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venerdì 9 marzo 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (356)

Giuseppe Leuzzi

“Il pentimento non è una virtù” è principio dell’“Etica dimostrata” di Spinoza. 

È senza fine la serie di imbrogli e pasticci combinati dall’Olanda e dai suoi sponsor a Bruxelles per la sede dell’Ema. Ma non se ne fa un caso. Si aspetta, pazienti, e si interpretano sempre pro absolvendo i punti oscuri – gli imbrogli - della decisione a favore dell’Olanda. È il privilegio del Nord. Li avesse combinati Malta, questi pasticci, o Napoli, invece di Amsterdam, saremmo stati sommersi dalle deprecazioni. 

Il Sud a 5 Stelle
Da Lauro a Di Maio: il Sud ha votato entusiasta un Achille Lauro senza le scarpe. È un progresso? 

Si è subito diffusa, e tuttora perdura, a Palermo, Bari e Napoli la credenza che dopo il voto c’è il reddito di cittadinanza. Qualche caf ha dovuto affiggere cartelli per dire che non c’erano moduli per la relativa pratica, e che anzi la pratica non c’è. Non è una barzelletta. L’analfabetismo politico al Sud è profondo e evidentemente inestirpabile, e al confine con la stupidità . È il più forte dei ritardi: il Sud è simpatico perché ribellistico e sposta i voti in massa, a destra, a sinistra, e ora su Grillo, ma poi non si sa governare, non da ora. 

In un senso il plebiscito 5 Stelle al Sud è benefico: per una volta si è sottratto alle mafie. Non se ne parla nemmeno, è la prima volta nella storia delle elezioni. Del voto condizionato dalle mafie. Malgrado l’unanimità.

Anche Salvini senatore della Calabria che novità è? Il teorico della “Padania libera”, di “Forza Etna” e altre amenità, il capo della Lega. O la Calabria che non ha mai voluto padroni li va cercando adesso?
Vero è che Salvini è capo della Lega in qualità di capo dei Comunisti Padani. Assomma due forze.


È pure vero che il Sud sta malissimo e non male come si dice. Non da ora: il millennio – ma è l’euro, la camicia di forza alla spesa pubblica – ha ristretto i suoi margini, già ristrettissimi. In pochi anni il reddito medio si è ridotto di un terzo rispetto alla media europea (è oggi quello che era vent’anni fa). Metà della popolazione è a rischio povertà secondo i canoni Ue – dieci milioni di persone, in Italia, nell’anno 2018. E almeno due milioni sono emigrati in vent’anni: i più giovani, probabilmente i più dinamici.

Hanno votato 5 Stelle i “protetti”, i professionisti della funzione pubblica: insegnanti, impiegati, forestali, sanitari, ufficiali postali. Altrove si direbbe la classe dirigente, al Sud la borghesia è questa, piccola e micro. Ma non è da irridere. ha figli senza futuro, e senza presente. 


Trionfo a Locri per Di Battista in campagna elettorale: “Accolto da star”, spiega Giovanni Tizian su “L’Espresso”, in una distesa cronaca del deserto (politico) che è la Calabria: “«Il serpentone delle auto parcheggiate arrivava fino a Siderno, il paese vicino», racconta un cittadino seduto al bar”. Il candidato 5 Stelle, Bruno Azzerboni, è massone - era: la locride è una delle quattro circoscrizioni  del Sud che non hanno votato 5 Stelle. La massoneria dispone di molte automobili ma non di molti voti

Sudismi\sadismi
Il più illustre dei trombati nei faccia a faccia elettorali dei collegi uninominali è senz’altro il ministro dell’Interno Marco Minniti – il “seggio sicuro” delle Marche ha scelto dopo settant’anni di obbedienza i 5 Stelle. Ma è l’unico degli esclusi dal paginone che il “Corriere della sera” dedica agii illustri trombati nei duelli uninominali. C’è perfino Formigoni, che da alcuni decenni non è più nessuno. Ma è milanese, Minniti è di Reggio Calabria.

Sette di Melito Porto Salvo sono fermati in Slovacchia per l’assassinio di un giornalista, chiaramente opera di servizi segreti, e poi rilasciati, nemmeno 24 ore dopo. Tanto è bastato per avere centinaia di pagine sulla ‘ndrangheta che domina il mondo, con le solite esercitazioni degli ‘ndranghetologi da riporto, Gratteri, Saviano, “la Repubblica”, la Rai, Sky, il “Corriere della sera”.

Scrivere del Nord come al Nord si scrive del Sud, come di un mondo remoto. Bizzarro, strano. È l’unica ricetta – l’unica via all’affrancamento.
Il problema sorge non quando si è totalmente estranei, perché allora: o prendere o lasciare. Ma quando si è vicini, senza esserlo.

La mafia è delinquenza
“Quando in letteratura come al cinema i mafiosi sono protagonisti, c’è sempre il rischio di farne figure un po’ positive. Perciò nei Montalbano ho voluto mantenere la mafia in secondo piano”. Senza scapitarne, in tensione, in audience. Quanti monumenti un’ipotetica mafia al potere dovrebbe innalzare a Puzo, Coppola e altri magnificatori, Saviano, Gratteri, divulgatori del genere da noi? 
La mafia è mafia. Non è nemmeno il meglio del delittuoso. Niente Robin Hood, niente Zorro, niente nemmeno Eddie Costantine: è brutta oltre che brutale, sordida, grigia, e stupida (autolesionista: sa calcolare al minimo tabellare). Nonché non invincibile, al contrario, sarebbe anche contrastabile. Se solo giudici e polizie facessero l’ordinario contrasto. Prodursi magari in convegni e talk-show, con teorie sociali, simboliche, esoteriche, quello che vogliono, ma prendere l’estorsore. Anche.
Tutte le criminalità organizzate sono finite. I bravi hanno imperversato nel milanese, in gran numero, poi non più. I banditi di passo in Toscana e Romagna sulle strade per Roma hanno taglieggiato a lungo, ma poi sono anch’essi finiti. A Roma i morti di coltello sono stati quotidiani, anche per motivi banali, fino a tutto l’Ottocento, e anzi fino al fascismo, poi non più.
Prendere l’estorsore e il trafficante subito, e non dopo venti o trent’anni, per una di quelle “Operazioni X”, venti-cinquanta-cento arresti nella stessa mattina, in tutta Italia e nel mondo, con cui gli ufficiali fanno il salto di carriera, ma lasciano le mafie a prosperare, in Italia e nel mondo. Non è impossibile e nemmeno difficile. Se solo si intercettasse chi minaccia, chiede pizzi, e impone protezioni - anche se bisogna ridurre la posta a tutti i consiglieri comunali, provinciali e regionali e ai parlamentari, poste di anni e anche decenni, in attesa dello scandalo: le mafie finirebbero in pochi giorni.
Se solo ci fosse una vera antimafia, di polizia, le mafie finirebbero prima di cominciare, scoraggiando i neofiti. Invece di gratificarsi di quest’aria così compiacente mediaticamente, di imbattibilità. Opera, come sono, della gente più limitata e più stupida, cioè violenta, che si possa incontrare al Sud, e altrove. Invece niente. È singolare che si intercetti per anni e decenni un politico, anche il più piccolo, e non si provveda a un’intercettazione, una sola, di chi è sottoposto, visibilmente, a angheria.
La mafia è un fatto storico, una serie di fatti storici, non metafisica né sociale – tanto meno tradizionale. Comincia e si esaurisce a Corleone, a Montelepre, a Palermo, a Catania, a Castelvetrano, a Gioia Tauro, a Locri, in tempi e per circostanze precise e diverse, a opera di persone che saranno pure legate da giuramenti e mammasantissime come vuole la sociologia da caserma che ci affligge, ma hanno nomi e cognomi, e attività criminose ben definite.

Le mafie sono delinquenza. Sono diventate un fatto sociale perché hanno prosperato e prosperano senza un’adeguata risposta. Non delle popolazioni, come vuole un’antiquata sociologia delle caserme: quelle ribollono, e anzi i mafiosi se li mangerebbero. Ma delle autorità: di chi gestisce la violenza della legge. Che, al meglio, è tardiva. Non sollecita come contro ogni altra delinquenza. E anzi sempre scoraggiante. Se c’e un furto, una violenza, un assassinio, si cerca e si punisce il colpevole. Non al Sud. Al Sud si punisce la vittima: i Carabinieri tengono il censimento, e due volte su tre sospettano o puniscono la vittima.

Il delitto è come un cancro. Se non viene colpito al punto e nella tipologia giusti, prolifera. Si dice la mafia il cancro del Sud. Ma è un cancro che l’Italia induce nel Sud. La mafia non c’era, malgrado le storie di rito, ridicole (i mafiosi non sono scemi, che si pungono le dita e giurano su Mammona), e ora c’è. Dagli anni 1960. Coi terreni e l’edilizia prima, poi con la droga, poi con la finanza (investimenti e credito). Sempre arraffatrice, violenta, monopolista. Imbattibile, non dal cittadino.


Sicilia
È riuscita nel miracolo il 4 marzo di eleggere più grillini di quanti si erano candidati. Grillo ha dovuto pescare gli eletti da altre regioni. Per la Camera. Per il Senato, dove il voto non è nazionale ma regionale, non sanno che pesci pigliare. Ma la Sicilia li troverà: valenti giuristi isolani sono all’opera.

Tutti  5 Stelle in Sicilia quattro soli mesi dopo essere stati (quasi ) tutti berlusconiani. È un’isola in V, voluttuosa, vanitosa, volatile. Per questo voluttuaria.

Vittorio Emanuele Orlando è stato per un trentennio protagonista in Italia della politica. È stato anche, ed è considerato, il fondatore del diritto pubblico. Ma non in Sicilia.
È vero che in Sicilia di diritto pubblico ce n’è poco.

Si deve a un siciliano, Empedocle, la verità che il falso è straordinariamente congiunto al vero.

Empedocle fu pure il primo a introdurre nella filosofia l’eros (philia) come forza cosmica di attrazione di tutte le cose – Socrate poi pose l’eros al centro della filosofia morale.

Empedocle fu anche il primo delle morti misteriose che da allora affliggono l’isola: sparì. Probabilmente in un cratere dell’Etna, poiché un suo sandalo fu trovato al bordo. Il problema aprendo insoluto se il filosofo lo lasciò quale traccia del suo suicidio entro l’Etna, oppure se il sandalo tradì il suo tentativo d’involarsi nel mistero, come quelli che fuggono dalle mogli.
E se fosse stato vittima di lupara bianca?

“Noi siciliani siamo soggetti ad ammalarci di noi stessi: un male che consiste nell’essere contemporaneamente il febbricitante e la febbre, la cosa che soffre e quella che fa soffrire”.
È la verità di Brancati, “Diario romano”, 54.

“Sono dell’isola\ dei briganti: serpi e sole\ sole e serpi assai” – L. Pirandello.

Dei siciliani scrive D.H.Lawrence, nel saggio su “Mastro don Gesualdo: “Presi uno per uno, gli uomini hanno qualcosa della noncuranza ardita dei greci. È quando stanno insieme come cittadini che diventano gretti”.

“Lontano”, la novella di Pirandello, mette la sua Sicilia, ristretta e meschina, al confronto con la Norvegia, dove tutto è energia e libertà. Quando Emilio Cecchi nel 1932 propose di farne un film, ma attenuando il contrasto, Pirandello rispose che il contrasto non c’era: “Tutt’altro! Non era, né poteva essere nelle mie intenzioni, di rappresentare barbara o di civiltà inferiore la Sicilia. Altra vita, altro sangue, altra natura, altri costumi, altri bisogni, altra sensibilità, altri sentimenti. È tutto qui”. La mentalità della ristrettezza, in effetti, tuttora ha problemi a essere percepita da chi ne è vittima – è il caso tipo della vittima che si identifica col carnefice, il servo col padrone.

Sciascia, che inizialmente stravedeva per “Conversazione in Sicilia”, il nostos  triste di Vittorini – quando Vittorini faceva l’editoria a Milano e Torino – nel 1981 lo rilegge e cambia idea: “Non resiste purtroppo, è una Sicilia tradotta”.
Vittorini sprofonda, come Alice o come in sogno, in un mondo a parte che chiama Sicilia, reale e onirico insieme, febbricitante. Dove incontra la fame, la povertà materiale. Dentro una capacità mentale ed espressiva perfino esagerata. Che gli si impone nelle vesti di un Gran Lombardo, e di un Arrotino-Calzolaio-Cenciaiolo. Dialogando cioè con se stesso.
Il Gran Lombardo, che meglio sarebbe stato Gran Normanno quale in Sicilia ancora s’incontra ovunque, “alto, biondo e con gli occhi azzurri”, mentre i Lombardi vi sono piccoli e scuri, è il formidabile nonno materno, sicilianissimo, di Vittorini, e un omaggio dello scrittore alla “sua” Milano.


leuzzi@antiit.eu

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