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martedì 10 aprile 2018

Il mondo com'è (339)

astolfo

Fascismo – La “collera degli imbecilli” lo dice Sciascia, a proposito di Mickey Spillane, lo scrittore di gialli.

Giappone – Ha al governo stabilmente un partito Liberale che invece è conservatore. L’opposto del liberal Usa.

“La mattina del 25 giugno ’43, a Gran Consiglio concluso, Mussolini riceveva a palazzo Venezia l’ambasciatore del Giappone e adombrava lo schema della pace separata con l’Unione Sovietica cui da tempo stava guardando” – G. Spadolini, “La Stampa, 7 dicembre 1990.

Ivan Ilyin – La stampa americana resuscita, sulla traccia aperta dallo storico di Yale Timothy Snyder, un filosofo russo degli anni 1920-1950, Ivan Ilyin, antisovietico, espulso da Lenin in Germania nel 1922, come teorico del fascismo. E lo dice mentore segreto di Putin.
Le citazioni e la presentazione che Snyder ne dà nell’ultimo saggio sulla “New York Review of Books” il 5 aprile, è di tutt’altro tenore: “Il fatto della questione è che il fascismo è un eccesso salvifico dell’abitrarietà patriottica” (I.I, 1927), “La mia preghiera è come una spada. E la mia spada è come una preghiera” (I.I.. 1927), “La politica è l’arte di identificare e neutralizzare il nemico” (I.I., 1948). Il saggio si apre con questa sintesi di Ilyin: “Il russo guardò Satana negli occhi, mise Dio sul divano dello psicoanalista, e capì che il suo Paese poteva redimere il mondo. Un Dio angosciato raccontò al russo una storia di fallimento. All’inizio era il Verbo, purezza e perfezione, e il Verbo era Dio. Ma poi Dio fece un errore di gioventù. Creò il mondo per completare se stesso, e invece si rese impuro, e si nascose per la vergogna. Di Dio, non di Adamo, fu il peccato originale, la liberazione dell’imperfezione. Una volta nel mondo, le persone appresero cose e sperimentarono sentimenti che non poterono ricondursi a quella che era stata la mente di Dio. Ogni pensiero o passione individuale irrobustì la presa di Satana sul mondo”.
Ma Snyder è apodittico già dal titolo: “Ivan Ilyin, Putin’s Philosopher of Russian Fascism”, anche se gioca sull’ambiguità, se è il filosofo fascista di suo, o se è il filosofo prediletto del fascismo russo di Putin.  ….

Monaco – L’illusione della pace era stata forte alla conferenza di Monaco a fine settembre di ottant’anni fa, e di spessore. Retrospettivamente giudicato un inganno, l’accordo di Monaco fece vivere giornate di passione intensa e fiduciosa nella pace, a Londra, a Parigi, a New York, e all’interno della Germania, nelle città e nelle campagne. Dove la mobilitazione già si scontava rassegnati. Lunedì 26 settembre allo Sportspalast di Berlino Hitler lancia un ultimatum sui Sudeti, l’area ceca abitata da tedeschi, o Praga: “A questo punto il mondo intero non dovrebbe avere più alcun dubbio che non è un solo uomo, o un solo leader, a parlare per l’intero popolo tedesco. So che in quest’ora tutto il popolo – milioni di persone -  approva ogni mia singola parola”. I tedeschi erano perciò preoccupati.
Lo scrittore svedese Stig Dagerman, che nel 1946 a ventisei anni era in Germania per il reportage poi intitolato “Autunno tedesco”, assiste al comizio elettorale, nel Königsplatz, il luogo della conferenza affrettata del 1938, “un deserto costruito dagli architetti del nazismo che più di ogni altra cosa  rivela la mancanza di stile, la desolazione e il sadismo architettonico dell’ideale nazista”, del “dottor Kurt Schumacher, il capo dei socialdemocratici”. Bravo oratore, persona rispettabile, il cui successo in piazza lo porta però a riflettere che: 1) “È a suo modo la viva dimostrazione della tesi che la tragedia del politico tedesco è di parlare troppo bene”, e 2) “È una dolce ma rischiosa illusione quando la socialdemocrazia tedesca presenta i propri successi elettorali come una prova del radicamento delle convinzioni democratiche nel popolo”.
Il luogo della conferenza, il Königsplatz, è una vastissima piazza quadrangolare, che il re di Baviera Luigi I a metà Ottocento aveva voluto attorniata da grande edifici classici. Era un prato, che Hitler aveva voluto pavimentato per maggiore monumentalità, con lastre di granito, diecimila, e i palazzi restaurati o ricostruiti con festoni di croci uncinate rosso brume, i colori nazisti, alti diecine di metri. Nonché arricchiti, all’ingresso della piazza da Karolinenplatz e la Brienner Strasse, di due enormi palazzi squadrati di stile nazista, il Führerbau, la sua residenza ufficiale, dove si tenne la conferenza (ora sede del Dams di Monaco, la facoltà universitaria di musica e spettacolo), e gli uffici del partito Nazista. Edifici in grigio e nero, quadrati, spigolosi. Nonché da due tempietti su colonne di arenaria gialla, ognuno contenente otto sarcofaghi in bronzo in cui erano sepolti, come martiri, le vittime del putsch fallito da Hitler a Monaco nel 1921. Anche le colonne dei tempietti votivi erano squadrate. Dal lato opposto la piazza è chiusa dai Propilei, luogo privilegiato da Hitler per i suoi comizi. Gli alberi residui fungevano da grandi pennoni da cui svastiche furono appese per la conferenza, alte fino a quaranta metri.
La piazza fu sempre affollatissima di masse plaudenti a ogni spiraglio di pace, specie quando si mostrava o si credeva di vedere Chamberlain, dietro le finestre del Führerbau. Il “New York Times” riferiva il 30 settembre: “Si sono udite vere grida di esortazione come quelle che si sentono in uno stadio di football americano ogni volta che, con la sua figura esile vestita di nero, il suo incedere cauto e il suo sorriso, Chambrelain si mostrava alla folla”.

Chamberlain si può dire nome infausto nei rapporti tra l’Inghilterra e la Germania. Prima di Neville Chamberlain, il primo ministro di Monaco, un John Houston Chamberlain aveva predicato il razzismo in Germania, con grande popolarità, soggetto di lodi sperticate di Thomas Mann ancora nel 1917-1918, nelle “Considerazioni di un impolitico”, premiato con Eva Wagner in sposa quarantenne, non potendo per la faccia del mondo impalmare Cosima, la madre settantenne sua emula in “arianesimo” – nata Cosima Francesca Gaetana a Bellagio, la vigilia di Natale, di N.N (Liszt).    
Ha un Chamberlain anche Chesterston, in “Eretici”, di cui non dà il nome ma che con tutta evidenza è Joseph, il padre di Neville, ministro delle colonie e uomo d’affari,  due professionalità che coniugò proponendo un colonialismo o imperialismo economico prima e più che militare. Principale responsabile della guerra anglo-boera, e del mancato riconoscimento dell’irredentismo irlandese. A fine Ottocento perorò anche un’alleanza della Gran Bretagna con la Germania. Nella polemica che conduceva contro G. Shaw ai primi del Novecento (la raccolta di saggi “Eretici” è del 1905), Chesterston ne fa il campione degli “incompresi”. Il simbolo di una vittoria o una fama conquistata sempre senza merito, o per il merito sbagliato. Uno storyteller si direbbe oggi: “Gli amici lo dipingono come un uomo d’azione energico, gli avversari come un uomo d’affari brutale, mentre non è né l’uno né l’altro,è solo una oratore romantico, un ammirevole attore romantico”. Uno che fa credere quello che non è – “lo scopo dell’oratore è di convincerci che non è un oratore”. Quindi può dire banalità, e farsi riconoscere grandi ideali, ammassare sconfitte e farsi passare per il vincitore di mille battaglie: “Un certo pathos celtico lo circonda; come i Gaelici di cui parla Matthew Arnold, «andava alla battaglia, ma era sempre battuto». È una montagna di progetti, una montagna di fallimenti, ma pur sempre una montagna”.

Valentino Parlato - Un anno fa fra pochi giorni, il 2 maggio, moriva a Roma a 86 anni Valentino Parlato. Intellettuale e giornalista acuto e onesto. Pur in un gruppo ideologizzato. Le “crisi dell’imperialismo”, nel 1973 e nel 1978, gestì con fatica, un onere da pagare all’ideologia. Per il resto sempre attento ai fatti. Divertito dal credito attribuito a Khomeini, alla carica innovativa, quasi protestante, dell’islam sciita, lui che era nato e cresciuto in Libia. Stranito dal ritrovare Mario Sarcinelli, il direttore generale della Banca d’Italia che Andreotti aveva fatto arrestare dal giudice Alibrandi il 24 marzo 1979, al seguito dello stesso Andreotti alla Fiera del Mediterraneo a Bari in autunno (la ricostruzione successiva di Orazio Carabini, addetto stampa di Sarcinelli in una sua breve esperienza di ministro, che scagionerebbe Andreotti
in realtà la conferma: è Andreotti che decide la scarcerazione, con l’interdizione dai pubblici uffici). Incuriosito – immalinconito – dal conto svizzero Rodetta, dove confluivano sfioramenti e tangenti Eni e Finsider per acquisti e forniture in Unione Sovietica, in quota finanziamenti al Pci. Il solo che con noi prese posizione contro la vergognosa cessione nel 1985 del colosso alimentare Sme da parte di Prodi, presidente dell’Iri, a Carlo De Benedetti, cinquemila miliardi di fatturato, per niente, anzi con un prestito gratuito di trenta  miliardi da parte dell’Iri (l’onesto Bruno Rota, allora addetto stampa di Prodi, perplesso, ha pagato con una lunga eclisse manageriale, iniziata con l’immediato accantonamento all’Alfa Romeo, azienda da rottamare).

astolfo@antiit.eu

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