sabato 13 dicembre 2025
L’italiano si parla meglio in dialetto
“Dunque noi scriviamo tutti in una lingua morta,
eccetto quando scriviamo in veneziano, in milanese, in piemontese, ed è questo
uno dei nostri più grandi problemi”. Il “milanese” Stendhal si poneva già nel
1818 la “questione della lingua”, dell’italiano, che prendeva anche Leopardi
(ma in un altro mondo, Leopardi non c’era a Milano), e Manzoni dieci anni dopo avrebbe
risolto riscrivendo il romanzo come usava a Firenze.
Stendhal si pone la questione da “italiano”. Denunciando,
come tutti, l’accademismo della prosa letteraria. E finendo per (dover)
concludere che in Italia, stante il frazionamento politico regionale, si scrive
bene, sensato, espressivo, solo come si parla, nelle varie derive dialettali -
non nel trecentesco fiorentino della Crusca.
Il 26 febbraio 1818 Parini pubblicava un critica alla
Crusca, al formalismo, “Proposta di alcune correzioni e aggiunte al Vocabolario
della Crusca”. Il 3 marzo Stendhal ha già trovato il perché e il come l’italiano
stenta a farsi lingua viva. Una memoria che dà subito da leggere e commentare
al suo amico Silvio Pellico e al traduttore di Destutt de Tracy, il primo linguista
moderno, Giuseppe Compagnoni, e da tradurre a Giuseppe Vismara, altro amico – che
in tre giorni, tra il 12 e il15 marzo, provvede. I tre danno anche consigli a Stendhal,
che ne tiene conto nel ai margini e dentro il manoscritto.
Un testo stendhaliano inedito è una sorpresa. Tanto
più che non manca di umori. Marcello Simonetta lo recupera, lo ritraduce, e ne
spiega genesi ed evoluzione, con una buona dotazione di note in appoggio. Ma
lasciando aperto il termine centrale della riflessione di Stendhal sulla lingua
letteraria, la tournure, del parlato, dello scritto, che è fondamentale per
l’espressività, ma che in italiano non ha corrispondente – Simonetta opta per “giro
di frase”.
La critica alla Crusca non è una novità. Stendhal la vivacizza col solito brio. Con il solito entusiasmo per tutto quanto
è italiano. Simonetta ci aggiunge una notazione del diario, lo stesso 4 marzo
quando il saggio è finito: “The greatest event of his life” ha avuto luogo quel giorno, la
visita alla affascinante Metilde Dembowski Viscontini, “who pleases to him”. Un
felicione, lo Stendhal milanese, come nelle questioni di lingua.
Stendhal, Dei pericoli della lingua italiana,
La nave di Teseo, pp. 127 € 15
venerdì 12 dicembre 2025
Letture - 599
letterautore
Autobio – Heine nel
1854, in “La Germania”, al § “Confessioni”, sosteneva che il genere selfie non
può essere veritiero, che parlando di se stessi non si possa fare a meno di
mentire. Per vanità. A partire da Rousseau, con esempi, che il genere ha innescato
(Heine non conosceva sant’Agostino?). Poi c’è stata la psicoanalisi: è cambiato
qualcosa nel modo di rappresentarsi – anche soltanto rimemorarsi, a fin
terapeutici, certo?
Il genere si fa ascendere a Rousseau, le cui memorie (sui suoi primi 53
anni, infanzia compresa) però furono pubblicate postume, nel 1782 e nel 1789.
Casanova le sue, molto estese, “Histoire de ma vie”, le scrisse
successivamente, tra il 1789 e il 1798. Ispirato da Rousseau, che aveva avuto
grande successo? Il genere era già in uso?
In realtà Rousseau si pubblicò postumo per questioni legali: nel 1771 Mme
d’Épinay, appoggiata da Diderot, aveva fatto intervenire la polizia per
bloccare le letture pubbliche che Rousseau aveva avviato delle memorie. D’Épinay
aveva ospitato a lungo Rousseau dal 1756 nella sua tenuta, la Chevrette,
in un chalet detto Ermitage, ai margini del parco, ma l’idillio era finito
male per le critiche contro Rousseau e le memorie sollevate da Diderot
e per la frequentazione nella tenuta del barone Friedrich Melchior von Grimm, l’autore
della “Correspondance Littéraire” (la pubblicazione per corrispondenza su
abbonamento, con 25 abbonati - forse 26, se anche Federico di Prussia a un
certo punto sottoscrisse). che si fece l’amante della d’Épinay. Mentre Russeau
s’innamorava “perdutamente” della cognata di Mme d’Épinay, Sophie d’Houdetot.
Dostoevskij – Era razzista.
Nabokov, che non lo ama, lo fa notare nel mezzo dell’acida lezione che gli
dedica in America (“Lezioni di letteratura russa”), seppure tra parentesi, a
proposito di un personaggio delle “Memorie del sottosuolo” dal nome bizzarro,
Ferfičkin, “un cognome da commedia; è d’origine tedesca ed è un volgare fanfarone.
(Bisogna notare che Dostoevskij aveva una sorta di odio patologico per i tedeschi,,
i polacchi e gli ebrei, e questo risulta dai suoi scritti)”.
Nabokov, perfido?, lo fa anche “straordinario umorista”: “Il godimento
della degradazione è uno dei tempi prediletti di Dostoevskij”, che “aveva un
talento meraviglioso per mescolare la commedia alla tragedia; lo si potrebbe
definire uno straordinario umorista, di un umorismo sempre al limite
dell’isteria”. Ma confuso, nella trattazione del suo tema prediletto, il
peccato, “l’atto, il peccato, dando per scontato…. Una convenzione letteraria
simile a quelle dei romanzi «gotici» e sentimentali di cui si era nutrito”.
Genocidio – È riferimento –
anatema – comune da tempo, e si usa indifferentemente, senza particolare carica
emotiva. Da Pasolini e Moravia, p. e., con rimando anche naturalmente a Marx
(che i due avevano letto? le orride prose sociologizzanti dello scambio
direbbero di no), in una polemica alla vigilia dell’assassinio del poeta, a
proposito dell’articolo di Pasolini “Le mie proposte su scuola e tv”, sul
“Corriere deal sera”, 29 ottobre 1975: “Moravia dice che la borghesizzazione
consumistica non abolisce le classi sociali. Ma mi provi che io ho mai detto
una simile sciocchezza. Mi produca un mio testo dove sia contenuta una simile
sciocchezza. La borghesizzazione fa parte della lotta di classe. Ed è per
questo che ho citato e cito fino all’ossessione l’espressione di Marx
«genocidio», «genocidio culturale». La classe dominante…. ha proceduto in questi
anni in Italia al più completo e totale genocidio di culture particolaristiche…”
– cosa non vera peraltro, la “classe dominante” in Italia ha fatto “tesoro”
delle “culture particolaristiche” (negli anni dello scambio Pasolini-Moravia, p.
es., delle cucine regionali, mentre faceva apparizione a Milano, con Gualtiero Marchesi,
il fantomatico “territorio”).
“Verso il genocidio”, sempre col sussidio di Marx, era il tema di un intervento
un anno prima di Pasolini al festival provinciale dell’“Unità” a Milano, il 27
settembre 1974 - pubblicato su “Rinascita” con la stessa data, poi ripreso, col
titolo “Genocidio”, in “Scritti corsari”. Al festival Pasolini si giustificava
in apertura: “Vorrete scusare qualche mia imprecisione o incertezza terminologica.
Sono un letterato, cioè non un politico o sociologo (Pasolini dialogava con
Napolitano e con Roberto Guiducci, n.d.r.), che non possiede, soprattutto linguisticamente,
i termini” giusti. E, continuava a premettere, parlava non per un’esperienza
politica nel senso specifico, e per così dire professionale, della parola, ma per
esperienza “direi quasi esistenziale”. Ma procedeva senza esitazioni, materia
dell’intervento è “il genocidio: ritengo cioè che la distruzione e sostituzione di valori nella società
italiana di oggi porti, anche senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione
di larghe zone della società stessa”. Facendo appello a Marx per l’ortodossia, “che
nel ‘Manifesto’ descrive con chiarezza e
precisione estreme il genocidio ad opera della borghesia verso determinati strati
delle classi umane, soprattutto non operai ma sottoproletari o certe popolazioni
coloniali”.
Il genocidio di fatto non c’è nel “Manifesto”, né nel resto di Marx, e
probabilmente neppure in Engels.
Marx – C’è pure in Cline, nella prima parte di
“Londra”. E c’è per lamentarne il fraintendimento, come Céline fa dire al suo amabile
e amato vecchio anarchico Borokrom, che gli ascoltatori a Hyde Park Corner trattavano
da “somaro”, “testone”: “Vedi Ferdinando, niente da fare con gli uomini, non hanno più umiltà… quello
che gli piace in Marx, te lo dico io, è il gigante d’orgoglio, qualcosa come
Victor Hugo ma allora da ebreaccio, capisci, un romantico debordante con cifre
e precisazioni. È triste!”
Rivoluzione – Anche la rivoluzione
Céline ha in “Londra”, facendola trattare in modo derisorio dal suo alter ego
anarchista Borokrom, che “all’occasione s’infilava nei diversi meeting dell’Insurrezione
che si tenevano ai quattro angoli della città… I rifugiati di tutte le persecuzioni
in un segreto condiviso da duemila persone si radunavano per litigare
all’infinito. I mezzi per instaurare la giustizia sociale erano troppo
eccitanti e diversi per non provocare mille vocazioni infinitamente esclusive.
Il Paradiso non è che uno strattonamento furioso. L’oratore più acido, più
polmonare, finiva per impadronirsi con la forza del segreto della Felicità. Gli
altri allora se ne andavano abbattuti, barcollanti, avendo f atto il pieno di acrimonia,
curvi sotto la fuliggine umida, trattandolo di asino a ogni passo”. Per concludere:
“Borokrom sapeva bene tutto questo. Possedeva a casa la lista ufficiale e completa
dei traditori accuratamene aggiornata dal 1869”.
Russia – I russi non sono
romantici, Dostoevskij argomenta, ironicamente ma non del tutto, nelle “Memorie
del sottosuolo”, al § 1 della parte seconda: “Noialtri russi, parlando così in
generale, non li abbiamo avuti mai quei romantici tedeschi e soprattutto francesi,
tutti proiettati di là dalle stelle…. Noialtri, invece, qui in terra di Russia non
ne abbiamo, di imbecilli; è una cosa risaputa; ed è appunto questo che ci
distingue dalle altre terre a noi straniere…. Le caratteristiche del nostro romanticismo
sono: il capire tutto, il vedere tutto e il vedere, spesso, in modo incomparabilmente
più chiaro di quanto vedano i più arcipositivi tra i nostri intelletti; il non
conciliarsi mai con nessuno e con nulla, ma al contempo il non disdegnare
alcunché; l’evitare tutto, il cedere a tutto, l’agire in ogni frangente in modo
politico; il non perdere mai di vista il fine utile, pratico…”.
E ancora: “Cioè, che sto dicendo!, il romantico è sempre intelligente;
volevo solo notare che se ne abbiamo avuti anche noi di romantici-imbecilli, essi
non entrano comunque nel conto, e precisamente perché quand’erano ancora nel
fiore delle loro forze si trasformarono definitivamente in tedeschi, e …
andarono tutti quanti a stabilirsi da qualche parte laggiù, perlopiù a Weimar o
nello Schwarzwald”.
Sartre – “Un giornalista
francese” per Nabokov, “Lezioni di letteratura russa”, § Dostoevskij – a
proposito dell’“uomo topo” che Dostoevskij inscena nelle “Memorie del sottosuolo”,
che a lungo discetta dell’impossibilità di vivere: “I mediocri imitatori di
Dostoevskij, come Sartre, un giornalista francese, hanno perpetuato questa
tendenza fino a oggi” (le notazioni di Nabokov su Dostoevskij risalgono ai primi
anni 1950).
Sineciosi -Variante
dell’ossimoro, è la figura retorica “più ricorrente e tipica” di Pasolini per
Franco Fortini, “La contraddizione”, 1959 (ora in “Attraverso Pasolini”).
L’accostamento di concetti e categorie semanticamente opposte. Come esempio
viene citato il “rosa orrendo” dell’Africa. Più calzante è l’esempio forse più noto,
della rubrica settimanale che Pasolini teneva per “Il Mondo”, del ladruncolo
che sfila il portafogli mentre simula un atto d’amore, “malandrino e onesto”.
Stile accusatorio – Dostoevskij
lo fa adottare al suo narratore di “Memorie del sottosuolo”. Igor Sibaldi
spiega, in nota alla sua edizione del racconto, che lo “stile «accusatorio»”
era entrato in voga, in Russia, negli anni Cinquanta (del 1800), “come forma
letteraria dell’impegno sociale”.
letterautore@antiit.eu
A scuola bordello
Arrivata la serie all’epilogo, la Rai “catalana” (la serie
è adattata dalla tv catalana) esplode in un fuoco d’artificio sessuale. Professori
e ragazzi scopano – ci tentano – anche a Montecassino, dentro e fuori il monastero.
Dopo avere tentato il triolismo a casa. E in sala professori si arriva a fare
figli – oltre a esercitare la disciplina con i baci, non casti.
O sarà un’altra funzione per la scuola, fottere e
farsi fottere?
Andrea Rebuzzi, Un professore, Rai 1, Raiplay
giovedì 11 dicembre 2025
Cronache dell’altro mondo – artificiali (372)
“La carenza di elettricità per i nuovi data
center potrebbe sgonfiare la «bolla» di Borsa dell’Intelligenza Artificiale. Un data
center assorbe almeno 1 Gigawatt di potenza elettrica, l’equivalente della
potenza di un reattore nucleare.
“In America i data center
assorbono una capacità complessiva di 51 GW. Che utilizzati al massimo della capacità
equivalgono al 5 per cento della domanda di picco. Non molto. Ma la capacità necessaria
per l’IA è in crescita esponenziale. Secondo S&P Global Energy, entro il 2028
i data center necessiteranno di una capacità aggiuntiva di 44 GW.
La nuova potenza in costruzione, che entrerà in funzione nei prossimi tre anni
sarà in grado di fornire solo 25 nuovi GW ai data center.
“”Gli «hyperscaler» della tecnologia,
Amazon, Google, Meta e Microsoft, hanno in programma investimenti di più di 400
miliardi di dollari per data center che alimentino lo sviluppo
dell’IA. Da qui la necessità di moltiplicare la potenza elettrica. OpenAi ha chiesto
al governo federale di fissarsi l’obiettivo di far costruire 100 GW l’anno di
nuova capacità – quindi 100 reattori nucleari l’anno.
La moltiplicazione della potenza è
indispensabile anche per fare fronte alla concorrenza cinese: “Nel 2024 la Cina
ha aggiunto 429 GW di nuova potenza, più di un terzo dell’intera potenza
statunitense più della metà della crescita elettrica mondiale. Gli Stati Uniti hanno
contribuito con soli 51 GW, ovvero il 12 per cento (della Cina, n.d.r.)”.
(“The Economist”)
Dostoevskij dallo strizzacervelli
Uno dei tanti Buonannulla
che infiorettarono la narrativa europea dell’Ottocento, in tono faceto (Gogol’,
Eichendorff) oppure infine drammatico, dopo questo Dostoesvkij (Pirandello). O uno sfogo dall’analista - selvaggio, lo sfogo: una autoanalisi.
Una lunga,
estenuata, estenuante requisitoria contro “il bello e il sublime”. Una fantasticheria
greve, in tre episodi: una contorta vindicatio del masochista, un pranzo
coi vecchi compagni di scuola, col vestito liso e senza i pochi copechi per
pagare la propria quota, un rapporto fugace con una prostituta giovane, al bordello
e in casa. Con un momento di “vita viva”, poche righe, quando la giovane va a
cercare il memorialista a casa, una topaia, illusa di avere trovato un
amante-protettore.
Il sottosuolo è
figurato. È il luogo di un morto che parla – un morto all’umanità. Un punto di
vista inattaccabile per attaccare le magnifiche sorti e progressive. Per una lenta,
ripetitiva, ininterrotta autoanalisi, in capitoli brevi senza capoversi. 7Da
finto disadattato: il parlante parte denudandosi e fragellandosi. Contro “il
bello e il sublime”. Contro il dogma e la didattica della consapevolezza – l’innominata
coscienza. Di argomentare furioso – alla Céline, si direbbe oggi. I due racconti
successivi ne conservano l’impronta.
Un fondale
narrativo per un filosofare masochista – nichilista? Di soggetto solo e solitario, isolato,
trasandato, cattivo o incattivito. Dell’affermazione di sé nel rifiuto di sé e
del mondo. Per una narrativa fluviale, incontinente, a sostegno di questa povera
filosofia. Con poche diversioni. Sull’ironia dei russi - noi russi non siamo
romantici, e se lo siamo siamo esterofili. O perché scrivere? E che cos’è l’amore.
Una lettura ingrata.
Ma foriera di novità. Una narrazione-sfogo filosofica, del tipo “esistenziale”
- “per le quotidiane necessità che ci pone la vita sarebbe già più che
sufficiente l’ordinaria consapevolezza umana”. Antesignana di sviluppi
letterari importanti: Kafka (“più e più volte io volli diventare un insetto”, o
la colpa-non-colpa), Pirandello (il “ragionamento” che si avvita, su temi, tratti,
toni e sfide che poi ha usato dire pirandelliani). Stranamente attuale, per la
discussione sull’adeguatezza, la consapevolezza, l’autocensura. Senza contare
che manda “al diavolo”, un secolo e mezzo fa, “tutti questi logaritmi”. Il “sottosuolo”
come un rinvio all’“oltretomba” di Chateaubriand - a specchio, ironico, anti-esornativo
(“tutti i miei giorni sono degli addii...si muore ad ogni momento per un tempo,
una cosa, una persona che non si rivedrà più. La vita è una morte a
ripetizione”)? Nabokov diceva il racconto ai suoi studenti americani “sartriano”
– ma Nabokov conosceva Pirandello?
Una traduzione
sfiziosa, spigliata dopo quarant’anni, di Igor Sibaldi, che la dota di una introduzione
succosa, la cosa migliore del libro, di bigliogafia, e di note.
La nuova edizione
(arricchita di altri due testi, “Masa è distesa sul tavolo” e “Socialismo e
cristianesimo”), curata da Tat’jana Aleksandrovna Kasatkina, docente di Teoria
della letteratura all’Accademia delle scienze russa, e da Elena Mazzola, che
insegna da una vita a Mosca, che la introducono e la commentano, fa risalire a
Dostoevskij l’esistenzialismo (curiosamente in sintonia con Nabokov, ma non in senso
diminutivo). O meglio, l’esistenzialismo cristiano.
La cosa migliore dell’Oscar è il capitolo “Memorie” delle “Lezioni di
letteratura russa” di Nabokov. A cui Dostoevskij è per più versi antipatico, e
questo contrappunto serve. Condensato in una quindicina di pagine, di cui la
metà trascrizioni del testo. Con questa nota finale, dopo cinque pagine di testo
dostoevskijano trascritto, di rivolta contro le “traviate”: si conclude su “una
nota falsa con la comparsa di quel personaggio prediletto della narrativa
sentimentale che è la nobile prostituta, la ragazza perduta dal cuore elevato” -
in realtà la ragaza perduta prende poche pagine, una goccia in tanta auto-distruzione.
Fëdor Dostoevskij,
Memorie dal sottosuolo, Oscar, XXXI + 191 €11
Scritti dal
sottosuolo,
Editrice La Scuola, pp. 336 € 16,50
mercoledì 10 dicembre 2025
L’Europa di Trump, eccola qui
Si fa vanto sui media italiani
di Alexander Dobrindt, oggi ministro dell’Interno in Germania, perché ha
“ottenuto” di respingere gli immigrati che non vuole in Italia e in Grecia - i
paesi di primo approdo del vasto traffico. Onore a lui, dal “Corriere della
sera” e da “la Repubblica”. E questa sarebbe la migliore Europa.
Questo Dobrindt voleva l’Italia fallita,
semplicemente. Non molti anni fa, come si può leggere nel nostro “Gentile
Germania”, 2014:
“Giovanile, velista,
spigliato, un bavarese così raffinato da parere finto, Alexander Dobrindt ha
impazzato contro l’Italia per tutto il 2012, fino a Natale, nel quadro d’una
crociata anti-mediterranea, Spagna esclusa – per essere la Spagna mezzo visigota?
o mezzo atlantica: su che mare ha casa l’onorevole Dobrindt? “Vedo la Grecia
fuori dall’euro nel 2013”, confidò alla Bild
alla vigilia delle ferie estive. Alla vigilia di Ferragosto attaccò
l’Italia sul Tagesspiel, pigliandosela
con Draghi, in quanto presidente Bce: “Salta
all’occhio che Draghi si attiva sempre e fa acquistare Btp dalla Bce ogni volta
che l’Italia è alle strette”. E intimandogli: “Decida da che parte sta: dalla
parte dell’unione nella stabilità o da quella dei Paesi in crisi, che tentano,
zitti e mosca, di mettere le mani sui soldi dei contribuenti tedeschi”.
Il Tagespiel lo commentò con la prima del Giornale di Berlusconi: un QUARTO
REICH a tutta pagina. Sommario: “I no della Merkel e della Germania
rimettono in ginocchio noi e l’Europa”. E di spalla: “I tedeschi salvatori
dell’euro? Macché, spende di più l’Italia”. Ma niente, a fine mese Dobrindt
tornò alla carica, precipitando un’altra crisi per l’Italia e la Grecia, sempre
via Bild, in quattro punti: 1) “Più
tempo per la Grecia significa più oneri per la Germania. Non lo permetteremo.
Ciò che ci vuole è una roadmap, che
parta da un’ordinata uscita della Grecia dal-l’euro”; 2) Draghi, comprando
titoli di paesi deboli, aiuta la speculazione e “fa della Bce una banca
dell’inflazione”: a) “La politica di Draghi è ad alto rischio, per l’import
trans-frontaliero del caro interessi”, b) “Draghi usa la Bce come uno
scambiatore, per trasferire denaro dai solidi Nord ai Sud deficitari”. A
novembre Dobrindt si ripeté, sempre con la Bild:
“Il condono del debito greco sarebbe la rottura degli argini”.
Con scarso esito
a quel punto, la speculazione fu poco incisiva e Dobrindt sparì. Anche perché,
dopo tanto tuonare, lui stesso precisava: “Il salvataggio della Grecia costa al
contribuente tedesco per la prima volta soldi veri”.
E non c’è altra Europa.
Si può dire anche: destra
e sinistra unite nella lotta. Il ragionamento che il ministro tedesco ha fatto valere e Bruxelles è che Italia e Grecia sono troppo lassiste nel riconoscimento del diritto di asilo, e quindi tocca a oro rimpatriare gli indesiderati. Un bello schiaffo a Meloni&/Co, la giudici Albano e le altre tricoteuses del diritto di asilo hanno ora ampia materia: gli immigrati indesiderati il ministro
dell’Interno tedesco sbatte ora in massa alle trepidi giudici romane e milanesi che li vogliono
tutti rifugiati politici - quali, però, in un certo senso lo sono: rifugiati dai trafficanti
del lauto mercato, che li spolpano con la “garanzia” che potranno comunque entrare
in Europa via Italia (e poi, che altro può venire di buono dall’Africa, solo perseguitati
politici - gli africani, si sa, non hanno testa).
Problemi di base estetici - 891
spock
“Un quadro è unico solo perché ci piace
credere che sia di Rembrandt o perché è davvero un capolavoro”, Jan Jansen,
falsario?
“L’emozione ce la dà solo il
riconoscimento esistenziale, e il riconoscimento esistenziale, come spiega
Proust, è frutto della memoria involontaria”, Carlo Cassola?
“Non si diventa un genio”,
Alain Elkann?
“Il racconto è
un bisogno di esistere”, Annie Ernaux?
“Ogni opera
porta in sé la sua forma, che bisogna trovare”, Flaubert?
L’arte non è la cura, è la malattia?
spock@antiit.eu
Atto di fede Usa (di Trump) nell’Europa
Ecco quello che dice la Dottrina
Trump sull’Europa, la sua National Security Strategy – se ne sentono tante, ma
l’originale è il più curioso. La NSS, National Security Strategy, è un
documento previsto dalla Sezione 603 delle Legge Goldwater-Nichols del 1986,
Riorganizzazione del ministero della Difesa, che ogni presidenza adotta.
La Nss del Trump 2 è lunga trenta pagine, molto spaziate. L’Europa viene dopo
l’Emisfero occidentale e l’Asia – prima di Medio Oriente e Africa. Prende due
pagine – l’Asia sei. Il documento è stato letto in Europa (ma più dai media italiani
che oltralpe) come un abbandono della Nato, essendo la Russia non più
considerata un nemico, e stante una sorta di offerta di coesistenza alla Cina.
Ma questa lettura potrebbe essere un riverbero della demonizzazione di Trump.
Il § Europa viene dopo questo obiettivo generale, a chiusura del § Asia: “Gli
Stati Uniti devono operare con gli alleati e partner – che insieme aggiungono
altri 35 trilioni di dollari di potenza economica alla nostra propria economia
nazionale di 30 trilioni (che costituiscono insieme più della metà
dell’economia mondiale) – per contrastare le pratiche economiche predatorie, e
utilizzare la nostra potenza economica combinata per contribuire a
salvaguardare il nostro primato nell’economia mondiale e assicurare che le economie
alleate non diventino subordinate a una potenza concorrente”. Dopodiché il tono
della prosa si fa amichevole, a partire dal titolo del capitoletto: “Promuovere
la grandezza dell’Europa” (o “a sostegno della grandezza dell’Europa”) – un
buon terzo del § Europa è di mozione degli affetti. E il motivo è, oltre che
fare fronte all’assalto economico cinese, ristabilire i rapporti dell’Europa
con la Russia, là dove, a metà capitoletto, si parla di “Eurasiatic landmass”,
subcontinente euroasiatico:
“La dirigenza americana si è abituata a pensare ai problemi europei in termini
di spesa militare insufficiente e stagnazione economica. C’è del vero in
questo, ma i problemi reali dell’Europa sono ancora più gravi.
“L’Europa continentale ha perso quote del pil globale, passando dal 25 per
cento nel 1990 al 14 per di oggi, in parte a causa delle normative nazionali e
transnazionali (da intendere il potere regolatorio di Bruxelles, n.d.r.) che ne
minano la creatività e l’operosità.
“E su questo declino economico incombe la prospettiva reale e più grave della
scomparsa della civiltà. I problemi più importanti che l’Europa deve affrontare
includono le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali
che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che
stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà
di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di
natalità e la perdita delle identità nazionali e della fiducia in sé stessi.
“Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà
irriconoscibile tra 20 anni o meno. Pertanto, non è affatto scontato che alcuni
paesi europei avranno economie e forze armate abbastanza forti da rimanere
alleati affidabili. Molte di queste nazioni stanno attualmente raddoppiando gli
sforzi sulla strada intrapresa. Vogliamo che l’Europa rimanga europea,
ritrovi la fiducia in sé stessa come civiltà e abbandoni la sua fallimentare
attenzione alla soffocante regolamentazione.
“Questa mancanza di fiducia in sé stessa è particolarmente evidente nelle
relazioni dell’Europa con la Russia. Gli alleati europei godono di un
significativo vantaggio in termini di potere militare rispetto alla Russia
sotto quasi tutti i punti di vista, ad eccezione delle armi nucleari. A seguito
della guerra della Russia in Ucraina, le relazioni europee con la Russia sono
ora profondamente indebolite e molti europei considerano la Russia una minaccia
esistenziale. La gestione delle relazioni europee con la Russia richiederà un
significativo impegno diplomatico da parte degli Stati Uniti, sia per
ristabilire le condizioni di stabilità strategica nel subcontinente
eurasiatico, sia per ridurre il rischio di conflitto tra la Russia e gli Stati
europei.
“È interesse fondamentale degli Stati Uniti negoziare una cessazione rapida
delle ostilità in Ucraina, al fine di stabilizzare le economie europee,
prevenire un’escalation o un’espansione involontaria della guerra e ristabilire
la stabilità strategica con la Russia, nonché consentire la ricostruzione
postbellica dell’Ucraina per garantirne la sopravvivenza come Stato vitale.
“La guerra in Ucraina ha avuto l’effetto perverso di aumentare le dipendenze
esterne dell’Europa, in particolare della Germania. Attualmente le aziende
chimiche tedesche stanno costruendo alcuni dei più grandi impianti di
lavorazione al mondo in Cina, utilizzando gas russo che non possono ottenere in
patria. L’amministrazione Trump si trova in contrasto con gli esponenti europei
che nutrono aspettative irrealistiche riguardo alla guerra, appoggiati da
governi di minoranza instabili, molti dei quali calpestano i principi
fondamentali della democrazia per reprimere l’opposizione. Una grande
maggioranza in Europa vuole la pace, ma questo desiderio non si traduce in politica,
in gran parte a causa del sovvertimento dei processi democratici da parte dei
governi. Questo aspetto è strategicamente importante per gli Stati Uniti
proprio perché gli Stati europei non possono riformarsi se sono intrappolati in
una crisi politica.
“E tuttavia l’Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli
Stati Uniti. Il commercio transatlantico rimane uno dei pilastri dell’economia
globale e della prosperità americana. I settori (economici, n.d.r.?) europei,
dall’industria manifatturiera alla tecnologia e all’energia, rimangono tra i
più solidi al mondo. L’Europa è sede di ricerca scientifica all’avanguardia e
di istituzioni culturali leader a livello mondiale. Non solo non possiamo
permetterci di ignorare l’Europa, ma farlo sarebbe controproducente per gli
obiettivi che questa strategia si propone di raggiungere.
“La diplomazia americana dovrebbe continuare a difendere la democrazia
autentica, la libertà di espressione e la celebrazione senza compromessi delle
caratteristiche e della storia individuali delle nazioni europee. L’America
incoraggia i suoi alleati politici in Europa a promuovere questa rinascita
dello spirito, e la crescente influenza dei partiti patriottici europei è
davvero motivo di grande ottimismo.
“Il nostro obiettivo dovrebbe essere di aiutare l’Europa a correggere la sua
attuale traiettoria. Avremo bisogno di un’Europa forte che ci aiuti a competere
con successo e che lavori di concerto con noi per impedire a qualsiasi
avversario di dominare l’Europa.
“L’America è, comprensibilmente, sentimentalmente legata al continente europeo
e, naturalmente, alla Gran Bretagna e all’Irlanda. Il carattere di questi paesi
è anche strategicamente importante perché noi contiamo su alleati creativi,
capaci, sicuri di sé e democratici per stabilire condizioni di stabilità e
sicurezza. Vogliamo lavorare con paesi alleati che vogliono ripristinare la
loro antica grandezza.
“A lungo termine è più che plausibile che, entro pochi decenni al massimo,
alcuni membri della Nato diventeranno in parte maggioritaria non europei.
Pertanto, è lecito chiedersi se vedranno il loro posto nel mondo, o la loro
alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo di coloro che hanno firmato la
carta della Nato.
“La nostra politica generale per l’Europa dovrebbe dare priorità a:
· ristabilire condizioni
di stabilità all’interno dell’Europa e di stabilità strategica con la Russia;
· mettere in grado
l’Europa di camminare con le proprie gambe e operare come un gruppo di nazioni
sovrane allineate, anche assumendosi la responsabilità primaria della propria
difesa, senza essere dominata da alcuna potenza avversa;
· sostenere la resistenza
all’attuale traiettoria dell’Europa (da intendere: Unione Europea, n.d.r.)
all’interno delle nazioni europee;
· aprire i mercati europei
ai beni e servizi statunitensi e assicurare un trattamento equo dei lavoratori
e delle imprese statunitensi;
· costruire nazioni sane
nell’Europa centrale, orientale e meridionale attraverso legami commerciali,
vendita di armi, collaborazione politica e scambi culturali e formativi;
· chiudere la percezione,
e prevenirne la realizzazione, della Nato come alleanza in perpetua espansione;
· incoraggiare l’Europa ad
agire per combattere l’eccesso di capacità produttiva mercantilista, il furto
di tecnologia, lo spionaggio informatico e altre pratiche economiche ostili”.
