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sabato 9 gennaio 2016

Il mondo com'è (245)

astolfo

Afghanistan – Lo stato rentier per eccellenza, mantenuto dalla comunità internazionale, è anche quello che più spende in armamenti, praticamente tutti gli aiuti che riceve. Nel momento in cui il Quad, il gruppo dei quattro paesi incaricati di portare la pace in Afghanistan (lo stesso Afghanistan, col Pakistan come controparte, più Usa e Cina in qualità di padrini dei contendenti) tenta di chiudere la pratica, questa è ancora la sua unica realtà. È solo uno dei paradossi di questo paese: il maggior beneficiario di finanziamenti a fondo perduto al mondo, da sempre, con costanza, che li destina quasi esclusivamente agli armamenti. Senza mai mettere fine alla guerra. Che è di varia natura, invasioni, quella sovietica e quella anglo-americana, tribale, religiosa, ma dura ormai da 37 anni.
Della spesa pubblica 2015, stimata (dalla Banca Mondiale) in 5,1 miliardi di dollari, il 73 per cento è andato alla difesa, 3,8 miliardi. Con un contributo afghano limitato all’11 per cento, 411 milioni di dollari. Le entrate interne non sono elevate, nel 2015 dovrebbero essere ammontate a 1,6 miliardi di dollari, in grado di coprire solo un terzo della spesa pubblica corrente. Il resto è coperto dalla “cooperazione” internazionale.
Lo sforzo bellico e di polizia ha peraltro preso nel 2015, secondo le valutazioni del Pentagono, 5,4 miliardi di dollari, 1,7 in più rispetto alla spesa pubblica. Questa cifra è il 23 per cento di tutto il pil afghano, stimato per il 2015 in 23 miliardi di dollari. Il più alto rapporto difesa-pil al mondo, secondo la Banca Mondiale – dietro l’Afghanistan viene l’Oman, col 15 per cento. Dalla nascita, a fine Ottocento, l’Afghanistan, “stato cuscinetto”, era destinato a dipendere dagli aiuti internazionali. Ma col finire della guerra fredda, cui pure l’Afghanistan ha molto contribuito, ha superato ogni calcolo.

Bin Laden – Non solo l’islam sciita, anche il gruppo Bin Laden costruzioni, Btc, è interdetto in Arabia Saudita, da quattro mesi ormai, a seguito di un incidente sul lavoro. Un’interdizione che pesa, ha detto Bakr bin Laden, il presidente del gruppo, “come la chiusura della General Motors in America”. L’11 settembre – data fatidica per la famiglia – la caduta di una gru nel cantiere della grande moschea Masud Al Haran alla Mecca ha fatto 107 morti tra i fedeli. A seguito dell’incidente, che sarebbe stato provocato dalla mancata osservanza delle raccomandazioni del costruttore, e del proseguimento dei lavori in condizioni atmosferiche avverse, il nuovo re saudita Salman ha escluso il gruppo dagli appalti pubblici nel reame, e tolto il passaporto ai dirigenti del gruppo e ai consiglieri d’amministrazione.  Con due miliardi di dollari di fatturato annuo, il gruppo è reputato il primo al mondo nel settore delle costruzioni.
Btc è un gruppo di famiglia, articolato sui fratelli di Osama, con interessi diversificati in tutto il mondo islamico, e prevalenti in Arabia Saudita, nel settore opere pubbliche – fino a settembre non intaccati neppure dal sulfureo fratello. È un gruppo che è nato, si può dire, col regno saudita, ed è cresciuto all’ombra della famiglia reale. Il regno fu fondato ne 1926, nel 1931 Mohammed bin Awad bin Ladern, il padre dei fratelli, creava la sua società di costruzioni.
Come il re Abdelaziz, anche Mohammed bin Laden ebbe molte mogli e molti figli – 54 in tutto, tra maschi e femmine (Osama era figlio della decima moglie, Asja Ghanem, siriana, ripudiata dopo la nascita del figlio. Veniva da una famiglia di muratori dello Hadramaut, nel Sud Yemen. Emigrato giovane in Arabia Saudita, si era fatto strada con la famiglia reale, divenendo anzi il protetto del re per la sua capacità di costruttore, e molto presto il maggior appaltatore di lavori pubblici. I suoi figli furono educati in compagnia dei principi del sangue sauditi. Alla morte, per un incidente aereo nel 1967, il suo patrimonio venne stimato in undici miliardi di dollari.
Nel 1950 Mohammed aveva avuto l’appalto per l’ingrandimento della Santa Moschea a Medina. Nel 1955 per l’ingrandimento della santa moschea della Kaaba alla Mecca. E per la costruzione di tutte le autostrade che dovevano arrivarci  dalle principali città del paese. Lavori di vent’anni, che si meritarono alla conclusione – era re Khaled – il plauso della corona. Le opera d’arte ingegneristica della strada da Gedda alla Mecca, attraverso il massiccio del Taif, ne hanno consacrato la rinomanza anche internazionale. La famiglia tiene da allora ogni anno tavola aperta per ulema e dignitari nella stagione del Pellegrinaggio.
En 1964 Mohammed aveva ottenuto l’appalto per il rifacimento del rivestimento della Cupola della Roccia a Gerusalemme. Nel 1969 i suoi figli furono incaricati del restauro della moschea Al Aqsa, sempre a Gerusalemme, dopo che un estremista ebreo australiano aveva tentato di darle fuoco. E così il gruppo si è consacrato di primaria grandezza in tutto il mondo islamico. Ancora dieci anni fa il gruppo bin Laden, gestito da un fratello di Osama, Abdelaziz, era in Egitto la più grande impresa private straniera, e occupava oltre 40 mila lavoratori. Insegne del gruppo sono visibili, secondo il sito ufficiale, in 27 aeroporti internazionali, che i bin Laden hanno costruito o rifatto.

Nel 1979 un altro dei fratelli di Osama, Maqrus, era stato posto sotto inchiesta in Arabia Saudita dopo un assalto alla Grande Moschea da parte di un gruppo integralista:  camion della dita entravano e uscivano senza essere controllati, e gli attentatori ne avevano fatto uso per penetrare nella moschea. Ma l’edificio fu ripreso la mosche dalle forze saudite, consigliate da esperti antiterrorismo francesi, usando le carte del gruppo bin Laden, che solo ne aveva la topografia dettagliata. Una serie imponente di edifici pubblici e religiosi sono stati realizzati dopo quella data alla Mecca, a Gedda e altrove in Arabia Saudita dai bin Laden.

Germania - Lo strabiliante del Capodanno delle donne di Colonia, e dei loro uomini, dopo la notte brava dei maghrebini ubriachi, è la censura politicamente corretta. Il non dire le cose col loro nome: la violenza alla persone, i vestiti strappati, le mani sulle parti intime, l’origine e la sicura identità degli aggressori. Questo è molto tedesco: tutti buoni indipendentemente dai fatti, e poi tutti cattivi - tutto sempre d’un colpo, e all’unanimità. Ma allora si potrebbe dire la Germania il paese dello spreco: di energie, di ordine - come sarebbe con un po’ più di giudizio, di fiducia in se stessa: è già straricca e strapotente, sarebbe insuperabile? E anche non molto intelligente: una vera accoglienza saprebbe e dovrebbe distinguere.

Globalizzazione – Nacque nel 1971? Teorizzata nei tardi anni1970, si fa ascendere alla decade successiva, con l’allargamento delle maglie della World Trade Organization, che sovrintende alla liberalizzazione del commercio internazionale, ai lavorati dell’America Latina, dell’Asia e dell’Est Europa (lavorazioni per conto, etc.). Culminato a fine decade, coi fatti di Tienanmen, 1989, con l’estensione della “non ingerenza”, da parte di un’amministrazione americana repubblica, di George Bush padre, al regime politico comunista nelle cose interne della Cina. Che diventerà a grandi passi il supermercato della buona metà degli americani, la meno ricca.
Ma, facendo sempre perno sulla Cina quale motore della globalizzazione (e del nostro stesso - relativo - benessere negli ultimi trent’anni), il seme si può dire posto nel 1971. L’anno della fine dell’impero del dollaro, e insieme del disegno di dominio militare, se ce n’è stato uno a Washington. È l’anno in cui Nixon dovette decretare, a Ferragosto, la sospensione della convertibilità del dollaro (nessuno volle più dollari per molte settimane, gli americani sorpresi all’estero dovettero svenderli, anche per 500 lire), sfinito dalla guerra del Vietnam, con un forte deficit di spesa pubblica e di partite correnti (acquisti) con l’estero. Un mese dopo che Kissinger in segreto aveva preparato a Pechino l’apertura diplomatica alla Cina - che Nixon l’anno successivo renderà ufficiale con una visita di Stato.  

Lingue coloniali – In ritiro netto il francese, nel Maghreb e nell’Africa sub sahariana, nel revival islamico, perché associato alla rivoluzione e ai suoi valori, dall’illuminismo al repubblicanesimo (democrazia e laicità). Mentre l’inglese marcia spedito e sempre più diffuso.
Ancora negli anni 1970 gi islamisti militanti algerini dovevano imparare l’arabo, e gli insegnanti unicamente arabofoni, senza francese, erano sfavoriti nelle graduatorie. Un decennio dopo il francese era oggetto di una crociata, in Algeria e in parte in Tunisia, per l’abbandono di un “messaggio intellettuale e ideologico velenoso”, contrario alla sharia. La polemica contro la francisation era divenuta parte delle campagne elettorali dei gruppi islamici.
Analogamente, il francese è vieppiù rifiutato in altri paesi un tempo integrati alla cultura francese, come il Senegal, la Costa d’Avorio, il Bénin. Il nuovo fronte dell’espansione islamica. Mentre non è rifiutato nel Levante, in Libano e Siria, che pure per qualche decennio sono stati sotto dominazione francese: i due paesi non hanno rifiutato i “valori” che si collegano alla lingua.
L’uso dell’inglese invece si estende come lingua veicolare internazionale, commerciale e scientifica, e come lingua franca del web, senza più connotazioni imperialistiche, e esente da connotazioni sistemiche, di acculturazione. L’inglese non è mai stato rifiutato, segnatamente, dall’islamismo radicale, in Pakistan, in Iran, nella penisola arabica, in Egitto. Gli ideologi pakistani della jihad ne hanno anzi raccomandato l’uso come veicolo di propagazione.

Abdel Rahman – Non soltanto Osama bin Laden fu salvato dagli Usa in più occasioni. Lo sceicco cieco egiziano Omar Abdel Rahman, che predicava l’odio verso gli Usa, il muftì degli assassini di Sadat, l’autore di una fatwa che incitava all’assassinio dei gioiellieri copti, nel 1990 ebbe asilo politico negli Usa, ed ottenne in pochi giorni anzi la carta di soggiorno permanente, la “carta verde”. Poté predicare liberamente da una sua moschea a Jersey City, dominata da lontano dalle Torri Gemelle del World Trade Center. Fu infine condannato, ed è tuttora in carcere, sebbene solo per prove circostanziali, come organizzatore di molti attentati islamici negli Usa e da ultimo dell’attacco al World Trade Center il 26 febbraio 1993. Un camion imbottito di sette quintali di tritolo avrebbe dovuto far crollare le Torri Gemelle: lo scoppio non avvenne nel punto dove avrebbe dovuto e le Torri non crollarono, ma ci furono sei morti e 1.042 feriti. Lo sceicco cieco fu inquisito in ritardo e come a malincuore.

Tatuaggio – Era un  segno tribale, ancora di recente, nei paesi tropicali. Distintivo in base allo stile più che per le figurazioni. H.Melville, che al tatuaggio dedica un lungo paragrafo del saggio-conferenza “I Mari del Sud” (ora in “Balene e viaggi”), lo testimoniava attorno al 1850: “I tatuaggi dei neozelandesi e dei tahitiani sono così lontani tra loro come diversi stili di pittura”. Ma molti li avevano già individualizzati, esibendo i tatuaggi come testimonianze di loro proprie storie personali. Del resto anche allora Melville dava “l’usanza del tatuaggio invalsa per motivi di religione, per passione delle novità e per varie altre cause”. In prevalenza per motivi religiosi (“molti dei nativi la ritengono necessaria per la loro beatitudine eterna”) ma non esclusa la vanità.

astolfo@antiit.eu

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