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venerdì 8 aprile 2022

La meglio borghesia

“Il progresso come falso progresso” era il sottotitolo della prima edizione, Einaudi, subito dopo la morte di Pasolini, titolo e sottotitolo da lui visionati e approvati. Una raccolta, di testi pubblicati sul “Correre della sera” e sul “Mondo” nel 1975, di estrema violenza alla rilettura, dopo quello che è successo: la Seconda Repubblica, o Terza o Quarta, sotto gli occhi di tutti – compresa la mancata verità sul suo assassinio. La sua “mutazione antropologica” dispiegata, non lusinghiera – era quello che Pasolini voleva, contro la “mutazione antropologica” del modesto benesse re dell’Italia operosa (fa male pensarlo coi Di Pietro)?
La rilettura è catastrofica. “Lettere luterane” sono una parte del volume. La prima parte è “Gennariello”, appunti e testi sul “Mondo” come “discorso pedagogico” indirizzato a un ragazzo napoletano, Gennariello per definizione, un prototipo. Non edificanti. Nemmeno simpatici – “il napoletano” come Pasolini lo vede “è simpatico”. Pasolini tornato maestro – scrive sotto una rubrica “La pedagogia” - e il milanesissimo, cioè borghesissimo, settimanale milanese scrivono alla macchietta del napoletano perché a Napoli “sono rimasti gli stessi di tutta la storia”. Una città dove Pasolini si sente a casa. Perché? “Coi napoletani non ho ritegno fisico perché essi, innocentemente, non ce l’hanno con me”. Una questione di marchette? Sembra di sì: “Un giorno mi sono accorto che un napoletano, durante un’effusione di affetto, mi stava sfilando il portafoglio: gliel’ho fatto notare, e il nostro affetto è cresciuto”.  
L’unica lezione utile, fra le tante prediche contro gli oggetti e le abitudini del consumo, è quella in cui si precisa la posizione sull’aborto: “Naturalmente contro l’aborto, e a favore della sua legalizzazione”. Contro il vezzo allora – e ancora oggi – di fare disinformazione, di un’opinione pubblica ridotta a scandalismo, pettegolismo.
“La vita consiste prima di tutto nell’imperterrito esercizio della ragione” è il tema del testo preliminare, una sorta di prefazione, “I giovani infelici”. Con l’ottimo proposito: “Meglio essere nemici del popolo che della realtà”. Specie in questo momento (ma il momento non è sempre speciale?) in cui borghesi e proletari, “le loro storie si sono unite: ed è la prima volta che ciò succede nella storia dell’uomo”. Davvero? Peggio: “Tale unificazione è avvenuta sotto il segno della civiltà dei consumi: dello «sviluppo»”. Un disastro. Difficile da credere oggi, nell’Italia delle nuove povertà, della precarietà – in cui l’Italia e i paesi di stazza e attività analoghe devono arricchire le catene di produzioni globali. Ma Pasolini la pensava così.
La condanna è preceduta da un’anamnesi dei giovani come massa di sciocchi: “quasi afasici”, se non per “urli gutturali e interiezioni tutte di carattere osceno”, che “non sanno sorridere o ridere”, “sanno solo ghignare o sghignazzare”. Tutti tutti? No, L’“enorme massa” è “tipica, ancora una volta!, dell’inerme Centro-Sud”. E c’era già il terrorismo, a Milano. Giovanile. Il pedagogo vi accenna per i rapimenti dei giudici Sossi e Di Gennaro: “I rapimenti dei magistrati e i pianti delle madonne si assomigliano alla perfezione: anzi, sono in sostanza la stessa cosa”.        
Pasolini è accreditato di estrema verginità intellettuale, e dell’avventatezza dell’eroe, ma è sempre scrittore accorto, quasi millimetrico. Nel dosaggio (uso) dei malumori. La scuola media dell’obbligo dice “un crimine”, mentre è – era ancora nel 1975 – un’università, talmente era generosa, formativa, e presto infatti è stata rimpianta, dopo che è stata dichiarata, come “Milano” voleva, “troppo costosa”. Un’assurdità, tanto per meravigliare il borghese, non per combatterlo – era l’interesse della “borghesia dominante” che in questo Pasolini ritorna a ogni pagina, della borghesia vera.
Il polemista appare sempre abile - Pasolini sarà stato mite, ma non umile, solo a metà evangelico. Di un giornalismo che si muoveva sulla scia e con gli stessi equivoci dello scandalo Watergate americano e del relativo processo – poi rimosso, dopo la demozione di Nixon. Ma si rilegge come l’intellettuale furbo che accusa gli altri di esserlo. Pasolini non poteva credere che il “Corriere della sera”, a Milano, volesse dare il potere al partito Comunista. “Ha ragione” su tutto. Se non che fa l’apocalissi del nulla: del fatto che il reddito pro capite è cresciuto – che è cresciuto modestamente, da “piccoli borghesi” e non da grandi, questa la colpa. La “maggioranza silenziosa” che la grande borghesia allora puntava – Milano ha sempre bisogno di nuovi sacrifici.
La “ragione” dell’abile polemista era peraltro di facciata già all’epoca. A Moro, con l’“Io so” dei precedenti “Scritti corsari”, aveva dato il pretesto di proclamare combattivo nello stesso 1975: “Non ci processerete nelle piazze”. L’ultimo testo rimprovera a Calvino di avere imputato il massacro delle due ragazze romane al Circeo a “una parte della borghesia”, a “Roma”, ai “neofascisti”, e argomenta non si capisce cosa, che la borghesia è meglio e peggio, che Roma è peggio e meglio, e che i fascisti (tutt’e tre i massacratori del Circeo lo erano) sono fascisti e non lo sono. Un testo pubblicato il 30 ottobre, il giorno prima del suo lurido assassinio. Borghese e borghesia erano sue ossessioni, di un linguaggio già allora vieto, ma non per questo sono meno confuse. 
La cosa migliore è la “Postilla in versi”: tre sonetti lievi da maestro di scuola, perfino divertenti.  
 
È la riedizione Garzanti, che ha recuperato le opere di Pasolini, 2015, con una prefazione di Guido Crainz.
Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, “Corriere della sera”, p. 225 € 9,90

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