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mercoledì 9 febbraio 2022

L’invasione delle masse

Trentotto anni di fatica e un volume ponderoso, per dire?
Una ricerca insensata. Fenomenale. Un repertorio di mille letture, a nessun fine, né pratico né conoscitivo. Un’afflizione ordinativa, come nell’altro libro epocale di Canetti, la biblioteca destinate al fuoco di “Auto da fé”.
La tipologia canettiana è sterminata: ci sono decine di tipi di massa, forse centinaia. Di caccia, di guerra, del lamento, di accrescimento, aperte e chiuse, scoppiate, domesticate, ritmate, statiche, in fuga, in guerra, proibite, festive. E allora?
La massa sempre aumenta di peso. Sempre no, sarebbe scoppiata – o sarebbe la normalità, la società. Ma “una massa che non aumenta di peso” Canetti la trova, “è la Quaresima. Ci sono masse per sopravvivere alla Quaresima”, cioè. Qui siamo solo alla p. 28 della numerazione editoriale, cioè alla decima o undicesima del testo. Segue che “il panico in un teatro, come spesso è stato osservato, è un disgregarsi della massa”. Con indovinelli. Per esempio: “Definisco cristalli di massa quei piccoli e rigidi gruppi di uomini, ben distinti gli uni dagli altri e particolarmente durevoli, che contribuiscono alla formazione delle masse”. Indovinato? Gli orchestrali. Oppure ovvie: le masse di cui si dilettano le religioni, di diavoli, di angeli, e naturalmente di morti. Anche avveniristiche, ma a caso: Cesario von Heisterbach vedeva già quei demoni talmente piccoli, talmente numerosi e diffusive, che il XIX secolo chiamerà “bacilli”.
C’è perfino la Haka Maori – un ottimo pezzo, a sé stante. Come pure la “sosta nell’Arafat” del pellegrinaggio alla Mecca, dove folle stanno immobili per ore, sotto il sole nel mezzo del deserto. Anche la Walhall merita. E l’aurora boreale per i boreali. A volte infatti Canetti è narrativo, e allora godibile. Hussein e lo sciismo, pp. 177 segg., è da antologia, anche per chi non s’interessa dell’Iran. Gobineau viene giustamte sdoganato, fuori dal razzismo sotto cui si seppellisce. Con notevoli lampi random. Sul cattolicesimo che non ama le masse, “forse fin dai primi movimenti eretici dei montanisti, che si volsero contro i vescovi con assoluta mancanza di rispetto” – a volte Canetti indulge nella presa in giro di se stesso. E nel suo sacramento massimo, la comunione, opera una severa selezione dei singoli meritevoli (ora non è più così; la chiesa avrà letto Canetti, questa sua censura?).
A specchio delle masse il potere. Purtroppo individualizzato, sotto le forme dell’eroe, il giustiziere, il direttore d’orchestra, il capotribù.
Una massa di studi (questa non c’è in Canetti), in concorrenza virtuale con Frazer, ma sena averne la  formazione e gli strumenti, da dilettante. stamina. Da vertigine della lista di Umberto Eco: l’ossessione della parola massa. Primo Novecento, certo, il lavoro , concluso nel 1960, è cominciato nel 1922. Ma? Il contrappunto (contrappeso) dell’individualismo, la deriva del Novecento a doppio taglio dunque: la mobilità, la velocità, la carriera, e i diritti, sempre personali, anche in famiglia.  
Con estese citazioni da profusi etnologi. Solitamente tedeschi, a cavaliere del Novecento. Con una nutritissima bibliografia, di un paio di centinaia di titoli, “non esaustiva” – in trentotto anni è comprensibile. E un indice analitico, questo sì, utile, dettagliatissimo.
Immane anche l’impegno di Furio Jesi, per la traduzione, e per la ricostituzione delle fonti  sugli originali – i riferimenti di Canetti erano a edizioni o traduzioni  inglesi o tedesche.
Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, pp. 615 € 16

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