra generali, ufficiali, graduati e soldati semplici del reparto, su ogni insipido argomento: in Israele piace litigare. Ma della sua operosa vita, più lunga di quella di Israele, deriva solo incomprensioni e delusioni. Tra queste quella di aver perduto la sua città. La sua Gerusalemme non riconoscendo più in quella post-1967, abbattuta e accresciuta. Un tempo e una città in cui le tribù e le fedi convivevano, sebbene fossero del tipo esclusivo, che ognuno pensava di averne l’unica: “In ogni quartiere si pregava in modo diverso, si parlava una lingua diversa, e ci si abbigliava diversamente”. Però “comunicavano”: una città a più anime, non in guerra.
Amos Oz, Un doloroso compromesso, pp. 15
Mor Loushi, Censored voices, film-dvd, Feltrinelli € 13,90

Nessun commento: