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martedì 16 aprile 2019

Letture - 381

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Italia – Si direbbe allo stadio finale dei “Principi della scienza nuova” di Vico, di quella finale delle sue velocissime metamorfosi storiche – alla “degnità LXVI”: “Gli uomini prima sentono il necessario, dipoi badano all’utile, appresso avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano del piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrappazzar le sostanze”.

Machiavelli – Ebbe, fra i tanti commentatori, Campanella e Vico simultaneamente anti e pro. Campanella nell’“Atheisumus Triumphatus”, nelle poesie e in altre scritture, offeso, sdegnato, dal poco o nessun conto che Machiavelli pragmatico faceva della morale, che Campanella per qualche tempo voleva universale, provvidenziale, umana. A Machiavelli rimproverando specificamente di amare “la parte più che il tutto e più se stesso che la specie umana”. Anche Vico fu ambivalente, spiegava Roberto Esposito nel suo primo saggio, “La politica e la storia. Machiavelli e Vico”, quarant’anni fa. Vale per Vico l’osservazione che un altro suo studioso, Marco Vanzulli, premette a un saggio analogo: “L’importanza di Machiavelli per il pensatore napoletano è già evidente per la critica di cui è costantemente fatto oggetto, e gli autori che Vico attacca con accanimento costituiscono tutti, a diverso titolo, dei riferimenti fondamentali del suo pensiero. Machiavelli è in buona compagnia, Hobbes, Spinoza, Cartesio…”
E tuttavia entrambi si ponevano come continuatori, se non successori, dell’opera di Machiavelli. Del disboscamento della società politica. In Campanella nell’utopia. Di più, più specificamente, in Vico, il cui titolo principale è esattamente “Principi di Scienza Nuova d’intorno alla comune natura delle nazioni”. Al culmine di quali eleva lo Stato a principio regolatore. E, soprattutto, la morale vuole assorbita nella politica. Il bene comune essendo il bene supremo.

Mare – È solitamente l’orizzonte aperto, mobile, l’ignoto, l’avventura – l’“Odissea”. Dominique Fernandez, “La Société du mystère”, ne fa la summa al rovescio, come di una distesa inerte, così lo vuole sentito dal suo personaggio, il pittore Bronzino, quando per la prima volta sbuca sul mare “dalle belle colline toscane”: “Una distesa d’acqua senza limiti, un paesaggio senza disegno né struttura, invariabile, monotono, stiracchiato fino all’infinito, questa successione di onde che si ripetono e vengono a morire, allo stesso posto, tutta questa uniformità mi sembrò insipida”.

Mitteleuropa -  È l’Est continentale, fatto “di pianure, di montagne, di case, di luoghi in cui si sta ben coperti, di alberghi a poco prezzo nei quali ci si lava la faccia e le mani nel lavandino”. Che finiva “dove cominciava l’acqua, qualsiasi acqua, qualsiasi mare” - Claudio Magris,”Lezioni di musica” (in “Tempo curvo a Krems”).
“Occidente, occiduo, occidentale”, a un mitteleuropeo sbucato a Trieste evocavano, continua Magris narratore, “la solitudine oceanica” . Erano anche una musica, “che sentiva sussurrare come una sirena in quelle dolcissime consonanti palatali”.

Statue – Hanno generato un filone consistente nella letteratura d’evasione, in forma di amore delle statue – amore passionale, animato.
Il  filone più consistente è stato quello mariologico, innestato sulla raccolta, voluta da Gregorio Magno, delle veneri, le giunoni e le diane di Roma antica dentro il Colosseo. Tutti quei marmi fibrillarono nelle fantasie del popolo cristiano in fidan­zate, mogli, madri e madonne. Registrata nel “De Gestibus Regum Anglorum” con cui Guglielmo di Malmesbury tentò nel 1125 di edificare una storia inglese, la raccolta di san Gregorio trapassò nei repertori narrativi di ogni tronco letterario euro­peo; fino all’“Urania” di Giovanni Pontano, alle odi leggere di Piron, al filosofo sensualista Condillac, il quale immaginò una “statua psicologica” fatta di marmo sensibile, e a Prosper Mérimée - c’è una prevalenza di francesi.
Di Mérimée, amico stretto di Stendhal e suo esecutore testamentario, molti sono i casi. In “La Venere d’Ille” un giovane alla vigilia del matrimonio, mettendosi in libertà per fare sport, appende l’anello destinato alla fidanzata al dito di una statua e l’indomani è trovato morto nel letto nuziale. In “Lokis” un giovane muore nel letto nuziale tra le due fidanzate, una donna e una statua “dagli occhi di tigre”. E in “Il viccolo (sic!) di madama Lucrezia, in una storia fulminante dentro la narrazione prolissa: un milord, archeologo dilettante a Tivoli, s’inna­mora di una statua che “ogni notte si animava a suo profitto”, ne viene strangolato, impaziente gli subentra un altro baronet­to isolano.

Non infrequenti sono stati, dopo Gregorio, gli innamoramenti mistici delle statue della Madonna e dei santi. Ultimo Vincenzo Consolo con santa Rosalia, “una fanciulla sensuale di marmo bianco, quasi carnacino”. Animare le statue è però ambizione suprema in letteratura, che quindi abbonda di marmi. Esempla­re la quinta delle sfrenate elegie romane di Goethe: “E non mi erudisco mentre spio le forme dell’amabile seno, guido la mano giù per i fianchi? Solo allora intendo il marmo...”.
Rilanciato in tempi vicini dalla scrittrice irlandese di porno leg­gero “Sally Mara”, il topos aveva naturalmente posto d’onore tra “I ballisti” di Luciano, impropriamente detti falsari o amanti del falso. Ma si ride poco con le statue. A parte Luciano e “Sal­ly Mara”, si registra un epigramma dell’“Antologia greca”: “Il dottor Marco porse ieri i suoi servigi a una statua di Giove, e la divinità, benché sia di pietra, sarà sepolta oggi”.

Il rapporto corpo-statua, una somiglianza, un destino, è il tema sinfonico del “Fauno di marmo”, il romanzo di Nathanael Hawthorne che inaugurò il filone mitico del genere cosmopolita ed ebbe forma plastica al cinema nel 1919 nelle fattezze di Elena Sangro, la Piacente che risveglierà D’Annunzio vecchiarello al­le geometrie del Triangolo e del Cerchio, sorpresa dovutamente celebrata in versi, nel “Poema segreto”. Ma il “bellissimo di Sa­lem”, fondatore della letteratura americana, disapprovava che gli scultori, in pieno secolo XIX, sbozzassero marmi nudi.

Le statue delle fontane sono felici, secondo D’Annunzio, “La città morta”: “Esse godono, nel tempo medesimo, dell’inerzia e della fluidità”.
L’amore di Carmide, personaggio di un dialogo pla­tonico, con la statua di Pallade-Arena è il focus del poema a lui intitolato di Oscar Wilde - ce ne sarebbe un altro, la dichiara­zione d’amore della statua a Carmide morto, ma è diluita per ben 25 sestine, su un totale di 111.
Ne “La salamandra e la statua”, fiaba originale di Cristoph Martin Wieland, una delle poche da lui non copiate, la statua è la forma nella quale il druido fa trova­re moglie al figlio.
Il favolista filosofo Wieland era antiromantico. Ma sarà tuttavia proprio la superproduzione romantica ad attingere alle statue con ampiezza: Victor Hugo a 16 anni, Heine nelle “Notti fiorentine”, Eichendorff, “Das Marmorbild”, Nietzsche, “La gaia scienza”, W.E. Yeats, “The Statues”, Henry Ja­mes, “L’ultimo dei Valeri” e “La statua di Giunone”, la giovane Yourcenar di “Denaro del sogno”, Fleur Jaeggy, “Statue d’acqua”.
“La Jongleuse” di Rachilde, disgustata dell’amore fisico, si accoppia con forme di alabastro. “La donna senz’ombra” di Hofmannstahl incontra una statua, uomo, ragazzo, principe, cacciatore, aman­te, sposo, che però c’è e non c’è. Un titolo lapidario, “Les filles de marbre”, commedia di Théodore Barrière, serve al dire e non dire di Proust per addebitare a Odette “amori di quel tipo”, cioè da casa d’appuntamenti.

Marmorei turbamenti extraletterari sono testimoniati dalle so­relle Mancini, le nipoti del cardinale Mazzarino, in personaggi, eu­nuchi o mariti. Mossi probabilmente da quello stimolo che Bal­zac, nel promiscuo “Sarrasine”, ha chiamato “la gelosia delle inci­sioni, dei quadri, delle statue in cui gli artisti esagerano la bel­lezza umana, per la dottrina che li porta a idealizzare”. E che Guy de Maupassant visse eccitato a Siracusa davanti alla Vene­re testé scoperta dal cavalier Saverio Landolina: “È la donna così come la si ama, come la si desidera, come la si vuole strin­gere. È prosperosa, col seno fiorente, l’anca possente e la gam­ba un po’ forte, è una Venere carnale che si sogna coricata pur vedendola in piedi”.

La memorialistica è inesauribile: “La pas­sione dei marmi è molto, ma molto più rara del sadismo”, spie­ga Mario Praz, dove “rara” evidentemente sta per “comples­sa”. Jurgis Baltrusaitis pone fra le “Aberrazioni” la “pietra figura­ta” o fiorentina, animata da colori e figure, naturali o incise. Ha la passione dei marmi il professor Baldasseroni, antagonista del “Serpente” di Luigi Malerba, che “non potrà volare mai per­ché tende verso il basso”. Il presidente De Brosses al contrario addebitava buona parte della grandezza dei romani antichi alla loro ineguagliata passione per i marmi. I nudi di pietra fiorenti­ni emozionarono perfino l’olimpico Montesquieu. Per le “soa­vissime figure di pietra”, unicamente per quelle, smaniava il marchesino De Pisis. Nella corrispondenza che Mérimée, l’amico di Stendhal, teneva nella sua funzione di ispettore generale ai monu­menti artistici, la donna statuaria che mozza il respiro ritorna frequente.

Statuario è il fantasma della gigantessa di Baudelaire, delle hommasses di Brantòme, e di “Sodoma e Gomorra”. Dove però, in omaggio alla mortemartiana disidratazione del desiderio, indica solo una donna grassa.
Carlo Dossi rimosse l’amore dopo una settimana di frenetico concubinato statuario.
Malaparte invece ebbe una sorpresa: andò a lungo “ogni giorno a fare all’amore con la Lau­rina di Cafaggio, una statua di pietra grigia, senza braccia, le guance rose dal vento e dalla pioggia, affacciata al muro di un orto”, che quando il muro fu abbattuto si rivelò un torso ma­schile. Il suo emulo André Pieyre de Mandiargues, che “mai” fu “così felice come in Italia”, e provava questo stato soprat­tutto con le pietre, inciampò un giorno, in “Marbres ou les mystères d’Italie”, in una grande statua, distesa per terra come cadave­re, che per scienza infusa capì essere “il lettore” — carogna di un dio per il quale “l’autore” era stato creato, ma al pari di lui era morto.
Il caso più famoso riguarda la Giustizia che il mila­nese Della Porta scolpì a San Pietro sul mausoleo di Paolo III Farnese, “tanto bella”, attesta il Belli, “ch’un zignore ingrese ’na vorta un zampietrino ce lo prese in atto sconcio e co’ l’uccello in mano”, talché fu necessario che il Bernini la ricoprisse di sottane.
La Venere Italica, Paolina Borghese, suscitò passioni comuni a Fo­scolo, aFlaubert (“mi si perdoni, è stato da molto tempo il solo bacio sensuale”: il genio grammaticale che aveva paura del cor­po fu visto piangere spesso davanti alle pietre) e al popolo, al punto che si dovette ordinare il trasferimento della statua di Canova dalla romana villa Medici a Firenze, perché “ben spes­so con parole e con gesti dei più scorretti abusata” — tutti evi­dentemente inconsci del carattere “cimiteriale” che Roberto Longhi le attribuiva.
La passione popolare si rinnovò nel 1901, quando venne svelata a Roma la fontana dell’Esedra o delle Naiadi: i rapporti delle guardie regie fanno stato di ripetuti epi­sodi di trasporto emotivo.
Gli archivi ribollono di storie incon­fessabili con il Davide della Signoria, vero Golem fossile.
Nell’antichità la commistione servi anche da mezzo di produ­zione. Sull’esempio di quegli scultori che colarono a lungo i loro bronzi, specie quelli delle divinità virginali, nei calchi dei seni di Teodota, la bellissima fidanzata di Alcibiade.

L’archetipo è in Pigmalione, il conquistatore di Cipro che, offeso dalle voglie delle donne del luogo, se ne fece una di marmo, uguale ad Afro­dite divinità dell’isola, se ne innamorò e secondo Ovidio la in­gravidò – la statua delle “Metamorfosi” sarà detta di Galatea nel Settecento (ma Goethe la chiama ancora diversamente, Elisa). Secondo Robert Graves, “I miti greci”, il latteo simulacro della dea nel suo letto serviva invece a Pigmalione per mante­nersi, principe consorte, sul trono, in analogia con il trucco escogitato da Micol per salvare David dalla follia di Samuele. Boccaccio opina che la donna di marmo in realtà mascherasse un’acerba vìrgunculam.
Ateneo racconta di Cotide, re della Tracia, che, innamorato di un simulacro di Atena, straziava l’amante vera con le unghie a partire dal basso ventre, ma questa redazione del mito non è sopravvissuta nella panoplia dell’amo­re ideale.

È un referente artistico. Nella “Filosofìa nova” Stendhal lo dice, incontro­vertibile: “Bisogna descrivere l’Apollo del Belvedere nelle braccia della Venere dei Medici nei più incantevoli giardini di Napoli e non un grasso Olandese sopra la sua Olandese in un sudicio mezzanino”.
L’embrione è Pandora, la prima donna, che Zeus fece modellare in argilla. Di questa storia è fervoroso tramite il poeta anti-femminista Esiodo.
La statua fa la diffe­renza, attesta Roberto Calasso analizzando la sbandata di Gio­ve per la copia di Hera, la sacerdotessa dal nome rivelatore di Io.
Si aprono baratri nella misoginia, nel cui amore delle statue si rappresenta la ricerca trepida dell’amore-amante immobile, che tenti e rassereni. Tale l’ateniese Amicleto, il quale, sorpreso a fare l’amore nottetempo con una statua di Venere, così si giu­stificò davanti ai giudici: “Ho voluto amare una pietra, perché so amare, e non sono così vile che ami per essere amato”.

Tedeschi – “I tedeschi sapevano obbedire e catare, che era la stessa cosa, dire di sì” – Claudio Magris, “Il custode” (in “Tempo curvo a Krems”).

Le donne tedesche, le buone mogli di Stendhal e Tacito, si legano ai mariti anche coi soldi: condividono il reddito, che lei lavori o no, e sgonfiano l’imposta progressiva, pagando aliquote marginali più basse, avendo imposto allo Stato lo splitting, la divisione del reddito familiare in due.
E sempre si salvano: la principessa Sofia Carlotta di Braunschweig Wolfenbüttel, sposata ad Alessio, il figlio che Pietro il Grande uccise, finse di essere morta e lasciò che si celebrasse il funerale, mentre fuggiva in Martinica, dove si rifece con valenti coloni francesi.

letterautore@antiit.eu

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