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martedì 11 agosto 2015

Il romanzo di Rilke viene meglio esoterico

Due traduzioni, due Rilke. Il “romanzo” di Rilke, 1910, è disponibile in due traduzioni. Quella Garzanti di Furio Jesi, la più vecchia, quarant’anni fa, diciotto o diciannove edizioni, con introduzione critica e note al testo. E quella più recente, vent’anni fa, di Giorgio Zampa, tre edizioni. La versione più corrette sembra alla fine paradossalmente quella più intromettente e meno rispettosa, manomissoria, di Jesi. Se uno conosce Rilke per altri versi, e per gli interessi manifestati dopo “I quaderni”.
Jesi (che nello stesso 1974 pubblicava “Esoterismo e linguaggio mitologico. Studi su Rainer Maria Rilke”) anticipa l’inabissamento di Rilke nella magia, mentre questo avviene più tardi. Rilke qui rifà “Werther” dopo Nietzsche. S’interroga, con linguaggio espressionista e tecniche pittoriche impressioniste, ancora su “Dio” (la vita, la morte, la vita che corre verso la morte). E tuttavia la sua traduzione è quello che si dice più “aderente”: rilkiana, mimetica.
Lo studioso di mitologia sembrerebbe anche il meno adatto a leggere consistentemente Rilke. E invece è probabilmente il suo punto di riferimento principale. Da germanista, il campo di studi cui si dedicò professionalmente, all’univevrsità, dopo svariate altre attività, a 33 anni, nel 1964. A partire dallo studio che pubblicò quell’anno, “Rilke e l’Egitto (considerazioni sulla X Elegia di Duino).
Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, Garzanti, a cura di Furio Jesi, pp. XXIII + 224 € 12
Adelphi, a cura di Giorgio Zampa, pp. 213 € 19

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