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martedì 28 novembre 2017

Il mondo com'è (325)

astolfo

Imperialismo – È categoria politica in disuso. Obliterata con la caduta del Muro, dell’impero sovietico, e con la globalizzazione. Dopo essere stata al centro della storia europea per almeno due secoli. Come dominio coloniale, come amministrazione diretta, e come dominio di potenza, per influenza politica o, soprattutto, militare.
L’inglese ne registra l’apparizione nel 1832, come “dottrina dei partigiani del dominio imperiale”, ma di più a partire dal 1878, quando si facevano alleanze, intese e congressi per gli imperi europei nel mondo, mediante accordi di divisione si sfere d’influenza e per evitare collisioni fra i disegni delle metropoli o fra gli eserciti di conquista, in Africa e in Asia.
Altre categorie di sfruttamento sono subentrate, anche se non se ne fa la classificazione (teorizzazione). L’Africa, a mezzo secolo dalle indipendenze, è solo un luogo da cui fuggire. Nessuno dei cinquantaquattro governi africani può vantare un record di buone opere, anche se solo alla sommatoria, di buono e cattivo: giustizia, istruzione, produzione. Molti sono regimi a vita, anche se con elezioni periodiche. La corruzione è la norma, con conti in Svizzera - pratica altrove desueta ma in Africa praticatissima, dall’Angola alla Nigeria e allo Zimbabwe. Lo sfruttamento pure. E le uniche produzioni attive sono di tipo monoculturale, le vecchie specializzazioni coloniali.
Alla sommatoria, il colonialismo, con tutte le sue colpe, ha costruito più che le indipendenze, in Africa e anche in alcuni paesi dell’Asia, in Sri Lanka, in Birmania.

Italia – La politica vi è salvifica? Calvino lo diceva a proposito dei comunisti negli anni 1960, in un articolo su”la Repubblica”  il 13 dicembre 1980 (“Quel giorno i carri armati uccisero le nostre speranze”): “Noi comunisti italiani eravamo schizofrenici. Sì, credo proprio che questo sia il termine esatto. Con una parte di noi eravamo e volevamo essere i testimoni della verità, i vendicatori dei tori subiti dai deboli e dagli oppressi, i difensori della giustizia contro ogni sopraffazione. Con un’altra parte di noi giustificavamo i torti, le sopraffazioni, la tirannide del partito, e Stalin, in nome della Causa. Schizofrenici. Dissociati. Ricordo benissimo che quando mi capitava di andare in viaggio in qualche paese del socialismo, mi sentivo profondamente a disagio, estraneo, ostile”. Ma quando il treno mi riportava in Italia, quando ripassavo il confine, mi domandavo: ma qui, in Italia, in questa Italia, che cos’altro potrei essere se no comunista?” Al punto da passare per questo sopra a ogni esigenza di coerenza, di verità – anche personalmente: Calvino scrisse corrispondenze affettuose a e ammirate dall’Urss per “l’Unità”.
O la dissociazione non deriva da un bisogno di assolutezza (purezza)? Anche perché non è condizione unicamente comunista, ogni fede politica, si può dire, la condivide in nuce, in radice.. Della politica non concepita non come buona amministrazione, capacità delle persone, bontà dei programmi. Come avviene nei paesi anglosassoni, che votano da molto tempo,  ma anche i Germania. Mentre in Italia è vissuta, non concepita: umorale e passionale, e assoluta. È esito sacrale e assoluto, ancorché indistinto, un’escatologia.
Questo sentimento è comune anche al corpo informe del voto cosiddetto confessionale, dovunque si collochi, si esprima esso per la vecchia Dc, o per Berlusconi, o per Renzi: una passione magari intermittente ma totalitaria. E alla indigeribilità di Berlusconi, una vera e propria guerra ormai di trent’anni, con mobilitazione di polizie, tribunali e redazioni. I socialisti, che proponevano una politica delle cose, sono stati spazzati via, fin nella memoria. Grillo, che non sa che cosa vuole, ma la vuole per sé, con passione, è invece una droga per molti, a prova di giudizio – soprattutto per le “vecchie guardie” comuniste e fasciste.
Una politica totalizzante la diceva Calvino, che spesso per essa compiva – o non: a cui spesso si chiedevano? – “operazioni abusive e mistificanti”. Mussolini ha perso la guerra, ma per il resto rispondeva alle attese. L’Italia è nell’impasse politico da trent’anni da quando il comunismo morendo le ha inoculato nuovamente la politica della non politica.

Italia-Europa – Si può dire l’Italia vittima dell’Europa.
Si lamenta, nel senso comune, e perfino nel governo, che ne è in gran parte il responsabile, un complesso d’inferiorità dell’Italia nei confronti dell’Europa. Grande e piccola. Una dissimmetria, che non corrisponde alle dimensioni demografiche, produttive, di conoscenze, e di patrimonio culturale, dell’Italia in Europa.
In effetti è così: la dissimmetria non è l’esito di una disparità dimensionale, di ampiezza, territoriale, demografica, produttiva. Anzi, la posizione geografica farebbe naturalmente dell’Italia una potenza europea, la potenza europea nel Mediterraneo. È una dissimmetria che parte da lontano, è millenaria. Ed è di tipo imperialistico.
Si addebita l’“inferiorità” dell’Italia al frazionamento politico, che si è ricomposto solo con l’unità, nel 1860. Dopo aver favorito, e anzi invitato, intromissioni straniere di ogni tipo: per oltre mille anni l’Italia, pur colta, ricca, intraprendente, avventurosa, è stata il truogolo di ogni gigante e nano d’oltralpe e d’oltremare. Questo  è risaputo, ma si dimentica nell’Italia contemporanea. Anche perché la Repubblica in troppe occasioni si è asservita e si asservisce – da ultimo nelle regole bancarie, dal bail-in agli npl, questioni solo apparentemente specialistiche.
Ma – è questo il punto nodale – mai l’Italia si è intromessa, in nessun modo, oltralpe e oltremare. Mentre è sempre stata invasa e occupata. Dalla Germania dapprima, fino al Barbarossa. E dagli arabo-berberi del Nord Africa. Poi dalla Francia, a partire dai Normanni, e dalla Spagna, che se la divisero. Poi dai Borbone e gli Asburgo, legati all’impero d’Austria. E nell’Otto-Novecento è intervenuta anche la Gran Bretagna, in Sicilia e Calabria e, sulla rotta per il Medio Oriente, e più ancora dopo il Canale di Suez.
Il tardo colonialismo del Novecento, in Libia e in Etiopia, non muta la dissimmetria.
L’imperialismo europeo in Italia è stato sempre anche molto violento. Il frazionamento si era ricomposto a metà Quattrocento, con la pace di Lodi tra le signorie, ma Carlo VIII e i suoi vassalli,  i Borgia per primi, la fecero naufragare con sconquasso – illudendo Machiavelli, che cercava una dinastia unificatrice, fallito il concerto dei signori, e pensava di averlo trovato nel “Valentino” (vittima forse più del fascino del palazzo Ducale di Urbino, dove lo aveva incontrato da emissario giovane della Repubblica, che dal personaggio).
Tra Italia e Francia, in particolare, la storia è a senso unico: di occupazioni e intromissioni. Sempre della Francia in Italia, mai all’inverso – se non per l’avventura di Mussolini nella guerra di Hitler (in certo modo benefica per la Francia occupata dagli italiani, che beneficiò di clemenza rispetto alla repubblica di Vichy). Senza mai neppure un diversivo. Sì, Nizza e la Corsica di Mussolini, ma non c credeva nemmeno lui.
Le intromissioni non si sono ridotte con l’Unione Europea, di cui pure l’Italia fu una delle prime e più convinte assertrici. Della Germania, che si è messa sempre di traverso in tutti i rapporti dell’Italia con l’Est Europa, petrolio, gas, tubi, trattori, automobili, perfino le pellicce. E più ancora della Francia. Nei rapporti col Medio Oriente, dal Libano all’Iran, e in Nord Africa. Fino alla Libia, di Sarkozy e ora di Macron: una sovversione antitaliana perfida, tanto più in quanto perdente.
Solo a metà Ottocento l’Italia ha raggiunto la rispettabilità, in termini di codici d’onore della potenza, con l’unità: una vera rivoluzione, e più per l’Europa si può dire che per l’Italia. Ma anche l’unità fu raggiunta sotto il patronaggio della Francia al Nord, contro l’Austria-Ungheria – dopo che la stessa Francia aveva abbattuto la Repubblica Romana, l’inizio di una nuova Italia, senza giustificativo. E dell’Inghilterra nella guerra ai Borboni. E per una stagione breve. Già con Lissa e Custoza la credibilità si era dissolta.
Non conta in realtà la divisione, anche la Germania era divisa. Ma si è presentata all’unità con la Prussia. Una staterello che non era più grande, come dimensioni e popolazione, del Regno di Sardegna, ma aveva acquisito nel Settecento con le guerra vincenti alla Sassonia e all’Austria, di Federico II il Grande, e poi nelle guerre napoleoniche, statuto di potenza europea. E da sola unificò la Germania, sempre vincente.
Nessun principe italiano ha avuto disegni, nemmeno perdenti, oltralpe. Ma, più che delle divisioni, si può dire l’Italia vittima della sua mancata forza militare, non altro. Quello che il cardinale di Rouen spiegò a Machiavelli nel corso della sua ambasciata alla corte di Luigi XI in Francia – o Machiavelli si fece spiegare dal cardinale, di cui riferì nelle relazioni a Firenze e tredici anni dopo poi rielaborò al capitolo terzo del “Principe”: gli italiani non contano perché non s’intendono di guerra.

È questa l’origine della dissimmetria, che è in realtà una dipendenza. Anche oggi che non si combatte con le armi - l’Europa è vaselinesca.

astolfo@antiit.eu 

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