Cerca nel blog

sabato 13 dicembre 2025

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (617)

Giuseppe Leuzzi


“Motta, Milano 1919”, “con Bruno Barbieri”, emiliano, lancia un panettone “alla mediterranea”. Di gusto poco mediterraneo, per la verità, ma non è questo il punto: il Mediterraneo, aggettivo e sostantivo, è ancora a premio. Panarea e Pantelleria sono bene isole lombarde, milanesi. Sono ben dépendances padane, è il Sud che è antipatico.
 
Il Procuratore Capo di Caltanissetta De Luca, nel 1992 giovane aggiunto a Palermo, accusa alla commissione  parlamentare Antimafia metà o tre quarti della Procura di Palermo all’epoca quali complici o favoreggiatori delle stragi contro i giudici Falcone e Borsellino. Dice cose che si sapevano, e che continuano a dirsi, inutilmente. Il Procuratore Pignatone è il più accusato, ma non si difende.
Non è visto da destra dopo il visto da sinistra. Oppure sì. La giustizia è allora, quando c'è, solo politica.
 
La giustizia è l’avvocato giusto
“L’altro ispettore” - l’originale miniserie sulle morti sul lavoro e sulle indagini che sarebbe possibile svolgere per prevenirle o sanzionarle - la Rai fa finuire al rovescio: l’arresto per mafia dell’ispettore. Contro tutte le regole, e la narrazione sottostante. Cinque secondi brutali, con la Procuratrice, sua compagna d’infanzia e di letto, e i Carabinieri che gli mettono le manette e la parola fine. Fine della storia del coraggioso e intelligente ispettore che tanti reati ha scoperto e punito, a Lucca, nelle puntate precedenti.
Qualcosa si subodorava, perché il giovane ispettore si faceva arrivare a Lucca da Reggio Calabria, dove era rimasto vedovo. Provenienza e condizione dovevano nascondere qualcosa – secondo le regole dei gialli. Però, si diceva, la miniserie è basata sui romanzi e l’esperienza personale di Pasquale Sgrò, originario di Reggio e una vita ispettore del lavoro a Lucca (dove tuttora è in attitività con un suo proprio Studio Sgro, di consulenza per prevenzione infortuni, igiene del lavoro, normative ambientali), e Reggio sarà un’evocazione casuale. E invece no?
Un racconto che finisce capovolto non ha senso. Il finale dev’essere un invito a una seconda serie, a seguire “L’altro ispettore” la stagione prossima. Bizzarro, ma è l’unica spiegazione possibile.
Ma, se così è – così è –, si propone, la Rai propone, una narrazione in cui si denncia la delittuosità della giustizia. Che è terribile, da vedere in tv, da denunciare, ma è un dato di fatto.
L’ispettore coraggioso si è incontrato a Lucca, e poi scontrato, con un’altra compagna di scuola, molto bella, molto ricca, e molto potente. Gestora ora di un’azienda fondata dal padre, un avvocato famoso a Lucca per vincere tutte le cause – e specialmente quelle di incidenti sul lavoro. Lo spettatore è portato a immaginare che l’influenza si estenda anche sulle Procure odierne, a Reggio Calabria come a Lucca – tanto più che un’associazione mafiosa non si nega a nessuno.
Se così è, una rivoluzione. Ma di un sentito normale in Calabria, a Reggio Calabria. Dove ci sono stati avvocati che vincevano sempre le cause. Il più famoso che si ricordi è l’avvocato Mazzeo di Palmi, che era stato anche presidente democristiano della provincia, e candidato non fortunato al Senato. A Reggio l’avvocato Panuccio era famoso per vincere sempre le cause in Appello – le cause civili, dove sono in ballo i soldi, con un presidente molto autoritario. Poi, quando a Palmi la Procura della Repubblica passò a sinistra, le cause le vincevano gli avvocati Bajetta e William Gioffré.
 
L’Aspromonte è francese
Alla fine, la controversa etimologia di Aspromonte più valida è la traduzione dal francese, lingua nella quale il toponimo ricorre per la prima vota, nel poema cavalleresco che s’intitolò Chanson d’Aspremont, che i re normanni di Sicilia commissionarono per la Terza Crociata, o Crociata dei Re, che portò a Messina per una lunga preparazione, tra il 1189 e il 1190, i regnanti europei. Di un francese ancora imbevuto di langue d’oc, dell’Occitania, la Francia meridionale, provenzale.
La combinazione di mons e aspros, la montagna e il biancastro, non regge. Perché il versante jonico della Montagna sarà pure stato brullo - lo era a fino a qualche decennio fa – tanto da apparire “bianco” ai coloni greci, ma il combinato aspro-monte in questa derivazione lega una parola latina a una greca, e non è possibile (tra la grecità e la romanità passano cinque secoli buoni). L’Aspromonte non c’è in Pausania e nell’antica trattatistica, emerge nel 12mo secolo col poema. Che fa di “Risa”, Reggio Calabria, la roccaforte contro i Saraceni – come in effetti a lungo era stata.
Aspro, secco, rude, ruvido è aspre in occitano, il “francese meridionale” - nella forma âpre in francese. Aspremont è in Francia un paese collinare delle Alpi Marittime – Aspermùnt in lingua “nizzarda”, residuo della langue d’oc. Come patronimico il sito Geneanet lo registra 116 209 volte! In forme tutte francofone: Apremon, Aspremon, Appremond, Appremont, Dappremont, d’Aspremont, Dapremon, Daspremont, Daspremon, d’Ampremont, d’Apremon, Aprenom, Appremon, Premon, Premont, Premond, Promon, Promont, Promond, Apromon, Appromont, Apromont.
C’è stato anche un casato nobiliare d’Aspremont – dei d’Aspremont o Apremont: originario della Lorena, Apremont-la-Forêt, da prima del XIImo secolo, estinto nel sec. XVmo. Di cui è disponibile online una circostanziata ministoria.   
Aspromonte wikipedia lo dà “desueto in italiano”.
 
Sudismi\sadismi - Sud Cayenna
“Il Sole 24 Ore” fa la classifica delle città dove si vive meglio, e copre gli ultimi 25 posti con città meridionali, dove si vive cioè peggio. Né va meglio in cima alla classifica: tra le quaranta dove si vive meglio c’è solo Cagliari, al 39mo o 40mo posto – e senza particolare enfasi (forse solo perché i milanesi usano ancora fare i bagni di mare in Sardegna).
Lo stesso per gli ospedali. Si compila una graduatoria, naturalmente scientifica, su criteri misurabili, su una base amplissima, 1.117 strutture pubbliche e private, da cui risulta che fra i 15 ospedali migliori sono uno è meridionale - il quindicesimo, il policlinico universitario Federico II di Napoli. Qui la graduatoria è più significativa: 15 sono gli ospedali che rispettano tutti gli standard fissati per legge dieci anni fa. E fanno capirre perché le regioni meridionali si indebitano per la sanità con le altre regioni. Ma è anche vero che – il fatto è accertabile, tra familiari, amici e conoscenti – la pubblictà è sulla salute più che mai l’anima del commercio.
Il Sud non si sa vendere – per il gusto della lagna? Ma il Nord (o è Milano?) è all’opposto, senza misura.
 
Cronache della differenza: Milano
Il menu di Davide Oldani per il dopo-Scala: “Spaghetti 3D Artisia, vellutata di zucca con semi tostati, polvere di caffè e sciroppo al balsamico, il baccalà tiepido setato con uvetta appassita, rustìn negàa di vitello - piatto tipico, con quel sound del dialetto milanese che quasi diventa internazionale”.
 
Si decide di giocare Milan-Como in Australia, per “valorizzare il brand all’estero. Con due giornate (48 ore) di volo e alternanza climatica. Poi si decide di no, perché gli australiani vogliono arbitri locali. “Non esiste”, opina il perfido Jack O’Malley sul “Foglio”, “non si può mica rischiare di scoprire che sono più bravi degli arbitri italiani”. Italiani o lumbard?
 
Di “illuminismo delirante”, Giovani Agosti, esegeta e amico di Arbasino, lo vuole “assolutamente lombardo”. Benché, premette, “Roma sia stata la città in cui ha vissuto più a lungo e in cui si può dire rinato”: “Era come quelle ville lombarde nelle quali una facciata perfettamente neoclassica convive con un romantico giardino all’inglese”. Di “anima logica e razionale” e “spirito indomabile, ingredienti che confguravano una sorta di illuminismo delirante, tipico del carattere lombardo”.
 
Fra i tanti complimenti del “milanese” Stendhal due poco noti sono nel saggio inedito sulla lingua italiana che infine si pubblica, “Dei pericoli della lingua italiana”. Milano è “la più felice di tutte le città d’Italia” - che sono tutte felici, sottintende (“Complimenti a Monti”). E la sua lingua è la migliore – detto in immaginoso italiano: “Val più un’idea vera in preto meneghino, che un’idea commune rivestita di superbe toscaniche spoglie”.
 
Il siculo Caltagirone padrone di Milano, non si crederebbe. Resta da vedere come pagherà. I precedenti sono stati onerosi: Michelangelo Virgillito, Michele Sindona, Enrico Cuccia, Salvatore Ligresti. La città tenta, e poi distrugge. I Quattro Cavalieri di Catania prosperarono, migliori imprese di costruzioni d’Italia, finché non sbarcarono a Milano. Per farsi incoronare. Ricoperti di mafia, persero tutto – in pochi mesi il lavoro di più vite.
 
Non era difficile prevederlo qualche settimana fa. Milano è divisa, come per la Nuova Urbanistica: l’indagine va avanti, con molte pezze d’appoggio, l’opinione ha riserve, “Il Sole 24 Ore” e il “Corriere della sera” - gli interessi sono sempre cauti. Ma non c’è dubbio che per Caltagirone finirà male – nella fattispecie anche malissimo.
 
Marracash, narrano le bio, “fino all’età di dieci anni ha vissuto in una casa di ringhiera di via Bramante, per un periodo in un monolocale che il padre (operaio, n.d.r.) condivideva con cinque colleghi”. Negli anni 1980.
 
Oggi via Bramante, “piena di buchi, diventerà uno sterrato”, denuncia Giovanni Storti – “potremmo chiamarla viottolo di campagna”. Via Bramante, pensare, piazza della Lega Lombarda. Quando si dice la Nuova Urbanistica.
 
Si lamenta per una pagina, può lamentarsi per una pagina, Attilio Fontana, leghista, presidente della Regione Lombardia, perché non c’erano né Mattarella né Meloni alla prima della Scala, solo il ministro della Cultura: “Bossi aveva agione: alla politica romana il Nord dà fastidio”. E non sa che pratica un detto meridionale: “Chiagne e fotti”.
Il suo omonimo direttore del “Corriere”, Luciano, ciociaro, gli ha dato la tribuna ingenuamente?
 
Il vittimismo della Lega non cessa di stupire. Provinciale, paesano, di cortile. Di una città e un mondo che si vogliono, si celebrano, si premiano anche, tra i primi: intelligenti, svelti, laboriosi, e non generosi, se non altro per interesse, ma micragnosi. Di questo Fontana si sa solo che aveva il problema di non potersi ricandidare, quando sarà, dopo due elezioni vinte. Ma è la Lombardia, che lo ha votato e lo rivoterebbe.
 
Fontana, il leghista, presidente della regione Lombardia, vuole essere preciso, si potrebbe sospettarlo di mancato razzismo: “I nostri principi, i valori e le modalità di fare politica sono quelli che più intercettano l’anima dei lombardi, dei nordici in genere”.
 
“Cinquemila in fila per un omaggio a Ornella Vanoni”. Solo cinquemila? Milano non si spende. Ma il presidente Fontana qui ha ragione: non è taccagneria, è lavorerio – la camera ardente è stata aperta un lunedì. A Roma sarebbe stato diverso, questo è vero: un funerale della stessa milanesissima Vanoni avrebbe trascinato le folle – e non per una sola mattina lavorativa, e non in teatro, piccolo benché grande, al Campidoglio, come minimo.
 
Come che andrà, l’apertura dell’Olimpiade invernale per la Befana
 è già un esito formidabile. Una Olimpiade invernale a Milano. A vent’anni, meno, di quella di Torino - un successo promozionale già enorme. Senza avere la neve – con quella di altre due Regioni, benché anch’esse leghiste. E una cerimonia pubblicitaria in mondovisione per l’apertura, in uno stadio, San Siro, da demolire.

 
Anche un iperromano come Malagò a presiedere la Fondazione Milano-Cortina, e a portare l’Olimpiade invernale a Milano, contro ogni ragione, è notevole. Mentre la sua città, Roma, rinunciava a una candidatura sicura – sicura di non farcela.

leuzzi@antiit.eu

L’italiano si parla meglio in dialetto

“Dunque noi scriviamo tutti in una lingua morta, eccetto quando scriviamo in veneziano, in milanese, in piemontese, ed è questo uno dei nostri più grandi problemi”. Il “milanese” Stendhal si poneva già nel 1818 la “questione della lingua”, dell’italiano, che prendeva anche Leopardi (ma in un altro mondo, Leopardi non c’era a Milano), e Manzoni dieci anni dopo avrebbe risolto riscrivendo il romanzo come usava a Firenze.
Stendhal si pone la questione da “italiano”. Denunciando, come tutti, l’accademismo della prosa letteraria. E finendo per (dover) concludere che in Italia, stante il frazionamento politico regionale, si scrive bene, sensato, espressivo, solo come si parla, nelle varie derive dialettali - non nel trecentesco fiorentino della Crusca.
Il 26 febbraio 1818 Parini pubblicava un critica alla Crusca, al formalismo, “Proposta di alcune correzioni e aggiunte al Vocabolario della Crusca”. Il 3 marzo Stendhal ha già trovato il perché e il come l’italiano stenta a farsi lingua viva. Una memoria che dà subito da leggere e commentare al suo amico Silvio Pellico e al traduttore di Destutt de Tracy, il primo linguista moderno, Giuseppe Compagnoni, e da tradurre a Giuseppe Vismara, altro amico – che in tre giorni, tra il 12 e il15 marzo, provvede. I tre danno anche consigli a Stendhal, che ne tiene conto nel ai margini e dentro il manoscritto.  
Un testo stendhaliano inedito è una sorpresa. Tanto più che non manca di umori. Marcello Simonetta lo recupera, lo ritraduce, e ne spiega genesi ed evoluzione, con una buona dotazione di note in appoggio. Ma lasciando aperto il termine centrale della riflessione di Stendhal sulla lingua letteraria, la tournure, del parlato, dello scritto, che è fondamentale per l’espressività, ma che in italiano non ha corrispondente – Simonetta opta per “giro di frase”.
La critica alla Crusca non è una novità. Stendhal la vivacizza col solito brio. Con il solito entusiasmo per tutto quanto è italiano. Simonetta ci aggiunge una notazione del diario, lo stesso 4 marzo quando il saggio è finito: “The greatest event of his life” ha avuto luogo quel giorno, la visita alla affascinante Metilde Dembowski Viscontini, “who pleases to him”. Un felicione, lo Stendhal milanese, come nelle questioni di lingua.
Stendhal, Dei pericoli della lingua italiana, La nave di Teseo, pp. 127 € 15

venerdì 12 dicembre 2025

Letture - 599

letterautore


Autobio – Heine nel 1854, in “La Germania”, al § “Confessioni”, sosteneva che il genere selfie non può essere veritiero, che parlando di se stessi non si possa fare a meno di mentire. Per vanità. A partire da Rousseau, con esempi, che il genere ha innescato (Heine non conosceva sant’Agostino?). Poi c’è stata la psicoanalisi: è cambiato qualcosa nel modo di rappresentarsi – anche soltanto rimemorarsi, a fin terapeutici, certo?
 
Il genere si fa ascendere a Rousseau, le cui memorie (sui suoi primi 53 anni, infanzia compresa) però furono pubblicate postume, nel 1782 e nel 1789. Casanova le sue, molto estese, “Histoire de ma vie”, le scrisse successivamente, tra il 1789 e il 1798. Ispirato da Rousseau, che aveva avuto grande successo? Il genere era già in uso?
In realtà Rousseau si pubblicò postumo per questioni legali: nel 1771 Mme d’Épinay, appoggiata da Diderot, aveva fatto intervenire la polizia per bloccare le letture pubbliche che Rousseau aveva avviato delle memorie. D’Épinay aveva ospitato a lungo Rousseau dal 1756 nella sua tenuta, la Chevrette, in un chalet detto Ermitage, ai margini del parco, ma l’idillio era finito male per le  critiche  contro Rousseau e le memorie sollevate da Diderot e per la frequentazione nella tenuta del barone Friedrich Melchior von Grimm, l’autore della “Correspondance Littéraire” (la pubblicazione per corrispondenza su abbonamento, con 25 abbonati - forse 26, se anche Federico di Prussia a un certo punto sottoscrisse). che si fece l’amante della d’Épinay. Mentre Russeau s’innamorava “perdutamente” della cognata di Mme d’Épinay, Sophie d’Houdetot.
 
Dostoevskij – Era razzista. Nabokov, che non lo ama, lo fa notare nel mezzo dell’acida lezione che gli dedica in America (“Lezioni di letteratura russa”), seppure tra parentesi, a proposito di un personaggio delle “Memorie del sottosuolo” dal nome bizzarro, Ferfičkin, “un cognome da commedia; è d’origine tedesca ed è un volgare fanfarone. (Bisogna notare che Dostoevskij aveva una sorta di odio patologico per i tedeschi,, i polacchi e gli ebrei, e questo risulta dai suoi scritti)”.
 
Nabokov, perfido?, lo fa anche “straordinario umorista”: “Il godimento della degradazione è uno dei tempi prediletti di Dostoevskij”, che “aveva un talento meraviglioso per mescolare la commedia alla tragedia; lo si potrebbe definire uno straordinario umorista, di un umorismo sempre al limite dell’isteria”. Ma confuso, nella trattazione del suo tema prediletto, il peccato, “l’atto, il peccato, dando per scontato…. Una convenzione letteraria simile a quelle dei romanzi «gotici» e sentimentali di cui si era nutrito”.
 
Genocidio – È riferimento – anatema – comune da tempo, e si usa indifferentemente, senza particolare carica emotiva. Da Pasolini e Moravia, p. e., con rimando anche naturalmente a Marx (che i due avevano letto? le orride prose sociologizzanti dello scambio direbbero di no), in una polemica alla vigilia dell’assassinio del poeta, a proposito dell’articolo di Pasolini “Le mie proposte su scuola e tv”, sul “Corriere deal sera”, 29 ottobre 1975: “Moravia dice che la borghesizzazione consumistica non abolisce le classi sociali. Ma mi provi che io ho mai detto una simile sciocchezza. Mi produca un mio testo dove sia contenuta una simile sciocchezza. La borghesizzazione fa parte della lotta di classe. Ed è per questo che ho citato e cito fino all’ossessione l’espressione di Marx «genocidio», «genocidio culturale». La classe dominante…. ha proceduto in questi anni in Italia al più completo e totale genocidio di culture particolaristiche…” – cosa non vera peraltro, la “classe dominante” in Italia ha fatto “tesoro” delle “culture particolaristiche” (negli anni dello scambio Pasolini-Moravia, p. es., delle cucine regionali, mentre faceva apparizione a Milano, con Gualtiero Marchesi, il fantomatico “territorio”).
 
“Verso il genocidio”, sempre col sussidio di Marx, era il tema di un intervento un anno prima di Pasolini al festival provinciale dell’“Unità” a Milano, il 27 settembre 1974 - pubblicato su “Rinascita” con la stessa data, poi ripreso, col titolo “Genocidio”, in “Scritti corsari”. Al festival Pasolini si giustificava in apertura: “Vorrete scusare qualche mia imprecisione o incertezza terminologica. Sono un letterato, cioè non un politico o sociologo (Pasolini dialogava con Napolitano e con Roberto Guiducci, n.d.r.), che non possiede, soprattutto linguisticamente, i termini” giusti. E, continuava a premettere, parlava non per un’esperienza politica nel senso specifico, e per così dire professionale, della parola, ma per esperienza “direi quasi esistenziale”. Ma procedeva senza esitazioni, materia dell’intervento è “il genocidio: ritengo cioè che la  distruzione e sostituzione di valori nella società italiana di oggi porti, anche senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione di larghe zone della società stessa”. Facendo appello a Marx per l’ortodossia, “che nel ‘Manifesto’  descrive con chiarezza e precisione estreme il genocidio ad opera della borghesia verso determinati strati delle classi umane, soprattutto non operai ma sottoproletari o certe popolazioni coloniali”.
Il genocidio di fatto non c’è nel “Manifesto”, né nel resto di Marx, e probabilmente neppure in Engels.
 
Marx – C’è pure in Cline, nella prima parte di “Londra”. E c’è per lamentarne il fraintendimento, come Céline fa dire al suo amabile e amato vecchio anarchico Borokrom, che gli ascoltatori a Hyde Park Corner trattavano da “somaro”, “testone”: “Vedi Ferdinando, niente da fare  con gli uomini, non hanno più umiltà… quello che gli piace in Marx, te lo dico io, è il gigante d’orgoglio, qualcosa come Victor Hugo ma allora da ebreaccio, capisci, un romantico debordante con cifre e precisazioni. È triste!”
 
Rivoluzione – Anche la rivoluzione Céline ha in “Londra”, facendola trattare in modo derisorio dal suo alter ego anarchista Borokrom, che “all’occasione s’infilava nei diversi meeting dell’Insurrezione che si tenevano ai quattro angoli della città… I rifugiati di tutte le persecuzioni in un segreto condiviso da duemila persone si radunavano per litigare all’infinito. I mezzi per instaurare la giustizia sociale erano troppo eccitanti e diversi per non provocare mille vocazioni infinitamente esclusive. Il Paradiso non è che uno strattonamento furioso. L’oratore più acido, più polmonare, finiva per impadronirsi con la forza del segreto della Felicità. Gli altri allora se ne andavano abbattuti, barcollanti, avendo f atto il pieno di acrimonia, curvi sotto la fuliggine umida, trattandolo di asino a ogni passo”. Per concludere: “Borokrom sapeva bene tutto questo. Possedeva a casa la lista ufficiale e completa dei traditori accuratamene aggiornata dal 1869”.
 
Russia – I russi non sono romantici, Dostoevskij argomenta, ironicamente ma non del tutto, nelle “Memorie del sottosuolo”, al § 1 della parte seconda: “Noialtri russi, parlando così in generale, non li abbiamo avuti mai quei romantici tedeschi e soprattutto francesi, tutti proiettati di là dalle stelle…. Noialtri, invece, qui in terra di Russia non ne abbiamo, di imbecilli; è una cosa risaputa; ed è appunto questo che ci distingue dalle altre terre a noi straniere…. Le caratteristiche del nostro romanticismo sono: il capire tutto, il vedere tutto e il vedere, spesso, in modo incomparabilmente più chiaro di quanto vedano i più arcipositivi tra i nostri intelletti; il non conciliarsi mai con nessuno e con nulla, ma al contempo il non disdegnare alcunché; l’evitare tutto, il cedere a tutto, l’agire in ogni frangente in modo politico; il non perdere mai di vista il fine utile, pratico…”.
E ancora: “Cioè, che sto dicendo!, il romantico è sempre intelligente; volevo solo notare che se ne abbiamo avuti anche noi di romantici-imbecilli, essi non entrano comunque nel conto, e precisamente perché quand’erano ancora nel fiore delle loro forze si trasformarono definitivamente in tedeschi, e … andarono tutti quanti a stabilirsi da qualche parte laggiù, perlopiù a Weimar o nello Schwarzwald”.
 
Sartre – “Un giornalista francese” per Nabokov, “Lezioni di letteratura russa”, § Dostoevskij – a proposito dell’“uomo topo” che Dostoevskij inscena nelle “Memorie del sottosuolo”, che a lungo discetta dell’impossibilità di vivere: “I mediocri imitatori di Dostoevskij, come Sartre, un giornalista francese, hanno perpetuato questa tendenza fino a oggi” (le notazioni di Nabokov su Dostoevskij risalgono ai primi anni 1950).  
 
Sineciosi -Variante dell’ossimoro, è la figura retorica “più ricorrente e tipica” di Pasolini per Franco Fortini, “La contraddizione”, 1959 (ora in “Attraverso Pasolini”). L’accostamento di concetti e categorie semanticamente opposte. Come esempio viene citato il “rosa orrendo” dell’Africa. Più calzante è l’esempio forse più noto, della rubrica settimanale che Pasolini teneva per “Il Mondo”, del ladruncolo che sfila il portafogli mentre simula un atto d’amore, “malandrino e onesto”.  
 
Stile accusatorio – Dostoevskij lo fa adottare al suo narratore di “Memorie del sottosuolo”. Igor Sibaldi spiega, in nota alla sua edizione del racconto, che lo “stile «accusatorio»” era entrato in voga, in Russia, negli anni Cinquanta (del 1800), “come forma letteraria dell’impegno sociale”.

letterautore@antiit.eu

A scuola bordello

Arrivata la serie all’epilogo, la Rai “catalana” (la serie è adattata dalla tv catalana) esplode in un fuoco d’artificio sessuale. Professori e ragazzi scopano – ci tentano – anche a Montecassino, dentro e fuori il monastero. Dopo avere tentato il triolismo a casa. E in sala professori si arriva a fare figli – oltre a esercitare la disciplina con i baci, non casti.
O sarà un’altra funzione per la scuola, fottere e farsi fottere?
Andrea Rebuzzi, Un professore, Rai 1, Raiplay

giovedì 11 dicembre 2025

Cronache dell’altro mondo – artificiali (372)

“La carenza di elettricità per i nuovi data center potrebbe sgonfiare la «bolla» di Borsa dell’Intelligenza Artificiale. Un data center assorbe almeno 1 Gigawatt di potenza elettrica, l’equivalente della potenza di un reattore nucleare.
“In America i data center assorbono una capacità complessiva di 51 GW. Che utilizzati al massimo della capacità equivalgono al 5 per cento della domanda di picco. Non molto. Ma la capacità necessaria per l’IA è in crescita esponenziale. Secondo S&P Global Energy, entro il 2028 i data center necessiteranno di una capacità aggiuntiva di 44 GW. La nuova potenza in costruzione, che entrerà in funzione nei prossimi tre anni sarà in grado di fornire solo 25 nuovi GW ai data center.
“”Gli «hyperscaler» della tecnologia, Amazon, Google, Meta e Microsoft, hanno in programma investimenti di più di 400 miliardi di dollari per data center che alimentino lo sviluppo dell’IA. Da qui la necessità di moltiplicare la potenza elettrica. OpenAi ha chiesto al governo federale di fissarsi l’obiettivo di far costruire 100 GW l’anno di nuova capacità – quindi 100 reattori nucleari l’anno.
La moltiplicazione della potenza è indispensabile anche per fare fronte alla concorrenza cinese: “Nel 2024 la Cina ha aggiunto 429 GW di nuova potenza, più di un terzo dell’intera potenza statunitense più della metà della crescita elettrica mondiale. Gli Stati Uniti hanno contribuito con soli 51 GW, ovvero il 12 per cento (della Cina, n.d.r.)”.
(“The Economist”)

 

Dostoevskij dallo strizzacervelli

Uno dei tanti Buonannulla che infiorettarono la narrativa europea dell’Ottocento, in tono faceto (Gogol’, Eichendorff) oppure infine drammatico, dopo questo Dostoesvkij (Pirandello). O uno sfogo dall’analista - selvaggio, lo sfogo: una autoanalisi.
Una lunga, estenuata, estenuante requisitoria contro “il bello e il sublime”. Una fantasticheria greve, in tre episodi: una contorta vindicatio del masochista, un pranzo coi vecchi compagni di scuola, col vestito liso e senza i pochi copechi per pagare la propria quota, un rapporto fugace con una prostituta giovane, al bordello e in casa. Con un momento di “vita viva”, poche righe, quando la giovane va a cercare il memorialista a casa, una topaia, illusa di avere trovato un amante-protettore.
Il sottosuolo è figurato. È il luogo di un morto che parla – un morto all’umanità. Un punto di vista inattaccabile per attaccare le magnifiche sorti e progressive. Per una lenta, ripetitiva, ininterrotta autoanalisi, in capitoli brevi senza capoversi. 7Da finto disadattato: il parlante parte denudandosi e fragellandosi. Contro “il bello e il sublime”. Contro il dogma e la didattica della consapevolezza – l’innominata coscienza. Di argomentare furioso – alla Céline, si direbbe oggi. I due racconti successivi ne conservano l’impronta.
Un fondale narrativo per un filosofare masochista – nichilista?  Di soggetto solo e solitario, isolato, trasandato, cattivo o incattivito. Dell’affermazione di sé nel rifiuto di sé e del mondo. Per una narrativa fluviale, incontinente, a sostegno di questa povera filosofia. Con poche diversioni. Sull’ironia dei russi - noi russi non siamo romantici, e se lo siamo siamo esterofili. O perché scrivere? E che cos’è l’amore.
Una lettura ingrata. Ma foriera di novità. Una narrazione-sfogo filosofica, del tipo “esistenziale” - “per le quotidiane necessità che ci pone la vita sarebbe già più che sufficiente l’ordinaria consapevolezza umana”. Antesignana di sviluppi letterari importanti: Kafka (“più e più volte io volli diventare un insetto”, o la colpa-non-colpa), Pirandello (il “ragionamento” che si avvita, su temi, tratti, toni e sfide che poi ha usato dire pirandelliani). Stranamente attuale, per la discussione sull’adeguatezza, la consapevolezza, l’autocensura. Senza contare che manda “al diavolo”, un secolo e mezzo fa, “tutti questi logaritmi”. Il “sottosuolo” come un rinvio all’“oltretomba” di Chateaubriand - a specchio, ironico, anti-esornativo (“tutti i miei giorni sono degli addii...si muore ad ogni momento per un tempo, una cosa, una persona che non si rivedrà più. La vita è una morte a ripetizione”)? Nabokov diceva il racconto ai suoi studenti americani “sartriano” – ma Nabokov conosceva Pirandello?
Una traduzione sfiziosa, spigliata dopo quarant’anni, di Igor Sibaldi, che la dota di una introduzione succosa, la cosa migliore del libro, di bigliogafia, e di note.
La nuova edizione (arricchita di altri due testi, “Masa è distesa sul tavolo” e “Socialismo e cristianesimo”), curata da Tat’jana Aleksandrovna Kasatkina, docente di Teoria della letteratura all’Accademia delle scienze russa, e da Elena Mazzola, che insegna da una vita a Mosca, che la introducono e la commentano, fa risalire a Dostoevskij l’esistenzialismo (curiosamente in sintonia con Nabokov, ma non in senso diminutivo). O meglio, l’esistenzialismo cristiano.
La cosa migliore dell’Oscar è il capitolo “Memorie” delle “Lezioni di letteratura russa” di Nabokov. A cui Dostoevskij è per più versi antipatico, e questo contrappunto serve. Condensato in una quindicina di pagine, di cui la metà trascrizioni del testo. Con questa nota finale, dopo cinque pagine di testo dostoevskijano trascritto, di rivolta contro le “traviate”: si conclude su “una nota falsa con la comparsa di quel personaggio prediletto della narrativa sentimentale che è la nobile prostituta, la ragazza perduta dal cuore elevato” - in realtà la ragaza perduta prende poche pagine, una goccia in tanta auto-distruzione.
Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, Oscar, XXXI + 191 €11
Scritti dal sottosuolo
, Editrice La Scuola, pp. 336 € 16,50

mercoledì 10 dicembre 2025

L’Europa di Trump, eccola qui

Si fa vanto sui media italiani di Alexander Dobrindt, oggi ministro dell’Interno in Germania, perché ha “ottenuto” di respingere gli immigrati che non vuole in Italia e in Grecia - i paesi di primo approdo del vasto traffico. Onore a lui, dal “Corriere della sera” e da “la Repubblica”. E questa sarebbe la migliore Europa.
Questo Dobrindt voleva l’Italia fallita, semplicemente. Non molti anni fa, come si può leggere nel nostro “Gentile Germania”, 2014:
“Giovanile, velista, spigliato, un bavarese così raffinato da parere finto, Alexander Dobrindt ha impazzato contro l’Italia per tutto il 2012, fino a Natale, nel quadro d’una crociata anti-mediterranea, Spagna esclusa – per essere la Spagna mezzo visigota? o mezzo atlantica: su che mare ha casa l’onorevole Dobrindt? “Vedo la Grecia fuori dall’euro nel 2013”, confidò alla Bild alla vigilia delle ferie estive. Alla vigilia di Ferragosto attaccò l’Italia sul Tagesspiel, pigliandosela con Draghi, in quanto presidente Bce: “Salta all’occhio che Draghi si attiva sempre e fa acquistare Btp dalla Bce ogni volta che l’Italia è alle strette”. E intimandogli: “Decida da che parte sta: dalla parte dell’unione nella stabilità o da quella dei Paesi in crisi, che tentano, zitti e mosca, di mettere le mani sui soldi dei contribuenti tedeschi”.
Il Tagespiel lo commentò con la prima del Giornale di Berlusconi: un QUARTO REICH a tutta pagina. Sommario: “I no della Merkel e della Germania rimettono in ginocchio noi e l’Europa”. E di spalla: “I tedeschi salvatori dell’euro? Macché, spende di più l’Italia”. Ma niente, a fine mese Dobrindt tornò alla carica, precipitando un’altra crisi per l’Italia e la Grecia, sempre via Bild, in quattro punti: 1) “Più tempo per la Grecia significa più oneri per la Germania. Non lo permetteremo. Ciò che ci vuole è una roadmap, che parta da un’ordinata uscita della Grecia dal-l’euro”; 2) Draghi, comprando titoli di paesi deboli, aiuta la speculazione e “fa della Bce una banca dell’inflazione”: a) “La politica di Draghi è ad alto rischio, per l’import trans-frontaliero del caro interessi”, b) “Draghi usa la Bce come uno scambiatore, per trasferire denaro dai solidi Nord ai Sud deficitari”. A novembre Dobrindt si ripeté, sempre con la Bild: “Il condono del debito greco sarebbe la rottura degli argini”. 

Con scarso esito a quel punto, la speculazione fu poco incisiva e Dobrindt sparì. Anche perché, dopo tanto tuonare, lui stesso precisava: “Il salvataggio della Grecia costa al contribuente tedesco per la prima volta soldi veri”.
E non c’è altra Europa.
Si può dire anche: destra e sinistra unite nella lotta. Il ragionamento che il ministro tedesco ha fatto valere e Bruxelles è che Italia e Grecia sono troppo lassiste nel riconoscimento del diritto di asilo, e quindi tocca a oro rimpatriare gli indesiderati. Un bello schiaffo a Meloni&/Co, la giudici Albano e le altre tricoteuses del diritto di asilo hanno ora ampia materia: gli immigrati indesiderati il ministro dell’Interno tedesco sbatte ora in massa alle trepidi giudici romane e milanesi che li vogliono tutti rifugiati politici - quali, però, in un certo senso lo sono: rifugiati dai trafficanti del lauto mercato, che li spolpano con la “garanzia” che potranno comunque entrare in Europa via Italia (e poi, che altro può venire di buono dall’Africa, solo perseguitati politici - gli africani, si sa, non hanno testa).

Problemi di base estetici - 891

spock


 “Un quadro è unico solo perché ci piace credere che sia di Rembrandt o perché è davvero un capolavoro”, Jan Jansen, falsario?
 
“L’emozione ce la dà solo il riconoscimento esistenziale, e il riconoscimento esistenziale, come spiega Proust, è frutto della memoria involontaria”, Carlo Cassola?
 
“Non si diventa un genio”, Alain Elkann?
 
“Il racconto è un bisogno di esistere”, Annie Ernaux?
 
“Ogni opera porta in sé la sua forma, che bisogna trovare”, Flaubert?

L’arte non è la cura, è la malattia?


spock@antiit.eu
 

Atto di fede Usa (di Trump) nell’Europa

Ecco quello che dice la Dottrina Trump sull’Europa, la sua National Security Strategy – se ne sentono tante, ma l’originale è il più curioso. La NSS, National Security Strategy, è un documento previsto dalla Sezione 603 delle Legge Goldwater-Nichols del 1986, Riorganizzazione del ministero della Difesa, che ogni presidenza adotta.
La Nss del Trump 2 è lunga trenta pagine, molto spaziate. L’Europa viene dopo l’Emisfero occidentale e l’Asia – prima di Medio Oriente e Africa. Prende due pagine – l’Asia sei. Il documento è stato letto in Europa (ma più dai media italiani che oltralpe) come un abbandono della Nato, essendo la Russia non più considerata un nemico, e stante una sorta di offerta di coesistenza alla Cina. Ma questa lettura potrebbe essere un riverbero della demonizzazione di Trump. Il § Europa viene dopo questo obiettivo generale, a chiusura del § Asia: “Gli Stati Uniti devono operare con gli alleati e partner – che insieme aggiungono altri 35 trilioni di dollari di potenza economica alla nostra propria economia nazionale di 30 trilioni (che costituiscono insieme più della metà dell’economia mondiale) – per contrastare le pratiche economiche predatorie, e utilizzare la nostra potenza economica combinata per contribuire a salvaguardare il nostro primato nell’economia mondiale e assicurare che le economie alleate non diventino subordinate a una potenza concorrente”. Dopodiché il tono della prosa si fa amichevole, a partire dal titolo del capitoletto: “Promuovere la grandezza dell’Europa” (o “a sostegno della grandezza dell’Europa”) – un buon terzo del § Europa è di mozione degli affetti. E il motivo è, oltre che fare fronte all’assalto economico cinese, ristabilire i rapporti dell’Europa con la Russia, là dove, a metà capitoletto, si parla di “Eurasiatic landmass”, subcontinente euroasiatico:
“La dirigenza americana si è abituata a pensare ai problemi europei in termini di spesa militare insufficiente e stagnazione economica. C’è del vero in questo, ma i problemi reali dell’Europa sono ancora più gravi.
“L’Europa continentale ha perso quote del pil globale, passando dal 25 per cento nel 1990 al 14 per di oggi, in parte a causa delle normative nazionali e transnazionali (da intendere il potere regolatorio di Bruxelles, n.d.r.) che ne minano la creatività e l’operosità.
“E su questo declino economico incombe la prospettiva reale e più grave della scomparsa della civiltà. I problemi più importanti che l’Europa deve affrontare includono le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali e della fiducia in sé stessi.
“Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno. Pertanto, non è affatto scontato che alcuni paesi europei avranno economie e forze armate abbastanza forti da rimanere alleati affidabili. Molte di queste nazioni stanno attualmente raddoppiando gli sforzi sulla strada intrapresa. Vogliamo che l’Europa rimanga europea, ritrovi la fiducia in sé stessa come civiltà e abbandoni la sua fallimentare attenzione alla soffocante regolamentazione.
“Questa mancanza di fiducia in sé stessa è particolarmente evidente nelle relazioni dell’Europa con la Russia. Gli alleati europei godono di un significativo vantaggio in termini di potere militare rispetto alla Russia sotto quasi tutti i punti di vista, ad eccezione delle armi nucleari. A seguito della guerra della Russia in Ucraina, le relazioni europee con la Russia sono ora profondamente indebolite e molti europei considerano la Russia una minaccia esistenziale. La gestione delle relazioni europee con la Russia richiederà un significativo impegno diplomatico da parte degli Stati Uniti, sia per ristabilire le condizioni di stabilità strategica nel subcontinente eurasiatico, sia per ridurre il rischio di conflitto tra la Russia e gli Stati europei.
“È interesse fondamentale degli Stati Uniti negoziare una cessazione rapida delle ostilità in Ucraina, al fine di stabilizzare le economie europee, prevenire un’escalation o un’espansione involontaria della guerra e ristabilire la stabilità strategica con la Russia, nonché consentire la ricostruzione postbellica dell’Ucraina per garantirne la sopravvivenza come Stato vitale.
“La guerra in Ucraina ha avuto l’effetto perverso di aumentare le dipendenze esterne dell’Europa, in particolare della Germania. Attualmente le aziende chimiche tedesche stanno costruendo alcuni dei più grandi impianti di lavorazione al mondo in Cina, utilizzando gas russo che non possono ottenere in patria. L’amministrazione Trump si trova in contrasto con gli esponenti europei che nutrono aspettative irrealistiche riguardo alla guerra, appoggiati da governi di minoranza instabili, molti dei quali calpestano i principi fondamentali della democrazia per reprimere l’opposizione. Una grande maggioranza in Europa vuole la pace, ma questo desiderio non si traduce in politica, in gran parte a causa del sovvertimento dei processi democratici da parte dei governi. Questo aspetto è strategicamente importante per gli Stati Uniti proprio perché gli Stati europei non possono riformarsi se sono intrappolati in una crisi politica.
“E tuttavia l’Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti. Il commercio transatlantico rimane uno dei pilastri dell’economia globale e della prosperità americana. I settori (economici, n.d.r.?) europei, dall’industria manifatturiera alla tecnologia e all’energia, rimangono tra i più solidi al mondo. L’Europa è sede di ricerca scientifica all’avanguardia e di istituzioni culturali leader a livello mondiale. Non solo non possiamo permetterci di ignorare l’Europa, ma farlo sarebbe controproducente per gli obiettivi che questa strategia si propone di raggiungere.
“La diplomazia americana dovrebbe continuare a difendere la democrazia autentica, la libertà di espressione e la celebrazione senza compromessi delle caratteristiche e della storia individuali delle nazioni europee. L’America incoraggia i suoi alleati politici in Europa a promuovere questa rinascita dello spirito, e la crescente influenza dei partiti patriottici europei è davvero motivo di grande ottimismo.
“Il nostro obiettivo dovrebbe essere di aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria. Avremo bisogno di un’Europa forte che ci aiuti a competere con successo e che lavori di concerto con noi per impedire a qualsiasi avversario di dominare l’Europa.
“L’America è, comprensibilmente, sentimentalmente legata al continente europeo e, naturalmente, alla Gran Bretagna e all’Irlanda. Il carattere di questi paesi è anche strategicamente importante perché noi contiamo su alleati creativi, capaci, sicuri di sé e democratici per stabilire condizioni di stabilità e sicurezza. Vogliamo lavorare con paesi alleati che vogliono ripristinare la loro antica grandezza.
“A lungo termine è più che plausibile che, entro pochi decenni al massimo, alcuni membri della Nato diventeranno in parte maggioritaria non europei. Pertanto, è lecito chiedersi se vedranno il loro posto nel mondo, o la loro alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo di coloro che hanno firmato la carta della Nato.
“La nostra politica generale per l’Europa dovrebbe dare priorità a:
·         ristabilire condizioni di stabilità all’interno dell’Europa e di stabilità strategica con la Russia;
·         mettere in grado l’Europa di camminare con le proprie gambe e operare come un gruppo di nazioni sovrane allineate, anche assumendosi la responsabilità primaria della propria difesa, senza essere dominata da alcuna potenza avversa;
·         sostenere la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa (da intendere: Unione Europea, n.d.r.) all’interno delle nazioni europee;
·         aprire i mercati europei ai beni e servizi statunitensi e assicurare un trattamento equo dei lavoratori e delle imprese statunitensi;
·         costruire nazioni sane nell’Europa centrale, orientale e meridionale attraverso legami commerciali, vendita di armi, collaborazione politica e scambi culturali e formativi;
·         chiudere la percezione, e prevenirne la realizzazione, della Nato come alleanza in perpetua espansione;
·         incoraggiare l’Europa ad agire per combattere l’eccesso di capacità produttiva mercantilista, il furto di tecnologia, lo spionaggio informatico e altre pratiche economiche ostili”.

martedì 9 dicembre 2025

Il governo si fa il primo gruppo bancario nazionale, senza opposizione

Il governo è entrato come un bulldozer nel mondo bancario e del risparmio, nel silenzio, anche delle opposizioni. Con Mps-Bpm-Mediobanca ha già il terzo gruppo bancario nazionale, e con l’assorbimento in corso di Generali si farà il primo. Per bancassurance, che è il settore più redditizio, e per attivi. Nel silenzio delle opposizioni, che pure su ogni altra quisquilia sono in armi ogni giorno e ogni momento del giorno.
Il Parlamento discute e vota il nuovo Testo unico di finanza. Il cui punto focale è rendere impossibile l’accertamento giudiziario del proibitissimo “concerto” tra soggetti impegnati in raid finanziari. E uno sussidiario, ma non meno importane nella fattispecie, di prendere il controllo di una società quotata, Generali nel caso,  col 40 per cento senza obbligo di opa generalizzata sul flottante, di obbligo di acquisto, cambiando la natura della società acquisita. Un mezzo terremoto, per un fine ben preciso - prendersi Generali per poco. E niente, anche qui silenzio, nessuna protesta.
L’opposizione non sa? “Non sapeva” nulla neanche quando il governo ha usato abusivamente il golden power – il potere di divieto - contro il progetto Unicredit di acquisire Bpm, di cui era informato dal presidente stesso di Unicredit, Padoan, per anni ministro del Tesoro e deputato Dem.
Il governo in banca è una minaccia. C’è stato, ma col filtro Iri. E per la necessaria decantazione dallo statalismo fascista – essendo nato peraltro, anche sotto Mussolini, solo per causa di forza maggiore, per salvare il risparmio e il credito nel Grande Crac del 1929-1931. Più grave oggi è che il governo intervenga per via surrettizia, e perfino contro la legge. Checché ne pensi la Consob del novantenne professor Savona. 

Ammuìna sui fondi russi

È tema obbligato, da mesi, l’utilizzo delle riserve finanziarie e monetarie russe in Occidente, e degli investimenti di soggetti russi in titoli del Tesoro sempre in Occidente. Che non si può fare in base al diritto internazionale privato. E a lume di logica: il mondo disinvestirebbe dal debito occidentale.  
È tema obbligato praticamente solo in Italia. Sulla base di una ipotesi della Commissione di Bruxelles. Che però è una parte dei servizi finanziari della Commissione. Ed è stata avanzata a titolo dissuasivo nei confronti di Mosca.
Una ammuìna finanziaria – faciti ‘a faccia feroci. Come quella degli aiuti militari all’Ucraina, che di mese in mese si rinnovano, con processione di Zelensky in ogni capitale, ma non si vedono sul campo.
 “Gli alleati europei godono di un significativo vantaggio in termini di potere militare rispetto alla Russia sotto quasi tutti i punti di vista, ad eccezione delle armi nucleari”, registra pianamente, matter-of-fact, la National Security Strategy di Trump di cui tanto si fa scandalo. Ma, si direbbe, giusto per abbaiare alla luna.

L’amore per caso

Una gradevole commedia all’americana, con poca suspense, e lieto fine assicurato. Un maturo ma giovane uomo d’affari è irresistibilmente attratto da un’aspirante ballerina un po’ sventata, conoscenza occasionale di aeroporto – da cui iltitolo. Che convive con una coetanea incinta, di uno che non ne vuole sapere, nemmeno di lei. E con un farfallone servizievole, il “devoto delle donne” -  a tempo perso toyboy della padrona di casa cinquantottenne, per farsi ridurre l’affitto. L’aspirante ballerina è ovviamene anche lei attratta, ma non ne vuole sapere: non vuole protezioni né raccomandazioni.
Una tramina leggera. In una Napoli perfetta, senza traffico, senza rumori, gentile e colorata. Un racconto che si anima da solo, anch’esso senza spinte, né artifici né sorprese - sapendo il finale, si gode di più (vediamo come ci si arriva)? O per l’aderenza degli interpreti ai personaggi, un casting curato: Denise Tantucci e Francesco Arca nei ruoli principali, i debuttanti Erasmo Genzini e Anna Lisa Pierro compagni di casa, e di contorno grandi professionisti, Beppe Servillo vecchio zio che ha ballato con Nureyev e Vassiliev, Mauro Graiani  omo-immagine, che scombina e combina i piani, Rosalia Porcaro cui basta la sola presenza per dare corpo alla suocera che non ne vuole sapere. Manfredonia, il regista dei Cetto La Qualunque, qui torna alle radici familiari, dei Comencini. Della misura, nell’introspezione e nel ridicolo. 
Giulio Manfredonia, Hotspot, amore senza rete, Sky Cinema

lunedì 8 dicembre 2025

Secondi pensieri - 574

zeulig


Consapevolezza – Un lusso, Dostoevskij lo fa dire dal memorialista delle sue “Memorie del sottosuolo”, a inizio racconto. E una condanna, dopo un certo punto: la consapevolezza ci vuole, dice il narratore di Dostoevskij, ma fino a un certo punto. Quella, p.es., “di cui vivono tutte le cosiddette persone spontanee e gli uomini d’azione”. Quanto basta per (soprav)vivere e agire, modestamente. “Sì, perché l’autentico, diretto, immediato frutto della consapevolezza è precisamente l’inerzia”.
L’attivismo in particolare è stolido: “Lo ripeto, con forza anzi lo ripeto tutte le persone spontanee e gli uomini d’azione sono tali appunto perché sono ottusi e limitati”.
La filosofia allora? Come dire che la conoscenza (qui chiamata consapevolezza) non ha senso né valore. Non buono. Una negazione inattuabile, se non che, successivamente – successivamente a Dostoevskij - c’è stata la conoscenza in forma di psicanalisi. E l’analisi, la psicoanalisi, non farà più danni di quanti benefici (terapeutici) possa comportare? Dostoevskij – il suo narratore - sapeva già di sì: “Forse che la persona consapevole può avere il benché minimo rispetto di sé?”
P.es.: “La consapevolezza del torto subito tramutandosi in spirito di vendetta riduce l’uomo a un vendicativo isolamento”.
Dostoevskij, certo, potrebbe parlare per sé, della tentazione, o del beneficio, di isolarsi dopo l’ingiusto confino?
 
Intercultura
– S’intende, più o meno scopertamente, accettazione, se non pratica, di fedi diverse – fedi religiose. Di religioni cioè, che invece sono patrimoni molto caratterizzati, quasi esclusivi, per impianto e, soprattutto, per concezione storica, di molteplici eventi, accaduti o procurati, azioni e reazioni. Come dialogare non nel senso di conoscere ma di appropriarsi, fare proprie, realtà che sono per natura, per conformazione e sviluppo, diverse e anche antitetiche, e molto spesso dichiaratamente ostili, nei propositi o nella conformazione.
 
Irrazionale – S’intende tutto ciò che non è scientifico. Mentre è “nativamente”, in radice, inizialmente, illogico, inconseguente, assurdo, e anche volontaristico - voler uscire dal consequenzialismo, anche soltanto dall’abitudine, dal modo di essere. Una conformazione che fa della razionalità non l’innervazione del mondo, ma un cantuccio, o un circoletto, dentro una grande nuvola, una meteora, una galassia.
 
Male – “Unde malum”, l’eterna questione di chi crede in un Dio creatore-salvatore, può risolversi come la scrittrice Flannery O’Connor argomenta nei suoi racconti – e nella corrispondenza: il male è il mondo, da cui ci si salva per la grazia di Dio.  Il male come un sostrato, un campo, o un mezzo divino per essere benedetti da Dio, prescelti, folgorati dalla sua grazia – dal suol arbitrio.
Che spiega il male (ne dà una spiegazione), ma annienta Dio, la creazione.
Il male resta l’anti-creazione.
 
Stupidità –  È il nostro substrato, della psiche e dell’esistenza, giacché si procede per trials and errors.
Il libero arbitrio è farcito di (è la voce della) stupidità.
 
“Signori, poniamo che l’uomo non sia stupido” – Dostoevskij, Memorie del sottosuolo”, § VIII – “e in effetti, che egli sia stupido non lo si può proprio dire, se non altro per l’unica ragione che, se fosse stupido lui, chi rimarrebbe più da potersi dire intelligente?” (ed. Oscar, p. 44).
 
Verità – Resta -residua – dalle religioni. Ma anche lì con dubbi.
È il contrario della confusione (mentale, emotiva), o della furbizia, per quanto introiettata, e quindi indismissibile. Accertabile (esistente) benché latitante, in dipendenza da “ordinamenti” storici.
   
Volontà - È per natura incerta – volubile. “Se davvero si riuscisse un giorno a scoprire la formula di tutti i nostri desideri e i nostri capricci, ovvero ciò da cui essi dipendono, e le leggi precise per le quali essi si producono, e il modo in cui essi effettivamente si appagano, e ciò a cui tendono nella tale e nella tal’altra occasione, ecc. ecc., se si riuscisse cioè a scoprire la loro vera formula matematica, magari allora l’uomo potrebbe anche smettere di volere, e anzi, smetterebbe di certo” - F. Dostoevskij, “Memorie del sottosuolo”, § VIII, Oscar p. 40.

zeulig@antiit.eu



Ombre – edizione speciale

“L’EUROPA  SOTTO ASSEDIO”
“Mosca si allinea all’attacco di Trump: «Condividiamo la sua visione sul Vecchio Continente»

“Musk ancora contro la Ue: Quarto Reich”
Cohn-Bendit: “Vogliono eliminarci, è un nuovo patto Molotov-Ribbentrop” (Cohn come Coen, non il con francese).
(la Repubblica”)

Amore e morte nella topaia

Una miniserie a forte impatto emotivo, con tentativi di stupro, adulteri, due assassinii e un suicidio. Un dramma, una serie di drammi, per niente, per nessun motivo e nessun obiettivo, se non la voglia da “piccolo-borghese provinciale”, come si sarebbe detto una volta (la solita Bovary, più che lady Macbeth), di andare a letto con chi vuole – insomma, amore e morte. Sopraffatto da una musica debordante, come nelle cavalcate dei film – Šostakóvič fu fertile autore di musiche da film, all’opera è arrivato praticando da ragazzo questa arte: mai una pausa, un idillio, un sospiro.
Chailly, l’orchestra e il coro della Scala esaltano il ritmo della scrittura musicale. La messinscena e gli interpreti l’appannano. L’appiattiscono in una sorta di commedia all’italiana. No, di attardato, o neo (v. il cinema coreano)  neorealismo: troppi corpi sfatti, di cinquanta-sessantenni, per una regia che li vuole preferibilmente in canottiera sudaticcia alla Bossi, e anche nudi. E la poesia si perde. Anche il dramma, lo scontro degli opposti egotismi. Si salvano i personaggi di contorno, per voce, intonazione e gestualità: il basso Alexander Roslavets, suocero di Lady Macbeth, Ekaterina Sannikova, brillante “operaia”, concupita dagli omaccioni, il baritono-basso Ivan Shcherbatykh, il capo-reparto che la palpeggia. Le voci principali, Sara Jakubiak e Najmiddin Mavlyano, la Lady e  l’amante Sergej, sono incolori. Per effetto della scena, dei costumi, dei debordanti poignets d’amour? Lei ha un giustificativo: deve lavorare molto, per tutt’e quattro gli atti, su più di un registro.
Si vuole “Lady Macbeth” un’opera femminista, ma non lo è. Lei difende, sì, una serva da un tentativo di violenza sessuale. Ma è, si sente, colpevole, perfino di fronte a una polizia corrottissima. E muore per i dispetti di un’avida e furba compagna di sventura in Siberia. Semmai, un’opera libertina. Sarebbe, con altro approccio registico che non questo alla Scala.
Una critica della “Pravda”, il temibile giornale del partito Comunista Sovietico, alla prima stagione dell’opera, nel 1936, che si vuole scritta o dettata da Stalin, una stroncatura senza appello, ne ha fatto un oggetto di culto. E per molti aspetti lo è ancora. Per il soggetto: non si è osato nulla di drammaticamente così ardito. E per la tensione sonora, che è costante. Ma, si direbbe, da vera “musica da film”, su una partitura a un solo tempo, se ci fosse, l’“incalzante”. Qui peraltro su fondo ammosciante.
La regia, molto vantata, di Vassily Barkhatov (lui, sì,
personaggio da “Lady Macbeth”, con un gigantesco ciuffo biondo a volute molto curate – ogni “uscita” gli deve prendere molta cura), ambienta il dramma in una topaia. Anche nelle scene in cui, per dire l’affluenza che circonda la Lady, si sta dentro un ristorante apparecchiato, di molti tavoli. Un fondale grigiotopo. Per lo più di luci spente. E costumi marroncino.

Undici minuti di applausi, ma alla Scala alla prima sono ormai obbligati. Pochi alla tv, pochissimi per Rai1, meno di un milione.
Dmítrij Dmítrievič Šostakóvič, Lady Macbeth del distretto di Mcensk, Teatro alla Scala

domenica 7 dicembre 2025

Ombre - 802

Ci sono due posizioni che ci concernono nel nuovo documento americano di difesa nazionale, distinte e chiare. Una è che l’Europa della Nato deve avere un potenziale e una strategia di difesa, , non possono – non devono, non vogliono, le priorità americane sono altre - garantirgliela gli Stati Uniti. L’altro è politico, e riflette l’attuale amministrazione: l’irritazione verso un’Europa illiberale per essere troppo liberal – di sinistra all’americana, woke nel gergo attuale: per il primato delle minoranze.  
 
È generale, ma curiosa, l’indignazione per l’aggiornamento della National Security americana – che al solito si imputa al “tycoon”. Curiosa perché il documento dice la verità. Oggi forse in maniera più rude (non nel contest o), ma lo dice da tre decenni, più o meno. L’Europa era famosa per le “scoperte”, ogni tanto scopriva un’altra parte del mondo. Adesso che dovrebbe scoprire che è nuda ha rigurgiti di pudore – cattivo Trump, cattivi americani.0
Ma, poi, si dice Europa ma è l’Italia: nei media transalpini tanto sdegno – o è paura – non si trova. L’informazione in Italia è sempre al tempo del Pci, dell’anti-americanismo.
 
L’Italia è andata ai sorteggi per il Mondale americano di calcio nel “quarto pot” (potenziale) o “ovr” (valutazione complessiva) della Fifa, l’ultimo, in questa fascia: Capo Verde, Curaçao, Giordania, Ghana, Haiti e Nuova Zelanda. E ha problemi a vendere in tv la serie A.
 
Dopo anto battage contro, l’editore di estrema destra alla fiera del libro di Roma può vantare di avere venduto tutto nei primi due giorni, e di avere la fila dei visitatori-curiosi. Magari non è vero. Ma: 1) sicuramente è passato dall’anonimità di provincia, a San Casciano Val di Pesa, a editore d’area di primo piano, e 2) difficile pensare che  anti neofascisti abbiano pagato il biglietto, 10 euro, e si siano sbobbati una fila per solidarietà: Oppure: c’è una solidarietà di destra, da perseguitati? Ahi, ahi!
 
La separazione delle carriere in magistratura, tra inquirenti e giudicanti, è attiva in Portogallo da mezzo secolo, dalla “rivoluzione dei garofani”, e funziona. Tanto che la riforma Nordio viene detta a Montecitorio “alla portoghese”. Però il sindacato degli inquirenti portoghese fa comunicati per dire che la in Italia è “un pericolo per la democrazia”. I giudici deludono non tanto per non sapere o volere amministrate la giustizia ma per la rozzezza.
 
La giudice Albano, che a Roma ha presieduto il sinedrio delle giudici incaricate di bloccare il progetto Meloni di tenere fuori d’Italia gli immigrati irregolari in attesa del riconoscimento del diritto d’asilo (senza la possibilità, cioè, di eclissarsi nelle more dell’accertamento, che è la chiave della tratta mediterranea dell’immigrazione: metti piede in qualche posto in Italia ed è fatta) va al festival Meloni, Atreju. È la “dialettica politica”, spiega. Che i migranti si affidino ai mercanti, strapagandoli, anche se ogni tanto muoiono, a decine, a centinaia. La politica del cinismo? Albano ha già fatto carriera – presiede lo speciale Tribunale anti-Meloni – ma evidentemente non le basta.
 
Il presidente cinese Xi siede a una manifestazione all’aperto con cappotto ad alti revers – la Cina ha clima continentale, il freddo d’inverno è duro. Accanto a lui il presidente francese Macron sorride in giacchetta e camicia aperta. L’immagine dell’Europa, frilli e autocelebrazioni.
 
Il giornale di Xi, il “Quotidiano del popolo”, la “Pravda” cinese, del partito Comunista Cinese, fa la prima pagina con Macron in varie pose, tre o quattro fotografie. Nelle pagine interne comunica, in piccolo, lo sguinzagliamento della flotta in tutte le aree contese, col Giappone, con le Filippine, e con la Russia – con la quale fa congiuntamente esercitazioni navali.
 
“Non tutti sanno che tra gli anni Cinquanta e i Novanta non era permesso agli emigrati di ospitare i propri figli in casa, in territorio elvetico”, Andrea Biavardi, il direttore di “Oggi”. I genitori di Biavardi erano emigrati in Svizzera, ma sua madre per partorire dovette spostarsi a Varese. Biavardi è del 1958.
 
Retromarcia del Pd su tutti i fronti, Torino, Napoli, Firenze, Bari, Reggio Emilia, Bologna, che avevano eletto Albanese loro concittadina ad onore, con le “chiavi della città”. Quelli di Jesi e di Fabriano invece tengono duro, non si fanno restituire le chiavi. Tutti sindaci Pd di matrice ex Pci. Che quindi non ha finito di fare danni? O è sempre il “partito dei sindaci”, che invece che amministrare pensano a pazzo Chigi? Albanese, di che eroismo è portatrice, giusto perché è un personaggio tv?  
 
Sinner in vacanza non ha trovato un minuto o un social per dire una parola in morte di Pietrangeli. Non per sbadataggine, è coadiuvato da un esercito di collaboratori, all’immagine, alla pubblicità, ai social stessi. Non è disattenzione. Come tutti i sudtirolesi, italiani ormai da un secolo, Sinner accetta l’Italia perché lo arricchisce – chiedere a tutti gli altri tedescofoni, che ne pensano dei tirolesi del Sud. Ma senza gratitudine, povere vittime.
 
Ilary Blasi, dopo avere tradito Totti, suo marito, prende a perseguitarlo quando lui si fa un’altra vita. Tra le tante sue iniziative, una denuncia per abbandono di minore. Solo perché una sera Totti è uscito a cena con la sua nuova compagna. La bambina lasciando accudita da baby-sitter – come i Carabinieri hanno accertato, che la Blasi aveva allertato. Su denuncia della Blasi si fa un processo. E non per ridere. Poi si dice che si fanno leggi contro i giudici. Più che una legge ci vorrebbe un codice decenza nella giustizia.
 
Lo scrittore curdo di Turchia Burhan Sönmez, presidente del Pen International, denuncia la mostra romana “Più libri, più liberi”: “La situazione degli scrittori nel mondo” è in netto peggioramento, ”molti nostri membri sono attualmente in carcere”. Con un innuendo come se fossero in carcere a  Regina Coeli. Mentre sono tutti in carcere nei paesi mussulmani, la Turchia soprattutto, l’Algeria – e qualcuno in Venezuela e in Cina.
 
Dopo il siluramento, obbligato, di Yermak, l’alter ego di Zelensky, si fanno lunghe liste di affaristi e affari sporchi in questi anni di guerra, e quasi sempre con le forniture belliche. Prima non si sapevano o non dicevano? Si sapevano, se le ricostruzioni sono così accurate, dettagliate.
 
Non ha trovato molti cristiani il papa in Libano, dove erano i più numerosi dopo gli islamici - come un tempo in Palestina, in Iraq, in Siria, in Turchia. Gente pacifica, ma lo stesso invisa a islamici ed ebrei, anche non integralisti – in Egitto ci hanno provato, ma i Copti si sono difesi, col potere non con la chiesa.
 
È sempre record di occupati, col posto fisso. Con lo spread a quota 70. Sono numeri importanti – soprattutto in rapporto con la crisi ora quinquennale di siderurgia e automotive, per le politiche green e le liquidazioni Agnelli. Ma nessun commento positivo. Per opportunità politica? Cioè, i media importanti sono per il Pd? Ma non appartengono a ricchi e riccastri, Elkann, Caltagirone, Cairo? Il Pd è la scelta dei ricchi e riccastri?
Né si può dire che questi ricchi e riccastri navighino “a sinistra” per andare incontro ai lettori. Dato che i lettori sono in calo costante. È solo opportunismo: l’opinione pubblica è infetta.
 
Vincono tutti le elezioni, un po’ a destra, un po’ a sinistra. Ma prendono meno voti, a destra e a sinistra. Vincono le percentuali.

Capodanno con Topolino

“Una cena speciale” è quella di San Silvestro per Montalbano, di una superinventiva che è tenuto a escogitare per passarlo da solo in casa di Adelina pea mangiarsi “otto suplì”, come una corsa a ostacolì per evitare tutti coloro che lo vorrebbero al “veglione”. Finisce male, nel senso che finisce a un veglione in maschera, di maschere di Topolino, il peggio del peggio, perché Livia  si materialzza all’improvviso e, non invitata da Adelina, “siccome che Adelina e Silvia non si facivano sange”, si è impuntata. Ma lì ha una sorpresa che gli risolve molti problemi. Anche con gli arancini.
È l’aneddoto migliore… Testi un po’ annacquati – a Capodanno siamo tutti buoni?
Si riedita la raccolta del 2012 con grafica attraente, ma di rilettura stanca.  
Aa.vv., Capodanno in giallo, Sellerio, pp. 280, € 12