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venerdì 1 gennaio 2016

Secondi pensieri - (245)

zeulig

Antropocentrismo – Si fanno ricerche di nuovi mondi extra terrestri, o di altri mondi terrestri, con gli studi di Psicologia Animale (e perché non Botanica?), tornando alla casella base sconsolati con l’avvertenza che si tratta comunque di antropocentrismo. L’uomo non può fare a meno di se stesso. Non possiamo ricercare con modelli che non abbiamo formulato.
La ricerca di un Mondo Altro non è più fantascienza, è un sentimento. Non comune, ma diffuso. Ma anche questa non è antropocentrismo? È follia, necrofilia, autoannientamento per la parte nota, l’Altro e Diverso restando confinato nell’indistinto..

Corpo – “Erano gli ani 60 e i corpi femminili avevano potere iniziatico”: l’anonimo titolista dl “Corriere della sera” sintetizza così l’illuminazione-Bildung che colpì lo scrittore Vladimiro Bottone adolescente vedendo Brigitte Bardot tuffarsi dalla barca in mare a Capri.nl giugno del 1963. La (successiva) liberazione dei corpi è una dematerializzazione, di spiriti vaganti-vacanti. Il corpo non si affloscia, come il santo Bartolomeo, anzi prospera e si esibisce, ma è inerrte.

Guerra civile – Ritorna col terrorismo diffuso, nelle capitali europee, a opera di immigrati ma di seconda o terza generazione. Tutto pur di non dirlaa guerra? Però, è vero che la guerra è guerra civile se non ci sono più Stati e Nazioni, non più confini, usi, linguaggi distinti, non più mentalità, passioni condivise e quindi in qualche misura esclusive. Come si potrebbe supporre oggi della globalizzazione. O più precisamente dell’Europa nella globalizzazione,. Dopo settant’anni di pace, che non ebbe mai nella sua storia.
La guerra è allora interna, civile, seppure su scala mondiale, perché tra umani, come voleva Hannah Arendt, “Sulla rivoluzione”, che la seconda guerra mondiale propone di considerare “una forma di guerra civile che abbraccia la terra intera”. Nonché, pour cause, il tardo Carl Schmitt della “Teoria del partigiano”, che l’idea patrocinava nella riabilitazione postnazista e nel riarmo morale contro il sovietismo.
Oppure si può dirla “civile” al modo di Platone, e Aristotele, che la sperimentavano endemica a Atene e dintorni, e la teorizzavano come dinamica familiare, di soggetti che si combattono ma al fine e con l’intento di riconciliarsi e non di distruggersi. L’Orestiade per esempio – temibile “famiglia”, gli Atridi? Giulietta e Romeo. Ma allora non per fini buoni, né per caso: come un destino.
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Si procede nella concezione hobbesiana – sottostante anche alla lettura che si rifà ora della grecità – della vita associata come guerra. Ma allora della vita in se stessa, come insoddisfazione e critica. Un approccio poco produttivo: vivono meglio e prosperano le collettività connesse, unitarie, tenute più spesso dalla proiezione sterna che si chiama imperialismo – Atene imperialista, Roma, la Spagna di Carlo V, l’Inghilterra della regina Vittoria, gli Usa.
E forse solo è solo espediente alla vita in pace con se stessi. Della guerra come stato d’eccezione, o vincolo esterno, uno stimolo alla difesa  (continuità, riproduzione). Che infatti si affievolisce nella “pace pacifica” (ora in Europa) e nella guerra interminabile – la guerra deve avere uno scopo e una fine.  

Nicole Loreaux, studiosa della “guerra civile” di Platone come guerra familiare, pone la dialettica tra oikos e polis, famiglia e politica. Meglio andrebbe detto tra privato e pubblico, una terza deriva incrociata delle due esperienze a loro volta conflittuali. E meglio ancora si potrebbe, nella dialettica privato-pubblico, proporre il caso italiano, di commistione invece che di opposizione. Di cui è l’esito la familiarizzazione della sfera politica, o privatizzazione del pubblico – la corruzione. Con l’alto tasso di ingovernabilità e litigiosità esito dell’indebolimento della funzione pubblica. Un caso che è l’effetto di una concatenazione storica varia: il patrimonialismo postrisorgimentale, l’ideologizzazione tra le due guerre, il confessionalismo postbellico, da ultimo la caduta delle illusioni - storia ormai di trent’anni, ma coperta dal giustizialismo fasciocomunista, invece che esaminata (suto)criticamente.
Una commistione di privato e pubblico, il caso italiano, analoga alla dialettica schmittiana Amico\Nemico. Con la singolare ipostatizzazione di “Bruxelles” come decisore esterno e occulto,  invadente, risolutivo.

Si cancella la guerra lasciando inesplorato l’ombrello atomico, la minaccia del fungo sterminatore o guerra d’annientamento. Dopo il “deterrente” più nulla si cogita attorno alla Bomba. Mentre si moltiplica la proliferazione, in una sorta di equilibrio dei “patrocini” – un gruppo di potenze per Israele, un gruppo per il Pakistan, etc.

Il concetto di unità nella globalizzazione è incauto – per molti aspetti truffaldino. Come del resto quello ieri invadente di rivoluzione, che tradì l’acume di Hannah Arendt, la sua guerra civile universale è molto contingente, e un equivoco. Agamben ne fa un trait-d’union con la sua ipotesi di guerra contemporanea come terrorismo, o del terrorismo come l’eterna guerra civile, tesi e antitesi insieme, della storia. Ma allora – non è vero, ammesso che sia vero – della storia “occidentale”, della linea grecità-latinità-cristianità-Europa.
   
Kant – Pone i problemi mortali - tra essi il famoso “Su un preteso diritto di mentire per umanità che subito gli venne contestato da Constant – sul piano logico. Sono problemi irresolubili per questo: falsi problemi. L’etica non opera per funzioni logiche – lo ha fatto, ma nella sofistica. Woody Allen che si è posto il problema come già Constant nel suo ultimo film, deve finirlo – il film, l’aneddoto e il personaggio – in modo incongruo, il genere chi la fa l’aspetti, chi di spada ferisce di spada perisce.

Machiavelli – È di Machiavelli in effetti il problema di Kant, “Su un preteso diritto di mentire per umanità”. Come lo svolge Woody Allen in “Irrational Man”, ma anche lo stesso Kant nella polemica con Constant.
Perché non si fa il precedente di Machiavelli nella discussione sul problema di Kant? Questo non è un problema filosofico, ma di storia della filosofia sì, e di cultura filosofica – quindi, in fondo, di filosofia?

Nazione – È in disgrazia e in dissolvenza. Come le nascite in demografia – nazione è nascere. Nella devitalizzazione della vita, a “meccanismo” Tra i tanti

Pace – È meno risolutiva (creativa) della guerra. Le grandi paci creative, di Pericle, di Augusto, erano di carattere e ordine imperialistico, dominatrici. Lo stesso della pax americana, che soffre quando l’imperialismo è contestato.
Pax irenica è quella europea odierna: una pace pacifica, di diritto e di fatto, di rinuncia alla guerra. Un pace implosiva – mirata all’interno da cu proviene, al buon diritto o alla buona coscienza. Distruttrice, sia pure per erosione, e non creatrice.

Popolo – È alto e basso, grasso e minuto, plebe e moltitudine, popolazione e popolo, ma non è il fondamento della tradizione politica occidentale: demos, il suo referente nella tradizione classica, è plethos, la moltitudine. Non c’è nemmeno nei Vangeli.
È concetto romantico - Heidegger compreso e il nazismo: di rifiuto sostanzialmente di Hobbes e la filosofia politica. Arginato e corretto nella dinamica marxista, così come nella concezione (ideologia) liberale. Non c’è in Machiavelli né in Rousseau, c’è in Hobbes con difficoltà – commonwealth è preferito, più significativo.

zeulig@antiit.eu 

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