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sabato 20 dicembre 2025

La Manovra del nulla

I giornali si vendono, e non trovano compratori. Se non esoterici – una famiglia greca, uno dei troppi figli del self-made man Del Vecchio, qualche riccastro criptocorrentista. Perché, in realtà cosa si vende, a parte bilanci in perdita, non colmabile? Una informazione nel formato riforma Rai 1975, come messa in pratica da Andrea Barbato al TG 2, tutta puntata sulla politica, la prima metà del giornale o del telegiornale. E quindi pagine su pagine su ogni scena e fuoriscena di ogni partito e di ogni politico, ora ccupate dai mostruosi self col telefonino, e le battute standard, lunghe dieci secondi, quindici, trenta, su ogni questione, anche la più irrilevante o ininteressante, che si decide sia “del giorno”. Come il pesce fresco ma di interesse per nessuno. Oppure semplificatrici, e ripetitive, di temi e arcani specialistici, che necessiterebbero invece di onestà, applicazione e cultura. Oggi le guerre, p.es., o il tesoro russo all’estero.
Da qui l’irrilevanza del giornalismo, dall’irrilevanza della politica – della sua politica, del giornalismo? Non se ne può più, di sciocchezze. Tanto più si apprezza, ormai da tanti anni, Mattarella, che parla invece con senso compiuto. Il suo segreto essendo che può contare su
collaboratori esperti, un entourage di prima qualità.
L’informazione come talk-show, l’informazione come pausa tra le puibblictà, si fa pericolosamente, per la politica e per gli elettori. Perché non abbiamo che la politica.
Che senso ha proporre e commentare le opinioni, i detti, i gesti di politici che non sono nessuno e sanno ben poco? Con l’autunnale, oggi, mania della legge finanziaria, che Scalfari ha imposto con “la Repubblica”, nel suo generale rigetto della politica? Tre mesi di giornaliera tragedia sul nulla, di nessun interesse per nessuno. Il normale fare e disfare parlamentare proiettando sul lettore unicamente come letame aggiuntivo sulla montagna maleodorante della politica. Un tormentone insulso, noioso, irrilevante, per due e quattro e anche sei pagine, ogni giorno, sul budget del governo per l’anno che verrà. Dopo una prima pagina, sempre ogni giorno, da scoppio della guerra: “Tensione nel governo sulle pensioni”, prima pagina giovedì del “Corriere della sera”, venerdì si ripete su “la Repubblica”, “Caos nella maggioranza”, sabato sul “Corriere della sera” – e s’immagina su “la Repubbica”: “Alta tensione sulla Manovra”.
La Manovra, maiuscola, come una divinità, o un lasciapassare per un giornalismo che non sa che dire. E affastellamento di cose che non ci sono, e comunque non interessano a nessuno. Ma proprio a nessuno – tanto più che la legge si farà, si è sempre fatta con ogni governo in 48 anni, bisogna solo aspettare il 31 dicembre.
Stupidità di stupidità, ma spiega perché è inutile leggere (comprare) il giornale.  

Natale made in Italy

Non più il solito Bach per Natale, ma lo Scarlatti che fece scuola all’Europa ma di cui si è dimenticato il tricentenario, insieme con due padani, Vivaldi e Corelli – il veneziano fece a Roma una redditizia “opera in carnovale”, il ravennate di Fusignano (come Arrigo Sacchi, l’allenatore) fece di Roma la sua terra promessa - e il riscoperto Manfredini, pistoiese, come per dire che “tutte le strade portano a Roma”, o una sorta di Natale made in Italy. Con questi ingredienti il maestro Quarta, ricercatore emerito e specialista della musica barocca, che per l’Accademia Filarmonica Romana, fondata e ‘presieduta da Paolo Baratta, ha creato lìensemble Concerto Romano, ha catturato il teatro romano, pieno in ogni settore, uno dei più capienti d’Italia. Fino ad appassionarlo, cosa non facil, alla  musica barocca. Anche per l’ausilio esperto e fresco, nell’arduo gorgheggio che infioretta il canto barocco, della giovane soprano Carlotta Colombo - una lombarda felicemente valorizzata a Roma.  
Alessandro Quarta, Concerto di Natale, Teatro Argentina, Roma

venerdì 19 dicembre 2025

Macron vuole un'altra Europa, più italiana

Scrive Macron al “Financial Times” una lettera che potrebbe essere stata scritta da Roma: rafforzare il mercato unico (liberalizzarlo), “liberare il risparmio europeo” (mercato europeo dei capitali, cioè debito europeo). Concetti che ribadisce nella seconda parte della lettera, sui rapporti con la Cina. L’asse franco-tedesco che ci governa non è più d’interesse?
 
Sotto il titolo: “Abbiamo urgente bisogno di riequilibrare le relazioni UE-Cina.
Per risolvere gravi squilibri commerciali saranno necessarie cooperazione e azioni coordinate”,
il presidente francese, di ritorno da una visita di Stato a Pechino, fa questa analisi-proposta del futuro immediato della Unione Europea:
“Il surplus commerciale della Cina con il resto del mondo ammonta ora a ben 1.000 miliardi di dollari. Il suo surplus con la UE è quasi raddoppiato, raggiungendo i 300 miliardi di euro in 10 anni. La combinazione tra dazi statunitensi e consumi interni ridotti fa sì che le esportazioni cinesi stiano ora inondando l'Europa.
“Questa situazione non è sostenibile, né per l’Europa né per la Cina. Tuttavia, imporre dazi e quote sulle importazioni cinesi sarebbe una risposta poco collaborativa. Dobbiamo riconoscere che questi squilibri sono il risultato sia della debole produttività della UE sia della politica cinese di crescita trainata dalle esportazioni.
“Continuare in questa direzione comporta il rischio di una grave disputa commerciale, ma sia la Cina che la UE hanno i mezzi per invertire gli squilibri. Rafforzare il mercato unico e liberare il risparmio europeo stimolerebbe l’innovazione e la crescita nel continente. Livellare le condizioni di investimento nelle due regioni aumenterebbe la quota della domanda interna come fonte di crescita. “Per quanto riguarda la UE, la prima cosa che dobbiamo fare è attuare una nuova agenda economica basata sulla competitività, l’innovazione e la protezione.  Per aumentare la competitività, l’Europa deve completare il suo mercato interno nei settori dell’energia, della salute e del digitale, oltre a investire massicciamente in innovazione, ricerca e tecnologie dirompenti in settori ad alto potenziale di crescita. Anche la riduzione del rischio in tutti i materiali critici, nelle tecnologie fisiche e digitali dovrebbe essere parte di tale agenda. Dobbiamo anche facilitare alle aziende la crescita e la competitività con i loro competitor globali. Non dovremmo vergognarci di una “preferenza europea”, purché ciò significhi sostenere la produzione strategica – nei settori automobilistico, energetico, sanitario e tecnologico – all’interno dei nostri confini. La protezione dalla concorrenza sleale è il fondamento della resilienza. Non dobbiamo essere ingenui: una strategia di protezione credibile richiede che disponiamo dei mezzi per difenderci da chi infrange le regole. Per questo motivo disponiamo di una serie di strumenti di protezione commerciale, tra cui tariffe doganali e misure anticoercitive. Nessuno dovrebbe avere dubbi sulla nostra volontà di utilizzarli.
“In secondo luogo, per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno, l’Europa deve fare leva sul suo bacino di circa 30.000 miliardi di euro di risparmi. Ogni anno 300 miliardi di euro vengono investiti all’estero. È ora che noi europei ci assumiamo il rischio di investire nelle nostre aziende. La semplificazione della regolamentazione, la cartolarizzazione e la vigilanza unificata libereranno capitali tanto necessari. L’attuazione dell'Unione del Risparmio e degli Investimenti garantirà la libera circolazione dei risparmi europei per finanziare l’innovazione e la crescita.
L’Europa dovrebbe inoltre cercare di rafforzare il ruolo internazionale dell’euro, attraverso lo sviluppo di stablecoin e l'introduzione di un euro digitale, nonché la creazione di attività sicure e liquide per finanziare la difesa e le tecnologie. Infine, la competitività europea non dovrebbe essere vittima del deprezzamento del dollaro e del renminbi.
 
“In terzo luogo, la Cina deve affrontare i suoi squilibri interni. Una politica fiscale più favorevole, volta a ridurre il risparmio e a promuovere i consumi interni e lo sviluppo di un'economia dei servizi, è essenziale per la sua crescita a lungo termine. In quarto luogo, è essenziale riequilibrare i flussi di investimenti diretti esteri. La Cina beneficia da tempo degli investimenti diretti esteri (IDE) e della cooperazione europea, anche in ambito tecnologico. L’UE ha investito quasi 240 miliardi di euro in Cina, mentre la Cina ne ha investiti meno di 65 miliardi nell'UE. Oggi è leader nella transizione energetica e nelle tecnologie per la mobilità pulita, mentre l’Europa continua a essere leader in molti settori dei servizi.
“Un quadro ottimale per le nostre due regioni è quello della cooperazione. L’UE deve rimanere aperta agli investimenti della Cina nei settori in cui è leader, a condizione che i cinesi contribuiscano a generare occupazione e innovazione e a condividere la tecnologia. Allo stesso tempo, il settore dei servizi europeo deve continuare a investire e svilupparsi nel mercato cinese. Durante il mio ultimo viaggio in Cina, ho chiarito che o riequilibramo le relazioni economiche in modo cooperativo – coinvolgendo Cina, Stati Uniti e Unione Europea in un autentico partenariato – oppure l’Europa non avrà altra scelta che adottare misure più protezionistiche. Preferisco di gran lunga la cooperazione, ma sosterrò il ricorso a quest'ultima se necessario.
“Sono tuttavia convinto che, tenendo realmente conto delle esigenze e degli interessi reciproci, possiamo definire un'agenda macroeconomica internazionale che andrà a vantaggio di tutti. Ecco perché è così urgente rafforzare la competitività, l’innovazione e la protezione dell’UE. Ciò implica anche la difesa della sovranità regolamentare dell’UE, anche nei confronti degli Stati Uniti.
“La risoluzione degli squilibri globali sarà al centro dell’agenda della presidenza francese del G7 del prossimo anno” (in agenda a metà giugno).


Riconoscersi nell’irriconoscibilità, il paradosso del divismo

Piccoli ricordi, formato tascabile, di una vita in scena. Di una professione il cui scopo non è affermarsi ma celarsi: “Non è la riconoscibilità, ma esattamente il suo contrario”. O, come dell’attore dice Jeremy Irons, nella breve postfazione di Mario Sesti, di una professione di precariato: “Abitare nella vita di un’altra persna, a tempo determianto”. Di una persona, si può aggiungere, che è un personaggio, variabile – un monumento d’aria, trasmutabile.
Prossimo ai settanta, Fabrizio Bentivoglio, “Fabrizietto”, esuma ricordi gradevoli o utili. Per z
aneddoti rapidi, sapidi.  Qualcuno stupefacente: l’idolo Volontè che non si perde “La vera storia della signora delle camelie”, il film di Bolognini, anche se nella lavorazione si manifesta un tumore al polmone, che opera immediatamente.
Memorie d’esperienze anche, utili come lezione. “Giorgio Strehler, quando vede un attore in difficoltà su una battuta, gli chiede di tradurla nel suo dialetto d’origine e poi, dopo averne colto l’autentictà del suono e del significato, di tradurla nuovamente in italiano mantenendo quell’impronta”. O la messinscena originale della “Gatta Cenerentola”, 1976, irrecuperabile, se non per pochi frammenti, vissuta come lezione del maestro Roberto De Simone – un ricordo, in effetti, quella prima edizione, incancellabile.
Coi problemi del mestiere, dall’invisibilità alla ripetitività. Ferruccio Soleri che per una vita fa l’Arlecchino di Strehler. O “fare cinema”. “Un set cinematografico non ha quasi niente di sacro. Arrivi ore prima, vieni truccato, vestito…. e poi parcheggiato in un camerino ad aspettare” che la “scena” sia pronta: “Queste attese possono essere interminabili”, non si sa quando si va in scena, e la scena “ha la durata di un ciak: pochi minuti, a volte secondi”.
Ma, poi, la “non riconioscibiltà” è il premio del bravo attore, non la condanna: “Il vero obiettivo di un attore non è la ricoscibilità ma esattamente il suo contrario – megliose ottenuta con poco”, un tic, un paio di baffi, un’andatura. Un “paradosso del divismo” se ne potrebbe ricavare.
Il tutto qui sintetizzato raccontato nel volumetto invece per fatti, arguzie, persone.  
Fabrizio Bentivoglio, Piccolo almanacco dell’attore, le Formiche, pp.pp. 139 €15

giovedì 18 dicembre 2025

Usa vs. Cina in tre mosse – anzi quattro

C’è la Cina al primo posto della nuova “Strategia di difesa” Usa. La marginalizzazione dell’Europa ne è una conseguenza. C’è la Cina soprattutto al Pentagono. Dove l’opinione ormai è comune che i veri dominus strategici sono i vice del segretario alla Difesa Hegseth – di suo poco più di un bell’uomo, venendo dall’intrattenimento televisivo. E tra i vice il più accreditato di autorevolezza è Elbridge Colby. Nipote di William Colby, capo della Cia negli anni1970, cresciuto in Giappone, fino all’università, studioso e analista di politica internazionale, già al dipartimento della Difesa (assistente di un vice-segretario) col primo Trump. Autore nel 2021 di un libro, “The strategy of Denial”, nel senso di negare o prevenire la possibilità che la Cina si faccia potenza egemone.
Questa la “dottrina Colby”, desunta dal suo libro. La Cina è il solo attore internazionale nella posizione di minacciare seriamente gli interessi vitali americani. Altri paesi come la Russia e l’Iran sono potenzialmente dannosi e sono più aggressivi. Ma sono potenze più piccole, e con vicinati in grado di controbilanciarne l’aggressività.
L’Asia è la più importante regione economica nel mercato mondiale e la posizione della Cina dentro l’Asia le offre l’opportunità di imporre la sua egemonia. La politica americana di difesa dovrebbe prevenire l’egemonia della Cina con alleanze anti-egemoniche.
Per dare credibilità a queste alleanze gli Stati Uniti devono dare loro la priorità rispetto ad altri teatri, e cioè il Medio Oriente e l’Europa.
Per essere efficaci, queste alleanze devono essere dichiaratamente difensive – gli Stati Uniti non devono attentare al governo cinese né prevenire lo sviluppo della Cina. Ma il Giappone è sulla strada per diventare la terza potenza militare mondiale, dopo Usa e Russia. Senza contare il riarmo che Trump ha deciso di Taiwan.

Il vero racconto dietro il flauto magico di Mozart

L’ultima opera di Mozart è in realtà una non-opera, è un Singspiel, all’uso germanico: un teatro cantato, che alterna canto e recitazione. Comprensivo di arie, duetti, terzetti, quintetti, ma fondamentalmente recitato: un dramma o commedia in musica – qui piuttosto una favola.
Schikaneder, che fornì a Mozart il libretto, era uomo di teatro. Di giro, non di corte. Con un ruolo vario o tuttofare, di attore, adattatore (di Shakespeare, Schiller, Goethe), nonché autore in proprio, di drammi, operette e commedie musicali. Il racconto che Mozart volle musicare è dell’“unione degli opposti”, della luce e la tenebra, del cielo e la terra, del maschio e la femmina, e quindi dell’amore. In uno scenario “orientale”, egiziano. Un mondo fiabesco perché ingenuo, infantile, per una sorta di “musica per bambini” (Ingmar Bergman ne ha fatto un film per e con i bambini), o della favola bella.
L’idea di riproporre il testo come opera a sé stante è di Gian Piero Bona, che ne dà anche la traduzione, a fronte dell’originale. Con un saggio di Citati, “La luce della note”, su Schikaneder, il suo rapporto con Mozart, e il senso recondito, esoterico, della favola. E uno di Jurgen Baltrušaitis, inedito in Italia, “L’Egitto dell’opera lirica e della massoneria”.
Emanuel Schikaneder, Il flauto magico, Adelphi, pp. 274 € 16

mercoledì 17 dicembre 2025

Il drone ci guarda, e ci bombarda

Le due guerre, in Palestina e in Ucraina, hanno consacrato l’uso dei droni quale arma. Con funzioni sostitutive di vasto impiego nell’aviazione (osservazione e caccia) e in artiglieria (aggiustamento e tiro). Israele li ha subiti, di fabbricazione iraniana, in uso agli Hezbollah e ai Pasdaran. Ma poi li ha utilizzai diffusamente, per la sorveglianza di Gaza e del Libano, e in funzione operativa nei bombardamenti dell’Iran e della stessa Gaza. In Ucraina sono stati probabilmente l’arma di difesa più efficace per Kiev, in terraferma, nel mar Nero, in territorio russo.
I droni hanno sostituito i ricognitori classici: l’aviazione leggera e, in artiglieria, gli osservatori sul campo. L’Ucraina, che allo scoppio della guerra ne era sprovvista, se non per una trentina di “avvistatori” di fabbricazione turca, con i quali ottenne alcuni successi in Crimea e contro la flotta russa, ne ha fatto un uso decisivo per bloccare l’“Operazione Speciale” russa. Sviluppando una propria capacità di produzione, e strategie nuove di impiego, specie in territorio russo. Lo stesso ha fatto la Russia, utilizzando dapprima i droni iraniani Shahed, droni”suicidi”, senza ritorno, poi producendoli in proprio, con adattamenti.
La Russia ha sviluppato soprattutto droni First Person View (Fpv), pilotabili a distanza, forniti di registrazione radiocomandata delle immagini, e anche di cariche esplosive in grado di penetrare le corazze dei mezzi pesanti a terra - entro un raggio d’azione ancora limitato, fino a 30 km. Usatissimo da Israele a Gaza, Gerusalemme e Cisgiordania. L’altro tipo di droni, droni “suicidi”, funziona come un missile, è cioè a perdere, anche se per un raggio d’azione ampio, fino a 2.000 km, e con esplosivo però ridotto, di 4-50 kg. Ma costa poco, 35 mila dollari – il costo minore di un missile, anche del missile anti-aereo, come quello in uso in Israele, varia tra 1 e 2 milioni di dollari.

Cronache dell’altro mondo – militari (374)

Da tempo gli Stati Uniti non proteggono più militarmente l’Occidente. Fa scandalo la nuova Dottrina Strategica della presidenza Trump, ma essa è nei fatti da tempo. Il dossier del Pentagono dei militari in servizio attivo conta le truppe all’estero in 177 mila. Non una grande c0ifra. Di essi solo un terzo sono ancora stazionati nella Ue: Germania 34.5347, Italia 12.332, Spagna 3.627, Belgio 1.060, Olanda 416, Grecia 415, Polonia 329 - una presenza in molti paesi figurativa.
Gli Stati Uniti garantiscono l’“ombrello nucleare” (10 mila militari sono stazionati in Gran Bretagna), ma le basi eurpee sono in disarmo.
Restano forti invece le basi in Asia: Giappone 52,793 unità, Corea del Sud 22.844, Guam 6.795, Bahrain 3.368.

E martedì sinistra

Immagini di Meloni o di Salvini che dicono una cosa, in genere urlata, da comizio, comunque con sonoro antipatizzante, e un ospite in studio critica, per cinque e anche dieci minuti. Un’immensità. Ospiti Bersani, Gratteri, Christillin (con Meloni e Salvini si alterna anche Trump, Cristillin sa l’inglese), Padellaro, con incursioni di Casalino, fino a dove si è retto – ma va avanti per due ore e passa, sempre lo stesso schema. Uno dopo l’altro, uno si alza ed esce, l’altro entra e si siede - qualche volta si vedono in due, a metà schermo – forse uno è a casa, o dietro le quinte, in attesa di entrare. Non è nemmeno propaganda, è solo noia – si capisce che il Pd, e anche i 5 Stelle di Conte, abbiano l’aria stantia. Ma questo “spettacolo” è seguito da un milione e mezzo di persone, senza defezioni nelle due-tre ore, uno share del 9 per cento, un record per La 7. Mah!
Sembra il tiro al bersagio del Luna park, tra svago e penitenza. O il gioco delle freccette. A chi becca il bersaglio, ora sull’occhio, ora in fronte, ora sulla bocca. Aizzati dal conduttore con l’ironia fissa in bocca, sembra un rictus. A bersaglio comunque fermo, anche se si agita. Non è informazione e non è nemmeno critica.
Capita una sera in cui né le reti generaliste né Sky offrono altro, eccetto “Sandokan”. Di cadere su un talk-show, genere evitato da qualche lustro. Il problema è la tv, italiana? Ma la sinistra, possibile che non riesca a cambiare, le stesse facce, gli stessi toni, lo stesso ghigno?
Giovanni Floris, Di Martedì, La 7

 

martedì 16 dicembre 2025

Cronache dell’altro mondo – populiste (373)

Il tour “Fighting Oligarchy” delle vedettes democratico-socialiste Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez ha avuto poco successo. Il sindaco eletto di New York Zohran Mamdani, altro socialista, è invece passato dall’1 per cento dei primi sondaggi a oltre il 50 per cento dei voti alle elezioni, con la promessa di ridurre i prezzi alimentari e di congelare gli affitti.
Uno dei grandi misteri dell'ascesa del populismo, sia negli Stati Uniti che in Europa, è il motivo per cui ne abbia beneficiato la destra politica invece che la sinistra. Per anni, i progressisti americani hanno cercato di mobilitare il voto sulle disuguaglianze economiche. Senza effetto. E si torturano: “Come è possibile che gi americani si arrabbino così tanto con gli immigrati e non con i miliardari?”
La psicologia alla base del populismo contemporaneo ha altre visioni. Il populismo odierno è una rivolta contro le élites cognitive, non contro quelle economiche. Il suo fulcro è l’affermazione del buon senso rispetto alle teorie intellettuali. Puntando su disuguaglianze e oligarchia le sinistre puntano su astrazioni, un approccio che rischia più di alienare che di coinvolgere l’elettore medio.
I prezzi dei generi alimentari, o delle cure mediche, hanno un altro impatto che i diritti. Un anno fa l’assassinio mirato a Manhattan di un dirigente dell’assicurazione UnitedHealthcare ha innescato un incendio populista, scatenando una diffusa venerazione per l’assassino, Luigi Mangione.
(Joseph Heath, professore di Filosofia, “In Due Course”, post su Substack)

L’Intelligenza Artificiale sarà intelligente – e provvida

“Una nuova Rivoluzione Industriale?”, si chiede il Fondo Monetario in questo numero di fine anno della sua rivista, l’anno che ha visto l’ingresso in forze nei processi produttivi dell’intelligenza artificiale. E una rivoluzione da temere? È già già successo con la prima rivoluzione industriale, della metallurgia e la meccanica, con la seconda, della ferrovia e il vapore, nell’Ottocento, e a fine Novecento con l’Ict, l’industria dell’informazione e le comunicazioni. Senza danni, solo adattamenti. In un cammino ascendente della ricchezza globale, e della sua distribuzione.
“Da Atene agli Abbasidi fino all’odierna Anglosfera, creatività e commercio guidano la grandezza”. Ogni rivoluzione industriale, dacché l’Inghilterra ha introdotto la tecnologia nella storia, è guardata con sospetto e con paura, esordisce Norberg, l’autore di “Open. La storia del progresso umano”, e prima ancora di un “Manifesto capitalista”, o “Come il libero mercato salverà il mondo”. Un liberista trinariciuto. Che riprende e riadatta le vecchie riflessioni di Adam Smith. Con meno filosofia e più dati. Ma in forma di monito, contro la politica americana dei dazi.
Il ragionamento è semplice. Gli imperi hanno prosperato aprendosi al mondo. Come per gli Abbassidi a Baghdad nel IX secolo che programmarono la città e la politica per farsi centro del mondo, aprendosi alle culture e ai commerci, e prosperarono immensamente per secoli, la “mentalità aperta è una delle chiavi del successo di sette grandi civiltà che abbracciano due millenni e mezzo”. Gli insegnamenti pratici di queste culture, è la conclusione, non potrebbero essere più importanti oggi, mentre i paesi scelgono ancora una volta di isolarsi – fisicamente, economicamente, digitalmente e dalle nuove idee.
Johan Norberg,
Why Civilizations Flourish and Fail, Imf “F&D – Finance and Develoment”, dicembre 2025 (leggibile anche in italiano, Perché le civiltà prosperano e falliscono)

lunedì 15 dicembre 2025

Problemi di base letterari - 892

spock


Si scrive per i lettori?
 
E perché scrivere se non si hanno lettori?
 
Perché scrivere se i lettori sono assenti?
 
Perché scrivere?
 
Un grande scrittore scrive per scrivere, e basta?
 
E uno piccolo?

spock@antiit.eu

La (non) famosa lite tra Pasolini e Manganelli

Pasolini è diventato “corsaro” per caso, secondo Piero Ottone, il direttore del “Corriere della sera” che nel 1973 lo pubblicò in prima pagina. Pasolini era stato invitato a scrivere sul “Corriere”, scrive  Ottone nelle memorie, su proposta del suo vice Gaspare Barbiellini Amidei, in una rubrica interna, “Tribuna aperta”, di opinioni che non impegnavano il giornale. Una domenica che la prima era praticamente vuota Pasolini finì in prima pagina, e da lì non si mosse più.
Simonetti, specialista del Novecento (ma anche di Stendhal, “Dei pericoli della linguua italiana”), recupera per la Fondazione Corriere della sera i “pezzi” di Pasolini, che i lettori conoscono perché confluiti in due volumi, “Scritti corsari” e “Lettere luterane”, rivisti e organizzati dallo stesso autore, nella pubblicazione originaria, co la titolazione redazionale, quella che è uscita sul giornale, con le eventuali varianti, discusse e più o meno approvate. Con una lunga e analitica rilettura, da parte del curatore, che fornisce anche molti utili riferimenti bigliografici, dei tempi e dei modi del Pasolini “corsaro”,  
Gli articoli si rileggono, a distanza, come fossero in pagina, come “pezzi” di oratoria. Simonetti stesso, che li ripropone, lo nota ripetutamente, come infastidito. “Quasi tutti i temi affrontati da Pasolini sul «Corriere della sera»” erano “stati anticipati negli anni Sessanta…. nei classici di Marcuse, Horkheimer e Adorno – mai o quasi mai citati nei pezzi sul «Corriere”, e adattati alla “pratica, e speciamente nelle azioni e nei comportamenti dei giovani che ama”. Con gande sfoggio, e capacità, di retorica linguistica. L’aggettivazione, “come sempre in Pasolini rigogliosa, concitata”. In genere raddoppiata e triplicata – “atroce, stupido, repressivo conformismo”, “sviluppo stupido e atroce”, “orribile, perché servile e volgare”. Per “una più generale tendenza retorica all’eccesso”. Per “accumulazioni”, “elenchi iperbolici”, e “frequentissimo ricorso al climax”, ascendente o discendente”. In un “più generale orientamento all’iterazione”. Con “un ruolo centrale” affidato alle anafore”, le “ripetizioni tipiche dell’oratoria classica” e delle requisitorie. Con molte “interrogative dirette, anch’esse di schietta marca oratoria”. “Pezzi” in assetto teatrale, dello scrittore come di fronte a un pubblico. E l’uso costante dell’ossimoro, forma di “aggressione verbale”. Nella specie della sineciosi o sinecismo, come molto presto aveva rilevato Franco Fortini: l’arte di assolutizzare con due aggettivi a contrasto. Per l’abuso del paradosso – “secondo una logica ossimorico-paradossale”. Da esperto della comunicazione giornalistica: “Le sue opinioni vengono contese dai maggiori quotidiani nazionali (oltre al «Corriere della sera» e «Tempo», «La Stampa», «Il Mondo», «Paese Sera», «Il Giorno», «Epoca», «l’Unità» e altri ancora)”.
Tanta capacità stilistica ne fa dei reperti ancora vivi. Ma col fastidio di leggere la critica della “borghesia”, ripetuta, costante, checché la borghesia significhi, di Pasolini e della pubblicistica d’epoca, a opera di borghesi, anche “grandi borghesi” come si vorrebbero, come Pasolini era. sul giornale per antonomasia della borghesia – tanto borghese che presume di avere ragione anche del rivoltoso Pasolini, che mostra di non temere: lo sollecitava, lo pubblicava all’istante, lo rilanciava.
C’è il disagio in genere della rilettura di Pasolini, abile causeur, ma contraddittorio e non profetico, o malamente. Un forte retore, contro ogni contraddizione, ma non un profeta, e nemmeno grande analista. Senza principi in realtà, e senza nemmeno passioni. Anche se lo scettico Simonetti cade qui nell’equivoco, anche lui: “Una delle idee più generali della «psicologia selvaggia» di Pasolini negli anni del «Corriere» affonda le sue radici profonde in una circostanza dolorosa ma privatissima: nel 1973 Ninetto Davoli si era sposato con una coetanea, facendo improvvisamente sentire Pasolini più solo e più vecchio che mai”. Solo per scelta, anche con i compagni di una vita, Moravia, Maraini. E vecchio a quarant’anni, essendo anche “Pasolini”, attivissimo su mille fronti? L’amore di Ninetto deluso, ci ha scritto anche un libro di sonetti? Una finzione. Perché, se Ninetto era il suo “figlio”, come poteva esserne geloso?
Il mondo reale, della cui “conoscenza” Pasolini si faceva bandiera, era quello delle cacce notturne. Del rimorchio o dragaggio di ragazzi, al Castro Pretorio, al Colosseo, nei tanti luoghi di prostituzione. Le “cacce” nobilitate in contemporanea dagli entomologi scrittori, Jünger, Nabokov, erano quelle delle marchette notturne. Come lo era il suo Sud, facendo la tara dei tanti sermoni – Napoli e la Calabria (le caserme di Castro Pretorio?). Una prossemica delimitata dal sesso. Non dall’amore, dall’atto. Perciò inesausta, di cui le profezie sono il rigurgito, per la cattiva coscienza – Pasolini non era un libertino, era rimasto agli atti impuri del suo primo romanzo. E un’assiologia, camuffata di civiltà, del popolo dei marchettari.
“A rendere unico questo giornalismo non è soltanto la partecipazione di una folla di giovani”, Simonetti si ritrova a metà trattazione a rilevare, di corpi prestanti, in qualsiasi luogo Pasolini si fosse trovato, una sorta di monodia monotematica, “ma anche il fatto che, altrove trionfante e vitalistica, nelle pagine del quotidiano questa presenza diventa prevalentemente depressiva, minacciosa, apocalittica”. Più che per il luogo della scrittura, il “Corriere della sera”, per l’arco di tempo della collaborazione al quotidiano, 1973-1975.  
Insomma, un ottimo “scrittore”, sempre adeguato al tema, non una bandiera, non un maestro, nemmeno un compagno di strada – se non per il dannuzianesimo minore, peraltro in abito sempre composto, alla Malaparte.»
La novità della raccolta riguarda la mancata pubblicazione sul “Corriere della sera” di due “pezzi”. Uno, intitolato “Cani”, che Pasolini riprenderà in “Scritti corsari”, per, dirà Barbiellini Amidei, “la (da lui presunta), omosessualità di san Paolo”. L’altro, “Quiz”, nella polemica sull’aborto, perché “era il ritratto ironico e corrosivo di un famoso collaboratore del «Corriere»”. A lungo si è pensato che questi potesse essere Biagi. Simonetti spiega che non poteva essere: Biagi non era entrato nella polemica sull’aborto. Anche perché, va aggiunto, Pasolini, che aveva provato anche la televisione, con la pubblicità commerciale, era stato aiutato indirettamente da Biagi con un “Pier Paolo Pasolini e gli ex compagni di scuola della III B” nel programma “Terza B facciamo l’appello”, una rievocazione del liceo bolognese, di Pasolini e di Biagi (evitando i compagni che non amavano Pasolini perché lo sospettavano di fascismo, di essere addirittura un informatore politico). No, spiega Simonetti in pagine sapide, il collaboratore preso di mira, con prosa fulminante, era Giorgio Manganelli. Che con altrettanta malcelata violenza aveva criticato Pasolini sull’aborto, il giorno dopo il suo articolo, sullo stesso “Corriere della sera”- “Tribuna aperta” – una perorazione seducente, con le stesse armi retoriche di Pasolini, che riscosse, in privato, l’entusiasmo di Calvino. Lunghi estratti della polemica valgono la (ri)lettura degli articoli.
Gianluigi Simonetti (a cura di), Pasolini e il «Corriere della sera», Fondazione Corriere della sera, pp. 475 € 19
 

domenica 14 dicembre 2025

Ombre - 803

Esportazioni in grande spolvero: l’Italia ha superato il Giappone quest’anno, nei primi nove mesi (190 miliardi di dollari contro 184), collocandosi al quarto posto, dopo Cina, Stati Uniti e Germania. Grazie soprattutto alle esportazioni verso gli Stati Uniti, colmando il buco del 2024 (-3,3 per cento) con un aumento del 9 per cento. Che storia ci viene raccontata di Trump, dei dazi, dei fulmini e le saette?
 
“I dazi d Trump non mordono. Più 20 per cento l’export verso gli Usa”. O dice “il Messaggero2, riguarda il Lazio e l’Abruzzo, ma non c’è da sospettare che le due regioni abbiano fatto meglio di altre. Si fa informazione per incitare alla paura e all’odio?
 
“Uno dei più grandi choc del pontificato di Francesco fu la sedia bianca rimasta vuota a un concerto
“organizzato proprio per lui, il Papa”, ricorda Cazzullo nella posta dei lettori: “Non solo Bergoglio non si presentò, lasciò filtrare anche la motivazione: «Non sono un principe rinascimentale, ho da lavorare»”. Come se il concerto glielo avessero organizzato a sua insaputa. Che personaggio, un papa che le studiava tutte per “uscire sul giornale”.
La notizia era sfuggita al fatto. L’informazione è “di risulta” - come la differenziata?
 
“Mister Asfalto a caccia di sponsor nel Pd” - nel Pd romano, l’imprenditore Mirko Pellegrini è di Tivoli: “Per gli appalti!”, ha detto ai giudici che lo hanno arrestato, “ho cercato un aggancio con Goffredo Bettini e Claudio Mancini”. Bettini risultando off-limits, “mi misi alla ricerca di qualcuno che potesse presentarmi Claudio Mancini”. Incontri “casuali” sono seguiti. E gli appalti.
I giudici non credono a “Mister Asfalto”, l’on. Mancini non è indagato, ma tutti sanno a Roma che gli appalti vanno come dice lui.
 
I datteri israeliani quest’anno si chiamano medjoul.
I pompelmi non si vendono più.
 
La solita geremiade, per il festival del partito meloniano, sulla destra senza cultura, quest’anno aggrappata a Pasolini nel cinquantenario, etc.. Mentre c’è più cultura conservatrice che progressista, e anzi si potrebbe dire la cultura conservatrice, senza referenti culturali. Ma “Atreju” stessa non è Michael Ende, “La storia infinita”, che tutti i cinquantenni che leggono hanno letto - anche di sinistra. Come Tolkien, e tutto il fantasy che ora si sdogana. O, per restare alla letteratura, col riscoperto Céline, come già con Pound, con Hamsun. E Proust è di sinistra, e Joyce?  
 
Gli affitti annuali e pluriennali, fissi o quasi, e non rinegoziabili, si tassano al 26 per cento, gli affitti brevi e brevissimi, articolabili a piacimento, stagionalmente, o anche mensilmente o settimanalmente o giornalmente, e non controllabili, al 21. Poi si dice l’equità fiscale. Oppure con ci sono più affitti, si capisce la crisi demografica. I governi, si sa, governano per vincere le elezioni, E i Parlamenti?
 
E così Müller, il gelato di “fate l’amore con il sapore”, passa a destra, all’Afd – mossa evidentemente non azzardata, per un prodotto di massa. Altri seguiranno, è inevitabile: è difficile dire Afd nazista, anche se ha in corpo personaggi nostalgici, piuttosto sarà il movimento che ha sdoganato la destra incostituzionale. Il Mittelstand, la federazione dei piccoli imprenditori, da tempo è per l’abbattimento del Brandmauer, il muro di fuoco contro Afd, analogo al patto “repubblicano” in Francia contro il lepenismo. Retrospettivamente, Afd fa quello che Berlusconi ha fatto con la Lega di Bossi secessionista e con i neofascisti, li ha normalizzati, costituzionalizzati.
 
Chiarita e proclamata la normativa europea contro i (feroci) mercanti dell’immigrazione, con la delocalizzazione fuori Schengen dell’accertamento del diritto d’asilo, cosa escogiteranno le giudici tricoteuses di Roma e Milano per “liberare l’Africa”? Prima si appellavano al diritto europeo sui paesi sicuri e i non sicuri – diritto europeo che non c’era perché non ci può essere (non c’è una diplomazia europea). Ma per i media italiani bastava la parola, della giudice. 

L’antico (Egitto) ineguagliato

Un po’ dell’antico Egitto a Roma. Non molti reperti, “solo” 130, non tutti preziosissimi, né ignoti. Alcuni vengono da Torino, tra essi la Mensa Isiaca, la tavoletta di epoca romana che conserva molte memorie dell’antico Egitto. In aggiunta a quelli del Cairo e di Luxor. Tra essi il sarcofago della regina Ahhotep, d’oro. Ma tutti etstimnaiza di un’arte e una civiltà estremamente evolute e dotate tremila anni fa. Una consolazione – una storia vecchia come oggi.
Un revival e un remainder affascinanti l’Egitto ha organizzato in concomitanza con la riapertura del vecchio Mueso Egizio del Cairo, ora ingigantito in Gem, Grand Egytiam Museum, e collocato alle Piramidi accanto alla Sfinge. Accanto alla mostra romana, altre mostre sono organizzate a New York, e in Giappone, Corea del Sud, Australia, Olanda, Gran Bretagna. Amsterdam.
Il vecchio Museo Egizio del Cairo, in piazza Tahrir, dietro l’Hilton, a lungo è stato stato rifugio generoso, accessibile malgrado i sacchi di sabbia, i vetri oscurati e infeltriti, e le altre protezioni dai bombardamenti, del 1967, per chi viaggiava al Cairo. Una riserva di ottimismo, tale era – è – la bellezza. Della tmba i Tutankhamon, dei tanti manufatti, a partire dalle mummie, commoventi. Una iniezione anche di ottimismo, erano, sono, reperti di una storia vecchia di tremila e quattromila anni, di ricchezza e di gusto, nonché di abilità, di esiti perfino ineguagliati.
Tesori dei Faraoni
, Scuderie del Quirinale, Roma