sabato 22 novembre 2025
Mosca guarda solo a Occidente
Va oltre le smanie augustee di Trump l’orecchio teso di Putin a Washington. Perché non ha alternativa: l’Eurasia è da tempo una alternativa defunta. Ben da prima dell’attentato ucraino tre anni fa al suo teorico Dugin. Con l’India non c’è mai stato dialogo, neanche al tempo di Nehru e di Indira Gandhi, e non sembra possibile. Col Giappone l’ostilità resta, secolare, per le Curili e non solo. Con la Cina di Xi non si è mai aperto un dialogo vero, nemmeno sui reciproci interessi. È svelta ma sicura l’analisi che la Farnesina si fa dell’attuale momento politico russo.
Canfora, Laterza e il new sovietism
“Il «Patto Atlantico» è il Santo Graal dell’Occidente: qualche dizionario rappresenta i due concetti come sinonimi. I soci fondatori avevano un tratto in comune: usurpavano, o avevano appena perso, un dominio coloniale. Più eleganti degli altri, gli Stati Uniti sin da inizio Ottocento avevano proclamato l’America meridionale proprio «giardino di casa». Sfidando il ridicolo, l’Italia, pur sconfitta nella seconda guerra mondiale, aveva elemosinato di conservare le colonie «pre-fasciste»”. Cosa non vera, quest’ultima, non per l’Etiopia naturalmente, Eritrea compresa, di cui l’Inghilterra aveva fatto dono a Hailé Selassié, né per la Libia, mentre per la Somalia l’Italia si sobbarcava un piano ventennale di riparazioni, a beneficio dei capitribù più riottosi.
Così, con questa
sicumera allungata per troppe pagine, malgrado i bianchi della impaginazione, l’editore Laterza, antesignano e baluardo
dell’occidentalismo, s’imbarca nella storia e la politica internazionali. Non
ci si crederebbe – la “decolonizzazione” si è fatta “nell’Occidente”. Una filippica estenuante,
tanto quanto strampalata. Che una appendice chiude di Lenin sulla rivoluzione comunista in ogni spigolo del mondo conosciuto - prima della repressione, certo. Tardo rigurgito di sovietismo di uno che non ha mai
voluto “fare” il comunista – non fino al 1989. Senza più la misura e l’arguzia del
grande narratore di filologia, quale Canfora è stato.
Questo non è il solo moto di rabbia - il filologo ha perso il metro e le misure? La caduta del Muro sarà stata una disfatta
per il miglior spirito “occidentale” – aveva un muro su cui rimpallare il
ragionamento e l’ha perduto? Con danni per la cultura politica: non per l’Occidente,
o per la democrazia, ma per l’analisi e la comprensione del mondo. Come sono asfittici certi parametri, quelli cosiddetti
marxisti – che avrebbero fatto inorridire Marx.
Luciano Canfora, Il porcospino d’acciaio.
Occidente ultimo atto, Laterza, pp. 90 € 13
venerdì 21 novembre 2025
Ombre - 800
La Russia nel G8. Fra i tanti punti del piano di pace
di Trump in Ucraina è quello focale: la Russia non deve marciare con la Cina.
Si può anche dire con le destre al governo si riprendono
i contatti con Mosca, come fu dell’accoppiata Bush jr.-Berlusconi vent’anni fa.
La guerra in Ucraina non è popolare in America. Non
si dice ma è così: Trump, solitamente contestato dai media su tutto, non
lo è su questa voglia di “finirla”. Per la strategia Usa di fondo, del deep
State, che al primo punto ha il containment della Cina. E perché –
anche questo non si dice ma si sa – è stata una guerra di Biden, da vice e poi
da presidente, della “famiglia Biden”.
“Il maggior numero di «no»”, rileva Filippo Di
Giacomo, il sacerdote vaticanista, del documento varato un mese fa dalla Cei,
la conferenza dei vescovi, “da discutere alla terza assemblea sinodale di novembre”,
in Vaticano, “non è sulle relazioni omoaffettive, ma sulla maggiore presenza
delle donne nei ruoli apicali della Chiesa italiana”.
Ma non solo italiana: “La stessa cosa era accaduta
per il documento del Sinodo dei vescovi celebrato in Vaticano nell’ottobre 2024”.
Coro unanime di benpensanti, “la Repubblica”, “Corriere
della sera”, “Sky Tg 24”, “La 7”, perfino “Canale 5”, contro la divulgazione
delle strategie elettorali di Francesco Saverio Garofani, il solito giornalista-politico
democristiano destinato agli altari, consigliere di Mattarella, per battere
Meloni. Non una considerazione, nemmeno di Mattarella purtroppo, sulla saggezza
o competenza politica di un tale personaggio, che muove la guerra a una tavolata
di “romanisti”, tifosi della Roma. Che non conosce – solo invitati dal figlio di
un calciatore-icona della Roma, Di Bartolomei.
E cosa proponeva Garofani alla cena dei romanisti? “Una
grande lista nazionale di civici, “un nuovo Ulivo”. In sintonia con quanto Prodi
aveva appena borbottato. Garofani consigliere di Mattarella. Di che preoccupare
Schlein e non Meloni, che del partito di Garofani è la leader. Per tutto quello
che ha fatto e rappresenta, da ultimo con lo spaccatutto Landini.
Grandi titoli, quest’anno come ogni anno, per la
Commissione Europea che approva la legge finanziaria del governo – o non la approva,
o la approva con riserva, oppure apre una procedura (una procedura?). Ma cosa
fa la Commissione, p.es., con la Francia, che scassa sempre tutti i parametri?
Anche la Germania lo fa spesso. E la Spagna, che da tre anni o quattro non fa
nemmeno un bilancio, né di previsione né consuntivo, perché ha un governo senza
maggioranza, e quindi
non può andare
in parlamento? È decisamente una Unione, questa Europea, un po’ scombinata.
Come fa la sinistra in Italia a farsi forte della Spagna?
Dove il governa a guida Sanchez, teoricamente socialista, governa senza sostegno
parlamentare. Non può fare alcuna legge, nemmeno quella del bilancio. E ha un presidente
del governo che, benché bello e aitante, ha la moglie e il fratello sotto
processo per corruzione – processi non mediatici. E ha fatto pagare un piccolo
esercito di collaboratori personali, all’immagine di bello e aitante, alla
propaganda, e ai sondaggi dall’erario, come membri del gabinetto?
Si (ri)pubblicano – si ripubblicheranno – negli Stati
Uniti enormi quantità di “carte” Epstein, il finanziere e magnaccia pedofilo.
Che si presentano come se incriminassero Trump, cosa non possibile (l’avremmo
già saputo). Ma questo non importa. Importa rimestare, confermare il pubblico
che i suoi rappresentanti politici puzzano. L’antipolitica sembra il sigillo di
America ed Europa. A Occidente di quale Oriente? Democrazia? Verità? Libertà?
Il “Corriere della sera” fa la sua campagna contro
Trump intervistando un giornalista americano, Tom Nichols, che figura essere stato
anche politologo in qualche università remota. Il quale non sa che dire, ma lo
dice. Presentato come editorialista di “The Atlantic”, dove in effetti per un
anno, almeno un anno, ha scritto ogni giorno online 10.000 parole contro Trump.
Poi la rivista, mesi fa, lo ha sostituito.
In alternativa, il “Corriere della sera” dà la parola
a Michael Wolf, altro giornalista Usa, una sorta di “specialista Trump”, con
una “biografia non autorizzata” nel 2018, piena di tutti i pettegolezzi, e podcast
con un’altra mangiatrump, Joanna Coles del “The Daily Beast”, il quale si era fatto
confidente e informatore di Epstein, quando già era condannato. Come mai? “Si
fa per ingraziarsi qualcuno che poi vi aiuterà nel vostro lavoro”. E questo fa
l’autorità dei media in America.
La democrazia in America deve molto a
Tocqueville.
“Ci si sposa sempre meno, ma divorziare è un’odissea”.
A Roma ci vogliono tre anni, calcola il “Corriere della sera-Roma”, ma lo stesso
probabilmente anche altrove: la legge Cartabia stabilisce in tre mesi il
periodo massimo per comparire in Tribunale, a Roma si va a sei mesi, e anche a
nove. Roma ha solo la colpa di
raddoppiare il “tempo prevedibile” di definizione dei procedimenti, a 800 giorni.
Contro una media nazionale di 460 giorni, un anno e mezzo.
L’Ami, Associazione Matrimonialisti Italiani calcola
che il 60 per cento dei femminicidi sono di donne “in fase di separazione”. Ma
poi il presidente dell’Ami, avvocato Gassani, spiega che “solo a Roma oggi ci
sono 90 mila padri che vivono in povertà quasi assoluta. E dormono in auto o
sono tornati dai genitori, mangiano alle mense dei poveri, perdono il rapporto
con i figli”.
Si discute dei “ricchi” in Italia - con 1.500 euro al
mese, irride Meloni. Di fatto lo stipendio netto medio in Italia è di poco superiore,
1.600 euro. E di poco superiore alla “nuova” Europa: Malta, Polonia, Lituania,
Croazia, Grecia, Romania. Ma meno che in Spagna, e molto meno che in Francia,
Belgio, Inghilterra e Germania – la metà dell’Olanda, un quarto della Svizzera.
E però le seconde case e i consumi durevoli, auto, elettrodomestici, dispositivi
elettronici, ristorazione e turismo dicono l’Italia un Paese ricco – per questo
periodicamente invidiato-biasimato dai tedeschi, che guadagnano in media 2.800
euro al mese, ma nulla al confronto nei consumi.
Tutto economia in nero non è. Le statistiche del
reddito non conteggiano il risparmio, il patrimonio – la “famiglia”, il grande
negletto di questa “economia di mercato”.
Questo paese” invece che “l’Italia” accomuna Schlein
a D’Alema - anche Occhetto lo diceva. Non si può dire che il Pd manchi d’identità.
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Giubileo Berlinguer
Un anno fa un film su Berlinguer, uno di sette o otto,
non dello stesso regista ma più o meno in contemporanea. Ora un film su come è
stato recepito il film di un anno fa dello stesso regista, “Berlinguer – La grande ambizione”.
In particolare sulle “reazioni del pubblico più giovane”.
Non una curiosità, un manufatto da cinegiornale, uno che
si vuole un vero film. Programmato anche in sala - a Roma almeno da quattro
sale, compreso il Quattro Fontane, del Circuito Cinema, film di qualità. Recensito.
Un culto della personalità, nel 2025. Poi si dice che
il cinema italiano non è in buona salute, che lo Stato non se ne cura, che il pubblico
non lo segue. A volte viene il dubbio che questo sovietismo di riporto mascheri
un doppio gioco. Come per dare ragione al governo Meloni sui sussidi al cinema
come di una partita fra nostalgici, fra i “compagnucci della parrocchietta”.
Matteo Segre, Noi e la grande ambizione
giovedì 20 novembre 2025
L’Italia fuori dai giganti bancari europei
Bloccata l’offensiva Unicredit su Bpm, l’Italia resta fuori dal club europeo delle “banche 1.000 miliardi” – gli attivi Unicredit si fermano a 780 miliardi (Intesa dovrebbe essere ancora poco sotto i 1.000). Del club fanno parte cinque banche francesi (Crédit Agricole, Société Générale, BPCE, Bnp Paribas, Caisse des Dépôts et Consignations); due tedesche (Deutsche Bank e KfW),una olandese (Ing), e una spagnola (Santander).
BPCE è la capogruppo delle Popolari e delle Casse di risparmio.
In Spagna il mercato del credito è concentrato: la quota dei primi cinque gruppi sfiora il 70 per cento. In Italia è del 50 per cento. In Francia, malgrado i tanti gruppi 1.000 miliardi, la quota di mercato dei primi cinque è del 42 per cento. In Germania del 36.
Il Santander, curiosamente, è entrato
nel club con l’acquisto questa estate dell’inglese Tsd dal Sabadell, una banca
catalana sotto opa da parte del secondo gruppo bancario spagnolo, il Bbva. Santander
ha pagato 2,5 miliardi cash al Sabadell, rafforzandolo nell’arrocco
contro il Bbva. Una vicenda molto simile a quella Unicredit-Bpm, col governo schierato
contro: il governo di Madrid, minoritario, si regge sull’appoggio dei gruppi
autonomisti catalani, mentre il Bbva è ”nordico”, è basco, Banco de Bilbao y Vizcaia y Argentaria.
In Germania il KfW, Kredit Anstalt für
Wiederaufbau, è una sorta di Cdp, una cassa per la ricostruzione – una Spa figurativa,
per tenere fuori contabilmente dal debito pubblico masse considerevoli di capitali.
Le banche in Germania non hanno buona salute, si sa: anche Deutsche Bank, come
Commerzbank, le due maggiori, ha scarsa redditività e crescenti sofferenze.
Cronache dell’altro mondo - cinesi (368)
La Cina finanzia gli Stati Uniti. Secondo
uno studio AiData (un laboratorio di ricerca dell’università William&Mary
di Wiliamsburg) la Cina ha finanziato per 200 miliardi di dollari progetti
tecnologici e infrastrutturali statunitensi. Nel quadro di un piano di
espansione del credito di più ampia portata, che ha interessato 2.500
progetti, tra il 2000 e il 2023, disseminati in quasi tutti gli stati della
federazione americana. Anche su attività sensibili per la sicurezza, data
center, gasdotti, terminal aeroportuali. Mentre Washington
metteva in guardia l’Africa e altre aree, compresa l’Europa, dalle trappole del credito
cinese.
La ricerca individua un disegno politico
dietro i finanziamenti, per “assumere il controllo delle aziende occidentali
che lavorano su tecnologie sensibili”.
Gli investimenti finanziari così
calcolati sono al netto dei 730 miliardi di dollari detenuti da soggetti cinesi
in titoli del Tesoro statunitensi.
Il credito cinese in ritirata
Come vanno le banche cinesi? Vanno. Ma
essendo fuori dalla concorrenza internazionale sono oggette in ultima istanza
al potere politico – come tutto il sistema produttivo in Cina.
La crisi dell’immobiliare e ora la più
generale crisi del debito, per il rallentamento forte dell’economia (anche a causa
dell’immobiliare) e ora dei consumi, le ha messe in difficoltà. Questo si sa. Ma
quali specificamente e di che misura siano i problemi questo non si sa: anche
le banche stanno sul mercato, ma il mercato cinese è particolare, soggetto alla
politica, indirettamente come in ogni altro mercato, e direttamente. Un ex
presidente della Bank of China International negli Stati Uniti, Andrew Collier,
ha potuto spingersi a dire: “I presidenti delle quattro maggiori banche statali
sono tutti giocatori al tavolo da poker al più alto livello del governo
cinese”.
Secondo uno studio americano, di AiData,
nel millennio le banche cinesi hanno investito all’estero 2 mila miliardi di
dollari, con progressione costante nel primo dodicennio. Poi c’è stato un rallentamento,
a cui è seguita in questi anni 2020 una brusca cessazione: pesano le insolvenze
di molto credito profuso in Africa, mentre in Europa quasi tuti gli accordi
della “nazione più favorita”, in aderenza alla Belt and Road Initiative della
presidenza Xi, sono stati denunciati o abbandonati – su pressione americana,
cioè sempre politica.
Montalbano innamorato – i miracoli di Sironi
Il capolavoro di Sironi, una storia dell’amore quale
è, improvviso e violento, irragionevole e pure necessario, solo naturale. Dell’amore
sfrontato, raccontato con prepotenza e delicatezza – una trattazione classica,
che resterà tra i monumenti del genere, “Casablanca”, “Madison County”. Dopo un
prologo comico a ritmo da cabaret – ora standup comedy: il funerale di
Montalbano, solenne.
Il “rifacimento” più denso e pregno del personaggio di
carta di Camilleri. Di cui ancora non si evidenzia l’evidenza: quanto il suo
personaggio e le sue storie di carta si sono ingrossate con Sironi al cinema. Tra
l’altro disegnando nel personaggio della giovane tenente di Marina che s’innamora
di Montalbano, ricambiata, un ruolo ineguagliato per Isabella Ragonese – avrà pianto
rivedendosi, per lo charme e la delicatezza che imprime al personaggio, la
freschezza, la profondità: violenza e tatto (pudore?), la mistura che è dei sentimenti
forti.
Un capolavoro del regista. Il vero artefice del
successo esplosivo, ventennale, di Montalbano – bisogna ripeterlo, da lettori
di tutto Camilleri, cento e più volumi.
Alberto Sironi, L’età del dubbio, Rai 1,
Raiplay
mercoledì 19 novembre 2025
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (614)
Giuseppe Leuzzi
Francesco Seminario, sindaco di Casabona, un paese
dell’ex Marchesato (Crotone), cone dire un posto per decenni – per secoli? - abbandonato,
arrestato un anno fa per mafia, è scagionato ora del tutto. Era sindaco per la terza
volta – dopo un congruo intervallo dopo le prime due. Una persona cioè di fiducia.
È anche avvocato. Ma è – era – socialista, e questo non va bene alla Procura di
Crotone. Che è Dem. Ma “bianca”. Al Sud la politica non è “liquida”, non si è
liquefatta: è sempre, radicalmente, incistata.
Il rapporto
Nord-Sud, dice Marta Petrusewicz, che ha visto molto mondo, nella nativa Polonia
comunista e poi negli Stati Uniti dove ha insegnato, prima della Unical di
Cosenza, è “un rapporto che è stato sempre definito in termini di superiorità e
inferiorità, e che oggi vede una forte ripresa della criminalizzazione del S ud.
Perché esistono le mafie, certo, ma anche per rappresentare i meridionali come incapaci
di provvedere a loro stessi. Questa criminalizzazione ha finito per creare una
fiacca morale del Sud, dove è stato interiorizzato il senso della sconfitta”.
Questo
è tutto? Sembra poco e invece è un fronte inattaccabile. Un fronte nel mezzo
dell’Italia.
I santi
dell’antimafia
La chiesa interviene contro la
ferocia mafiosa canonizzandone le vittime, il giudice Livatino, don Pino Puglisi,
e altri. Vittime intese come martiri, giacchè opponevano alla violenza il
rifiuto totale – non politico, non opportunista, non farisaico. Fuori della chiesa,
invece, l’antimafia sempre più deriva verso il falso: l’opportunismo, l’interesse
personale, per quanto politico, la “faccia lavata” (formalismo, farisaismo).
Si prendano Falcone e
Borsellino, che pure dovrebbero essere santi senza dubbio seppure laici – anche
martiri, ma la parola si riservi pure alla chiesa. Sono espedienti invece, niente
altro. L’errore-non errore del giudice Gratteri che fa schierare Falcone nei
ranghi del no alla separazione delle carriere (“non errore” perché il giuidice ha
avuto la falsa intervista di Falcone da peersona a lui nota come “rispettabilissima
e informatissima”). In parallelo con l’altro falso che si attribuisce a Borsellino:
“La mafia non si vendica”. Che è una “intervista impossibile” a Borsellino morto
di Enzo Mignosi: “Intuivo che mi avebbero ucciso, ma che non sarebbe stata una
vendetta di mafia, perché la mafia non si vendica”. Roba da antimafia che si
vuole anti-Stato – che è uno Stato che dubita di se stesso (“servizi deviati”, “apparati”,
“grandi vecchi” etc.).
O, sull’altro versante, della
critica al tutto mafia, lo Sciascia di “lo Sato non può processare se stesso”. Che
Guido Vitiello non ha trovato negli scritti di Sciascia e nemmeno nelle interviste:
“Negli
scritti di Sciascia, almeno in quelli in cui era ragionevole attendersela”, ha
scritto il 16 marzo 2014 sul “Foglio”, “L’apocrifo di Sciascia”, “la frase non
c’è (la si trova invece nella commedia “Oplà, maresciallo” di Giovanni Arpino,
che fu il mentore del giovane Travaglio presso Montanelli)”. E il primo a farne
uso è il giudice Ingroia, il Procuratore palermitano che avrebbe tentato la politica
con un proprio partito, nel 2001 sulla rivista “Micromega”.
Una considerazioe inventata, concludeva Vitiello, e di
senso ambiguo: “I tanti che la
citano tra virgolette, un clan endogamico che avrebbe fatto la gioia di
Lévi-Strauss – Marco Travaglio, Saverio Lodato, Maurizio Torrealta, Salvatore
Borsellino, Sandra Rizza, Beppe Grillo – se la passano di bocca in bocca senza
mai menzionarne la fonte”.
Il ritorno è un falso
“Se il nostos, il ritorno
omerico alle radici, è un fake” è più di un ghiotto giochetto
di parole da instagram, perché è vero – poco o molto, ma nell’intimo.
Tutta la narrativa - la narrativa
occidentale, ora è opportuno precisare - è di un “viaggio di ritorno”. Dall’“Odissea”
a Proust, o Céline, e a Thomas Mann – o a un Philip Roth, volendo. Narrare è viaggiare,
si suole dire. Ma non nell’incognito - neanche nella fantascienza. Né si potrebbe
– qualsisi narrazine si radica nel suo autore. Con più verità, è una lotta di se
con se stessi. Ma nella pratica è sempre deludente: o l’habitat è mutato, o noi
siamo mutati. Il passato si può ricostituire ma è un’altra cosa, senza l’aura,
o la patina, della memoria al contrasto con la realtà, con quello che si vede e
si sente.
Il “viaggio” sì, è lusinghiero:
pregnante, promettente, profumato. Lo sbarco no. C’è forse un po’ di curiosità,
ma senza regressione – e perché poi? non si è come si era, è un fatto fisico
(il tempo esiste, e passa). Non solo la “memoria” è cambiata, ambienti, persone,
modi, linguaggi, di pensare, di dire, di giudicare, anche solo di porsi, di
essere visti. Ma già a partire da se stessi: non si è più quelli, anche nella
memoria delle “radici”.
La restanza” si Vito Teti ha
un sentso, il nostos è fine a se stesso. Possibile, libero, ma deludente.
Una riappropriazione, ma di un reale comunque sfuggente. Impossibile nella pratica,
fino alla politica – non si ricordano ritorni produttivi. Deludente nell’aspettativa.
Nella psicologia, comunque datata. Anche senza cattiva volontà, anzi con tutta la
buona volontà, di chi torna e di chi c’era, è restato – che più spesso è, anche
lui, uno di ritorno.
Diverso è il nostos per
la forza del richiamo. Delle cose e dell’ambiente – anche soltanto di un linguggio,
compartecipato. E in questo sta – starebbe – ancora la forza residua del Sud,
il richiamo imperscrutabilmente ancora attivo, “contro venti e maree”.
Sudismi\sadismi
Cervelli in fuga – da se stessi
“Sud,
con la fuga dei giovani si perdono oltre 4 miliardi l’anno”, è la conclusione del
“focus” Censis-Confcooperative, “Sud, la grande fuga” – Confcooperative “bianche”,
quelle di Leone XIII. 134 mila giovani che studiano in università del Centro-Nord
sono “157 milioni di euro evaporati (ogni anno, n.d.r.) dalle casse degli
atenei meridionali”. I soldi sembrano
pochi, ma il tema è serio: il Sud post-unitario è rimasto con le poche università
che aveva prima, solo da qualche decennio l’offerta si è allargata.
Poi ci sono i “36.000
laureati al Sud che hanno scelto le regioni centro-settentrionali o l’estero
come approdo lavorativo” – una cifra incomprensibile: il totale annuale (le
università del Sud laureano così tante persone?)? il totale dei laureati
espatriati? E da che anno a che anno? Ma con questi la perdita sarebbe di 4,1
miliardi di euro, cifra rispettabile: “Soldi investiti dal Sud per formare una
classe dirigente che poi sceglie di restituire altrove il proprio know how”.
E allora, che fare? “Produrre” meno laureati – giusto
i pochi che il Sud riesce ad assorbire?
Il dilemma solitamente è cornuto. Ma qui no. Vogliamo
più formazione universitaria, qualificata va da sé? O non più occasioni
di lavoro, e meno lamentele: cioè un “ambiente” attraente, per costi, servizi, opporutnità,
e senza complessi? Di cervelli non in confusione.
Cronache della differenza: Napoli
Improvvisamente
è gelo fra Conte, l’allenatore, e la città: bastano un paio di sconfitte,
sonore per la verità, ma che con evidenza non sono colpa dell’allenatore. Dopo
averlo dichiarato napoletano a vita, dopo che, quasi da solo, ha vinto uno
scudetto. La città si affeziona, calorosamente, e si disaffeziona in fretta. Caso
unico fra le tante tifoserie accese, della Roma p.es., dove la pazienza è
uguale alla passione (stadio sempre pieno), o del Torino, o del Milan.
Soprattutto,
a Napoli, ci si disaffeziona dalla squadra – caso unico fra le tante in Europa
e nel mondo. Prima che con Conte, l’ammutinamento ha colpito Spalletti,
Ancelotti, Gattuso, Mazzarri, Donadoni, lo stesso presidente De Laurentiis. La
città si può dire contagiosa.
Curisoamente,
si sa anche perché il Napoli ha cominciato all’improvviso a perdere le partite,
pur essendo in testa alla classsifica. Ha vinto l’anno scorso grazie alla difesa.
Quest’anno la difesa è stata indebolita e i gol al passivo fioccano. Questo si
sa, ma non interessa.
Fare
mercato del covid? E perché no, presto fatto: “Nasce gettonopoli”. Riunioni su
runioni da remoto, anche di commissioni più o meno decisorie, e nessun
disturbo. È l’ultimo ritrovato dell’arte di arrangiarsi. Ma da qualche tempo
comodamente – da “colletti bianchi”: a virus virus e mezzo, di fantasia.
Maradona?
L’antropologo Niola non esclude che il culto popolare possa produrre “veri e
propri miracoli”. Francesco Palmieri, l’autore di “Napoli misteriosa, magica,
feroce”, ne documenta in un lungo saggio sul “Foglio”, “Non solo Maradona”, una
lunga serie “miracoli” sempre attivi in città. Maradona, per ora, ha solo provveduto
al “tavolo sospeso” per i bisognosi il 30 ottobre, giorno della sua dipartita. Si
rivitalizza il culto di Totò. E quello di don Dolindo Ruotolo, il “Padre Pio”
napoletano – profetizzò nel 1950 l’avvento di Woytiła, il papa polacco. E si
moltiplicano i santi malacarne, con
murales e altarini – troppi per docunentarli: i “santi di Gomorra”, Genny
Verrano, il quindicenne Ugo Russo, Luigi Caiafa, Emanuele Sibilo, “il capo
della «paranza dei bambini».
Nella
chiesa di San Ferdinando di Palazzo san Charbel Makhluf, il monaco libanese
canonizzato da Paolo VI nel 1977, riempie in continuazione la polla dell’“olio
di san Charbel”. La chiesa di santa Caterina a Formiello (porta Capuana)
raccoglie le teste dei 240 santi martiri decapitati dai turchi a Otranto nel
1480. Oggetto di grande devozione. Insieme con le spoglie di Franceschiello,
l’ultimo re Borbone, “servo di Dio” per la chiesa, e della madre Maria Cristina,
“beata”.
Nella
stessa chiesa dei martiri di Otranto e dei beati Borbone “gli storici collocano
la nascita ufficiale della camorra: fu all’interno della maestosa chiesa che
venne recitato per la prima volta, in un giorno del 1842, lo statuto in ventisei
articoli con cui si stabilivano le regole della «Bella Società Riformata»”.
“Fuitevenne”
avrebbe consigliato ai concittadini Eduardo. Che però a Napoli rimase, anche se
viaggiando da Roma, e prosperò. È difficile pensare che esiste anche l’ironia -
a Napoli come altrove. O il sarcasmo.
Se
tutti i napoletani se ne scappassero, quanti problemi per il leghismo!
Dino
De Laurentiis, che come presidente del Napoli ha mostrato in tante occasioni nervi
forti, usa anche querelarsi. Contro giornalisti, e ora anche contro Mauro Corona,
l’allegrone che alleggerisce la tv di Bianca Berlinguer, “Cartabianca”. Per una
notazione di Corona cinque o sei anni fa, al tempo del covid, quando De Laurentiis
si recò a una riunione dei presidenti del calcio benché avesse la febbre.
Notazione nella quale non si vede un motivo di querela. Sarà questa la napoletanità
del freddo produttore-presidnete, il virus dell’avvocatura”. Curioso, questa figura
tradizionale del “teatro” napoletano, che si trascuri.
Anche
la politica è “sospesa”, scopre Alessio Gemma sul “Venerdì di Repubblica” nella
campagna elettorale per le Regionali del 23 novembre. Grandi manifesti di
facce, affiancate da slogan magniloquenti, e nessun partito. Candidati in
attesa di un partito. Ma la politica è anche teatro. Certo, questi candidati sembrano mercenari,
al migliore offerente - attori.
All’instabile, sospettso, vendiacrtivo Vito Genovese, mafioso napoleano
a New York, si affianca nel film “The Alto Knights - I due volti del crimine”, il racconto di
come Frank Costello in vecchiaia vede gli anni di attività, una moglie superba, Anna,
imprenditrice capace, che si fa anche moglie di Genovese ma se ne difende (Genovese ruba alla cassa del suo
locale) con rabbia e con intelligenza.
Una “donna del Sud” molt veritiera, che si vede solo in un film molto
americano.
leuzzi@antiit.eu
Altro che dazi, la Cina resta maestra del commercio globale
I dazi orientano la politica commerciale ma non la
esauriscono, e anzi sono la parte minore, per quanto molto visibile, di
essa. Sono “descritti come lo strumento principale, o addirittura l’unico,
con cui i governi intervengono nel commercio globale perché “sono facili da
manovrare, più facili da politicizzare (ora con Trump, n.d.r.) e prontamente
utilizzabili nei negoziati bilaterali. Ma questa attenzione ai dazi è fuoviante….
I dazi sono solo uno dei tanti strumenti che un governo uò utilizzare per
modificare lo squilibrio interno di un Paese”. Di più incidino sulle politiche
commerciali “scelte politiche che non sembrano affatto correlate al commercio”.
Un elenco lungo se ne potrebbe fare, e non esaustivo: “Decisioni fiscali e
monetarie, strutture normative, politiche del lavoro, norme istituzionali possono
influenzare la distribuzione del reddito e l’equilibrio tra consumi e
produzione nelle economie, con implicazioni di vasta portata per il commercio globale”.
I dazi sono forse quelli che incidono di meno.
Gli effetti dei dazi sono peraltro più complessi di
quanto appare: sono “un trasferimento di reddito” all’interno, oltre che una
misura commerciale – incidono sul commercio in quanto spostano quote di reddito
dal consumo alla produzione. Se favoriscono la produzione nazionale e il’occupazione
è ad uncosto: “I consumatori pagano di più per beni e servizi”. Al dettaglio –
per le famiglie – e nell’insieme. “Questo spostamento del redditodai
comsumatori aiproduttori” è l’essenza di una politica commerciale aggressiva: “Che
si trtatti di una ariffa, di un sussidio fiscale o di una legge sul lavoro che
comprime i salari, il risultato è un cambiament nella distribuzione interna del
reddito che ha anche implicazioni esterne. Se i consumi sono tassati e la
produzione è sussidiata, è probabile che le esportazioni nette aumentino. Al
contrario, se le politiche spostano il reddito dai produttori ai consumatori, è
probabile che le esportazioni nette diminusicano”. Inoltre, spostando l’equilibrio
tra consumi e produzione si sposta l’equilibrio tra risparmio interno e investimenti
interni”.
Lo stesso effetto si può ottenere con la politica
valutaria, del cambio. Con la politica
dei tassi. Entrambe maneggiabili fino a rappresentare “di fatto una tassa sul reddito
dei rispamiatori netti (il settore delle famiglie) e un sussidio al credito per
debitori netti (il sistema produttivo)”.
In conclsione, “come sostenne John Maynard Keynes a
Bretton Woods nel 1944, il fatto che un’economia diversificata registri
persistenti surplus commerciali è solitamente una prova dell’esistenza di
interventi distorsivi del commercio”. E con Keynes arriviamo alla Cina, su cui
l’argomentazione di Pettis – socio senior del Carnegie Endowment for International
Peace e professore di Economia all’università di Pechino – converge.
Ci sono governi che forniscono sussidi, diretti e indiretti,
anche solo privilegiando le infrastrutture, a settori che ritengono strategici.
Oppure raggiungono lo stesso obiettivo “rendendo più economico o più attraente
produrre che consumare – un cambiamento interno che produce un effetto esterno”.
O gestendo il mercato del lavoro. “In Cina, ad esempio, il sistema houkou
– un sistema di registrazione delle famiglie che limita i diritti dei migranti
rurali nelle aree urbane – ha a lungo contribuito a deprimere i salari e a ridurre
i consumi delle famiglie”. Anche solo limitando la possibilità di organizzazione
sindacale. “Più in generale, limitando in vario modo i consumi mentre la
produttività cresce, queste politiche creano gli stessi tipi di squilibrio dei dazi,
ma lo fanno in modo più discreto”. Si spiega così che si possono registrare “persistenti
surplus commerciali pur mantenendo dazi relativamente bassi”.
Michael Pettis, Behind the Veil of Tariff Fixation,
Imf “F&D”, Finance&Development, settembre 2025 (leggibile anche in
italiano, Dietro il velo dell’ossessione tariffaria)
martedì 18 novembre 2025
L’Europa ha riarmato – senza strategia
Il riarmo di cui si discute è già un
fatto. La “Defense Readiness Roadmap” della Commissione europea calcola la spesa
militare aumentata da 218 miliardi nel 2021, prima della guerra in Ucraina, a
343 miliardi nel 2024 – l’1,9 per cento del pil Ue – e quest’anno dovrebbe
aumentare a 392 miliardi.
L’obiettivo al 1935, spendere per la
difesa il 3,5 per cento del pil, implicherebbe un esborso di 680-800 miliardi, che si presenta
raggiungibile, malgrado i limiti crescenti di bilancio di molti paesi membri, Francia
ora compresa.
La Francia ha quasi raddoppiato la spesa,
da 39 miliart1di nel 2021 a 62 miliardi quest’anno – e punta a 80 miiliardi nel 2030.
La Germania ha dato l’avvio al riarmo con la Zeitenwende del governo Scholz
a fine 2022, passando dai 47 miliardi di spesa militare del 2021 a 86 quest’anno
– e pianifica “almeno” 150 miliardi nel 2029. Segue la Polonia, con una spesa
quest’anno programmata in 44 miliardi - ben il 4,7 per cento del pil. L’Italia
viene quarta con 31 miliardi, l’1,5 per cent del pil.
I programmi di riarmo sono nazionali. Sostenuti,
ma non coordinati, da due programmi europei: l’Elsa, European Long-Range Strike
Approach, la difesa missilistica, e la Safe, Security Action for Europe, un programma
di finanziamento della spesa militare da 150 miliardi, a tassi agevolati, per acquisti
militari. Ma più incisivo dovrebbe risultare lo scorporo della spesa per la difesa
dai vincoli di bilancio.
Nulla invece è stato deciso, e nemmeno
discusso, come piani militari, per una difesa europea. Qui, anzi, con qualche passo indietro: il progetto franco-tedesco di un caccia europeo (Fcas, Future Air Combat System), lanciato nel 2017, è a un punto morto.
Un alfabeto contro la sofferenza
È il testo della conferenza tenuta da Eco nel 2014 all’Asmepa
di Bentivoglio, Bologna, Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa - Guido
Biasco, che ne era il direttore scientifico, ne fa la presentazione: il dolore
ha una storia lunga, di “dolori”, fisici, mentali, affettivi eccetera. Oggi la
prospettiva è nuova, radicalmente cambiata: non se ne può fare a meno, ma si
può alleviare.
Eco parte da qui, consigliando di “attrezzarsi per la
sofferenza”: “Sapendo cosa stiamo subendo, sappiamo resistere meglio. La
conoscenza, vorrei dire la cultura, alza la soglia della sofferenza”. Come
arrivarci a “questa componente culturale” non si saprebbe dire, “ma la ritengo
una delle frontiere della medicina, della psicologia e forse della filosofia di
domani” – il problema del dolore confinando con quello del male.
Eco, come è suo costume, si diverte anche qui,
partendo dalle ricette di Avicenna per i dolori di amore. Ma già Aristotele,
“Etica nicomachea”, voleva l’assenza di dolore migliore obiettivo che il piacere.
Con il cristanesimo invece è tutto il contrario, la salvezza essendo l’Imitatio
Christi, “il dolore assume una funzione salvifica”. Il martirio diventa
l’epica della fede, anche col linguaggio delle immagini, del Cristo in croce,
di san Sebastiano, dei tanti martiri, con i cicli pittorici tipo il pisano “Trionfo
della morte”. La letteratura penitenziale è interminabile. Fino a recente, si
può dire, nella predicazione quaresimale, o anche in non-eventi, in pratiche
correnti come gli esercizi spirituali, con pene e dolori a tema delle prediche
che interrome(va)no il silenzio.
Ma non solo del cristianesimo, il “dolore strumento di
salvezza” del cristiano è già in Eschilo. E diventa poi raccomandato nella filosofia
romantica: “Solo attraverso il dolore si giunge alla conoscenza”. Con Fichte, Hölderlin,
Hegel e Schelling, e poi con Schopenhauer – quanto più l’uomo subisce la “volontà
di vivere” tanto più accresce il “dolore di vivere”.
Nietzsche invece – “Aurora” ha come sottotitolo
“Della conoscenza di colui che soffre” – la sofferenza propone, l’ascesi, come
sviluppo della capacità critica, della conoscenza. Lo stesso vedeva in parallelo
Dostoevskij, naturalnente: “Per un dolore vero, sincero, anche gli imbecilli
sono diventati qualche volta intelligenti”. Ma più in tema è il richiamo a Proust:
“Solo la felicità è salutare al corpo, ma è il dolore a sviluppare le energie
dello spirito”. Con Leopardi naturalmente. Ma pure Montale. Pavese invece in
controtendenza nel diario – “Il mestiere di vivere”: “Soffrire non serve a
niente… Soffrire elimita l’efficienza spirituale”, etc..
Si soffre anche per la bruttezza, da Frankestein a Rigoletto.
E compreso Sartre, nell’infanzia e nell’adolescenza. “Solo di recente la
scienza ha deciso che il dolore non doveva più essere una condanna ineliminabile….
La conoscenza, vorrei dire la cultura, alza la soglia della sofferenza” - dobbiamo ”alfabetizzarci rispetto al dolore”.
Umberto Eco, Riflessioni sul dolore, La Nave
di Teseo, pp. 61 € 6
lunedì 17 novembre 2025
Italiener, raus!
Non c’è solo Unicredit nelle spire del governo
tedesco, la Snam ha dovuto rinunciare all’acquisto di una quota di Open Grid Europe,
un’azienda tedesca di trasporto del gas, sorpresa “dalle lungaggini del
processo per l’incredibie mole di approfondimenti” richiesti dal governo di
Berlino. Un fatto trascurato, questo del no a Snam, ma molto sintomatico.
La Germania non ha rinunciato al protezionismo,
che ha sempre praticato con i “regolamenti”. Senza automatismi: “regolamenti” ad
hoc o ad personam, che applica ai prodotti o ai soggetti che non vuole.
L’Italia è un soggetto che la Germania non vuole. Anche se qualificati, come
ora Unicredit, come un tempo la Fiat o Pirelli.
C’è riuscita Mediaset con Pro Sieben Sat, ma
dopo lunga istruttoria e perché è una tv del 7 per cento di share, e
comunque di proprietà israelo-americana. All’Italia è passata solo un’azienda decotta
di macchine da scrivere, nel 1986, la Triumph Adler, che Olivetti potè comprare
per liquidarla – per sollevare Volkswagen di 9 mila dipendenti senza nulla da fare.
La Germania non è contraria alla proprietà
straniera. È stata la prima, ed è quella che più ne beneficia, ad aprirsi ai capitali
arabi cinquant’anni fa. La stessa Open Grid Europe appartiene a capitali arabi.
Ma non all’Italia. Anche quando ne avrebbe bisogno. Commerzbank, per esempio, per
un trentennio allo sbando, a un certo punto poteva essere salvata da Generali,
ma la cosa fu subito scoraggiata.
Le regolamentazioni europee non valgono –
la Germania se ne frega, quando non le ha fatte lei. Con humour, anche,
teutonico. Ora, p.es., mentre il Bundestag plaude a Mattarella che chiama alla
pace armata, a Snam si fa sapere che le perplessità nascevano dalla presenza di
un consigliere cinese in CDP Reti, la finanziaria pubblica che controlla, fra le tante, anche l’azienda
del gas ex Eni. Un cinese, e non in Snam, in CDP Reti. Un rifiuto, non detto,
con sberleffo: la Germania ha i maggiori investimenti industriali stranieri in Cina,
ed ha nella Cina il secondo mercato di esportazione, dopo gli Usa.
Corruzione a norma
All’improvviso è “liberi tutti”,
gli affari degli affaristi. La corruzione insomma. Si vede a Roma per le opere
del Giubileo, che nessun Procura del resto indaga. Il Giubileo in corso sarà
ricordato come quello dei marciapiedi – il giubileo è a Roma la festa degli appalti,
ogni 25 anni una sagra. Quest’anno 4 miliardi, per 600 progetti, equamente
divisi fa costruttori di sinistra e costruttori di destra – un paio di piazze e
molti marciapiedi, dove i cantieri restano aperti per mesi e anni, per
concludersi inevitabilmente con rattoppi, più le rendite consolidate delle piste
ciclabili.
Lo stesso avviene a Milano, naturalmente
in grande, con più faccia tosta, e per cifre molto più grosse. A Milano con l’avallo
peraltro dei giudici: si può trasformare un capannone in un grattacielo di
80-100 appartamenti come semplice “ristrutturazione”, una Scia e via. Voto di scambio, traffico di influenze e corruzione
spicciola, con perizie, rappresentanze, assunzioni e altro - una volta c’era il
conto in Svizzera ma ora la Svizzera se ne tiene fuori, la Svizzera: tutto a
norma?
Un “altro” Shakespeare, ed è subito classico
Un racconto semplice, una trovata geniale, di Veronesi e del produttore Valsecchi, la velocità del parlato fiorentino, un film
che a rivederlo è già un classico. Regge in tutti gli intestizi, benché girato
apparentemente con disinvoltura, ed è, rivisto, un film cult. Come “fine
del teatro” – i provini sono un archivio leggendario, a venire si divertiranno,
dentro e fuori del teatro. Il trombonismo. La gaytudidne d’obbligo. La bravura
di Pilar Fogliati - che tra l’altro sembra, per un dettaglio o l’altro, tutte
le ragazze, o meno ragazze, che si incontrano, un tipo universale, effetto
della versatilità.
Giovanni Veronesi, Giulietta è Romeo, Sky
Cinema, Now
domenica 16 novembre 2025
Letture - 596
letterautore
Agnelli – “Non hanno lasciato
poi molto, come famiglia, all’Italia”, osserva Andrea Carandini, il padrone di
casa di Gianni Agnelli in piazza del Quirinale, parlando con Michele Masneri
sul “Foglio”: “Almeno Palazzo Grassi potevano lasciarlo a Venezia. Non c’è
molta etica protestante in quella famiglia”.
Commedia
all’italiana –
Finisce spesso con la morte. “Sono film che avrebbero potuto anche essere
drammatici” – il critico cinematografico Andra Minuz, autore con Andrea Nobile
della ricostruzione-evocazione de “I soliti ignoti”, che si decide abbia
avviato il genere, 1958: “Infatti, nonostante le risate, si muore sempre: si
muore ne ‘Il Vedovo’, nel ‘Sorpasso’, ne ‘La grande guerra’, e si muore anche
ne ‘I soliti ignoti’”.
Alberto Arbasino,
arbitrando nel 1977, nella sua trasmissione “Match!” sulla Rai 2, lo scontro
cui erano chiamati Monicelli e Moretti, osservava, anche per ravvivar e il poco
dialogo che c’era fra i due duellanti, che la commedia si sostituisce, nella rappresentazione
del carattere degli italiani, alla
sociologia e al romanzo.
Dolore – È di varia specie.
Si direbbe inesauribile, nella elencazione
che Guido Biasco ne fa presentando, nel 2014, la conferenza di U. Eco,
“Riflessioni sul dolore”, all’Asmepa di Bentivoglio, Bologna: “Il dolore del fisico e
il dolore dell’anima, il dolore percepito e il dolore provocato, la sofferenza
come viatico per la redenzione, il dolore desiderato, il dolore dell’amore perduto,
il compiacimento per il dolore altrui e il dolore per i propri difetti, la
raffigurazione del dolore e la descrizione del male, il dolore come generatore
di energie dello spirito, il dolore come strada per la conoscenza e il dolore
come mezzo di sopportazione, la cultura e il controllo dei sintomi” . che devono
essere affliggenti per gli ipocondriaci.
Hegel – Un “ciarlatano”
per Wagner, quando scoprì Schopenhauer: “Che cosa sono, dinnanzi a Schopenhauer,
quei ciarlatani tipo Hegel?” scriveva a Liszt il 16 dicembre 1854.
Jean Paul – Dario Borso, che
lo ha tradotto (“Il viaggio a Flätz”) ricorda sul “Robinson” che Carlo Dossi
“lo mise accanto a Shakespeare e subito dopo Omero. Kierkegaard amò tantissimo
Jean Paul e in particolare ‘Viaggio a Flätz’. Gadda provò a tradurlo ma poi
desistette. Italo Svevo nella ‘Coscienza di Zeno’
replicò ai limiti del plagio il finale di ‘Viaggio a Flätz’. Lo stesso Bobi
Blazen ne fu influenzato”.
Olio – È sinonimo di
purezza per sant’Agostino nei “Sermones”, dove paragona gli accidenti e le
passioni distruttive – “fame, guerra, carestia, morte, rapina e cupidigia” –
alla macina delle ulive: “Chi sopporterà con rassegnazione e perfino con gioia
il volere di Dio sortirà da questa terribile spremitura simile a olio lucente,
mentre chi si ribellerà non sarà che nera morchia”.
Pasolini – “Calvino è un
perfetto scrittore minore. Pasolini è un grande scrittore fallito”, è noto calembour
di Berardinelli, sul “Robinson” del 27 maGgio 2023. Meno noto è il seguito,
sul Pasolini poeta: “Trovo sia più poeta nelle Lettere luterane che
nelle Ceneri di Gramsci”. Giusto “la definizione che ne
diede Giovanni Raboni: Pasolini è sempre poeta fuorché quando scrive poesie”.
“Poeta civile da
situare accanto a Leopardi e Foscolo”, si appunta a mano a penna Moravia in un
foglietto pubblicato nel 2000 dal Fondo Moravia, in “Quaderni 2.0’0”. Un
appunto, non datato (e non ricalcolato dagli editori), probabilmente in morte
di Pasolini, per l’orazione funebre che poi Moravia terrà al funerale: “Poeta
civile che come i due succitati (Pascoli e Foscolo, nd.r.) esprime in maniera
elegiaca il suo dolore per la decadenza e la degradazione della sua patria.
Poesia civile dopo il Risorgimento sempre a destra e con influenza classica.
Con Pasolini abbiamo una poesia civile di sinistra mutuata dal decadentismo.
Esperienza decadente principalmente di Rimbaud. (usignolo della chiesa
cattolica) influenza di Machado.
“Ideologia di
sinistra populista – cristiana – marxista di Pasolini. Le borgate sono luoghi
in cui abitano i sottoproletari che sono come i protocristiani – delusione di
Pasolini – crollo delle sue speranze di fronte al consumismo delle borgate –
crollo dell’idea di una rivoluzione dal basso, comunista.
“Omosessualità di
Pasolini all’origine della sua «fissazione» culturale sulle borgate e sui
borgatari”.
Notevole
l’evocazione di Foscolo (che Gadda aborriva, ha scritto un libello contro),
trascurato del tutto nel secondo Novecento, per la parte retorica del
personaggio, nonché dell’opera. E del decadentismo (il Pasolini-Rimbaud non
sarà eco in Moravia della prima infatuazione di Elsa Morante, il “poeta
maledetto” Rimbaud non sembra proprio nelle corde di Moravia, sempre saggio).
Strade romane – “Facevano
sette volte il giro del mondo”. Così la rivista “Storica” del “National Geographic”
sintetizza “una mappa dettagliata e una serie di dati digitali pubblicati da un
team guidato da ricercatori dell’Università Autonoma di Barcellona e dall’archeologo
Tom Brughmans dell’Università di Aarhus (Danimarca)”, con una “cartografia
esaustiva che rivede e collega le prove archeologiche” - secondo gli autori, «include
qualsiasi percorso terrestre con una posizione verificata, ipotizzata o
ipotetica»”.
E così si può dire vero che “tutte le strade portano a Roma”. Lo studio
calcola che “l’Impero romano costruì circa 300.000 chilometri di strade, l’equivalente
di sette giri completi del pianeta Terra, una cifra che raddoppia le precedenti
stime sulla lunghezza della rete stradale romana”.
Wagner – “I testi wagneriani,
di per sé soli, non sono sempre eccelsi poeticamente e neppure linguisticamente,”
nota l’eccelso wagneriano Quirino Principe nel lungo saggio “Die Walkūre e il color
nero” che correda il programma di sala dell’allestimento a Santa Cecilia di “La
Valchiria”: “Ciò avviene per lo più dove la musica non c’è (recitativi e dialoghi
parlati) o non è intesa come funzione primaria. Nel pensiero musicale di
Wagner, e nel teatro d’opera che egli cominciò a realizzare quando aveva poco meno
di trent’anni, la parola, con o senza musica, agisce come attraverso vasi
comunicanti, ed ha una funzione secondaria, “orizzontale”. La musica, e non
soltanto attraverso i “Leitmotive”, in Wagner ha sempre una funzione
“verticale”, anche quando qualcuno (noi, per esempio) la troverebbe sciatta e
noiosa, come accade talvolta in ‘Die Feen’, nel ‘Liebesverbot’, in ‘Rienzi’” -
negli altri compositori ha una funzione “sghemba”?
letterautore@antiit.eu
Come sdoganare il porno, con successo
Un lungo film per metà porno (con opportuni accorgimenti),
con lap-dance allettante, in ogni posizione, specie con un ragazzetto russo
figlio di ricchi boiardi. Per l’altra metà ricerca del ragazzo, che non regge l’alcol
e il fumo, ha sposato a Las Vegas la lap-dancer che l’aveva in
carico, più inventiva a dire la verità delle colleghe e insinuante, e ora vaga tra Brooklyn e Coney Island. Dove si passa dal sesso in continuo a una squadretta di amerikatsi, armeni americani, imbranati e
pasticcioni. Su incarico ferreo dei genitori del ragazzo, di lei specialmente, la
moglie-madre divorante.
Una sorta di vampirizzazione di “Borat” – con gli
armeni al posto degli azeri (i loro arcinemici). E di “Pretty Woman”. Due successi
assicurati in uno, rimodernati per i più giovani. Come che sia, Sean Baker, che
il film ha scritto, diretto, montato e prodotto, c’è riuscito. Anche, cioè, se non si
vede come.
Un film che ha incassato l’incassabile, benché girato
alla svelta, 60 milioni di dollari. Ed è forse il film più premiato, tra Canes
(palma d’oro) e gli Oscar quattro statuette per Baker, film, regia,
sceneggiatura, montaggio, più quello alla migliore attrice, Mikey Madison. Che, effettivamente, lo fa bene, in tutte le posizioni.
Sean Baker, Anora, Sky Cinema, Now
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