Cerca nel blog

domenica 25 dicembre 2016

Letture - 285

letterautore


Banalità del male – Eichmann “essere banale” ricorre nel discorso per l’assegnazione a Hochhuth del premio Gerhard-Hauptmann da parte delle autorità tedesco-orientali il 17 novembre 1962, alla vigilia della rappresentazione del “Vicario”, il dramma anti-Pio XII che veniva premiato. Discorso pronunciato da un Hermann H. Kamps che prende tutta la scheda del libro nell’edizione approntata da Feltrinelli all’istante del quale nulla è dato sapere – un funzionario del partito Comunista tedesco (Tutta l’operazione “Vicario” era del governo tedesco-orientale)? Il libro sulla “banalità del male” di Hannah Arendt uscirà a luglio del 1963, peraltro col titolo “Eichmann in Jerusalem. A Report on the Banality of Evil”. Il concetto la filosofa aveva formulato in precedenza, preparando le corrispondenze sul processo per il settimanale “New Yorker”. Che però le pubblicò nel febbraio e marzo del 1963.
Una genealogia curiosa, questa della “banalità”. Consacrata in italiano, ancora da Feltrinelli, l’editore del “Vicario”, invertendo l’ordine fra titolo e sottotitolo. Tanto più considerando la pronta rispondenza del Pci, il partito Comunista Italiano, alla propaganda tedesco-orientale orchestrata col drammone di Hochhuth. E i legami di Feltrinelli, allora, col Pci.

È intesa nel senso di “normalità”. Di senso comune. Corrente nel caso dell’antisemitismo negli anni 1930. Anche in scrittori ebrei, come Némirovsky, lo stesso Joseph Roth, e poi Canetti.

Kafka – Resta ancora in Italia alla lettura di Max Brod e Elias Canetti, mentre molto di più se ne sa e se ne scrive in Germania e altrove. Da ultimo con la biografia in tre volumi di Reiner Stach. Che fu autore anche trent’anni fa di una promettente tesi di dottorato,  “Kafkas erotischer Mythos. Eine ästhetische Konstruktion des Weiblichen”, il mito erotico di Kafka, una costruzione estetica delal femminilità. Nonché, vent’anni fa, curatore della mostra, con nutrito e argomentato catalogo, “La sposa di Kafka”, organizzata con i materiali del lascito di Felice Bauer, da Stach rinvenuti negli Stati Uniti. Se ne traduce ora solo un libro di curiosità,“È questo Kafka?”.

In “È questo Kafka?” Reiner Stach riproduce il frontespizio dell’edizione in volume nel 1916 del racconto “La condanna” – o “La sentenza”, il racconto del conflitto col padre  – dell’editore Kurt Wolff di Lipsia. Il cui logo è la lupa capitolina. Nel 1930 Wolff  lascia la casa editrice e la Germania per stabilirsi in Toscana. Fino alla guerra, quando cerca, e trova, rifugio negli Usa, dopo essere passato a Nizza – e all’internamento in quanto cittadino tedesco. Anche di Wolf, come delle ricerche di Stach, non si sa nulla in italiano.

Malo – “Pensi che, ad esempio”, racconta Nada Vigo a Gianlugi Colin su “La Lettura” l’altro sabato, per dire dei rapporti difficili un tempo tra architettura ed arte, “per una casa che ho fatto a Malo, nel Vicentino, su disegno iniziale di Ponti, vista la piccola metratura, ho messo il letto matrimoniale nel soggiorno”.
Meneghello aveva appena licenziato “Libera nos a Malo”, che dunque non era il borgo isolato e bizzarro che racconta, se vi si commissionava una casa, benché piccola, a Ponti e Nanda Vigo. È vero però che anche questo vi faceva scandalo, racconta Vigo: “Fu uno scandalo. Nella cattolicissima Malo ci fu anche l’anatema del parroco durante il sermone domenicale”. Gli architetti milanesi la presero sul ridere: “Gio Ponti commentò: «È la Nativity Room». Sono una donna poteva concepire una cosa del genere”, commenta Vigo.

Montanelli – “Montanelli disprezzava la borghesia che difendeva, e ammirava i comunisti che attaccava”. Sintetico ma al punto Bettiza, per i suoi novant’anni, con Cazzullo: preciso, soprattutto per quell’“e” invece che “ma”. L’uomo era l’uno e l’altro. Non un opportunista, certo. “La vera rottura con Montanelli fu su Craxi”, chiede Cazzullo. Risposta: “Craxi aveva grande mobilità mentale, e più cultura di quello che mostrava. Mi riconoscevo nel suo liberalsocialismo. Indro appoggiava la Dc, pur disprezzandola”..

Orfano - “i figli dei genitori che si amano sono orfani”, Stevenson scrive a Fanny Sirwell – e dunque si è figli solo di genitori che non si amano?

Pound - Cristina Campo lo vide a Roma nel 1967 “dopo un folle sciopero della fame per divergenze familiari a Brünnenburg, presso un incredibile Colonnello, ex massone, ex fascista, ex spia nel Medio Oriente, ora igienista e letteratoide, calato di 20 chili e del tutto disidratato: è una larva stupenda dagli occhi di diamante”. I poeti si consumano.

Proust – È perfido, si sa. Ma per essere romantico, e anzi sentimentale. Scanzonato pour cause, per mimetizzare l’inclinazione sentimentale, vulnerabile. O allora scanzonato al rovescio: sardonico, sarcastico. Nel rapporto intimo coi genitori, sotto le assicurazioni d’obbligo e di convenienza – anche in parte col fratello. E coi suoi personaggi, quella della “Ricerca”, i tanti adombramenti di se stesso.
L’antologia che Bernard Leclair ha tratto dalla “Ricerca”, “L’humour de Marcel Proust”, è una collezione di cattiverie nella realtà – che anche nella lettura seguita inquietavano, ma antologizzate sono esplicite, perfino violente. Senza indulgenze. Di Madame de Guermantes il narratore, talmente ne è “innamorato”, si dice che “la più grande felicità  che avessi potuto domandare a Dio sarebbe stata di far fondere su di lei tute le calamità”: non la vuole bella e raggiante ma povera e anzi barbona, “senza più casa”. Il nonno del narratore, nell’impossibilità di farsi raccontare da Swann qualcosa di divertente, si consola con un verso che la figlia - la madre del narratore che da lei ha saputo l’aneddoto - gli ha insegnato: “Signore, quante virtù ci fai odiare!” - in quanto “verso”, una citazione corneliana, da “Pompeo”, ma tal quale reperibile nel perfido Saint-Simon, di cui Proust era più assiduo che di Corneille. Il lutto per la scomparsa di Albertine finisce nel momento in cui il narratore se lo confessa, cioè subito. Subito dopo aver risposto a qualcuno, che gli chiede perché non esce: “No, non vado al teatro, ho perso un’amica che amavo molto”. Basta questo per liberarlo: “È a partire da quel momento che cominciai a scrivere a tutti che avevo avuto un grande dolore e a cessare di sentirlo”.

Ma un po’ tutti gli estratti di Leclair sono di questo tipo. Madame Verdurin, “soffrendo per le sue emicranie di non avere più il cornetto da inzuppare nel caffelatte”, se lo fa ordinare dal dottore. Il cornetto è difficile da avere – “più difficile da ottenere dai poteri pubblici che la nomina di un generale” - perché siamo in guerra. Il caffelatte viene preso con la lettura del giornale. Il giorno in cui il “Lusitania” è affondato, madame Verdurin si rattrista, ma con “l’aria, indotta probabilmente dal sapore del cornetto, così prezioso contro l’emicrania, piuttosto di una dolce soddisfazione”.

letterautore@antiit.eu 

Nessun commento: