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venerdì 18 aprile 2014

Letture - 168

letterautore

Autore – È creatore più che cultore della materia. Come dice Calvino: “Sempre scriviamo di qualcosa che non sappiamo” – “Mondo scritto e mondo non scritto”, 114.

Avanguardie – Le ultime, nel secondo Novecento, sono state un gruppo di potere e una goliardata. La ricerca letteraria – ancora se ne parlava - si è esaurita nelle trovate della tarda latinità, grafiche per lo più – roba da decadenza? Con le “contrepéterie” e altri svaghi linguistici. I poeti si chiamarono Novissimi, che ripetevano i neoteroi padani che indignavano Cicerone, “poeti alla moda”.

Italo Calvino - Si è iscritto da ultimo ripetutamente alla letteratura “fantastica”, nel senso dell’immaginario e il meraviglioso. Da ultimo nei saggi ora ricompresi in “Mondo scritto e mondo non scritto”. Sull’esempio di “Pinocchio”, dice, che conosceva tutto ancora prima d’imparare a leggere. Con una forte dose di compiacimento: “Il fantastico, contrariamente a quel che si può credere, richiede mente lucida, controllo della ragione sull’ispirazione istintiva inconscia, disciplina stilistica; richiede di saper nello stesso tempo distinguere e mescolare finzione e verità, gioco e spavento, fascinazione e distacco,  cioè leggere il mondo su molteplici livelli e in molteplici linguaggi simultaneamente”.

Dante – È un rabbino? Anche, perché no. Molto ricorre alla numerologia, e qualche volta alla gematria, capitolo della Cabala. “La Gematria è”, nella sintesi di Vinassa de Regny, “Dante pitagorico”, “diciamo così, una scienza, che ricerca l’interpretazione simbolica numerica sia di singole lettere, sia di intere parole, sia delle prime tre lettere di ciascuna parola”, dilettazione di molti rabbini.
Vinassa de Regny, che studiò il “simobolismo pitagorico” in Dante, premette: “Si dice che vi fossero rabbini che conoscevano il valore gematrico di quasi tutte le parole della Bibbia”. Ma non solo loro, aggiunge: “Anche i greci indulgevano a questa moda”. E fa un esempio: “Stratone, in un epigramma che non occorre tradurre, dice che proctos  e chsisos si equivalgono geometricamente” – ano e spada?.

“Lo” Scartazzini, il principe del commento dantesco, Vinasse de Regny dice “frigido calvinista”. E lo era. In perpetua lite, per il rigorismo, con le tante autorità teologiche dei cantoni svizzeri tra i quali vagò, Graubünden, Berna, Coira, Aargau.

Editoria – Il libro digitale ne ha mutato i connotati. È un industria di servizi: redazione, grafica, impaginazione, promozione. Più i servizi tipografici, con la fondamentale innovazione del print-on-demand, sia pure una sola copia. Mentre vede scemare rapidamente il ruolo classico di scelta e proposta, di indirizzo. Non sarà presto grande industria, ma un pulviscolo di agenzie editoriali O allora una big business, ma a fini promozionali: come marketing da un lato e dall’altro la promozione delle vendite. L’editore che scopre e “fa” l’autore era appena nato e già scompare, avrà vissuto due o tre generazioni.

Epica – Si nutre delle sconfitte più che delle vittorie. A partire dall’“Iliade” e fino a Parsifal e ai Nibelunghi. Poi l’epica è scomparsa. Con il ciclo discendente dell’Europa nel Novecento. La sconfitta si celebra nelle fasi ascendenti della storia, di espansione o conquista: ricorda le sofferenze e agevola la magnanimità.

Esilio – Cicerone ne fa le lodi – “I paradossi degli Stoici”, II: “L’esilio è terribile agli occhi di colui che è come circoscritto in un luogo determinato, ma non può esserlo per chi guarda l’universo come una sola città”. Lui però ne approfittò per una manovra politica, per prepararsi un ritorno acclamato.

Galileo – Leopardi lo voleva filosofo: “filosofo e scienziato” lo disse nella “Storia dell’astronomia”, 1813: “Galilei era filosofo, era matematico”. Leopardi aveva allora quindici anni, ma aveva letto Galileo.
Nello “Zibaldone” lo dice ripetutamente, dandolo per scontato: Galileo è “il primo riformatore della filosofia e dello spirito umano” (1 dicembre 1828), oltre che “forse il più gran fisico e matematico del mondo” (1821) – e grande scrittore, per la sua «precisa efficacia e scolpitezza evidente» (1818) e per la «magnanimità e di pensare e di scrivere» (1827).

Lacrime – Vanno per sette? “Sette fiasche di lacrime ho colmate” è di Carducci, al ricordo della fiabe della nonna. Si piange molto in letteratura, più che non si rida – ride il lettore ma raramente il personaggio. Ma sette va bene con le fiabe e con le lacrime: John Dowland, “baccelliere in musica” e allora “liutista dell’altissimo principe Cristiano Quarto  re di Danimarca”, ne fece una composizione per liuto, viole e violini, di pavane, gagliarde e allemande: “Lachrimae or Seven Tears”. Forse di sconforto alla morte della regina Elisabetta, nello stesso anno 1603, il 24 marzo. In linea con una tradizione poetica, di cui era stato ultimo interprete Wiliam Hunnis, “Seven Sobs of a Sorrowful Soule for Sinne”, i sette singhiozzi di un’anima afflitta per i suoi peccati. Tre anni dopo Dowland, anche John  Coprario comporrà sette “Funeral Tears”.

Leopardi – Romanziere? Era un’idea di Giulio Bollati, dice Calvino. Poi Bollati non ne scrisse. Calvino invece, pur escludendo l’ipotesi, per rispetto all’amico, nella nota radiofonica “Mancata fortuna del romanzo italiano” (1953), ne sintetizza il romanzesco persuasivamente nella nota allo stesso testo per la pubblicazione (ora in “Mondo scritto e mondo non scritto”): Leopardi aveva le chiavi del romanzo, “le grandi componenti del romanzo moderno, quelle che mancavano a Manzoni”. E ne fa l’elenco: “la tensione avventurosa” (l’islandese in Africa, la notte dei cadaveri viventi nello studio Ruysch, la notte sulla tolda di Colombo), “l’assidui ricerca psicologica introspettiva, il bisogno di dare nomi e volti di personaggi a sentimenti e ai pensieri suoi e del secolo”. E la lingua: “La via ch’egli indicò fu quella dei massimi effetti coi minimi mezzi, che è sempre stato il gran segreto della prosa narrativa”..

Sarà stato un pre-positivista, ma di bocca buona. Le “Operette morali” registrano, al “Dialogo di un fisico e di un metafisico”, sulla necessità del pessimismo, questa conoscenza del Terzo Mondo: “Qualche buono antico (che Leopardi distingue dai favolisti antichi, n.d.r.) racconta che gli uomini di alcune parti dell’India e dell’Etiopia non campano oltre a quarant’anni; chi muore in quest’età, muore vecchissimo; e le fanciulle di sette anni sono in età di marito”. Questa dei sette anni “sappiamo che, a presso a poco, si verifica nella Guinea, nel Decan e in altri luoghi sottoposti alla zona torrida”. Quest’ultima informazione  Solmi dice che Leopardi indica a margine nella “Histoire naturelle” di Buffon, che però è di metà Settecento..

letterautore@antiit.eu

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