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mercoledì 20 aprile 2016

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (283)

Giuseppe Leuzzi

Eco non è razzista. Ma considera Milano non leghista, parlandone con Aldo Cazzullo, “I ragazzi di via Po” sul finire degli anni 1990 – dopo cioè vent’anni di leghismo trionfante a Milano 1 e dintorni (Bocca, Cederna, lo stesso Eco, etc).: “Non so se i miei amici siano milanesi, e nessuno si chiede mai se il vicino di casa è milanese o non lo è”. Bossi sarà stato un’allucinazione.

Ceronetti, fantasista sin da ragazzo, si propose da Torino corrispondente alla “Gazzetta del Sud”, racconta a Cazzullo in “I ragazzi di via Po”, “che si stampa a Messina. Mi ero presentato come esperto di Sudamerica, in quanto figlio di padre italiano e madre india, discendente dei Bororo del Paranà, una tribù studiata da Lévi-Strauss. Mi smascherarono subito, ma continuarono a pubblicare i miei pezzi”. Fosse successo l’inverso, che un ragazzo di Messina si fosse proposto non alla “Stampa” ma alla “Gazzetta del popolo”, o altro piccolo giornale torinese?

La non appartenenza
Unbelonging”, la non appartenenza, dopo quasi mezzo secolo  di “radici”, rovescia le identità: non la persistenza, non i caratteri originari, ma la varietà e i caratteri acquisiti privilegia. Col tempo, con l’esperienza, con gli eventi. “Unbelonging” essendo da intendersi non come il disadattato, misfit, ma come il non appartenente: un’esistenza di esperienze e caratteri plurimi, di mentalità e anche di linguaggio.
Le radici si sono affermate col successo del libro di Alex Haley e dell’omonima serie tv quarant’anni fa. Rivoluzionari per l’America, una grande paese fin’allora prevalentemente nomade, se si escludeva il Nord-Est, il New England, la vecchia-nuova Inghilterra. Ma si radicavano, è il caso di dirlo, un una affermata tradizione di pensiero. Di cui era stata la summa “L’enracinement”, il saggio che Simone Weil scrisse a Londra nel 1943 e fu pubblicato nel dopoguerra – in italiano come “La prima radice”. Perfino esclusivo – troppo, a parere di molti, al limite del razzismo: nella passione della guerra, del nemico invadente, riduceva l’esistenza alle sue radici tradizionali, corroborate dal passato. Come modo mentale di un gruppo umano anche numeroso ma ristretto all’Europa, e più al Sud Europa. Lunbelonging si propone in un quadro sociobiologico che privilegia di nuovo l’innesto: il meticciato, la misgenation. Anche se l’esito personale, prima generazione, è più spesso, e non può non essere, il disadattamento: di chi vive tra due mondi e con due lingue, ma con l’impressione di non possedere né l’uno\a né l’altro\a, confuso.
La categoria è stata elaborata in ambito letterario. Per gli scrittori e artisti che con la patria, o luogo di nascita, perdono anche la lingua e la cultura. Indossandone un’altra: un fenomeno molto cospicuo in Francia e in Inghilterra da molti decenni, già nel secondo Novecento, e ora esteso anche in Germania e in Italia. È il paradigma, in senso evocativo ma anche in senso proprio, dell’emigrato intellettuale del Sud, non per bisogno ma per curiosità o vocazione. Che è chiamato a indossare panni non suoi e a riconoscervisi. Sia alla partenza, nel mondo nuovo di trasferimento, sia nell’eventuale ritorno, estraneo al vecchio mondo, di chi è rimasto – e anche degli altri che fossero partiti, per altre esperienze.
L’accumulo delle esperienze è esercizio arduo.

Cosa nostra è il governo
Gli economisti Alberto Alesina (Harvard), Salvatore Piccolo (Cattolica Milano) e Paolo Pinotti (Bocconi) pubblicano uno studio, “Organized crime, violence, and politics”, sugli omicidi degli amministratori locali negli ultimi quarant’anni, 1974-12013

I numeri sono significativi solo in tre regioni, Sicilia, 39, Campania, 35, e Calabria, 30. Che non hanno speciale propensione per gli omicidi, malgrado le metastasi mafiose, ma per quelli degli amministratori locali sì. Altrove i numeri scendono molto: 7 in Sardegna, 6 in Lombardia e in Puglia, 3 nel Lazio, due o uno nelle restanti regioni, zero nelle Marche e in Emilia Romagna.
I numeri in sé sono già una conferma che le mafie pesano molto sulla politica. Ma di più vanno in questo senso le indicazioni che gli studiosi traggono dal “dopo”. Cioè dopo una campagna elettorale con morti, come dopo Portella della Ginestra, la strage di lavoratori del Primo Maggio 1947 da parte di “elementi reazionari in combutta con mafiosi”, secondo la relazione dei Carabinieri, cioè di Salvatore Giuliano, autore della strage con la sua banda. “Dopo” si parla molto meno di mafia, negli atti pubblici, consigli comunali, commissioni parlamentari, e i partiti antimafia riducono drasticamente i voti.

La donna del Sud – o il paradiso delle donne non è al Nord
Nuto Revelli è sorpreso dalle donne che incontra nella sua inchiesta “L’anello forte” quarant’anni fa, mogli per procura dei contadini piemontesi che nessuno voleva più – le ragazze da marito della provincia subappenninica preferivano la fabbrica e la città – nei  cosiddetti “matrimoni misti”: “La donna del Sud è animata da una grande carica di rivincita sociale”, conclude il centinaio di pagine di presentazione della ricerca: “È viva, ambiziosa, intraprendente. Ha accettato e subìto tutti gli inconvenienti imposti dalla coabitazione”  con suocere, cognate, cognati. “Ha svecchiato l’ambiente, ha preteso un’abitazione civile più per i figli che per se stessa”. E non si meraviglia che tutte vogliano tornare: “A tutte le mie testimoni ho rivolto questa domanda: «Sarebbe disposta a ricominciare dall’inizio, a rivivere l’esperienza che l’ha portata al Nord?» . Poche, ma proprio poche, mi hanno risposto affermativamente con un «sì» schietto!”
La storica Anna Rossi-Doria lo rileva nella postfazione all’edizione tascabile della ricerca: la subalternità della donna nelle campagne piemontesi di Alba è minore nei “matrimoni misti”. Le donne venute dal Sud sono variamente le più indipendenti, benché handicappate dalla lingua, dall’estraneità, spesso dalla scarsa alfabetizzazione. Hanno anche un orizzonte familiare più aperto, meno cupamente chiuso nella fatica quotidiana: la famiglia, la natura, le relazioni sociali.
Nuto Revelli è – era quarant’anni fa - ottimista sull’integrazione: “Se dovessi tentare un bilancio dei «matrimoni misti» non esiterei a dire che è positivo. Su dieci matrimoni, sei sono riusciti, tre più o meno resistono, uno è fallito. I «matrimoni misti» hanno ringiovanito il nostro mondo contadino, dove un male peggiore della fillossera”, l’abbandono, “aveva spento ogni speranza”. Con un ma: “Ma il mio ottimismo si ridimensiona se includo nel bilancio il prezzo altissimo pagato dalle donne del Meridione. Ancora una volta è il nostro Nord che ha stravinto!”.
Un effetto localizzato – ma forse impropriamente – è che il nesso-divaricazione Nord-Sud si ripercuote in Piemonte - oltre che negli assetti familiari, dei “matrimoni misti” quasi da colonia - nel rapporto campagna-industria. Nel Piemonte industriale la campagna quarant’anni fa era arretrata, e per lo più povera. Prima di diventare ricca.
È un bilancio positivo da tutti i punti di vista, quello di Revelli in Piemonte a metà degli anni 1970. Dell donne calabresi o campane trapiantate come spose. Senza complessi, specie non da parte dei campagnoli piemontesi.  Il complesso è venuto dopo, col razzismo leghista, prima implicito nel lombardo-veneto, poi esplicito.
E non c’è il rifiuto del Sud, l’odio-di-sé. Tutte le intervistate rivalutano i paesi e i luoghi d’origine, al di là della nostalgia, anche le meglio sistemate. Tengono i contatti con casa. Non rifiutano le origini e anzi le vantano. La più giovane, Maria Carmela Morano, di Gerace, 34 anni, una figlia e una situazione solida malgrado la fatica: “Io partirei anche stasera per andare a vivere in Calabria”. “Adesso il mio paese è bellissimo”, le fa eco Maria, che viene dalla Campania. Carmela, “nata in Calabria,”, anche lei di 34 anni, analfabeta, già vedova, deve lottare con la suocera e le cognate per difendere i due figli, “sennò loro vendono la terra e restiamo senza niente” – “se non avessi avuto i due bambini sarei tornata in Calabria”.
La condizione femminile era peggiore al Sud? Secondo le interessate no, ma anche leggendo Revelli. “Quando ero ragazza mio fratello pretendeva che non parlassi con nessuno, era geloso”, questa una delle tante (centinaia) di testimonianze di contadine delle Langhe che Revelli ha raccolto: “Mi faceva picchiare da mia madre se parlavo con un giovane, ed io che stavo senza mangiare pur di andare a ballare tanto che mi piaceva… Ma poi piangevo sempre, e Rosetta dell’osteria mi ha detto: «Io se ti vuoi sposare c’è uno che le piaci». Allora mi ha fatta incontrare con lui, uno che non osava parlare. Rosetta mi ha chiesto: «Allora, ti piace?» «Mah», le ho risposto. In otto giorni ci siamo presi e sposati. Io ho pensato: per stare lì a farmi picchiare da mia madre e mio fratello tanto vale che mi sposi”.

leuzzi@antiit.eu

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