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mercoledì 14 ottobre 2020

La musa non amusa – non diverte

La felicità che è la sua cifra, la felicità verbale di sempre - “le sue esatte visioni verbali” nella quarta di copertina: Patrizia Cavalli non delude i suoi lettori. Ma di nuovo, per la seconda o terza volta, recriminatoria: la musa non amusa, si dice col francesismo, non si diverte e non diverte. È l’età? Le attese frustrate? Gli amori traditi?
Il titolo è antifrastico, benché la plaquette  dallo stesso nome finisca con un’ode, “Con Elsa in Paradiso. Ma senza più la baldanza, e come in ritirata: gli amori sono abortiti, i pasti solitari, la compagnia non allegra, il quartiere inamabile. Versi per lo più, sotto lo scherzo, le rime marcianti,  le sonanti assonanze, le invenzioni linguistiche, malinconici. Nemmeno la gatta è di compagnia, giusto il whisky.
“A chi parlo quando parlo da sola”, la terza plaquette, è un cachinno incattivito, di una  “occupata da poveri pensieri,\ la puzza di fritto, il freddo”. Rassegnata: “Si morirà per noia, dolcemente”. L’amante le scale di casa sale “com una torva malinconia\ brutale”. “Errore” rima con “amore” quando il “corpo” è “morto”. “Quattro sorsi” di whisky dimostrano “che non siamo\ quel che siamo, che il nostro essere\ si accende quando è caldo, o si disperde\ nel freddo buio della sobrietà”. E dunque il quesito di copertina. “Cosa non devo fare\ per togliermi di torno\ la mia nemica mente:\ ostilità perenne\ alla felice colpa di esser quel che sono,\ il mio felice niente”. Non propriamente felice, se non irridente. Perfino saffica di scuola, liceale: “Ormai lo so\ tu ami Sulpride…”.
Il tema è il corpo. E il calore che manca. Versi come sempre di egotismo, stanco. Un diario, seppure a singhiozzo. Ogni verso, ogni parola, ogni cosa autoreferente, le amanti, la casa, il sonno, i sogni, gli amici, i passanti. Col fantasma degli anni. E degli amori inaciditi, tutti. Non è ancora l’inverno, il desiderio resta forte, è settembre, nella lunga plaquette  di questo titolo. Ma niente più baldanze, a letto e fuori: “Acre novità della stagione,\ il freddo ai piedi”.
Non più il gioco e lo scherzo. Oppure sì, ma legato allo specchio, inamichevole: “Al mattino mi svegliano i pensieri\ già predisposti delle mie rovine”. Alle quali farà uno sberleffo, come usa, ma senza più convinzione. La lingua è meno ritmata, a cadenze lente, prosastica. Irriverente sempre: “O femminista, sogno del potere,\ parli di donne e diventi generale,\ formi il tuo esercito con le spaventate\ che spaventi di più e ti sono grate”. Col cipiglio da “casta dissoluta”. Ma non più gioiosa – ridente in umbro-toscano?
Patrizia Cavalli, Vita meravigliosa, Einaudi, pp. 119 € 11

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