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martedì 20 settembre 2016

Un frammento di Trieste nella galassia Sicilia

“Quasi ho pudore a scrivere poesia\ come fosse un lusso proibito\ ormai, alla mia vita.\ Ma ancora in me\ un ragazzino canta\ seppure esperto di fatiche e lotte”. Danio Dolci, chi era costui? Un poeta che si era fatto filantropo e combattente, fuori posto nell’Italia piatta del Millennio, dei social e i talk-show. Un santo laico dimenticato nell’Italia dei santi. Un poeta: “Son sempre stato poeta”  - che Mario Luzi pregiava. Silvio Perrella lo recupera.
Architetto e agitatore politico, Dolci fu in Sicilia dal 1952 alla morte nel 1997, animatore sociale e pedagogo. Uno studioso e un filantropo dei piccoli e afflitti, poveri e non, relitti dei riti morti del sociale. Per l’occhio penetrante, inconciliabile, del poeta. La poesia in senso proprio continuando a esercitare come vizio privato. Sui temi dapprima temperamentali, della natura idilliaca: le stagioni, le notti e i giorni, la vita che muore, che rinasce, il mare sempre, la libertà degli uccelli, la giovinezza, correre sulla spiaggia, fantasticare, il limone lunare – “una pianta vera, chiamata così dai contadini perché a ogni luna infiora e infrutta”. Poi il quotidiano prende il sopravvento, l‘ananke politica, di violenza perlopiù e squallore: sbirri ovunque, anche nei sogni, raid delle Forze dell’Ordine, aule di giustizia sorde, dove per fortuna hano totlo il crocefisso e la scritta ironica “la giustizia è uguale per tutti”, mafiosi diventati politici. E il lavoro sul campo, di agitatore e educatore, semplice e arduo, contrastato da “tutti”, eccetto i poveri inermi. Rassegnato a volte – “L’alba diventa un’ora\ che stenti a riconoscere nel grigio\ di ogni altra ora”. Gnomico: “Sono eguali due rondini\ se non sei rondine:\ due occhi eguali non esistono.\ Due alberi eguali non esistono,\ fiori eguali, due petali\ - due canti eguali,\ due toni.\ Due albe eguali non esistono,\ tramonti eguali, due stelle,\ ore eguali,\ attimi”. Sorpreso. Ma sempre, al fondo, giovanile, entusiasta se non spensierato¨”Una riunione è buona se alla fine\ uno non è più lui\ ed è più lui di prima”..
Danilo Dolci non fu molto amato, specie in Sicilia, dove pure con la sua pedagogia della interpeneterazione si può dire rinato (sposato a una vedova con cinque figli, ne ha avuti altri cinque), e alla fine restò isolato. Ma i suoi temi cinquant’anni fa sono quelli di oggi. Scuole crepate, dove ci sono. L’agricoltura stordita – “SI COMPRA CARO, SI VENDE PER NIENTE”. I tradimenti, troppi. E sbirri ovunque, non per la buona causa – “Non so più contare le denunce\ e i processi ridicoli che  arrivano\ ma pericolosi come il veleno”..
Resistette. ”Nel mio bisogno di poesia, gli uomini,\ la terra, l’acqua, sono diventati\ le mie parole”. L’impegno per la pace, che condivise con Capitini, lo portò a Hiroshima – e alla moderna Auschwitz dei Gastarbeier  in Germania, dove il giaciglio nella baracca di legno veniva fatto pagare dall’impresa, orario di lavoro 5\18. Ma finì deluso, nei limiti di questa raccolta, incattivito, la sensazione soffrendo di scavare sabbia – altro non gli si chiede più che l’ennesimo digiuno di protesta, per la secna: “grumo\ vagante di galassia”, un grumo triestino, da mare di scoglio, immerso nella calida spugnosa Sicilia, sommerso.
Molte le cose viste e i personaggi frequentati. Gente umile del luogo per lo più, di distinta dignità. I  cooperanti volontari, giovani e meno giovani, specie dal mondo tedesco. Alcuni nomi di scorcio: Capitini, Tono (Zancanaro?), Ernesto (Treccani?), il presidente eletto Leone, “un furbesco patrono dei amfiosi”. E Sciascia probabilmente, non nominato, non simpatetico – muto all’incontro: “Poiché stigmatizzava sulla stampa\ il non prendere partito,\ sono andato a trovarlo nella sua\ città, per domandargli notizie\ su un mafioso locale divenuto\ politico potente:\ e pure se involpito nella stori della sua terra,\ pure se aveva pubblicato lustri\ romanzi sulla mafia -\ un fatto, un solo dato, un accennare\ non gli è sortito dalla bocca triste”. La raccolta è nel complesso di poesia civile, o politica, sulla deriva di Pasolini, di prose infiammate – quattro dei cinque album che la compongono, “Voci di una galassia”, “Il limone lunare”, “Non sentite l’odore del fumo?”, “Sopra questo frammento di galassia” (il quinto è un ripescaggio di gioventù, “Ricercari”).
Nato nel retroterra giuliano da mare slovena e padre siciliano – allora si poteva, 1922 – Dolci è stato in Sicilia, dove poi ha sposato una vedova con cinque figli e ne ha avuti altri cinque, l’inventore del digiuno pubblico di massa, dello sciopero alla rovescia - farsi per esempio una strada necessaria - per il quale finì in carcere e all’esibizione in manette, e della prima radio privata nel 1971, Radio Partinico Libera. Molto attivo anche dopo il terremoto del Belice, 1968.
Negli ultimi tre decenni del Novecento fu soprattutto impegnato nella pedagogia della maieutica, l’approccio innovativo con cui si era presentato in Sicilia vent’anni prima: la trasmissione culturale come interrelazione, un dare e avere costante, con la cultura e le competenze locali, tradizionali, personali. Come mezzo migliore sia all’alfabetizzazione senza ritorno, sia alla “capacitazione” (empowerment) degli individui, specie degli “esclusi”. Ma fu più noto come autore di denunce famose – quella di Bernardo Mattarella gli valse una condanna (è il nome su cui l’innominato Sciascia rimase muto?). A cominciare dall’inchiesta su Palma di Montechiaro nel 1960, a trenta km. da Agrigento, scena del “Gattopardo” e feudo inerte di Tomasi di Lampedusa, l’autore del romanzo, dove la grande maggioranza dei 20 mila abitanti vivevano in casupole senza luce, accatastati, con gli animali doestici, il novanta per cento senza acqua corrente e l’86 per cento senza gabinetto. Era ieri.
Danilo Dolci, Poema umano, Mesogea, pp. 269 € 16

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