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giovedì 6 aprile 2017

Il mondo com'è (300)

astolfo

Eugenetica – Non nasce ora – ora è meno aggressiva di un secolo fa benché domini i media. Tutti i valori della modernità convergono sulla buona morte, dagli Usa e gli scandinavi dei buoni sentimenti, come dalla Germania. A fine guerra, l’altra guerra, forse sopraffatti dalla sovrappopolazione, gli ottimi Alfred Hoche e Karl Binding, un medico e un giurista teutonici, entrambi molto liberali, pubblicavano un “Via libera all’annientamento della vita priva di valore vitale”, un volumetto che è quasi una guida, spirituale e materiale.

Parte di un più vasto programma, della buona vita o eugenetica.
La parola è beneaugurate, la biologia fatalmente vi confluisce, gli anni Venti ci credettero. Fu popolare agli inizi in Germania, i Krupp ne finanziarono la ricerca. E negli Usa a opera di Charles Davenport, che a fine Ottocento divisò una società in cui “innamorarsi con intelligenza”. Nonché di Madison Grant, avvocato, e Theodor Roosevelt, poi presidente Progressista e Nobel per la pace, che fondarono la New York Zoological Society, al fine di bloccare l’emigrazione dall’Est e Sud Europa e sterilizzare gli immigrati da quelle zone, italiani, iberici, balcanici. Il blocco divenne legge, e la sterilizzazione fu libera fino a tutti gli anni Venti, fino a che la Depressione non la rese onerosa. La sterilizzazione coatta dei poveri si praticò su larga scala, diecimila casi nella sola California. Il giudice Oliver Wendell Holmes jr., pilastro del liberalismo americano, e per trent’anni della Corte Suprema, fino ai suoi novant’anni, la autorizzò nel 1927, quando ne aveva 86, per i “mentalmente disabili”. Né si è spenta negli Usa la speranza di eliminare geneticamente la criminalità.
Gli amori intelligenti Davenport voleva tra partner astemi, danarosi e nordici. Margaret Sanger, che gli subentrò nell’impegno, li praticò a partire da Havelock Ellis, il sessuologo. Una volta libera dal secondo coniugio con tre figli, dopo il primo di prova contratto a diciott’anni. Pa-rona degli immigrati, distribuì profilattici gratis nei quartieri poveri di New York. Nel controllo delle nascite individuando anche il nodo della liberazione della donna. Si espongono o uccidono le bambine, Margaret spiegherà nel 1920 in “Woman and the New Race”, in India e Cina, a iniziativa delle stesse madri. Come già a Sparta, dove le donne, possedendo i due quinti della terra, controllavano la famiglia e l’infanticidio selettivo. In Germania la pratica fu tanto diffusa che “un solo principe ebbe a condannare ventimila donne a morte per infanticidio”, e un decreto del 1532 dovette comminare a scopo dissuasivo pene quali l’impalamento, la sepoltura da vivi, l’annegamento in un sacco con un serpente, un cane e un gatto. In Italia per ogni 100 uomini infanticidi Margaret registrava 477 donne – senza contare che l’uomo “di solito lo fa istigato dalla donna”.
Era una genetica utopista, quella degli anni Venti, che la povertà imputava ai geni poveri dei poveri. Specie a Londra, dove l’eugenetica di Davenport fu rilanciata da Keynes, Bertrand Russell, Wells e Maria Stipes, la quale nel ‘21 fondò una Società per il Controllo Costruttivo delle Nascite e il Progresso Razziale. Con l’obiettivo di sterilizzare i maschi di colore. Era la parte nobile del “razzismo scientifico”: estirpare il male. Che la Germania non omise di copiare, adibendovi tipicamente una professione, l’“igienista razziale”. Nel ‘31 gli igienisti razziali Hans Harmsen e Fritz Lenz individuarono la radice della criminalità nelle malattie ereditarie, e proposero un piano per isolare le “stirpi malate”, per lo “sradicamento dei geni”. Eric Voegelin chiarì nel ‘33 in “Razza e stato” che il razzismo è utensile dell’imperialismo. Ma Harmsen insistette, e nello stesso anno elaborò con Gunther Ipsen, altro scienziato, un piano per la purezza del popolo tedesco attraverso la separazione razziale e una politica selettiva delle nascite. Nel ‘34 Hitler se n’appropriò, creando la scienza genealogica del popolo tedesco. Harmsen contribuì con la sterilizzazione dei disabili nella Innere Mission, il fronte interno, una catena di cliniche protestanti di cui era l’ufficiale sanitario. Sarà medico ancora dopo la guerra, fondatore della Pro Familia, nuova denominazione delle vecchie leghe eugenetiche, di cui è stato il presidente.
La sterilizzazione, che si pratica tuttora in India, su base volontaria con premio in denaro, ecologi e biologi non cessano di predicarla, un movimento anzi si potrebbe creare, di ecologi che si tagliano le palle in pubblico, per fermare le nascite.
L’eugenetica fu semplice e bella anche per Margaret Sanger. L’aborto selettivo surroga oggi l’infanticidio, con effetti variati: nei paesi islamici si abortisce, rilevò in “Woman and the New Race”, dopo che è nato il figlio maschio. Negli Usa stimò fra uno e due milioni di aborti l’anno, “una disgrazia per la civiltà”. Abortivano di più i neri, che però insistevano a procreare, e questo era insieme una disgrazia e un problema, moltiplicandosi criminali e asociali. Su questa base l’aborto selettivo diverrà la soluzione anche per Margaret, appena due anni dopo la “disgrazia per la civiltà”: per duecento pagine in “The Pivot of Civilization” calcola il costo “dell’imbecille sull’intera razza umana”, anche “finanziario e culturale”, con prefazione di H.G.Wells. “The Birth Control Review” parlò di “peso morto di rifiuti umani”, allargando la “minaccia alla razza” a neri, latini e balcanici, a causa non della lingua ma dell’inferiorità mentale. Contro i poveri fare appello alla scienza è non si sa se filantropia o crudeltà.
La Rassenhygiene nazista fu un’altra parola per la stessa cosa. E arrivò allo sterminio al termine di una progressione decennale: il gas e le altre tecniche di uccisione di massa furono introdotte per i tedeschi portatori di handicap. Né si è estinta. Gli antropologi americani e i biologi criticano i nazisti negando che ebrei e zingari fossero “vere” razze. Sono razze false? Siamo tutti un po’ ebrei, si dice, ma gli ebrei potrebbero aversene a male, a ragione. I terreni etnici sono scivolosi: saremmo ebrei per che cosa? E perché non lo saremmo? Ma col femminismo e l’espianto del maschio almeno uno degli aborti selettivi potrebbe andare a buona fine: quello che si pratica in India, Cina, islam se il figlio non è maschio.

Germania-Europa – La Germania non è “collaborativa”, è anti-europea: Savinio, lo scrittore, ha alla voce “Germanesimo” della sua “Nuova Enciclopedia”, “la guerra che da venti secoli gli europei combattono contro il germanesimo”. Che, dice, “non è se non la fatica ininterrotta che gli europei sono costretti a fare per riaccendere la luce che i tedeschi tentano ogni volta di spegnere”. Evocando la lotta di Indra contro Arimane, sospetta che “Arimane non muore, solo cambia nome e ora si chiama Attila, ora Alarico, ora Barbarossa, ora Guglielmo II, ora Hitler. Ed è sempre di razza tedesca” – “arianismo”, opina, come “arimanismo”?
“Germanesimo” è la voce più lunga della “Enciclopedia” di Savinio, è anzi doppia - la seconda è in realtà un excursus su Mussolini e i complessi del fascismo. Savinio non era antitedesco, la sua prima emigrazione “in Europa” dalla Grecia è stata in Germania. Della Germania dà però peculiare inquadratura: come di una forza, al centro dell’Europa, antieuropea.
I nemici dell’Europa, sostiene lo scrittore, sono le chiese – teosofia e massoneria incluse: “qualunque istituzione ha il fine di imporre l’idea di dio”: Ma, aggiunge, “l’europeismo ha in Europa un nemico più forte delle chiese, il germanesimo. Il popolo tedesco è in mezzo all’Europa un popolo non europeo. L’«Asia dell’Europa» è per Michelet la Germania”. Che Savinio assimila alle “antiche civiltà orientali come l’assira, la babilonese, l’egizia”. Di cui ha spiegato che “erano civiltà chiuse in sé e di carattere divino (teocratico)”. Civiltà che “potevano insegnare – l’Egitto  infatti insegnò alla Grecia – ma non potevano collaborare”. L’opposto del’europeismo: “L’europeismo invece è una forma di civiltà collaborativa. Questa è la sua qualità fondamentale”.  
Il germanesimo? “La civiltà tedesca non fonde i caratteri del germanesimo nel comune crogiolo i cui si fondono gli elementi che tutti assieme compongono l’europeismo: è una civiltà essenzialmente teocratica”, etc.  Di una religione nazionale: non che “il germanesimo sia dominato dall’idea di un dio. Dio, nelle civiltà teocratiche, non è condizione sine qua non. Si dice Dio per intendere una idea centrale e assoluta. Il dio della teocrazia germanica è la Germania stessa: è il ‘mito tedesco’”.
L’affinità della Germania con le antiche civiltà “teocratiche” Savinio dice testimoniata “da esempi spaventevoli”. Uno, “il più spaventoso e ‘probante’”, è la deportazione di interi popoli: “Le deportazioni  di popoli praticate dalla Germania nel secolo XX” nessun altro “aveva nonché osato neppure pensato di praticare dopo la fine di Babilonia, di Ninive, di Memfi”. Un altro è la guerra all’Europa, “i ripetuti tentativi della Germania di colonizzare  l’Europa: mentre altri popoli colonizzatori, Inghilterra per prima, colonizzano ‘fuori dell’Europa’”. Un’“altra prova è questa”, aggiunge, “che il popolo germanico è il solo grande popolo dell’Europa che non è mai intervenuto né con le armi né in altro modo a favore della indipendenza di un altro popolo europeo o comunque per il suo bene”. E conclude: “La Germania non solo è una nazione non europea in mezzo all’Europa, ma è la nemica dell’Europa, la nemica dell’europeismo”.
In precedenza ha fatto i pesi: “Il germanesimo può insegnare agli altri popoli europei, può arricchire il comune patrimonio culturale e scientifico dell’Europa con elementi a lui appartenenti, ma non può collaborare con gli altri popoli dell’Europa né contribuire attivamente e positivamente alla costituzione e al progresso dell’europeismo. La Germania ha una idea europea: ma di un’Europa sua propria, di un’Europa germanizzata, di un Europa costruita con materiali germanici e animata da spirito germanico”. Obiezioni? “La Germania non capisce una Europa ‘europea’”.

Russia – Il giornalista debuttante Edmond About, già archeologo capo-missione in Grecia, tenne a partire dal 1857 sul nuovo giornale parigino “Le Figaro” una rubrica, “Lettere di un bravo giovane”, che firmava Valentin de Quévilly. Annotazioni che poi raccolse in volume, “Lettere di un bravo giovane a sua cugina Maddalena”, di successo, già tradotto in italiano nel 1860. In una delle lettere svolge un dialogo geopolitico, “La nuova carta d’Europa”,  al tavolo comune in trattoria, come era d’uso, tra vari personaggi, uno dei quali è “un russo di buon senso”. Il contributo del russo alla “Nuova carta d’Europa” è questo: “Da 40 anni gli allarmisti dell’Occidente si figurano che la Russia debba piombare sull’Europa, non altrimenti che nel ’48 vi si faceva credere (ai francesi, n.d.r.) che le periferie avrebbero assaltato Parigi. Ebbene! Io voglio guarire la gente da questo terrore puerile”. E propone la rinascita e ricostituzione della Polonia allora smembrata, tra Russia e Austria-Ungheria. Potrebbe avvenire lo stesso con l’Ucraina?

astolfo@antiit.eu

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