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lunedì 5 marzo 2018

Tante scuse alla Cina


In parallelo con il culto della personalità, del nuovo Grande Timoniere Xi Jinping, si è sviluppata in Cina un politica di assertiveness internazionale. Sotto traccia sul piano militare, ma robusta e anzi virulenta su quello economico e dell’immagine. Con investimenti ovunque e in tutti i settori, specialmente qualificati come investimenti “nazionali”: autorizzati dal governo, in settori e aree che il governo stesso individua. E con una politica di immagine incondizionata:
Una politica che ultimamente si è espressa con la richiesta insistita e formale di scuse a molte multinazionali: Mercedes, Delta, Qantas, Marriott, Zara (abbigliamento), Medtronic (strumentazione medica). E con l’autocensura imposta ad alcune case editrici  occidentali, per quanto influenti.
La Mercedes si è dovuta scusare più volte, e in termini esageratamente umili, per avere usato come by-line pubblicitario per un suo modello su Instagram (che peraltro in Cina è proibito), una frase del Dalai Lama – “guarda da tutti gli angoli, ci vedrai meglio”. Le linee aeree per avere una destinazione Taiwan separata dalla Cina. La catena alberghiera – anch’essa tenuta a ripetute scuse, anch’essa con le formule “fiorite” di omaggio alla Cina che sono in uso nella propaganda cinese – per avere rappresentato in un dépliant con colori diversi – diversi da quello della Cina – il Tibet, Taiwan, Hong Kong e Macao. Ci sono tabù in Cina che non bisogna nemmeno nominare: il Tibet, col Dalai Lama, Taiwan, gli statuti speciali di Hong Kong e Macao.
Uno studio di due organizzazioni tedesche di ricerca politica, il Mercator Institute for China Studies, e il Global Public Policy Institute, sulla “politica attiva di influenza” della Cina, elenca una serie di imposizioni di questo tipo in Sud Africa e in Australia – “Authoritarian Advance: responding to China’s growing political influence in Europe” (un lavoro di gruppo, con la specialista italiana della Cina, Lucrezia Poggetti). Nonché di interferenze nelle politiche europee, attraverso la Grecia dell’austerità, e l’Ungheria di Orbàn. Un anno fa Orbàn ha bloccato una lettera di denuncia da parte della Ue delle torture cui erano sottoposti in Cina alcuni avvocati impegnati sul fronte dei diritti umani. A giugno è stata la Grecia di Tsipras a bloccare una dichiarazione del Consiglio europeo per i Diritti Umani contro la Cina. Due casi senza precedenti nella Ue.
In Sud Africa Pechino ha mobilitato la popolazione locale di origine cinese contro la visita di Lobsang Sangay, capo del governo tibetano in esilio. In Australia il governo cinese ha ottenuto dalla Allen & Unwin la cancellazione di un libro in uscita,  “Silent Invasion”, del professore di Etica Pubblica e leader dei Verdi Clive Hamilton, contro le interferenze cinesi nella vita politica e intellettuale. In Inghilterra Pechino ha ottenuto dalla Cambridge University Press la cancellazione dalla consultazione online di 315 saggi  del suo trimestrale “China Quarterly”, per evitare l’oscuramento del sito in Cina. Innumerevoli sono i tagli e le censure che i big della rete, Apple, Google, Facebook, etc., si sono imposti su richiesta di Pechino.

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