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venerdì 30 dicembre 2016

Il mondo com'è (288)

astolfo

Democrazia – La repubblica romana, la più duratura e forte democrazia, era l’effetto di un’aristocrazia compatta e intraprendente. Che governava democraticamente il voto popolare attraverso i capitribù e le clientele. I suoi propri ranghi, ereditari, rinnovando e rinsanguando attraverso l’elettività delle cariche, a breve termine. Un esercizio in continuum, in un processo virtuoso di accreditamento dei propri ranghi, al di là della nascita, e di cooptazione per elezione popolare. Cioè rimettendosi continuamente in discussione.
È l’assetto che la costituzione degli Stati Uniti, che si avviano a essere la repubblica più duratura, hanno voluto replicare con il proprio Senato. Nei suoi poteri decisivi, e nel rinnovo a rotazione, a breve periodicità.

Danimarca – Sarà presto il più grande Stato europeo, il secondo più grande, dopo la Russia euro siberiana, grazie alla Groenlandia? Il più grande non nel senso geofisico, quale è oggi, ma anche economico e politico. La Groenlandia, oggi ricoperta per tre quarti dai ghiacciai, potrebbe tra vent’anni, al ritmo attuale del disgelo, essere liberamente colonizzabile. Di pascoli e coltivazioni. Un’isola - o arcipelago - grande quanto metà dell’Europa continentale, Russia esclusa, più della metà della Russia europea. Che oggi conta 36 mila abitanti, ma potrebbe ospitarne cento volte tanto, e forse anche il doppio.
“The Youg Pope”, il telefilm di Sorrentino, ha già un primo ministro groenlandese in visita al papa, una donna.

Emigrazione – Il “Corriere della sera” intervista oggi alcuni italiani emigrati da tempo in Gran Bretagna. Tutti ci tengono, al proprio lavoro, ma tutti sono indignati contro il paese che li ospita. Per il Brexit, dicono, ma non solo, evidentemente: c’è animosità, personale, prescinde dalla considerazione politica. È la condizione “naturale” dell’emigrato, il doppio standard: da una lato voler restare, apprezzare, condividere, dall’altro nutrire un indistinto risentimento, le ovvie differenze accumulando come soprusi.
Se li si interrogasse sull’Italia, probabilmente direbbero le stesse cattiverie, anche se di altra natura, che dicono verso l’Inghilterra. Ma, al fondo, l’appartenenza è sempre col luogo di nascita. Forse l’emigrato è condannato a una duplice appartenenza, irrisolvibile. Che pone problemi quando le due si divaricano, come ora col Brexit. Che ha dato fiato in Gran Bretagna al segmento peggiore della popolazione, degli ignoranti sciovinisti. Ma questi sono la maggioranza, se hanno vinto il referendum. Lo erano anche prima, quando si obbligavano invece, loro, a un doppio standard di linguaggio, a essere cortesi verso il forestiero. In un certo senso, l’emigrazione aiuta i locali a disintossicarsi.

Opennes – Lanciata dal presidente americano Wilson dopo la prima guerra mondiale, al punto 1 dei suoi 14 punti di pace, la diplomazia open, si realizza nell’era digitale, con wikileaks e l’azione di alcuni individui, Falciani, Snowden, che hanno voluto rischiare in proprio per denunciare attività coperte illegali – Snowden propriamente l’azione di spionaggio della National Security Agency americana su mezzo mondo, sugli individui di mezzo mondo, da semplici persone della strada ai capi di governo e di Stato, nel quadro della prevenzione del terrorismo.
Falciani e Snowden hanno rivelato delle verità. Ma il primo ha subito vari processi. Snowden è perseguito dall’amministrazione Obama. Un’amministrazione democratica, sul solco del presidente Wilson. Mentre Snowden, un attivista del parlamentare repubblicano Ernest “Ron” Paul, il libertario autore di “End the Fed” (“End the Fed. Abolire la Banca centrale”), e di “The Revolution. A Manifesto” (“La terza America”), è  protetto dalla Russia di Putin, presso la quale ha cercato e ottenuto asilo politico. Dopo aver pubblicato le informazioni sulla Nsa tramite il “Guardian”, il giornale liberale inglese, che è alla testa della “caccia a Putin”.

È il segno della contemporaneità. Wikipedia censisce non meno di 26 filoni di openness: dalla glasnost, che minò il sovietismo in breve tempo, il regime ritenuto pochi mesi prima più stabile a mondo, a open source, free content, open government, etc. La vuole il papa per i suoi concili e concistori. Perfino le imprese economiche se ne fanno vanto – della openness come della eco compatibilità, ne sono apostoli. Il mondo si vuole peraltro del libero mercato, un free for all. Ma non c’è mai stata tanta segretezza quanta ce n’è oggi. Ossia impotenza dei singoli, e impotenza degli stessi diritti sanciti – di cui la diffusione del complottiamo è un effetto, più che una causa, troppo essendo le pezze d’appoggio. La libertà sta nel contemperamento delle esigenze. Teoricamente, ma non solo, ci può essere una congiura del libertà, l’uso del liberalismo a fini di parte. Non è peraltro una novità.

Opinione pubblica – La Brexit, Trump, Raggi, il No sono un successo dell’opinione pubblica, o la sua deriva, forse fatale? Nel senso che indicano un ritorno su posizioni chiuse, repulsive, e anche vendicative, minacciose. Questi esiti vanno indubbiamente nel senso basico dell’opinion pubblica: rappresentano la maggioranza della popolazione, del voto. Oppure non sono l’esito di astuzie e demagogie, che oggi si labellano populismo: avventure di capipopolo al buio, spregiudicati, cinici? Certamente sono un “tradimento dell’opinione pubblica”, ma come il “tradimento degli intellettuali”: un movimento interno di rovesciamento degli obiettivi, masochista, autodistruttivo. S’intende l’opinione pubblica un’interazione di obiettivi e convincimenti con segno positivo, per un di più e non un meno, di libertà e opportunità. Ma è anche vero che il populismo, nelle varie dosi in cui pure c’è stato e c’è – bastino le ambiguità di Grillo e di Trump -, viene incontro ad aspettative frustrate, non le suscita né le stimola. Non è Grillo - né gli analoghi europei - che mette in discussione l’euro e l’Europa, sono l’euro e l’Europa che suscitano e alimentano i Grillo, almeno per questo aspetto. Non è Trump che mette in discussione la globalizzazione, è la globalizzazione che mette in discussione se stessa, avendo suscitato per metà del mondo, lo stesso Occidente che l’ha promossa, un arretramento del livello di vista, e anche del reddito, della stragrande maggioranza della sua popolazione, un impoverimento generale. Per non dire degli effetti collaterali, sempre della globalizzazione, che sempre la stragrande maggioranza finisce per pagare, direttamente o indirettamente: i carissimi raid finanziari, ora anche sulle banche, le superretribuzioni di tutte le posizioni costituite, manageriali e istituzionali (in Italia alcune migliaia di posizioni nella Funzione Pubblica), l’impunità del crimine economico, e quindi la corruzione endemica, sistemica.

Roma – Una repubblica militare, prima che un impero, necessariamente militare. Dominata dal’ideologia della marzialità e del sacrificio – del sacrificio per la marzialità: il trionfo bellico, anche nella sconfitta, purché eroica. In un quadro di agonismo costante, per le cariche di comando e tra le famiglie, nella repubblica e poi anche nell’impero. Lo “stato marziale dell’anima” che ora è di Hillmann ma era di Sallustio e Tacito. La gloria è militare, l’onore è militare, la fantasia è di conquista. Anche il merito è militare – quasi esclusivamente: con l’eccezione di chi, di Cicerone?

astolfo@antiit.eu

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