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sabato 27 luglio 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (398)

Giuseppe Leuzzi


Un giovane su due al Sud, Abruzzo compreso, non lavora, il 52 per cento. In Emilia Romagna i giovani senza lavoro, tra i 17 e i 24 anni, sono il 18 per cento, in Lombardia il 20, in Toscana il 23. Anche la demografia langue: meno 220 mila residenti in quattro anni.
La ricchezza pro capite prodotta annualmente è diminuita del 10 per cento negli ultimi dieci anni. È il Chek-up Mezzogiono di luglio 2919, realizzato dalla Confindustria e da Srm (Studi e Ricerche sul Mezzogiorno di Intesa San Paolo). I disoccupati totali sono un milione e mezzo, per un tasso di disoccupazione attorno al 20 per cento. Con un tasso di attività ridottissimo, il 54 per cento della popolazione in età lavorativa – come se tute le donne, più o meno, si tenessero fuori del mercato del lavoro. E un tasso di occupazione (gli occupati in rapporto alla popolazione) di appena il 43 per cento - gli occupati sono sotto i sei milioni, su una popolazione di 14 milioni.

Scrive ad Augias, “la Repubblica”, un signore da Roma per dire che in Calabria non c’è alcuna politica di repressione della malavita quotidiana. Facendone una terra di nessuno, con uno spopolamento vistoso della sua parte migliore. Augias concorda, ricordando che la stessa cosa gli aveva spiegato il sindaco di Reggio Calabria Italo Falcomatà. Che è morto vent’anni fa. L’immobilismo c’è, dello Stato – e dei media, se se ne parla solo nelle lettere al giornale.

Gian Antonio Stella ridicolizza mercoledì sul “Corriere della sera” Giuseppe Alessi, il primo presidente della Regione Sicilia, ex presidente del Cln siciliano, che distingueva, dice, tra mafia buona e cattiva. E criticava il giudice Caselli.
Alessi è stato un politico rispettato, perché onesto, e lineare – vecchio Popolare nel 1919-1927, e poi fuori dagli intrighi Dc, di fanfaniani contro andreottiani etc. Rifondatore ardito e solitario della Dc nel 2002. È morto di 103 anni nel 2009, e quindi al tempo di Caselli Procuratore a Palermo era sulla novantina. Era contro Caselli per il “tutto mafia” e il processo a Andreotti.
Tra (vecchia) mafia buona e mafia cattiva distingueva anche Sciascia.

La Corte Suprema olandese assolve l’Olanda, il contingente olandese dei Caschi Blu dell’Onu, sotto accusa per avere espulso dalle sue caserme a Srebrenica in Bosnia venticinque anni fa, nella guerra con i serbi, 350 civili bosniaci che vi si erano rifugiati inseguiti dalle milizie serbe. L’espulsione esponeva i bosniaci alla morte, ma l’Olanda non ne ha colpa – ce l’ha, ma “al 10 per cento”. Non è inventata, è vera: l’Olanda è colpevole al 10 per cento. La migliore carità comincia da se stessi. E non è da ridere: si accumula così.

La povertà della ricchezza
Nicola Manfroce è un compositore di Palmi, morto di appena 22 anni nel 1813, ma già stella della scuola napoletana, allora dominante nell’opera, benché con soli due melodrammi all’attivo. Palmi gli ha intestato una strada ma non lo ricorda.
Lo riesuma questa estate Martina Franca, a Taranto, per il suo Festival della Valle d’Itria, con una superba ripresa della sua seconda opera, “Ecuba”, andata in scena al San Carlo di Napoli con grandissimo successo il 12 dicembre 1812, poco prima della sua morte. Con la regia e i costumi di Pier Luigi Pizzi, l’orchestra del Petruzzelli, il coro del teatro Municipale di Piacenza. Una ripresa che ha attirato critica e pubblico.
Palmi si direbbe città musicale, oltre che di scrittori (Repaci, Zappone, Salerno...), con due autori di fama nazionale, Cilea e Manfroce. Ha anche una montagna strepitosa, il Sant’Elia, e un mare di ogni qualità, di sabbia e di scoglio, di spiagge profonde e di calette, d’acqua trasparente, fino a quindici e venti metri di profondità, con parchi di delfini al largo, lo Stretto e Stromboli all’orizzonte. Messa in mano agli olandesi, per dire, o anche soltanto ai romagnoli, sarebbe una miniera.
Usava anche essere una sottoprefettura, quindi ha Procura, Tribunale, Asl, e con essi un ceto medio intellettuale nutrito. Che però non conta nulla.
È un grosso centro addormentato, neanche i suoi avvocati sono più buoni, che vivacchia di abusi di ogni tipo. Quelli edilizi interminabili, come la bellezza da demolire.

L’arancino di Camilleri
Si celebra con Camilleri l’arancino, lo street food  del ferry.boat a Villa San Giovanni, l’insegna della Sicilia. Dei cui ingredienti principali, il riempitivo e il riso, quest’ultimo è milanese, riso allo zafferano. Zafferano, certo, che viene – veniva - dalla Sicilia.
Quando si girava per la Sicilia felix, deserta per mafia, nei tardi anni 1960 e nei 1970, il menù dei rari ristoranti era pasta alla bolognese, con parmigiano grattugiato, e cotoletta alla milanese. Non palermitana – ce n’è una palermitana. 

“Robinson” e “La Lettura” escono il sabato. Il supplemento di “la Repubblica”, quotidiano romano, è tutto su Camilleri, preparato ovviamente da tempo (oltre alle tante, estese, informatissime articolesse nel corpo del giornale), 14 saggi di firme del giornale. Quello del “Corriere della sera”, pure vuoto di idee, e pur sapendo che Camilleri vende, e che è in fin di vita, niente.
Incapacità redazionale (di direzione, di produzione)? Camilleri è pur sempre un siciliano a Roma.

Anche “Micromega”, il trimestrale del gruppo “la Repubblica”, è pronto, con ben due numeri speciali: tutto quello che Camilleri vi ha scritto negli anni. Mondadori, che ha tanti diritti di Camilleri, con marchio Mondadori o Rizzoli, e dispone in qualche modo anche de “il Giornale” e “Panorama”, anch’essa non ci pensa. Contro il Sud si sacrifica anche il business? Questa potrebbe essere una novità palatable – quasi come l’arancino.

Sudismi-sadismi
I 110 e lode alla maturità al Sud indignano come ogni anno il “Corriere della sera”. Ma quest’anno niente Stella Grande Firma, il compitino è affidato a firma ignota. Se ne stanno stancando?

Cazzullo va in albergo a Positano - s’immagina al San Pietro, l’albergo della vecchia clientela britannica, gestito da portieri di grande tradizione, svizzeri e\o napoletani, come usava - e s’indigna. Lo hanno interpellato in inglese. Non solo, alla sua protesta di essere italianissimo, si è sentito dire: “Sorry?”
Anche in Salento, il paradiso terrestre, perfino ordinato e pulito, Cazzullo non ha trovato un bar dove gli hanno servito un “vino” bianco da una tanica di plastica?
Non è che uno non va al Sud e va, poniamo, a Jesolo, c’è il mare anche a Jesolo. È che uno va al Sud per dirsene scontento. Il motivo non c’entra.
Comunque Cazzullo ha ancora strada da fare – i “sorry” di Positano sono un passo piccolo. La strada è sempre quella indicata da Montanelli, l’Inarrivabile, col decalogo in albergo a Crotone su come farla dentro la tazza.

S’indigna anche Francesco Merlo su “la Repubblica”, a proposito del ribaltone alla dirigenza del Maggio Musicale Fiorentino: “A Firenze, che dell’opera  è il fonte battesimale, come Napoli lo è della pizza margherita”. Firenze e non Napoli fonte battesimale dell’opera?  

Il romanzo di Camilleri
"«Tutto tranne i suoi romanzi»", ricorda lo stesso Merlo in morte di Camilleri: “Una volta, più di vent'anni fa, scrissi che di Camilleri mi piaceva tutto, l’età, il successo, la voce roca, i pensieri, le sigarette e il whisky, la risata, il suo essere di sinistra come un ragazzino...: «tutto tranne i suoi romanzi». Quella monelleria giornalistica, che apparve sulla prima pagina del Corriere della Sera dove allora lavoravo, si chiama stroncatura, ed è la «cattiveria divertente», ha scritto Pietro Citati che la pratica alternandosi con Arbasino, «uno disegna la propria forma contro gli altri»”. Merlo che “disegna la propria forma contro Camilleri” non è male – Merlo chi?
La stroncatura fu seguita da una falsa lettera, continua il giornalista di “la Repubblica”, e da una vera lettera seguita da un’amicizia. Fra siciliani ci s’intende, spiega. Non ci sono inimicizie in Sicilia. Cioè ce ne sono, ma non durano, niente dura.
I romanzi sono la cosa a cui Camilleri più teneva.

La questione meridionale è inutile
Negli “Scritti sulla emigrazione e sopra altri argomenti vari” raccolti nel 1909, Pasquale Villari includeva questa lettera al direttore del “Corriere della sera” sui “fatti di Grammichele”, pubblicata il 4 settembre 1905, che intitolava “Ancora sulla questione meridionale”:
“Onorevole signor Direttore,
Il suo gentile invito a dir qualche cosa sui fatti di Grammichele, dopo lungo giro, mi è pervenuto assai tardi qui nella Svizzera. Non le nascondo che, sulla questione meridionale, io sono divenuto alquanto sfiduciato e scettico. Ne scrissi fin dal 1860 nella Perseveranza, continuai colle Lettere meridionali nell’Opinione, con molti articoli nella Rassegna settimanale, con un gran numero di opuscoli e discorsi. A che valse? A nulla addirittura. Questo sarà stato, è vero, conseguenza del poco valore dei miei scritti. Ma sulla stessa questione c’è una serie assai grande di opuscoli, discorsi, volumi, non pochi dei quali, dopo lungo studio e serie indagini, dettati da uomini autorevolissimi. Basta ricordare i nomi di Franchetti, Sonnino, Turiello, Colaianni, Rudinì, Fortunato e moltissimi altri. Ma, quello che è più, sulla stessa questione, che è in sostanza una questione agraria, v’è stata la grande inchiesta parlamentare, che raccolse un vasto e prezioso materiale. A che cosa ha giovato tutto ciò? Altrove una grande inchiesta serve ad apparecchiare una grande riforma. Quale è la riforma agraria da noi fatta dopo l’inchiesta? Se qualche proposta fu presentata, non ebbe neppur l’onore d’una seria discussione in Parlamento…”
I fatti cui il giornale e la lettera si riferiscono è l’eccidio operato dalle forze dell’ordine, il 16 agosto 1905, di contadini e piccoli coltivatori (tredici morirono sul colpo) che protestavano a Grammichele, in provincia di Catania, contro le condizioni usurarie dei padroni e piccoli prestatori che anticipavano le spese della coltivazione.

leuzzi@antiit.eu

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