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venerdì 26 marzo 2021

Dante fake

Un falso d’autore: Rita Monaldi e Francesco Sorti, i coniugi autori di gialli storici, famosi anche come esperti pubblicitari di se stessi, freschi collaboratori di “la Repubblica”, s’improvvisano cronisti e ieri all’alba scatenano sul quotidiano una guerra della Germania contro l’Italia. Obbligando alla lettura di un articolo parecchio noioso e inconcludente, che sarebbe – avrebbe dovuto essere – il “telegramma di Ems” di questa nuova offensiva teutonica.
L’articolo è inteso da un quotidiano di Francoforte, “Frankfurter Rundschau”, due pagine del tabloid, con richiamo in prima, col titolo di una filastrocca bambinesca (“fatela dentro il vasino”), come partecipazione alla nuova festa italiana, il Dantedì. Una cosa simpatica. Ma, commissionato a Arno Widmann, un Italianist, cultore di Malaparte e traduttore anche di Eco, è pieno di riserve: Dante non piace ad Arno, che non nasconde di non averlo letto. Ma non lo dice “un arrivista” e “un plagiario” come “la Repubblica” allarmata titolava – inducendo la consorella “La Stampa” a denunciare “l’incredibile attacco dalla Germania”. Dice anche scemenze, ma da scettico, uno che non ama la poesia, non la sa leggere. Fingendosi perfino iol buon protestante luterano che non è, severo, contro il solito lassismo cattolico. Ma senza offesa.
Uno scherzo? Di tutta la vicenda il più interessante è un dubbio: come avranno fatto Monaldi e Sorti a leggere di prima mattina a Vienna, dove vivono, un quotidiano di Francoforte a circolazione locale: aspettavano un segnale? Due dubbi: Monaldi e Sorti, che condividono con Widmann la passione per Malaparte, hanno anche interessi editoriali in comune? Di certo hanno appena pubblicato un “Dante di Shakespeare”, e lo hanno candidato al Campiello – sono autori eccezionalmente dotati alla promozione: Dante che non è Shakespeare è uno dei caposaldi di Widmann.
L’articolo è lungo e modesto. Widmann è uno che va per gli ottanta, con fama di svogliato, di polemista anticonformista facilmente disappetente. E di italianista della domenica. Della “Commedia” dice di avere letto il canto di Paolo e Francesca, ma mostra di non avere capito nulla, e non gliene frega. Riempie il pezzo con i soliti discorsi. Dante non è Shakespeare, appunto – e perché dovrebbe esserlo? Anche se il poema fa molto dialogato, e in rima, cioè sonoro, e scenografico: molto teatrale. Il viaggio nell’aldilà lo faceva Maometto – e allora, ce n’è uno di Maometto  anche lontanamente simile? Dante è medievale e non c’entra nulla con noi. T.S.Eliot proclama Dante il più grande perché entrambi sono cattolici. Dice anche Dante incomprensibile, mentre resta comprensibilissimo, un’eccezione - Widmann ha mai provato a decifrare un testo tedesco del Duecento, anche del Trecento? – che ne sancisce la grandezza.
Da ridere, forse non involontariamente, è comunque il gaudente Widmann impancato a buon luterano. Rimprovera Dante di celebrare sempre Beatrice, e non dire nulla, negli “oltre 14 mila versi” e tra gli “oltre suoi 600 personaggi”, di “sua moglie e i suoi figli”. Aggiungendo da uomo pio di sacrestia: “Per la scoperta della vita di coppia come di una via per la santità bisognerà aspettare Lutero e la Riforma”.
Da ridere anche l’insensibilità di Dante alla natura: il suo è un buromondo, una Bürolandschaft, un buropaesaggio, afferma Widmann compiaciuto del suo neologismo. Mentre ne è pieno, di cieli e animali, alberi e rocce, isole e montagne, e volumi si sono scritti, si scrivono, sulla natura nel poema. Uno scherzo?
Si entra nel rifiuto con un’argomentazione complicata, ma sul filo della demenza. Si dice, si insegna, argomenta Widmann volendosi sarcastico, che l’italiano nasce con Dante, e questo non è vero: “Questo è falso. Nessuno lo direbbe oggi, ma sessant’anni fa veniva insegnato a ogni scolaro italiano”. Cioè nel 1960? L’italianista qui si confonde, probabilmente voleva acculare Dante al fascismo, quindi a settanta o ottanta anni fa – o ha preso il suggerimento di qualche maestro italiano, senza sapere che andava collegato al fascismo. E chi non lo direbbe oggi? Ma soprattutto scoraggia con una prolungata dissertazione sulla superiorità dei trovatori occitani sul “volgare” italiano. Come si vede anche, continua, con Marco Polo, che le sue memorie le detta in francese – e Marco Polo, sì, che è un uomo moderno, ben superiore a Dante! Non sa nemmeno – non ha letto wikipedia? – che Dante è autore di un trattato sulla lingua popolare, il volgare, in latino, e di altre due opere, in volgare, una sullo stilnovismo, l’adattamento della poesia cortese provenzale, e l’altra sul superamento dello stilnovismo.
Una punizione. Una curiosità malevola dopo tanta fatica va allora concessa: non sarà un esercizio di malapartiana strafottenza? Magari condiviso con i coniugi Monaldi e Sorti? Certo, nel “Dante di Shakespeare” della coppia non c’è – non ci sarà, non l’abbiamo letto, ma sarebbe difficile – Malaparte. Ma un po’ di malapartiana cialtroneria? Tutto può servire, si sa, alla promozione. Uno scherzo?
Su Dante in Germania, dove è arrivato a fine Settecento, si può dire che è probabilmente il paese dove è più letto. L’ultimo repertorio della fortuna di Dante in Germania, compilato da Thomas Klinkert cinque anni fa, “Dante Deutsch”, ha contato almeno “centosettanta traduzioni”, parziali o complete, della “Commedia” in due secoli – “una settantina di traduzioni complete e un centinaio di traduzioni parziali”. È nata in Germania, a Dresda nel 1865, la prima Società Dantesca, la Deutsche Dante Gesellschat. Emil Ruth, italianista “fiorentinizzato” di metà Ottocento, amava tanto Dante che lo voleva tedesco – tedesco di origine: solo un tedesco poteva “ringiovanire” la poesia (a metà Ottocento si poteva, era l’epoca dei “primati” nazionali).
Arno Widmann, Die Guten ins Töpfchen, die Schlechten ins Kröpfchen, “Frankfurter Rundschau”, 25 marzo



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