sabato 15 novembre 2025
I due forni a Bruxelles
Quando c’era Andreotti si chiamava la “politica
dei due forni”: governare un po’ con la sinistra e un po’ con la destra,
contemporaneamente. Andreotti non c’è più ma il suo partito, il partito Popolare,
lo fa ora a Bruxelles. Ma non è un’emigrazione del trasformismo, un suo travaso da
Roma oltralpe, è un primo passo dell’Europa che si governa non più sull’unanimismo,
su compromessi, su rinvii. Di un’Europa che comincia a governare.
Il voto “disgiunto” a Bruxelles, tra il
sostegno politico alla Commissione, e la maggioranza di diverso colore che la
Commissione trova in Parlamento sulla revisione della transizione energetica e
sui flussi migratori sono manifestazioni – non infette da accordi sottobanco –
di capacità di governo. Europea.
Una pietra miliare nella costruzione
dell’Europa. Passano gli orientamenti moderati su energia e immigrazione anche perché
hanno dubbi pure i governi di sinistra che hanno votato e fanno la maggioranza del
governo “Ursula 2”. Ma un primo passo verso l’integrazione politica è stato fatto
secondo le raccomandazioni del Rapporto Draghi: cominciare a votare su temi “centrali”,
anche se non rivoluzionari (il mercato dei capitali, o unione fiscale).
Padre e figlia, il male non può separarli
Un padre vedovo (Agosti) ha cresciuto una figlia,
senza altre distrazioni. Quando si innamora, la figlia diciassettenne perde la
pace. Non dorme, non mangia, non studia, accoltela la compagna del padre,
benché stia sempre dalla sua parte. Il film è della trafila giudiziaria, dei
vari carceri, minorile, casa famiglia, adozione, eccetera. Di un rifiuto della
figlia amata, e dell’isolamento. Ma “una figlia è una figlia, il padre è il padre”,
non si possono cancellare, e qualcosa si ricompone. Sempre sul “miracolo” della
procerazione, che è la procreazione.
Nel precedente reale più famoso, della ragazza che uccise
madre e fratellino, il dilemma non si pose, il padre avendo voluto restare a
fianco della figlia nelprocesso, nella lunga carcerazione, e dopo. De Matteo
rende il quesito, psicologico prima che etico, più credibile. Con forti moment,
se non immagini, di tensione.
Ivano De Matteo, Una figlia, Sky Cinema, Now
venerdì 14 novembre 2025
Il mondo com'è (491)
astolfo
Giulio Cogni – Poeta senese tra
le due guerre, razzista, poi dimenticato. Alain Elkann lo resuscita in “Il
silenzio di Pound”, p. 37. Dicendolo amico di Olga Rudge, la compagna di Pound
che a Siena “dirige l’Accademia Chigiana”. Lo resuscita tramite un “amico” di
Londra, Luke, rimasto vedovo, di 95 anni e a rischio depressione, un ebreo polacco
che si era convertito al cattolicesimo, sentitamente e non per opportunismo, che
era andato a trovare Olga Rudge a Siena: “Mi ha voluto presentare un suo
giovane amico, un poeta, Giulio Cogni. Cogni era uno piccolo di statura e
sapevo che era fascista e aveva scritto un libro sulla razza”.
Un’incongruità:
Luke, l’amico dello scrittore, è andato a Siena negli anni 1970-1980, quando
Olga Rudge non lavorava più all’Accademia Chigiana – di cui non era stata
direttrice, all’Accademia si era segnalata proponendo e realizzando la riscoperta
di Vivaldi, negli anni 1930.
Cogni è vissuto
fino al 1983, musicologo e autore prolifico di pubblicazioni esoteriche. Insegnava
Estetica e Psicologia al Conservatorio Cherubini di Firenze. Da giovane aveva
insegnato Filosofia al liceo classico di Perugia, e all’Istituto
italo-germanico di cultura ad Amburgo. Vantava di essere stato “il primo e il
più coerente” ricercatore impegnato a “introdurre l’approccio biologico
razzista nel pensiero e nella scienza italiani”, col volume “Saggio sull’Amore
come nuovo principio d’immortalità” – dedicato a Giovanni Gentile. Cui fece
seguire “Il razzismo” e “I valori della stirpe italiana”. All’Indice da parte
della Chiesa, deriso dagli studiosi liberali, De Ruggiero e Calogero, collaborò
per qualche tempo con Gentile. Ma presto anche Mussolini e l’arcirazzista
Telesio Interlandi lo tennero lontano. Da qui la conversione alla musicologia.
Maria Giudice – Oggi confinata
al ruolo di madre – peraltro assente – di Goliarda Sapienza nelle biografie
della scrittrice, fu militante socialista di primo piano, e poi comunista, molto
attiva nei primi decenni del Novecento. Goliarda infante era affidata alle cure
del fratellastro Ivanhoe, uno slavista, che “la allattava personalmente col latte
in polvere che facevano venire dalla Svizzera non avendone più Maria Giudice”,
dopo innumerevoli parti e una vita avventurosa. Giornalista, sindacalista e
attivista politica, contro la guerra e contro il matrimonio, benché abbia
vissuto con un solo uomo, un secondo dopo il primo, e abbia fatto molti figli.
Il padre di Goliarda,
catanese, attivo a Catania, era un avvocato penalista, già vedovo con tre figli
quando si unì a Maria Giudice, più altri figli naturali (legittimati). Un uomo
di molto interessi, compreso il teatro greco, e attento ai figli – ai quali imponeva
l’apprendimento dei mestieri manuali, dalla lavorazione del legno alle acciughe
sott’olio. Senza essere eccentrico: era molto quotato come avvocato difensore.
Maria Giudice è bene inquadrata da Angelo Pellegrino, nel lungo “Ritratto di
Goliarda Sapienza” ora in appendice a “L’arte della gioia”: “Portava dall’Italia
del nord in Sicilia l’eco delle grandi lotte socialiste degli inizi del secolo e
dell’estrema resistenza al dilagare del fascismo. Era stata in esilio in
Svizzera, dove aveva conosciuto l’élite rivoluzionaria internazionale. A Torino
era stata la prima donna a dirigere la Camera del Lavoro”. No, anche prima
aveva diretto la Camera del Lavoro, a Voghera e a Borgo San Donnino. In Svizzera
si era esiliata per evitare il carcere, dopo una condanna per sovversivismo,
dal quale era provvisoriamente esentata perché incinta. Aveva da poco avviato
una “libera unione” con Carlo Civardi, nella quale nacquero sette figli.
A Torino, può
continuare Pellegrino, Maria Giudice “diresse anche “Il Grido del
popolo”, dove aveva come redattore Antonio Gramsci, e nel 1917, in piena
guerra, organizzò la rivolta delle operaie dell’industria bellica, procurandosi
una dura condanna e una carcerazione che s’interruppe solo grazie all’amnistia
concessa dal governo in seguito alla vittoria. Fu poi inviata in Sicilia in
missione sindacale segreta. Condannata dal regime fascista al soggiorno
obbligato a Catania, poté lasciare la città soltanto dopo vent’anni, per accompagnare
Goliarda ancora minorenne a Roma nel 1941, quando, dopo aver vinto la borsa di
studio, fece il suo ingresso all’Accademia d’Arte Drammatica per diventare attrice”.
Una madre comunque ingombrante, continua Pellegrino, per la figlia scrittrice: “La
nobile figura di rivoluzionaria della madre la caricò di doveri ideali e morali
che aggravarono buona parte della sua vita, anche per l’amore e l’ammirazione
incondizionati che Goliarda le portò sempre, nonostante il poco affetto da lei
ricevuto, che mai Goliarda le rimproverò. La sapeva una donna dedita a una
causa ideale che non consentiva un amore borghese verso i propri figli, e
questo la stessa Maria Giudice glielo ricordava spesso. A lei che aveva per la
madre anche un forte trasporto fisico, carnale, che però veniva tormentato e
frustrato dalla sua apparente freddezza caratteriale”. Pellegrino parla di
Maria Giudice per sentito dire, da Goliarda, dato che Maria morì nel 1953 e Pellegrino
divenne il compagno di Goliarda una ventina di anni dopo. Il mancato rapporto
con la madre “le causò una sorta di buco nero affettivo che si portò dietro per
buona parte della vita e contro il quale si sforzò di combattere con tutte le
sue forze…. Il complesso bisogno di affetto che la segnava però non la lasciò
mai, la sua stessa affettività era quasi canina, poteva in teoria affezionarsi
a chiunque. Più che l’amore, che in fondo temeva, cercava di più gli affetti,
che era sempre pronta a ricevere”.
Anche nel “confino”
catanese Maria Giudice si mantenne attiva politicamente. Sempre a proposito della
figlia Goliarda, secondo Pellegrino: “Dalla madre apprese la letteratura
politica e filosofica socialista, pre e post marxismo”. E ad essa “riferì buona
parte del suo femminismo”. E la “libertà religiosa”: “La madre le fornì le basi
della libertà religiosa invitandola a conoscere i principali credi”. Del padre,
ultimo prolifico compagno di Maria Giudice, Goliarda evocava lo spirito in fine
“giornata di scrittura”: “Aiuto, papà Peppino, aiuto! Unico conoscitore di
anime assassine, e no!”. L’arte della cucina invece sosteneva di avere “ereditato
dalla madre” – “la rivoluzionaria Maria Giudice che esule in Svizzera aveva
spesso a cena, oltre alla sua cara amica Angelica Balabanoff, anche Lenin e
Mussolini, che pare fossero appassionatissimi dei suoi manicaretti”.
Claire Goll – Nota come moglie
del poeta Yvan Goll, e ancora di più per avere orchestrato una campagna denigratoria
contro Paul Celan, il maggior poeta di lingua tedesca del dopoguerra, che
accusava di plagio – probabilmente causandone il suicidio.
Era Clara
Aischmann, nata a Norimberga, nel 1890. Sposa a 21 anni, nel 1911, a Lipsia, allora
capitale europea dell’editoria, con l’editore svizzero Heinrich Studer. Col
quale ebbe una figlia, Dorothea Elisabeth. Cinque anni dopo lasciava Lipsia e Studer,
nel pieno della guerra, per trasferirsi a Ginevra, per studiare all’università,
partecipare al movimento pacifista, e avviare una carriera indipendente, come
giornalista. Nel 1917, mentre divorziava
da Studer, incontrò incontrò il letterato e poeta “Yvan Goll”, nato Isaac Lang,
un francese naturalizzato tedesco, col quale si fidanzò. Un anno dopo ebbe una relazione
anche con Rilke – col quale sarebbe rimasta in corrispondenza – ma senza abbandonare
Goll. Ed esordiva con una raccolta di poesia, anche lei, e una di racconti. Con
Yvan Goll si erano stabiliti in Ascona. Nel 1919 si spostò con Goll a Parigi, e
nel 1921 se lo sposò. Continuò nei primi anni Venti a pubblicare poesia, in francese,
come scrittrice e poetessa franco-tedesca. E insieme con Yvan una “Canzone d’amore
condivisa” in tedesco, “Wechselgesang der
Liebe“.
Entrambi ebrei,
Claire e Yvan Goll nel 1939 ripararono a New York. Nel 1947 tornarono a Parigi.
Nel 1950 Yvan moriva. Claire vivrà fino al 1977. Un’esistenza segnata da una guerra
feroce contro
Celan, il massimo
peta di lingua tedesca del dopoguerra. Nonché, prima e dopo la morte di Yvan, da
un’intensa vita sociale, amica, spiega nelle sue memorie, “Cercando di
afferrare il vento” (un repertorio di celebrità, esattamente 53), del tout
Paris, come usava allora dire: Malraux, Léger, Cendrars, Chagall, Robert
Delaunay, Joyce, Rilke naturalmente, Picasso, Dalí, Einstein, Jung, Artaud,
Brancusi, Henry Miller – nonché Majakovskij, di passaggio a Parigi – sono solo alcuni
dei nomi dell’elenco.
Dario Borso la
esecra e la celebra sul “Robinson”, da traduttore e cultore di Paul Celan, cui
la Goll rese la vita durissima, nonché della stessa Goll, delle memorie “Cercando
di afferrare il vento”. Una guerra durata vent’anni, fino alla sua morte, nel
1977, sette anni ancora dopo il suicidio di Celan.
Dopo morte del marito,
Claire Goll si era resa celebre accusando “l’amico” Celan di avere letteralmente
copiatole poesie del defunto. La cosa si dimostra non vera a tutti gli esami comparatii.
Ma Celan, colpito da depressione, il 20 aprile del 1970 si buttava nella Senna.
Nelle memorie pubblicate
in vita, “Cercando di afferrare il vento”, a oltre 80 anni accusò Celan di molestie
sessuali a suo danno. Richiesta del perché non avesse denunciato le molestie
prima, se non altro nella vicenda del plagio, “si giustificò dicendo”, spiega Borso,
“di non averlo denunciato prima a causa di un giuramento sulla memoria sacra
del marito. Giuramento tra lei e lo stesso Celan…. Aggiunse che ora voleva
«smascherare pubblicamente Celan». E lo trattò alla stregua di un giuda che
aveva tradito il suo maestro, cioè Yvan Goll. Si spinse a dire che entrambi si
suicidarono – uno impiccandosi, l’altro gettandosi nella Senna - per uno
spaventoso senso di colpa”. Oltre che “terribile”, Borso la dice “anche
terribilmente bella e terribilmente intelligente. Era ebrea come Celan. La
schiera dei suoi amanti è una lista impressionante di nomi prestigiosi”. E li
elenca: “Joyce, Rilke, Malraux, Picasso, Chagall, Dalì, Einstein, Jung, Henry
Miller”. Pur precisando: “Non con tutti andò a letto”. Anche perché l’erotismo
non le interessava: “Nelle sue memorie confessò che il primo orgasmo lo aveva
provato a 76 anni!”. Soprattutto, si direbbe, amava odiare: “In un’intervista rilasciata
prima di morire fece notare che tutte le persone che le avevano fatto del male
erano crepate. In particolare ne citò tre: sua madre, l’editore Kurt Wolff e
Paul Celan.
La lista dei “suoi
amanti” la fa anche una mitomane, oltre che una perversa cattiva.
astolfo@antiit.eu
La globalizzazione va col nazionalismo
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giovedì 13 novembre 2025
Ombre - 799
La corruzione in Ucraina, milionaria, non robetta,
lambisce lo stesso Zelensky. Non è una novità – si radica nel 2014: è la
corruzione che ha portato al 2014. La Ue si è presa in carico un paese in cui il
migliore ha la rogna, e deve pure difenderlo, difenderne le magagne.
In tempi di magra, niente guerre, niente terremoti, niente
banche fallite in Usa, si fa cronaca con un biografo malevolo di Trump, una specie
di Travaglio americano, e con le tarde accuse di Epstein, nel 2019, deluso per
la mancata grazia di Trump, contro l’allora e odierno presidente – condite dall’onnipresente
Giuffré, la minorenne che dopo avere tanto vantato le sue virtù calpestate si è
suicidata (dopo avere testimoniato che ha incontrato Trump solo per avere lavorato, col padre, nella sua tenuta di Mar-a-Lago). E non si sa che pensare: l’opinione pubblica non è la tela della
democrazia, è l’arma del fascismo. Di sinistra.
Un’intervista di Ginevra Cerrina Feroni, vicepresidente
del Garante della Privacy, certifica che “Report” ha informazioni precise, ma sbagliate. Un parrucchiere pagato una volta con la carta sbagliata, succede a tutti – ma con
la spesa (€ 15) subito riaddebitata. E così via: “Report” si avvale di informatori
interni, o pagati o inveleniti, o solo politicizzati, e spara l’“informazione”,
senza controlli. Due peccati in uno, di mestiere, e di politicanteria – mai una “informazione” sulla sinistra, che pure ha governato per molti
anni.
I denunciatori, wistleblower, sono in America,
questa “patria della vergogna”, valutati, uno per no.
Non ci sta Orcel, l’ad di Unicredit, a far dire la sua
banca “straniera”, perfino non europea, da Meloni e Giorgetti uniti nella lotta.
Ha mollato Bpm al Crédit Agricole, vera “banca straniera”, e denuncia il governo
a Bruxelles. Che per prima ha avanzato dubbi sull’azione d’imperio del duo. La
giustizia italica (il Tar) se ne è lavata le mani e i media fanno finta di nulla.
Poi dice che la democrazia è in pericolo.
Sul blocco d’imperio dell’ops Unicredit-Bpm il già muto
Giorgetti si sbraccia ora in “sì ma”, controdeduzioni, dichiarazioni con e
contro i Servizi Finanziari della Commissione di Bruxelles. Coi Servizi gli deve
essere andata male, e ora punta sugli incontri riservati con la commissaria Albuquerque,
che anche lei marcia a destra. Poi si dice che la mafia è al Sud.
La Cassazione fa ancora più del tribunale ambrosiano del
Riesame, e libera tutti, i dodici o tredici imputati di corruzione nell’inchiesta
sulla Nuova Urbanistica a Milano. Per giudicare la sentenza si dice che bisogna aspettare le motivazioni. Però,
non c’è corruzione se si trasforma un garage in un immobile da un milione di mc
come “ristrutturazione”, con l’avallo (anticipato) di tutti gli organi di controllo.
E pensare che solo a toccare una finestra arrivano subito i vigili urbani. Si
vede che con i soldi non c’è peccato.
È “la giustizia”, si può dire. Il Tribunale del Riesame che
ha assolto la Nuova Urbanistica era milanese, formato da tre milanesi. La
Cassazione invece sta a Roma, assortita da eminenti giurisperiti centro-meridionali.
Si vede che gli abusi miliardari hanno cittadinanza in tutta Italia, nella mega-corruzione
non c’è disparità Nord-Sud.
C’è un giudice in Turchia che chiede 2.352 anni di carcere
per il leader dell’opposizione, il sindaco di Istanbul Imamoglu. Per 140 o 150 reati. È da ridere, certo - cioè da piangere. Ma se ne parla come di un’“aberrazione” giudiziaria. Non si parla
invece di fascismo in Turchia, in forme perfino ostentate. Perché è islamico –
sunnita, massone? Questioni di mercato, anche di difesa? Ma di quale Occidente?
Eni e Chevron hanno grandi giacimenti di gas in Venezuela,
che utilizzano per il mercato interno. Facendosi pagare con petrolio che rivendono
in America. Trump ha bloccato queste esportazioni, ma solo all’Eni. Si dice
Trump ma è sempre stato difficile essere benvenuti in America, sul mercato americano. Il motore del mercato, liberista, è
sempre stato protettivo, anche nelle cose minime.
Inutile
aspettare il dispositivo della sentenza della Corte Costituzionale, che aumenta
il tetto agli stipendi pubblici da 240 mila euro a 311.658,53, esattamente – i venerabili
giudici si sono applicati al centesimo. Sicuramente non mancheranno le ragioni.
A valle – o a monte – di quella che si
sa: 240 mila erano pochi, per non fare niente, giusto il giudice
costituzionale, nei momenti liberi.
La Spagna “esternalizza” i migranti, in Mauritania, due
strutture ha aperto nella capitale Nouakchott e a Nouadhibou, a Nord,
verso il Sahara occidentale. Anche per i minori, neonati compresi. Il governo
di sinistra di Madrid. Senza eco, per non dire sdegno, in Italia.
“L’Europa dovrebbe imparare dall’Italia. Il Paese ha dimostrato
agli investitori cosa succede quando stabilità politica, credibilità fiscale e
punti di forza industriali sono allineati”. Lo scrive Stefano Caselli, preside
della School for Management della Bocconi, ma lo pubblica il “Financial Times”
– ne fa vetrina su X. Mercato azionario in rialzo nei cinque anni del 120 per cento,
il doppio della media europea – “i mercati obbligazionari raccontano una storia
simile”. Banche forti, ripulite da sofferenze e con robusti ratios di capitale,
rapporto debito\pil stabilizzato, rating creditizio in forte
miglioramento. Come non detto.
È singolare che chi ha regalato
140 miliardi ai proprietari di seconde case denunci come “ricco” chi la seconda
casa non può permettersela. Ma non una nota su questo. Anzi, anche su questo la
trita formula: “L’opposizione attacca”.
L’informazione non fa opinione, si
capisce che nessuno se la fila più. Il “Corriere della sera”, 350 o 400 giornalisti,
trova nel solo Gramellini, il battutista di prima pagina, l’intelligenza di spiegare
che con 2.500 euro al mese non si è ricchi – e con una famiglia da mantenere e
una casa da pagare si vive anche male.
I denunciatori, wistleblower, sono in America, questa “patria della vergogna”, valutati, uno per no.
È “la giustizia”, si può dire. Il Tribunale del Riesame che ha assolto la Nuova Urbanistica era milanese, formato da tre milanesi. La Cassazione invece sta a Roma, assortita da eminenti giurisperiti centro-meridionali. Si vede che gli abusi miliardari hanno cittadinanza in tutta Italia, nella mega-corruzione non c’è disparità Nord-Sud.
Che farsene dell’Iran, ferito a morte
Un film politico, con sfumature
horror: cosa farsene di un boia e spia di regime a Teheran?
Un gruppo di compagni di lotta
contro la dittatura religiosa, ritrovandosi casualmente l’uno dopo l’altro
insieme a gestire il destino della spia-boia discute a lungo e animatamente che
cosa farsene. Nel mentre aiuta la moglie del nemico a partorire e si prende cura
amorevole della figlioletta rimasta sola.
Ragioni e torto sono ben
delineati, e forse per questo il film è stato premiato a Cannes. Anche, forse,
in considerazione che il carcere, con annesse minacce di torture e impiccagione,
è stato sofferto a lungo da Panahi – ora esule, il film è stato prodotto e girato
in Europa. Ma il dramma non decolla: stiracchiato, lascia freddi.
Un merito il film ha, forse
involontario, ma di senso politico. Rappresenta, senza dirla, la ragione vera
della resistenza del regime degli ayatollah in Iran, inviso dopo 45 e più anni
praticamente a tutti: la parte religiosa del Paese, la più numerosa, è comunque
legata al regime, anche nei suoi aspetti brutti, denunce e prevaricazioni (un
regime di polizia stretto, carcere senza giudizio e migliaia di condanne a
morte ogni anno, assortite da torture – molto diffusa quella psicologica, della
forca in cortile), a tale punto che un cambio di regime spaventa. Molti buoni credenti,
specialmente quelli dei ceti produttivi, conoscendo il Paese, se ne
sbarazzerebbe, gli ayatollah non hanno fatto buona prova, per nessun aspetto,
né sociale né politico – il paese, estremamente civile, è isolato e impoverito.
E, peggio, si sente imbarbarito. Ma, poi. i più si trattengono, hanno paura del
dopo, della deislamizzazione.
Nelle lunghe discussioni su
che farsene, tra i giovani resistenti al regime, del nemico che hanno in trappola
questo è il senso. Ma neanche questo è detto, il film si vuole di denuncia. Arrabbiata. Un altro caso di film molto elogiato ma forse non visto.
Jafar Panahi, Un semplice
incidente
mercoledì 12 novembre 2025
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (613)
Giuseppe Leuzzi
“Una banda di quattro ragazzi poveri ignoranti, che sapevano si e no scrivere il loro nome, senza la lingua, senza una famiglia, si è arricchita e ha tenuto in scacco la politica
e la polizia del paese più grande del mondo”, Nicholas Pileggi fa dire al suo Frank Costello, del
superfilm di Barry Levinson, “The Alto Knights - I due volti del crimine”. Con ragione – è un fatto.
La mafia in America, le mafie in America, italiana, irlandese, ebraica, si possono anche dire i “mercati” delle etnie escluse.
Nel gergo italo-americano di Frank Costello, nel film, l’autore della
storia e sceneggiatore Pileggi gli fa dire un paio di volte “protestanti”, con disprezzo, i suoi
nemici. Che è probabile “traduzione” nel doppiaggio di un wasp nell’originale, white anglo-saxon protestant, bianco, protestante e anglosassone. Ma è vero che i “non protestanti” non discriminavano fra
di loro – la moglie di Costello, bella e intelligenze, è di famiglia ebraica. Un legame invece
non era possibile con un\una wasp, neanche di bassa estrazione.
Tra due mondi, in nessun mondo
“Sono
Luca o Li Wei”, scrive un giovane cinese di Milano al “Quotidiano del Sud”, “sono
nato a Milano, da genitori cinesi, vivo in Calabria, sono no so che cosa” –
“non sono solo cinese, non sono solo italiano”. Che può essere un vantaggio, un
capitale, una ricchezza. Ma “a scuola mi hanno chiesto cento volte se so fare
il sushi. «No, quello è giapponese». Che poi: «Ah già, siete quelli degli involtini
primavera, del riso alla cantonese». No. Non si mangiano in Cina. Lo so,
shock”.
Scrittore
brillante, Luca o Li Wei: “Parlo tre lingue: mandarino, dialetto e sarcasmo. In
casa c’è mia madre che urla in cinese, mia zia in calabrese e io traduco in italiano
solo per insultare con precisione”. La zannella, il sarcasmo buono, è
del linguaggio calabrese.
Si
dice della misgenatinon che è l’impasto dell’umanità, sempre si è
vissuti mescolati, famiglia, etnie, culture, “razze”. Ma è vero che sentirsi dire a Parigi, “lei
non sembra italiano”, e a Firenze “lei
non sembra calabrese”, che si vogliono complimenti, per dire che si è
“dirazzati” al meglio, questo non consola, e un po’ irrita. Perché, bene o
male, uscire dalla tana non è per rivalsa, è anzitutto un atto di curiosità,
anche la ricerca di qualcosa che nella tana non si voleva o non si trovava.
È
che nell’ipotesi migliore l’emigrazione, sia pure solo fisica e non mentale,
non aiuta. Cioè sì, si beneficia di una molteplicità (duplicità) di culture, ma
da estranei. D a visitatori, da ricercatori anche, professione nobile, ma in
solitario e per se stessi. Senza il sostegno comunitario, di linguaggio, di mentalità
– senza riconoscimento. Senza beneficio per il nostos, il ritorno, se
non come vacanza – il ritorno definitivo, si vede dai pochi coetanei che lo
hanno praticato alla pensione, è di un isolamento totale, una inutile frustrazione.
E senza cattiveria, un disastro che è nelle cose.
Le tasse sulle case abbandonate
“«Nel
2022 economia in nero a quota 180 miliardi», calcola il Mef, ministero dell’Economia
e delle Finanze” - “Il Sole 24 Ore”. La calcola in 182,6 miliardi per l’esattezza,
ma si sa come di fanno questi conti, per approssimazione. Tra sotto dichiarazioni
e lavoro irregolare, stimati.
Una
valutazione in calo, ma che vale sempre il 9,1 per cento del pil. Era il 9,7 per
cento nel 2019, il 10,8 nel 2011.
È in
nero l’economia del Sud? Oppure: quanta parte del nero è al Sud? Il Mef non lo
dice.
Tutte
le occasioni e esperienze di spesa al Sud dicono di una puntigliosa “regolarità”
del commercio al Sud, anche del più piccolo esercizio del più remoto paese – lo
scontrino fiscale è imposto. Mentre tutte – più o meno, quasi tutte – le prestazioni
d’opera son brevi manu: in contanti, esenti Iva,
esentasse.
Una
sola cifra il Mef dà localizzata, dove calcola il tax gap dell’Imu – lo scostamento tra quanto si dovrebbe sugli estimi catastali
e quanto è stato pagato. Il tax gap nazionale è del 20,8 per
cento: un euro non pagato, più o meno, ogni cinque dovuti. A Sud è di un terzo,
un euro non pagato ogni tre dovuti. In quest’ordine: Basilicata 30,1 per cento,
Sicilia 37,2, Campania 33,8, Calabria 39,2. Ma sono regioni di forte emigrazione,
per cui la proprietà è solo teorica, per immobili abbandonati o comunque non
utilizzati.
Gli
uffici fiscali naturalmente non ragionane che di tasse. Ma una finestra non
volendo aprono su una realtà che è una specificità dell’Italia, gli abbandoni.
Dei borghi, in tutto o in larga parte. Di cui si parla, ma solo a proposito dell’Appennino
– e più in particolare dell’Appennino tosco-emiliano. Mentre è un problema generale,
e di più meridionale. Se non altro per lo spreco, per aggiornare la questione,
o consumo del territorio.
Con
problemi anche pratici, oltre che fiscali: quando un Comune rifà la rete
idrica, o fognaria, deve tenere conto delle case e i quartieri abbandonati –
o, peggio ancora, semi-abbandonati?
Mastella e la giustizia napolitana
Sul referendum giustizia scende in campo
anche Mastella. Che è stato anche ministro della Giustizia, a capo di un suo partito,
uno dei suoi tanti - dopo avere fatto il segretario, geniale, di De Mita. E,
curioso, uno dei primi post di questo sito è stato, nel 2007, “Mastella sfida
la giustizia Napolitana”
http://www.antiit.com/2007/09/mastella-de-magistris-un-campano-contro.html
Mastella, ministro della Giustizia, il Beneventano nella onomastica del suo amico-nemico De Luca,
longobardo quindi di origine, sfidava i tanti giudici napoletani che facevano
la giustizia, a Napoli e in Italia. De Magistris, Woodcock, Beatrice, il pm di
“Gomorra” e, con Mancuso, di Moggi, Miller, Palazzi, D’Ambrosio, Borrelli,
Greco, Boccassini, Guariniello, Ormanni, eccetera, “inflessibili, fantastici,
imprevedibili”, argomentava il post – E non c’era ancora stata la tempesta del
2008, con l’arresto della moglie di Mastella, presidente del consiglio regionale
Campania, e l’indagine a carico dello stesso Mastella, disposti dal Procuratore
di Santa Maria Capua Vetere Mariano Maffei (un’accusa poi dissoltasi nel nulla, dopo una decina di anni, e la fine della politica per Sandra Lonardo Mastella).
Forse per una questione di campanile, uno di
Benevento non sopportando “la strafottenza napoletana”. Ma “si agita(va)
perché, tra intercettazioni, missioni, consulenze milionarie e testimoni illustri
a centinaia i suoi corregionali gli prosciuga(va)no le scarse risorse del ministero”.
Cronache della differenza: Calabria
Nel
nome di Charlie Kirk, il giovane attivista evangelico americano assassinato subito
nasce a Reggio una Associazione Charlie Kirk. Fondata da Massimo Ripepi, massimo
esponente della destra politica, che, si scopre nell’occasione, ha il titolo di
pastore e gestisce una comunità evangelica. Che dev’essere vero: al varo dell’Associazione
partecipano due influenti personalità dell’evangelismo americano, George Roller
e Frank Pesce.
Uno
dei blocchi trumpiani più solidi, gli evangelici americani sono anche sionisti,
più dei sionisti ebrei – per loro Israele è la Bibbia. La Calabria è sempre
stata terreno fertile per quelle che una volta si chiamavano le sette.
.
Una biografia, infine, di Antonio
Jerocades, il rivoluzionario di Parghelia (Tropea) a fine ‘700, personaggio di
rilievo a Napoli, benché negletto dalle storie, e inquietante. La bio ne documenta
il massimalismo, tra un viaggio e l’altro dai parenti a Marsiglia, cioè a fonti
primarie della massoneria. A ogni piega delle riforme prima, di Tanucci e
successori, e poi, dopo il 1789, della rivoluzione, chiede, propone e impone
sempre di più. Fino alla sconfitta, rovinosa, ma non per lui.
Un personaggio, molto individuato,
ma di psicologia non particolare, si direbbe anzi sociale.
La malfamata sanità calabrese,
sottratta ai commissari pensionati di lusso, sarà la prima a offrire lo psicologo
a scuola. Il “disagio psichico” connesso alla crescita è stato riconosciuto, un
test di accettazione si sarebbe fatto che ha registrato 6 ragazzi su 10
interessati. I problemi non mancavano, qui come altrove: bullismo, cyberbullismo,
cattiva nutrizione, dipendenza dai social. E la Regione ha creato la professione,
col Fondo sociale europeo: 45 psicologi assistono 285 scuole.
“In questa
provincia”, Reggio Calabria, cioè la Calabria che sta visitando, “che pure fa
parte di un paese famoso per le sue melodie, per i suoi suoni morbidi e suadenti,
per i suoi deliziosi canti popolari ma anche per le sue belle voci e i suoi
eccellenti cantanti, non mi è mai capitato di sentire una bella voce o un canto
popolare melodioso”. Il nobile viaggiatore austriaco Friedrich Werner van
Oestéren, che annota la mancanza in fine al suo resoconto di viaggio del 1908,
“Povera Calabria”, la dice “colpa della razza, del sangue arabo”. Se non che oggi la musica pop è prevalentemente
al modo arabo della melopea – van Oestéren si cautelava: “Voci profonde, rotte,
e melodie orientaleggianti, monocordi, povere di suoni”.
Nicholas Pileggi,
lo scrittore (soggettiste e sceneggiatore di Scorsese, “Quei bravi ragazzi”, “Casino”),
calabrese di origine, fa fare giustizia, con l’ironia, con la beffa, della mafia
americana a Frank Costello, altro calabrese di origine. Insieme fanno giustizia
in particolare di Vito Genovese, napoletano, e quindi prepotente – specie con e
sui calabresi.
Soprattutto questo
Costello di “The Alto Knights - I cavalieri del crimine”, quello di Pileggi, è
di instancabile humour. Quasi fosse una cifra del linguaggio, anche se parla
inglese, anche davanti a una commissione d’inchiesta del Senato che lo mette in
difficoltà. Anche questa è una certificazione d’origine: la zannella
soprattutto. Una corazza - con l’ironia non si è mai perdenti, neanche nella
sconfitta.
Il giudice Gratteri va in tv e difende la non separazione delle carriere
col giudice Falcone: “Era contrario”, esordisce trionfale, agitando sul cellulare
un’intervista del 25 gennaio 1992. Intervista inventata – Falcone era
favorevole, l’aveva spiegato in un’intervista a “la Repubblica”, il 3 ottobre 1991
(all’indimenticato Pirani), quando ne parlava Craxi. Si può sbagliare. Ma Gratteri
cita il falso con prosopopea, un giudice in Calabria è di rispetto. Per lo
stesso motivo “’un sta a spacca’ ‘r capello”, come dicono a Roma.
Gratteri si giustifica poi spiegando che la falsa intervista del giudice Falcone gli era stata inoltrata “da persone serie, persone autorevoli dell'informazione”. Una provocazione? La mafia anche a “La 7”, la sua televisione?
leuzzi@antiit.eu
I due duellanti in mafia - De Niro con se stesso
Frank Costello, capo delle mafie italo-americane a partire dal 1937, quando il suo amico e capo Vito Genovese aveva dovuto tornarsene
in patria, a Napoli, per evitare per evitare l’arresto, si confronta ora con Vito,
riportato in America dalla polizia militare Usa, in attesa di un processo per
omicidio, che rivuole il suo posto di capo. Per questo lo fa anche sparare, ma
l’attentato riesce male. Costello non cede, e rimprovera Vito, di persona più
volte e nelle riunioni della “cupola” mafiosa, perché trafficando gli
stupefacenti espone la “famiglia” a rischi gravi – condanne pesanti, anche a
vita.
Un filmone, attraente in ogni imagine, costruito con
poco: l’ottantenne De Niro praticamente sempre in scena, che si racconta e racconta
ogni altro, tanti personaggi di complemento, e molte foto d’epoca. Con ottimo dosaggio
dei toni e dei generi, crudo e ironico, sanguinario e perfido, amichevole e
ossessivo. Tutto sommato, uno sguardo ironico sulla mafia. Il filone è quello
di “C’era una volta l’America”, ma senza il melò: niente musiche accorate,
e niente cuorinfranti, giusto la stessa coppia di amici dalla prima giovinezza sfrontata
alla maturità e alla vecchiaia rognose.
Una storia senza neanche storie o figure memorabili,
anzi attorno a figure brutte e bruttissime, e a personaggi e vicende alla fine
di poco o nessuno spessore. Sul modello dei duellanti: Vito Genovese e il suo amico,
protetto, vice capo-cupola mafiosa, suo successore, Frank Costello. Attorno a
un tema, le mafie italo-americane, delle loro trame di mercato e politiche, non
delle saghe familiari alla “Padrino”, alla fine di poco interesse. Che un
mostruoso De Niro ravviva in ogni piega: più di tutti si diverte, e diverte, l’ottantenne
De Niro, che fa Costello e anche il suo rivale Genovese, una performance
memorabile.
Per il soggettista e sceneggiatore Nicholas Pileggi
un ritorno alle origini, al suo primo film, pensato (suo il romanzo che ispirò
il regista, “Il delitto paga bene”) e sceneggiato per Scorsese, “Quei bravi
ragazzi”. Un cerchio che si chiude, come per De Niro, protagonista allora e
oggi. Una specie di “tempo perduto”, di malacarne.
Il titolo originale è il nome di un club a Manhattan gestito
da Costello, molto (ben) frequentato nel primo dopoguerra.
Barry Levinson, The Alto Knights - I cavalieri del
crimine, Sky Cinema
martedì 11 novembre 2025
Il pil non va – tra Italia e Germania matrimonio repubblicano
Soffre l’economia in Italia perché soffre,
da più tempo, quasi tre anni ormai, dall’inizio della guerra in Ucraine,
febbraio 2022, l’economia tedesca. L’economia italiana è legata a filo doppio a
quella tedesca, specie la meccanica. Il Lombardo-Veneto, se ci fosse contiguità
territoriale con la Baviera e la Renania Westfalia farebbe l’area più industrializzata
d’Europa, e forse del mondo – oltre che la più ricca. Le due economie sono ora legate
come da un “matrimonio repubblicano” – l’artificio inventato dai rivoluzionari
francesi contro i controrivoluzionari: per risparmiare sulle spese dell’esecuzione
ne legavano due insieme prima di buttarli al mare. Ma il traino è la Germania.
Se le cose non funzionano in Germania non funzionano neanche in Italia.
Pesa anche naturalmente – continua a pesare,
ormai per il terzo o quarto anno consecutivo - la quasi scomparsa dell’ex Fiat,
tra cassa integrazione, abbandono di modelli, chiusure di impianti, cessioni di grandi aziende poi chiuse, come Magneti Marelli (e presto Iveco). Questo incide
di più – è il pil industriale (manifatturiero), in calo da un paio d’anni, che
soprattutto indebolisce l’economia. E sarà più incisivo, in negativo: cambiare
struttura produttiva non si fa da un giorno all’altro – non si valuta abbastanza
l’abbandono della Fiat.
Cronache dell’altro mondo – campagnole (367)
Il “Farmer’s Almanac” chiude la pubblicazione,
dopo oltre due secoli – uscì ne 1818. Un almanacco unisce consigli di coltura, previsioni
meteorologiche, curiosità, consigli su giardinaggio, cucina, pesca,
conservazione, unorismo.
Sull’almanacco americano si sono conformati
quelli italiani, il “Barbanera”, “Frate Indovino”. Che tuttora escono a Natale,
puntando sul cosiddetto “ritorno alla terra”.
Negli Stati Uniti è al contrario: la farm
è finita da tempo. L’agricoltura è uno dei punti di forza americani, economico
e politico Ma è un’economia di grandi dimensioni, di economie di scala, per di
più di conglomerati per i quali l’agricoltura è solo un ramo di attività come un’altra,
specialità e tecniche di coltivazione e produzione messe a punto fuori dai
campi.
Vita agra e allegra di Lucia
“«È dura, questa vita in paradiso», disse Buzz”, uno
degli uomini di “Maya”, l’autrice - quello col quale vive più spesso in Messico,
il solo non spiantato, amorevole e giocoso, ma dominato dalla droga, al secolo
Buddy Berlin. Questa la vita nella “Barca dell’illusione”, a Yelapa, in
Messico, dove Lucia ha passato molte stagiomi, anche dopo la separazione.
Racconto, questo e gli altri, di vita vissuta, con leggerezza, e una venatura
di umorismo, ancorché malinconico, che è la cifra della narratrice.
Prima di Yelapa la felicità abitava Puerto Vallarta,
il luogo del racconto del titolo, l’invasione della modesta località da parte
dei grandi nomi del film “La notte dell’iguana”, prima che il film la
gentrificasse. Con John Houston gran signore, Ava Gardner matura quarantenne ubriaca,
per lo più, due matrone americane in cerca di ragazzi facili a eccitare, Elizabeth
Taylor e Richard Burton invece adorabili, giovani, tanquilli, beneducati,
simpatici. Il comico è qui del ballerino che Ava Gardner ha rimorchiato per la
notte ma che, quando lei gli si presenta nuda, resta inesorabilmente moscio.
Racconti singolarmente curati. Con un vocabolario estremanente
vasto. Ricercato, ma senza essere pretestuoso. Preciso – grande lavoro di
bulino per Manuela Faimali, che li ha tradotti. Accolti trionfalmente all’uscita,
postuma (in raccolta), e dimenticati, a torto.
Le scatole Musical Vanities Boxes sono della vita infantile
di frontiera, Juarez, El Paso. Scatole vendute di soppiatto con l’amica Hope,
una serie di straodinarie avventure in città – anche andare di soppiatto al
cinema. L’atolforno a El Paso, presso il quale Lucia bambina vive coi nonni, è
però “una bomba atomica”, tanto è pauroso e ammorbante. E tutti gli uomini,
giovani, hanno due vite, mentre le ragazze, giovani di giorno, anche loro, sono
di medio pelo la notte, esagerate, su di giri.
“Andado” è il racconto del week-end memorabile in una
villa in campagna fuori Santiago del Cile, dove la giovanissima Lucia subirà il suo primo
amplesso, col padrone di casa amico del padre che l’ha invitata, padre a sua
volta di molti coetanei, evento che le biografie registrano come stupro, ma qui
raccontato come una féerie, di fiori, farfalle, zeffiri, una sorta di idillio.
In una campagna “illuminata” dagli aromi. Nel racconto Laura\Lucia non è
abusata, è consenziente e il primo rapporto vive estremamente romantico, sepure
con un padre padrone – in rapporto con i suoi propri figli: tutto si svolge fra
letture, specie di Turgenev, “Primo amore”.
“Andado” è anche il racconto dei siti minerari dove Lucia
ha vissuto da bambina, in alloggi spesso primitivi, in posti remoti e desertici,
freddi. Un mondo non suo, quello dei genitori, compreso l’amato padre. La prima
grande miniera a cielo aperto, che le fa, anche questa, l’effetto di una bomba
atomca, la vede in Cile. Il padre vi aveva trasferito la famiglia da dirigente
dell’Anaconda – una multinazionale che poi si segnalerà nella caduta di Allende
- e forse lavorava, Lucia si compiace di pensare, per la Cia. In “Itinerarrio”
c’è pure, di sguincio, la madre: assente, ubriacona, cattiva.
Racconti di vita vissuta. I matrimoni, quattro, le
case, qualche dozzina, gli amici. E le amiche del padre, presso cui è indirizzata
quando si avventura sola, negli Stati Uniti, città per città, dove deve fare
scalo. Con una straordinaria zia Martha, che il padre avrebbe in qualche modo mantenuto,
che viene a darle il bentornato negli Stati Uniti all’aeroporto di Miami, “grottescamente
grassa, con un gozzo, un immenso gozzo”, e “con tutta la snobberia di una adolescente
vanesia”: la grottesca zia le spiega che il padre è stato un ragazzo orfano, che
a dodici anni il pomeriggio lavorava alle raccolte nei campi, studiava la notte
e la mattina andava a scuola – in contrappunto con la vita brillante di Santiago
del Cile.
I due racconti di Albuquerque,
“La casa di adobe col tetto di lamiera” e “Lead Street”, sono della vita di Maya-Lucia,
moglie ventenne di uno scultore, con cui fa anche dei figli, che la dice “asimmetrica” la prima volta che la vede nuda,
e la fa dormire a pancia in giù, per raddirazzare il nasino che guarda all’insù
- lo scultore Paul Suttman, che alla nascita del secondo figlio se la squaglia
in Italia (vi vivrà per otto o nove anni con varie borse dell’Accademia Americana
di Roma, qualcosa di suo è rimasto a
Pietrasanta). Un racconto fatto – meglio? – anche nel memoir “Welcome home”. “La mia
vita è un libro aperto” è della sua propria relazione, quando viveva sotto
alcol, con un ragazzotto, coetaneo amico dei figli, un poco di buono.
Cose viste e vissute, in racconti
dettagliati, con taglio sempre unoristico, lieve. Intervallate da frammenti,
della stessa natura, di persona e cose, eventi tagliati (inscenati) in un particolare
momento, flash della memoria, aneddoti. Materiali che non hanno trovato posto
nelle precedenti raccolte, ma non per la qualità della scrittura – forse per
problemi di privacy, dell’autrice, delle persone rappresentate. Non
manca il giallo – chi ha ucciso Sara? – anch’esso umoristico: quanti colpevoli!
Una narratrice, si conferma, dettaglista – minimal in
questo senso. La varietà floreale è sempre precisa, i luoghi pure, e le (tante)
abitazioni, in genere molto precarie. Ma tutto sempre vivo, anche se irrilevante,
e ricordato con humour – anche quando i topi la passano addosso, come
nella prima casa, quella di “adobe” col tetto di lamiera, e senza scarichi, allo
sprofondo di Albuquerque. E della giusta misura, mai profusa. Di cose e di persone.
Lucia Berlin, Sera in paradiso, Bollati Boringhieri, pp. 280 € 18
lunedì 10 novembre 2025
Secondi pensieri - 572
zeulig
Dio - “Noi non possiamo sbarazzarci di Dio finché crediamo ancora nella grammatica”, Nietzsche – che vorrà dire?
O: “La
«ragione» nel linguaggio: oh,
vecchia infida bagascia! Temo che non ci libereremo di Dio perché crediamo ancora nella grammatica”.
Inadeguatezza – Cresce con
l’autocoscienza – la confessione ininterrotta, più o meno analitica, una sorta di incruento seppuku, con le
viscere in bella vista. Con
l’esposizione, la teatralità. L’autocoscienza usava terapeutica nell’intimo, come
un riesame (la confessione era a fini pratici, l’acquisto di indulgenze).
Si è inadeguati rispetto a quale “cento”, a quale
adeguatezza?
Storia - Uscendo
dalla
lettura sterminata del Napoleone di
Stendhal, era la sua ossessione, si vede quanto la storia sia micragnosa là
dove riluce gloriosa. Di un uomo che vinse giovane per caso, per avere tirato
la cannonata giusta al momento giusto, ed essersi poi trovato in mezzo alle
faide della Rivoluzione, dopo avere fatto la fame. Sarà la provvidenza, ma si
chiama anche caso. Napoleone non ebbe mai, in nessun momento, un disegno: l’invasione
dell’Inghilterra e della Russia erano scemenze, e in Russia si dimostrò la sua
avventatezza. Vinceva le battaglie, ma per l’indisciplina e la ferocia delle
sue truppe, che mandava lacere e pagava col bottino, mentre veniva confrontato
da schieramenti e manovre, la guerra bella del Settecento che rifuggiva dal
macello. Metteva a frutto il capitale di simpatia della Rivoluzione, sia coi
francesi che con i popoli europei, ai quali la rivoluzione faceva pagare con
laute riparazioni. Anche di battaglie, se si fa il conto, ne perdette più di
quante ne vinse. Dove trovò nemici, in Spagna i preti, in Russia il gelo, si
arrese. L’esercito prussiano che lo sconfisse a Waterloo era di volontari,
giovani, letterati, libertari.
La storia – la provvidenza? – ha di queste
insensatezze. All’ingrosso si può dirla la realizzazione
di un piano nascosto della natura per produrre una costituzione politica
perfetta, come vuole Kant. O imperfetta? Il Brasile illuminato ordinò nel 1890 la
distruzione degli archivi del mercato degli schiavi. A fin di bene, per abolire
le tracce della schiavitù. Ma privò gli schiavi della loro storia.
Storia filosofica, quella di Kant, e non empirica. Per cui “ogni cultura, ogni arte che fanno ornamento all’umanità, così come l’ordine sociale più bello, sono i frutti dell’insocievolezza, che, costretta a disciplinarsi, sviluppa i germi della natura”. Deve essere comunque così, la storia è comunque l’anima del popolo, checché esso sia. Montaigne trovò gli italiani gradevolmente immersi nelle storie, in rima, del Boiardo, dell’Ariosto e del Guerin Meschino. Ora s’incontrano sgradevolmente immersi nella storia, di cui sentono il bisogno come del cibo, ma confondendo nomi e date. Troppe bugie vi si dicono.
La storia vera è un serpentone pieno di nodi, ognuno dei quali è un altro serpente. O è fatta di lampi, razzi sparati nel cielo, frecce scoccate in ogni direzione. Al modo di Prometeo, di un dibattersi contro catene invisibili quanto solide. La storia delle cose è zero, e il contesto è contestabile – è la casa modulare dell’ingegner Ciocca, una pappamolla. L’umanità è un affollato battaglione in surplace, testa eretta, tendini tesi, che non si stacca da terra. Lancia messaggi, organizza tiri, apre squarci, ma sempre fermo dove e com’era, spingendo, minacciando, brontolando. La storia – il progresso - è aerea, l’umanità è terrena, di materia greve. Ma non si può dire inerte. Dei re e imperatori, che sono stati in gran numero, quando uno è intelligente trova un posto nella storia. Per il che pare che la storia sia fatta da principi, re e imperatori, e tutti intelligenti. I quali invece in più gran numero e per il maggior tempo vivono di caccia, malevolenze, tirannie.
I pochi se ne appropriano perché la scrivono, fa la storia chi la scrive. La storia è opera letteraria, per questo trae in inganno.
Verità - La verità è la condanna dello spirito laico - “è per i santi e i ciabattini”, un tempo si diceva. Chi ha il senso tragico, oppure religioso, del mondo, sa che Dio è la maschera d’ogni cosa.
La verità, se si vuole, è nella maschera. Il Figlio di Dio visse
nascosto, tra un padre e dei fratelli putativi, poi mise in scena se stesso.
Dio si nasconde, nella Trinità, le Dominazioni, i Profeti. E una lunga serie di
suoi doppi ha ispirato, dal califfo delle Mille
e una notte a Shakespeare.
Ci
sono desideri e paure, buone intenzioni, fantasie, progetti, e il tutto si
rimescola in casuali figurazioni all’impronta. Non c’è decoro, o rigore che
tenga.
Si attribuisce al cardinale Newman, ora fatto santo, ultimo o uno degli ultimi “cercatori di verità”, la massima: “Il Signore rifiuta la simpatia”. Ma, a un riscontro, il cardinale invece l’apprezzava, che ebbe come motto “cor ad cor loquitur”, il cuore parla - e si volle sepolto nella stessa tomba di Ambrose St.John, un frate, amico di una vita fin dal collegio, la cui morte aveva pianto “più di un marito, o di una moglie”.
Avverso alla verità non è il dubbio o l’errore, è l’inganno.
La verità Gregorio Palamas differenzia dalla falsità solo per pochi tratti. E ancora, essi sono rilevabili, definibili, solo eticamente: dipende da ciò che si vuole.
zeulig@antiit.eu
Pasolini è un po’ Foscolo
Una compilazione di carte moraviane diretta e a cura
di Toni Maraini. Notevolissimo quaderno – l’ultimo della serie? Se non altro per
l’appunto manoscritto su un foglietto, su Pasolini, “poeta civile” da mettere accanto
a Leopardi e Foscolo – “una poesia civile di sinistra mutuata dal decadentismo.
Esperienza decadente principalmente di Rimbaud”
Il quaderno è centrato sul saggio di Moravia “L’uomo
come fine” – poi ripreso a parte, in volume, sempre da Bompiani). Una riflessione
sconfortata, benché opera del 1946 (così è specificato nella nota redazionale
alla prima pubblicazione del saggio, su “Nuovi Argomenti”, n. 11 (novembre\dicembre)
di “Nuovi Argomenti”. Una sorta di labirinto dialettico – Geno Pampaloni lo trovava
lo scritto il più intimamente ebraico di Moravia”.
La nota del 1946 diceva anche: “”Questo saggio…. non vuole
avere alcun valore sistematico e filosofico, bensì soltanto quello di una riaffermazione
di fiducia nel destino umano”. Ma il tema, pur nel tortuoso svolgimento, è
chiaro: l’uomo diventa sempre più un “mezzo”, ma non è chiaro per quale “fine”.
Oggi si direbbe per il mercato – che però
è una pubblica piazza.
Una scelta di fotografie di Laura Sonnino Jannelli integra
il saggio di Moravia – ma sono, vive, brillanti, di un modo fuori dall’orizzonte
del saggio, di un’Africa allora (e ora?) sconosciuta. Raffaele Manica ne dà
invece un’inquadratura più perspicua.
C’è anche Dacia Maraini, con una testimonianza sul “Corriere
della sera” contro il pettegolismo che seguì la morte di Moravia, inteso a
farne un pettegolo, e anche malevolo. Un altro testo disperso, un racconto poco
“moraviano”, “Il barone normanno”, “saggio biografico” di Guglielmo il Conquistatore,
pubblicato sotto pseudonimo (effetto delle leggi razziali?) nel 1939, completa
il quaderno.
Con tre scelte di poesia, di Anna Cascella, Giuseppe Goffredo
e Jabbar Yassin Hussin, iracheno.
Toni Maraini (a cura di), Quaderni 2’00, Fondo Moravia,
pp. 187 pp.vv.
domenica 9 novembre 2025
Letture - 595
letterautore
Bloomsbury – È Bloumbsburry nell’argotico francese di Céline, “Londra”, la pronuncia
più corriva per un latino, e più condona al “parlato” dello scrittore – altrove
detto correttamente Bloomsbury, ma è uno dei quartieri dove la “feccia” della
narrazione si sviluppa.
Bovary all’opera – “Madame Bovary e l’opera italiana” è un seminario, della serie “Drama
Queens”, annunciato dalla “New York Review of Books” con Daniel Mendelssohn, per
una sessione di tre sedute dal 7 gennaio. Si parlerà di “Lucia di Lamermoor”, “La
Traviata”, “Madame Butterfly”, e di “Madame Bovary” di Guido Pannain, 1955.
Carciofi fritti – In uso a Roma in alternativa a quelli “alla romana”, avevano fatto gola
a Colette. Lo scopre Giuseppe Scaraffia (“Sole 24Ore Domenica” del 12 novembre)
alla mostra parigina “Le mondes de Colette”. Era a Roma durante la prima guerra
mondiale per scrivere corrispondenze giornalistiche, e vi aveva conosciuto D’Annunzio
- di cui poi ha tenuto “sempre sulla sua
scrivania” la foto con dedica: “Una volta chiarito che non era disposta a
cedere alla sua corte, lo scrittore si era trasformato in una perfetta guida
della capitale, di cui Colette aveva molto apprezzato i carciofi fritti”. Il
vate dei carciofi?
Sono tornati “fritti” invece che “alla giudia”, come comunemente si chiamano,
dopo Gaza?
Graal – Un residuo
dell’epoca delle reliquie, di quando si credeva alle reliquie. Prima Sacro Catino.
Poi Calice di Antiochia, o coppa eucaristica dell’Ultima Cena, “resa leggendaria
dai romanzi cavallereschi del Medio Evo”. Ora è la coppa col sangue di Cristo
che Giuseppe d’Arimatea portò con sé quando sbarcò in Inghilterra – tenuta in
custodia “in un centro benessere ispirato alle filosofie New Age”. Il filologo,
“specialista di materia arturiana”, Claudio Lagomarsini sintetizza così sul
“Sole 24 Ore Domenica” la sua storia “Come scoprire il Graal. Storie di
cavalieri, occultisti, cercatori”.
Il Sacro Catino proveniva dalla cattedrale di Genova - attesta Jacopo da
Varagine (da Varazze), l’arcivescovo della città famoso autore della “Legenda
aurea”, la raccolta di vite dei santi, spesso spericolata - dove era arrivato
alla fine del Duecento. Come reliquia prelevata in Terrasanta, bottino di
guerra intorno al 1100: “I libri degli inglesi chiamano questo vaso Santo
Graal”. Il vaso si è poi scoperto essere di vetro soffiato, forse del IV
secolo.
Il “calice di Antiochia”, con la figura del Cristo, emerge nel 1910: “Acquistato
da un antiquario siriano a New York, il manufatto è data al I secolo da Gustav
Eisen, naturalista svedese massimo esperto di fichi” (vero).
Quanta letteratura su falsi.
Inglesi – “Sono strane mescolanze all’interno degli
inglesi”, sbotta a un certo punto Céline, giovane mutilato di guerra del 1914 inviato
in vacanza - in missione - a Londra, nel racconto “Londra” che ora si pubblica:
“Shakespeare è così”. Così come? “Pioggia o no, sono felici di aspettare gli inglesi.
Farebbero non importa che per il loro piacere anzitutto quelle persone, ma
tristemente…Guerra o pace, gli inglesi amavano la fila, il teatro, se ne abbuffavano,
kaki del fronte, della caserma accanto, prendevano spesso fino a tre
rappresentazioni dello stesso, in fila, e dodici tè al limone durante, sempre
senza parlare. Si votavano al piacere, alla ruminazione e alla morte. Shakespeare
lui è così”.
Marx – C’è Marx nell’opera
del (giovane?) Céline, “Londra. Nella persona del suo grande amico anarchico, un
vecchio Borokrom, che è stato di tutte le rivoluzioni, ora sempre battagliero
ma deluso: “Vedi, Ferdinando”, Céline si fa spiegare da Borokrom, “non c’è più
niente da fare con gli uomini, non hanno più umiltà,… ciò che gli piace in
Marx, ora te lo dico, è il gigante d’orgoglio, qualcosa come Victor Hugo ma allora
da briccone, capisci, un romantico delirante con numeri e precisazioni. Triste!”.
Pasolini - Recensendo la raccolta degli articoli originali di Pasolini come pubblicati
ora dal “Corriere della sera”, “Pasolini e il «Corriere della sera» 1960-1975”,
Emanuele Trevi rileva che rieditando buona parte di questi articoli per i due
volumi “Scritti corsari” e “Lettere
luterane”, “opportunamente rivisti e spesso scorciati”, o anche solo cambiando
il titolo, quello del “pezzo” più famoso (“Io so”), che sul giornale era “Che
cos’è questo golpe?”, in “Il romanzo delle stragi”, “Pasolini diede un esempio
luminoso della sua lealtà verso i lettori”. Perché l’“io so” è contrappuntato
in finale da: “Ma non ho le prove”. E “fuori dal romanzo”, chiosa Trevi, “oggi
più che mai è necessario ricordarlo, il sapere privo di prove è ripugnante”.
L’idea di “Petrolio”
sarebbe nata quando Piero Ottone invitò Pasolini a collaborare al “Corriere
della sera”. È probabile: la Montedison, cioè Cefis, era la proprietà reale del
“Corriere della sera” (stante l’impecuniosità della proprietà formale, di Giulia
Maria Crespi), e la cosa era indigesta a Ottone e al sindacato dei giornalisti
che lo sosteneva. Ottone si professava liberale ma era soprattutto uno snob,
che disprezzava gli affari, quindi Montedison, quindi Cefis (pessima prova se
ne ebbe qualche ano dopo, da presidente dell’Editoriale la Repubblica, di Formenton-Mondadori).
Cefis si voleva, dai rivoluzionari dell’epoca, lui come altri imprenditori,
Pesenti (Italcementi) o Monti (petrolio), il Grande Burattinaio che combatteva
la “rivoluzione”, naturalmente d’accordo con i servizi segreti, e anzi voleva “i
colonnelli” – è su questa base che proliferò il brigatismo. Facile associare
questo Cefis agli eccessi di ogni tipo che Pasolini assommava nel “romanzone” –
quello che faceva, in parallelo, al cinema col progetto di “trilogia della morte”:
“Salò o le 120 giornate di Sodoma”, “Porno-Teo-Kolossal”, e un titolo ancora da
definire.
La persona di Montedison
che si occupava del “Corriere”, come di ogni altro giornale, era Gioacchino
Albanese, mitissimo direttore delle relazioni esterne, socialista. Cefis era stato
un capitano dell’esercito, nel 1944 nella Resistenza, distintosi nella Repubblica
dell’Ossola - Mattei, che era un politico, se l’era messo a fianco all’Eni per
questo suo passato nella Resistenza bianca – queste cose allora non si potevano
dire o sapere.
Dr. Spock – Maria, Marjorie
e la narratrice, tre vicine di casa nel racconto-memoir di Lucia Berlin
del suo primo matrimonio da adolescente ad Albuquerque (il racconto “Lead Street
Albuquerque”, nella raccolta “Sera in paradiso”), nella casa di adobe in
mezzo al nulla, tutt’e tre incinte, che poi avranno il bambino a distanza di
uno o due giorni l’una dall’altra, passano il tempo bevendo tè ghiacciato “mentre
ci leggevano a vicenda il Dr. Spock”. Il “Dr. Spock” è stato il manuale pratico
per le giovani coppie al primo figlio, negli anni 1960-1970, quado si tendeva
ad allontanarsi dalla famiglia, e quindi si rinunciava all’esperienza dei genitori.
letterautore@antiit.eu
