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martedì 1 agosto 2017

Letture - 310

letterautore

Buon francese – Robert Mengin, che visse a Napoli coi genitori prima di Mussolini, e dopo la guerra ha diretto l’Agence France Presse a Roma dal 1955 al 1972, ne dà una definizione a contrariis molto attuale, nel secondo volume dei suoi “Souvenirs de guerre”, 1942-1945, che intitola “Vous êtes un mauvais français”. Subito alle prime righe:
“Un «cattivo francese» è, per esempio, un cittadino che non mette al di sopra di tutto l’indipendenza nazionale. Io non metto l’indipendenza nazionale al di sopra di tutto.
“Un «cattivo francese» è, per esempio, un cittadino che non mette gli interessi della patria al di sopra degli interessi delle altre patrie. Io non metto sistematicamente l’interesse della nostra patria al di sopra dell’interesse delle altre patrie”.
Il “Lei è un cattivo francese del titolo” è detto a Mengin a Roma dopo la guerra dall’ambasciatore Gaston Palewski, al quale il giornalista aveva rifiutato di “smentire una notizia imbarazzante ma vera”.

Cattivo Pas méchant, mauvais – Victor Hugo fa la distinzione parlando del carceriere di Claude Gueux, che quest’ultimo ucciderà. L’italiano non distingue, siano tutti cattivi.

Dante – Troppo “contemporaneo”, non sarebbe più Dante? Che è, e rimane, uomo del Medio Evo. È vecchio argomento, che Claudio  Giunta esuma sul “Sole 24 Ore” l’altra domenica recensendo un “Dante, nostro contemporaneo” di Marco Grimaldi. Uno studio incentrato su questa difficoltà, di assorbire Dante nella contemporaneità. Salvo imporgli, a quel che obietta Giunta, l’elogio della monarchia come se fosse una moderna tirannia – magari militare o elettiva (plebiscitaria). O, al contrario, rinnegarlo perché la sua idea di impero sarebbe “totalmente distante”, Giunta cita Grimaldi, “agli occhi di chi, come la maggior parte di noi, vorrebbe un mondo libero, democratico ed egualitario”. Che sembra un rimprovero buffo a uno col vissuto di Dante. 

Fake news – Il giornalista Robert Mengin nel libro sopracitato rifiuta di smentire una notizia che ha dato, meritandosi l’invettiva “Lei non è un buon francese” dal suo ambasciatore che gliela richiede, per una ragione semplice, anch’essa d’attualità: “La smentita avrebbe costituito una falsa notizia”, la fake news oggi d’ordinanza.
La smentita caratteristicamente, allora come oggi, veniva richiesta dalla stessa fonte della notizia, l’ambasciatore.

Figlia – Nonché non voluta e spesso trascurata, nelle vecchie culture nomadiche, e in molte moderne culture asiatiche (islam, India, Cina), mantiene in francese una connotazione derisoria pù che denotativa. Fille sta in francese per prostituta (“fille publique”), e per amante, anche convivente (“compagna”) ma non sposata.

Hitler – La critica letteraria del “New York Times”, Michiko Kakutani, recensendo un libro sulla sua ascesa gli assimila passo per passo, senza nominarlo, Trump. Un esercizio di abilità. Ma Kakutani, che ora che si dimette dal “New York Ties”, fatto irrituale, viene celebrata per la competenza e l’acutezza di giudizio (il “New Yorker” assicura che dopo di lei niente sarà più come prima), evidentemente non conosce la storia di Hitler – probabilmente non la letto nemmeno il libro sulla sua ascesa. Hitler quindi è già  dimenticato.

Italia-India – Per la “curatrice” di Palazzo Vecchio in “Inferno” Ron Howard sceglie, quale esagerazione dell’italianità (gestualità, vivacità, maternità, superficialità), un’attrice indiana, Ida Darvish – che forse non lo è ma lo sembra molto. Da Marx e Cattaneo, la fama dell’Italia specchio dell’India è arrivata a Hollywood.

Le Queux – Sembra il mondo di Le Queux, William, lo scrittore di spionaggio più letto, anche se non in Italia. Francese naturalizzato inglese, giornalista, scrittore appunto di storie di spionaggio, .. console onorario di San Marino a Londra, specialista di invasioni, dalla Germania principalmente. Con “L’invasione del 1910” , moltiplicò nel 1906 le vendite del “Daily Mail” e raggiunse fama mondiale istantanea. L’invasione successiva fu dalla Russia. Le Queux si voleva inseguito da agenti russi, o tedeschi, e pretese la protezione di Scotland Yard. Pioniere delle nuove tecnologie, fu pilota d’aereo, aprì nel 1909 una stazione radio che trasmetteva musica, e si occupò nel 1924 del progetto di televisione – ma non investì negli esperimenti, disse che i suoi capitali era bloccati in Svizzera.
Aveva esordito con una invasione mista, francese e russa, nel 1894, “The Great War in England in 1897”. Passando poi presto alla Germania, con “The Invasion of 1910”(1906). Tre anni dopo reiterava con “Spies of the Kaiser”, in cui riusciva a mettere insieme nel complotto la Germania e la Francia. Inaugurò da ultimo il genere gossip, con “Things I know about Kings”, e un “Celebrities and crooks”.
In quest’ultimo anticipa anche il Russiagate. Racconta di aver visto un manoscritto in francese di mano di Rasputin che chiariva i delitti e la personalità di Jack lo Sventratore. Jack era un medico russo, Alexander Pedachenko, specializzatosi nei delitti a catena per confondere – oggi sarebbe hackerizzare – Scotland Yard.

Pound – “Quello che crede che l’oro è il male… è naturalmente attratto dal sistema economico tedesco”. Sembra scritta per lui questa riflessione di Graham Greene, a metà di “Quinta colonna”.

Roma – Legge Roma controcorrente Carlo Ossola avviando a conclusione il suo periplo delle radici  e nervature dell’Europa - è partito dalla Anderlecht di Erasmo.La legge con l’Adriano di Marguerite Yourcenar: “Roma si perpetuerà nella più modesta città dove dei magistrati si diano cura di verificare i pesi dei mercanti, di pulire e illuminare le strade, di opporsi al disordine, all’incuria, alla paura, all’ingiustizia”. Ora, l’illuminazione c’è, ma per il resto? Quella di oggi non sarebbe Roma, una falsa copia?

“È insensato andare a Roma se non si possiede la convinzione di tornare a Roma”, è citazione famosa di G.K.Chesterston, forse perché non si sa cosa significhi.Ma Chesterston è anche autore di “La Resurrezione di Roma”, opera tarda e anche minore, riscoperta in anni recenti (in Italia tradotta, quasi in incognito, nel 1950, e subito poi scomparsa). Ma piena di apprezzamenti. Un reportage di viaggio dello scrittore inglese nella capitale italiana. Dove scendeva allo Hassler Villa Medici. Il più importante fu nel 1930 per la beatificazione dei Martiri Inglesi. Nell’occasione ebbe due incontri importanti, come Mussolini e con Pio XI, incontri in cui fece scena muta, racconta, perché Mussolini parlava solo lui e il papa lo intimidiva.
Anche Roma lo intimidiva, sebbene ne scriva per 360 pagine. Avrebbe potuto scriverne un libro, scrive, anche solo guardando dalla sua finestra in albergo. “Roma”, conclude con altro detto famoso, “è troppo piccola per la sua grandezza, e troppo grande per la sua piccolezza”. La trattazione è eccezionalmente prolissa. Ma i paradossi non mancano. Roma è la città delle fontane, che corrono dal basso in alto: simbolo delle cose segrete, che zampillano dal basso verso l’alto.
E ancora: Roma è piena di tombe, che però sono piene di vita. I monumenti e le immagini mortuarie “non si trascinano il sapore della mortalità ma piuttosto dell’immortalità”. E non è un posto dove torniamo al passato, ma dove il passato torna al presente.
Molte pagine della “Resurrezione di Roma” sono sulla santità, la teologia, e i nemici della chiesa. Chesterston è stato e resta scrittore influente nella chiesa di Roma: “I ultimi due Papi”, ha scritto “L’Osservatore Romano”, “hanno molto apprezzato gli scritti di Chesterton, si può dire che egli sia stato uno scrittore «ratzingeriano» per la sua difesa della ragione, ma anche tomista come Giovanni Paolo II”. La “resurrezione”, nella prospettiva ascensionale adottata per Roma, vide nella basilica di San Clemente, che anch’essa si trasforma crescendo in altezza: dal Mitreo al soprastante horreum, magazzino-granaio, sul quale una basilica paleocristiana è stata edificata, e sopra di essa quella attuale del secolo XII. La chiesa prospettando come moto ascensionale, dalla terra al cielo. Anche per la continuità dei culti, da Mitra a Cristo. Per il bisogno inesausto di più luce.
Il libro non si pubblica forse perché elogia il fascismo. Chesterston critica, anche con durezza, la dittatura – col solito schema logico “browniano” del rovesciamento: “Risponde all’appetito di autorità senza dare chiaramente l’autorità per l’appetito”. L’elogio è del resto anch’esso a doppio senso. Il fascismo può aver messo ordine nello Stato, ma non può durare se non mette ordine nella mente. E “può zittire i ribelli nella pratica, ma invita alla ribellione in principio”.
“La Resurrezione di Roma” Chesterston dedica a Charles Scott Moncrieff, “che combatté per l’Inghilterra e sperò così tanto per l’Italia\ e morì come un soldato romano\ a Roma”. Traduttore di riferimento di Proust in inglese, “Alla ricerca del tempo perduto” avendo traslato con lo shakespeariano “Remembrance of Things Past”, titolo canonico nella traduzione inglese fino a recente. Protagonista di note disavventure omosessuali, morto a Roma da poche settimane di cancro all’Ospedale del Calvario, la clinica delle suore dell’ordine del Calvario.  

letterautore@antiit.eu

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