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domenica 2 giugno 2019

La rivoluzione è conservatrice e culturale


 “Non è l’abitare sul suolo natìo né il contatto fisico generato dai commerci che ci unisce a formare una comunità, bensì, prima di ogni altra cosa, l’esistenza di legami spirituali”. Chje sembra una banalità, ma per “legami spirituali” Hofmannstahl intende l’opera letteraria. Che non è una novità, ma lui lo riafferma in un momento delicato. Agli antipodi di Heidegger, del suo strapaese di terra e sangue, sul solco della stessa “rivoluzione conservatrice,  dieci anni prima di lui, quando la tempesta si temeva ma non si vedeva, Hofmannstahl esordisce a Monaco,  con questo “Discorso” che il rettore Vossler e altri grandi intellettuali residenti, tra essi Th.Mann, hanno voluto per arginare e indirizzare il nazionalismo.
In un’epoca di crisi un secolo fa, analoga a quella  in corso, dell’Europa, dell’Occidente, di crisi si direbbe delle  coscienze, anche se il termine è desueto e quindi non più significante, che d’improvviso si ritrova e si vuole senza radici, per una sorta di modernità, la caricatura della modernità, Hofmannstahl moltiplica l’impegno, anche organizzativo e di proposta, per “sfuggire”, spiega la curatrice, “allo sguardo paralizzante dell’attualità, riallacciare il fio interrotto della tradizione, ricostruire attorno ai valori della cultura e dello spirito l’identità di una nazione disorientata”. Una identità.
A questo fine il poeta e drammaturgo austriaco ha rifondato nel 1920 - in realtà fondato, insieme con Richard Strauss e Max Rheinardt, allora direttore del teatro di città - il festival di Salisburgo. E poi molteplici riviste, case editrici e convegni. Qui la sua proposta è semplice: “Noi non abbiamo la storia che ci lega uniti… Solo nella letteratura troviamo la nostra fisionomia” - evidenza che si potrebbe travasare pari pari in Italia. E a Carl Burckhardt nello stesso piego di tempo: “Ho conservato la mia terra natale ma non ho più patria se non l’Europa” – dopo la dissoluzione dell’impero austro-ungarico. Contro “il titanismo dell’anima tedesca” (Elena Raponi) proponendo la “socievolezza” della cultura francese. Hofmannstahl sceglie come reagente la Francia invece che l’Italia, cui era legato familiarmente – era milanese la nonna paterna, Petronilla Rhô – probabilmente perché in Italia c’erano già le leggi speciali di Mussolini, il regime. Su di essa indirizzandosi anche per la lettura di Paul Ludwig Landsberg, “Il mondo del Medio Evo e noi”, e di Vossler, “Italienisch- Franzōsisch-Spanisch: ihre literarischen und sprachlichen Physiognomien”, sulle differenze culturali delle lingue neolatine: “Sul suolo della lingua francese perfino la figura più bizzarra e patologica viene integrata nella società”. Nonché di F. Ch. Rang, “Das Reich”, un ex pastore luterano molto critico dell’imperialismo e del nazionalismo tedesco.
Un testo che, con “La lettera di Lord  Chandos”, è il capolavoro saggistico del poeta e tragediografo. Il fondamento di quella che sarà chiamata la “rivoluzione conservatrice”, di E. Jünger e altri tedeschi inquieti – con questo titolo, “La rivoluzione conservatrice europea”, già tradotto nel 1983, e riproposto nel 2003.
Un monumento all’intellettuale. “Nulla acquista realtà nella vita politica della nazione  che non sia presente in spirito nella sua letteratura; nulla vi è in questa letteratura così povera di vita e piena di sogni che non diventi realtà nella vita della nazione”, in Francia - “In questo «paradiso delle parole»  risplende sull’uomo di lettere una dignità senza pari”. Mentre la Germania ha tralignato con l’avvento del “filisteo colto tedesco”. Quando la Germania “credette che fosse giungo il momento  di considerarsi la nazione con la cultura più forte”. Smettendo l figura del “cercatore”, che Nietzsche individua e sviluppa nelle “Inattuali”, proprio a proposito e contro l’incipiente involuzione nazionalistica.
Ma un’opera disperata già nel 1926. Hofmmanstahl deve subito scusarsi, al terzo capoverso, di usare la parola  Literatur, perché rimanda a Weltliteatur, che in Germania è spregiativo: “Il riflesso dello spirito di Goethe, che cento anni fa aleggiava su questa parola, si è ormai sbiadito”. Per “l’infausta frattura che corre nel nostro popolo tra le persone colte  e quelle che non lo sono”.
Le note diffuse e la circostanziata introduzione di Elena Raponi sono una lezione di storia germanica - tedesca e austriaca - a metà dei 1920. Avvincenti e accurate. Con l’ausilio dela corrispondenza di Hofmannstahl, abbondante e sempe molto dettagliata. La testimonianza del suo impegno lucido e costante nel nazionalismo montante. Di cui erano evidenti già allora, poco dopo la fine ingloriosa della guerra, i veleni.
Notevolissimo il recupero di Paul Ludwig Landsberg, oggi ridotto a teorico dell’eutanasia. Un ebreo convertito, ma ciò malgrado esule , dal 1934 fino alla morte nel 1941, allievo di Husserrl e Scheler, che opererà con Romano Guardini e il suo movimento dei Quickborn, per il rinnovamento liturgico cattolico. In particolare della sua opera di esordio, a ventun anni nel 1922, “Il mondo del Medio Evo e noi” (tradotto in “Opere filosofiche”).
Hugo von Hofmannstahl, Le opere come spazio spirituale della nazione, Morcelliana, pp. pp. 109 € 11

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