Cerca nel blog

domenica 29 luglio 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (370)

Giuseppe Leuzzi

Molte forme linguistiche neolatine non hanno il tempo futuro, compreso il dialetto siciliano (e il calabrese), e ciò ha dato origine alla filosofia, di origine sciasciana, di un popolo che non ha futuro perché non ha futuro. Mentre il senso è diverso, il futuro è in origine, e rimane nei dialetti neolatini con forte presenza greca, una forma di aoristo, di possibilità.  Lo dimostra Ulderico Nisticò in “Controgrammatica della Calabria” - ora in  “Controstoria della Calabria).

Il futuro è del resto derivato dal congiuntivo, forma anche latina di possibilità.

Chievo salvo per un cavillo. Per analoga infrazione bilanci truccati, il Cesena e stato declassato e infine dichiarato fallito. Ma qui al posto del Chievo andava ripescato il Crotone, e per la serie A va bene cosi: niente trasferte al Sud. Giusto Napoli, che è vicino Roma e dà sempre buoni incassi - quote parti appetitose.

Si scioglie per mafia il consiglio comunale di Vittoria, in Sicilia. E si stringe il cuore: un Comune amministrato da sempre da socialisti e comunisti, che dell’estrema povertà, tutto pietra e aridità, è riuscito a fare una ricchezza. Con le colture astagionali in serra, specie dei prodotti dell’orto nei mesi invernali – il famoso “Pachino” è di fatto un’invenzione di Vittoria. Con piccoli e microproduttori che, organizzati in cooperative, sono riusciti a uscire dalla miseria.

Si tiene il Peperoncino Day, del “frutto piccante per antonomasia”, che la Calabria ha lanciato con notevole impegno di risorse, quale prodotto dietetico e salubre. Una tre giorni in realtà di “appuntamenti di alta gastronomia, convegni, seminari, esposizioni di produttori”. Si tiene a Viareggio. Organizzato dalla Regione Toscana, C’è chi semina, e chi sa vendere.

Il record del malaffare
Record in Calabria dei consigli comunali sciolti in un anno, dodici. L’Interno lo comunica con orgoglio, come fosse un exploit, e un successo della lotta alla criminalità. Mentre è un espediente troppo facile per troppe prefetture, per le carriere dei funzionari.
Solo in due dei dieci consigli comunali sciolti ci sono dei processi pendenti, con accuse precise. In altri si tratta di contiguità, presunte. Per parentele lontane. Ma nei paesi tutti sono parenti, lontani. La differenza la fanno solo gli informatori, sono loro che stabiliscono quali “parentele” sono attive oppure no. La decisione è comunque di funzionari che non hanno titolo per prenderla.
A Platì sono stati sciolti per mafia quattro consigli comunali di seguito, dopo altrettanti periodi di commissariamento, sempre per via della parentela diffusa. A San Luca, comune limitrofo, da due o tre elezioni nessuno si candida più, per non fare la stessa fine.   
Lo scioglimento del consiglio comunale per evitare pressioni mafiose sembrava una buona ricetta, ma non lo è, a giudicare dai casi, per nessun motivo. Salvo vere e proprie indagini su vere e proprie delittuosità, mafiose e non. L’assenza di un’amministrazione locale non è un rimedio da nessun punto di vista, tanto più in ambiti socialmente degradati come sono quelli a dominanza mafiosa.
Di Platì resta un curiosità. È stato la capitale dei rapimenti di persona in Aspromonte per un ventennio,  negli anni 1970-1990. Nessuno perseguito con successo. Benché l’Anonima Sequestri non fosse in realtà anonima. Nessuno scioglimento di consigli comunali all’epoca.  

Processioni
Le processioni, che disturbano il papa e il vescovo di Oppido-Palmi, Milito, disturbavano già un secolo e mezzo fa:
“Io non so se è per spirito di giustizia, non so se ho un brutto carattere, se mi manca un venerdì, ma io non posso mai guardare una processione senza ridere e senza avere pietà dell’umanità. Niente mi sembra più grottesco né insieme più cinico. Questo signore vestito d’oro e d’argento, riparati da un baldacchino carico d’oro portato da quattro o otto uomini, tutti fra i più laidi, i più avvizziti, trai più incartapecoriti, ci dicono che quest’uomo nel suo ostensorio d’oro porta la verità, il solo Dio. Suda, il portatore, è stanco, si indispettisce se una nuvola cupa oscura il cielo, e una carrozza attraversa il corteo o se un indifferente si tiene il cappello in testa, eppure regge il maestro supremo nelle sue mani ed è impotente a dissipare la nuvola, ad arrestare la carrozza, a costringere l’indifferente a scoprirsi la testa.
A che serve dunque abitare in un’ostia se non ci si fa rispettare di più? A che serve essere Dio se non si può nemmeno impedire a colui che vi porta di averne le tasche piene?
E se si è Dio, perché farsi circondare da tanti spaventosi cretini? Perché, guardate una processione, esaminate ognuna delle facce dei portatori di ceri: non ce n’è una sola che non muova alla pietà, al disgusto, al disprezzo o alla diffidenza. La faccia più onesta è quella che è soltanto ipocrita”… - e così per un’altra pagina e mezza.
È il ritaglio di “Le Grelot. Chiarivari (sic) belge”, giornale massone, di giovedì 15 settembre 1864, tiratura 282.397 copie, che Baudelaire conservava per il progettato libro sul Belgio (ricostruito, cinquant’anni dopo la sua morte, sulle carte del lascito, “La capitale delle Scimmie”), al cap. “Volgarità ed empietà belghe”. 

Aspromonte
Nel suo racconto della sparatoria con i “piemontesi” Garibaldi dice che i suoi erano arrivati sull’Aspromonte stremati, da due giorni di marcia, con “grande difetto di calzatura”, e senza viveri. La sosta fu decisa per mangiar e: “Un campo di patate sfamò i primi giunti, che avevano avuto la previdenza di portare seco alcune fascine secche, atte ad arrostire le patate, ciò che è e seguito in un momento. Per parte mia mangiai quelle patate arrostite deliziose”. I Piani di Aspromonte sono ancora un campo di patate. Una patata di ottimo gusto e resistente, di cui non si riesce a ottenere la dop perché sull’Aspromonte  “c’è la mafia”.

Garibaldi fu un brigante, anche lui? Come non pensarci? I bersaglieri gli spararono ai Piani di Aspromonte, e lo arrestarono.

Il padre del capriolo – Antonio nel suo rifugio “Biancospino” è seguito da un minuscolo quadrupede, su gambe altissime, magrolino ma determinato – sembra accigliato più che preoccupato. “No, non è un cerbiatto, è un cucciolo di capriolo. Che è successo? Un signore che lo ha visto nel bosco, pensando che si fosse smarrito, lo ha portato dai Forestali. I Forestali, non sapendo come curarlo, hanno chiamato l’Ente Parco. L’Ente Parco la stessa cosa, a chi lo portiamo, lo diamo a Antonio Barca. E mi tocca fare da papa: questo ogni quattro ore magia, perciò mi devo alzare la note, la mattina. Mi sembra che lo sto salvando.
“Allora come funziona. Quando i caprioli partoriscono, abbandonano i cuccioli in un angolino nel bosco, o in mezzo ala sterpaglia, e poi ogni quattro ore vanno a dargli da mangiare. Perché la natura li ha programmati in un modo che non emanano nessun odore. E sanno stare immobili. Perciò i predatori non li sentono e non li vedono. La gente questa cosa non la sa, e ogni tanto capita qualcuno che li trova, e pensando il cucciolo smarrito lo porta ai Forestali. La cosa brutta è che, una volta che lo rimuovono non si può riportare più nel bosco perché la mamma lo rifiuta. Ma crescono così quasi con un’altra natura. Tanto è vero che, quando sono grandi, non si possono più liberare, sono imprintati. Ormai sono troppo vicini all’uomo, ed è pericoloso liberarli, non hanno difese.
“E insomma, a cinquantadue anni mi tocca rifare da papà. Speriamo che cresca bene.”

Antonio e Thérèse Barca sono famosi in mezza Europa, ma per il loro garbo. E la competenza nei loro ambiti di competenza, estrema di Antonio per la natura, del Parco e fuori del Parco, flora, fauna, acque, sentieri, vedute, bird-watching (passi stagionali), correnti d’aria.

Una montagna piena di santi. Eufemia, Cristina, Stefano, sant’Elia, san Francesco. E di Madonne: della Montagna, delle Grazie, della Catena, Assunta, Immacolata….

Una montagna piena di acque: fiumare, torrenti, cascate, e sorgenti. A lungo segnata nella topografia mentale di pastori, tagliaboschi e viandanti, dai nomi delle sorgenti. Cui corrisponde una sorta di culto dell’acqua. Sono – erano – numerosi quelli che si facevano lunghi percorsi, anche prima di abbreviarli con l’automobile, per una particolare acqua di una particolare sorgente. Di cui erano o si professavano specialisti. Lo specialista in acque era comune.
Le carte dettagliate dell’Igm, se ancora esistono, dovrebbero averle registrate – molte adesso sono seccate, per incuria, o perché canalizzate verso gli acquedotti.

Terrano è il vento dell’Aspromonte, “perché è come il respiro della terra”, dice Mimmo Zappone, “Lumi come stelle” (nelle raccolte “Il cavallo Ungaretti” e “Le maschere del saracino”). Ma è detto così nei paesi di mare, solo sul versante tirrenico, a Gioia Tauro, Palmi, Bagnara, Scilla. Porta via la pioggia.

La montagna d’estate senza pioggia – giusto quanto serve ai funghi.
Col mare e la Magna Grecia a vista.

L’aria elettrica, dei fulmini senza nuvole, nel cielo già spazzato dalla tramontana.
La luminosità dell’aria elettrica. Per l’elettricità statica. Che dà scintille e contorni luminosi nell’umidità.
I fulmini che cascano a grappoli nel cielo senza nuvole, nell’aria gravida di elettricità statica: le notti sono limpide in questi casi, senza bisogno della luna. Che sembra però s’infili dappertutto, anche se è uno spicchio magro.
L’aria “secca, elettrica, eccitante, sottile, che favorisce la pazzia” è di Montale, “Ventidue prose elvetiche” – è “l’aria dell’Engadina”.

leuzzi@antiit.eu

Nessun commento: