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mercoledì 23 settembre 2020

Sartre in Italia, di cattivo umore n po’ gaio

“Il turista è un uomo di risentimenti. Uccide”. Ma la cosa non è così drammatica, è un libro di viaggio.
Esumati e annotati da Arlette Elkaïm-Sartre, figlia adottiva e titolare dell’eredità intellettuale, sono i materiali del libro sull’Italia che Sartre coltivò a lungo nel primo dopoguerra, e poi non completò – o forse sì: un manoscritto esisteva, che non si trova. “Frammenti” è il sottotitolo, che Arlette ha collazionato in quattro gruppi: Napoli, Capri, Roma, Venezia. Questa molto estesa, una prima stesura di un saggio, benché un po’ erratico, fra prime impressioni, idiosincrasie personali, accensioni improvvise. Su Napoli due pagine, stereotipe. Sette su Capri, senza riserve, anzi sorprese ed entusiaste, memore probabilmente di un precedente soggiorno, nel 1934, in compagnia di Simone de Beauvoir – questa vacanza italiana è invece in compagnia di Michelle Vian, la moglie di Boris (e a Roma anche, nota Arlette, di J.-L.Bost: Jacques Laurent Bost, giornalista, era amico di Sartre e amante di Simone de Beauvoir).
È un viaggio di vacanza - dopo il lavoro impegnativo su Genet. Che Sartre prova a elaborare da  turista controvoglia. Questo probabilmente è stato uno dei progetti: fare il “viaggio in Italia”, eponimo del turismo, come un baedeker anti-turismo. Segue comunque le tracce scontate, le immagini già note di ogni luogo, Napoli, Capri e Venezia, dove entra citando “Barrès e Thomas Mann, “la morte a Venezia”. Solo di Roma dà tratti personali, originali – per un senso suo della storia, probabilmente, poiché mostra sempre un italiano incerto, che non gli deve avere facilitato il contatto con i luoghi.
Uno svago? “Viva la letteratura disimpegnata”, scriveva qualche tempo dopo il viaggio alla compagna Michelle: “Tornando, mi rimetto alla deliziosa, alla buona Italia”. La curatrice dà più peso al progetto, ricordando che Sartre lo disse anche “la «Nausea» della mia maturità”. Nel senso, spiega Arlette, che “il Turista come Roquentin cerca il segreto delle cose”. Nella “Nausea” la Contingenza, qui il Tempo, “uno dei grandi temi di queste pagine”. Ultimo, dice ancora la curatrice nella premessa, come “ultimo cacciatore di sogno, di bellezza o di senso, ultimo e incerto rampollo di una stirpe che passa per Montaigne, Chateaubriand e Valéry Larbaud. È infine il testimone della fine della Storia – decadenza della Borghesia e Rivoluzione o fine dell’umanità con la bomba atomica” – ma la storia allora non finiva, semmai culminava.
La regina Albemarle del titolo la curatrice prospetta immaginaria patrona interiore, irrelata al nome storico - la contea o ducato di Albemarle, nome latino e inglese di Aumale in Normandia. Ma forse “ultimo” sta solo per turista fuori stagione, quando la stagione è finita – allora a ottobre era finita.
Il modello sembrano essere gli “Städtebilder” di Walter Benjamin, le sue fortunate immagini di città, a partire da Napoli “porosa”. Perciò forse questo Sartre bizzarro – ma come suole perentorio: niente del fluido, ipotetico, suggerito e suggestionante, di Benjamin. Gli interni romani dice “vuoti”. È contro “il verticale”, le città vorrebbe piatte. Ma nulla di memorabile, a parte il desiderio di entrare nei luoghi, d’immedesimarvisi. A Venezia come se si avesse sempre vissuto. Ci ha anche pensato al suicidio, crede di ricordare, una notte del 1934, nel primo viaggio, in compagnia di Simone de Beauvoir. Ma, appunto, non si libera di se stesso. Il compito si limita a svolgere facendo di Venezia una “Amsterdam del Sud”, oltre che di Napoli una città di gaglioffi. O in lodi sperticare: “Il mondo veneziano è finito e illimitato come l’universo di Einstein”. Quando non è riduttivo, sempre di Venezia, “Questo labirinto per lumache, che conserva le sue misure e le sue velicità del XVImo secolo”. Imbronciato spesso. Anche per altri motivi. Il teorico, appena sei anni prima, dell’impegno, così lo irride a Venezia: “Tutti militano oggi, è la regola: ho visto vecchie carcasse sfinite reimpegnarsi per dieci anni  nell’«Arte per l’Arte» per militare contro l’«Arte impegnata». Si è militante o miliziano o militare” – è l’effetto compagnia della  divertente Michelle? Anche un po’ stufo. Ma a Venezia si ricorda di essere stato felice. E a Roma “leggero”, così si dice da Venezia: “Ebbene sì: a Roma ero più leggero. Meno colpevole. Roma può anche essere deliziosa e mai mi stanca”.
Un libro – un viaggio? – confuso, instabile. Del turista che si nega. Ma, di più, di Sartre. Che ha immagine monolitica, ma era di suo confuso e instabile, quasi di programma – la variegata dispersa produzione ha pure un senso, di teatro, narrativa, filosofia, reportages, politica, vita sociale, memorialistica. Uno che gli piaceva andare a cento allora – lo nota anche qui, nella morta Venezia: “È la ragione che fa New York, città così dura per tanti aspetti, malgrado tutto rassicurante: vi si vive a cento all’ora”. Così almeno la vede, per poi dire: “Che follia mi ha infilato, proprio me, saltando da Nizza (a prendere Michelle, n.d.r.) a Roma in aereo, da Roma a Venezia in treno rapido, tutto vibrante ancora della mia velocità, che follia mi ha infilato in questo labirinto per lumache…”.
Un po’ anche stregato – dalla compagnia? dal ricordo? dalla città? “A Roma, in mezzo alla commedia, ero io stesso commediante. A Venezia, in mezzo a un miraggio, mi sento miraggio io stesso”. Nel passo contro l’impegno proseguiva: “E in questa società militare, il cittadino non sa fare a meno di queste eccitazioni leggere e costanti, di queste irritazioni superficiali il cui compito è di mantenerlo in un cattivo umore un po’ gaio”.   
Jean-Paul Sartre,
La regina Abemarle o l’ultimo turista, Il Saggiatore, pp.189 € 21
 

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