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giovedì 8 ottobre 2026

La guerra civile fra polacchi e ucraini e altri racconti

Un’accorta, semplice, fenomenologia del paese, negli occhi della gente. Lampi, idee, di racconti. Da giornalista, quello che vive della velocità (chi “copre” prima il fatto ha l’articolo in pagina), della tempestività (non lasciarsi sfuggire la cosa vista, l’idea), della linearità (il taglio giusto, la frase giusta). Che insieme gli danno la misura e la forma mentis. Frammenti di racconti, immagini, lampi, abbozzi di personaggi o semplici enunciati.
Una raccolta postuma, a cura di Arnaldo Frateili, quando i racconti erano in forte domanda. Molta sensibilità per la psicologia dei bambini e degli adolescenti. Con una mistura ricercata delle certezze e delle loro incertezze. “Il ragazzo solitario”, “I fiori dei conventi”, il racconto lungo della sua espulsione a tredici anni dal collegio dei gesuiti a Mondragone, reo di “letture proibite” (non porno)  - il rettore era Lorenzo Rocci, il grecista, ancora giovane, ma già laureato da Carducci. La solitudine dei ragazzi al paese – “i ragazzi non hanno fantasia, o meglio la hanno, la loro fantasia è tutta nelle parole che a noi sembrano tanto comuni” (in due parole il mondo dell’analfabetismo, il tormento del padre Antonio, il maestro del paese).
E un po’ d’avventura: “La guerra civile in Volinia”, fra polacchi e ucraini, col senso vacuo dell’onore, “Il cavallo bianco”, “Sua figlia”, “La sposa”. Un “Piedi scalzi” che è tutt’altro soggetto – “così bella, una doma perché fa la ladra? Per onestà?”
Racconti brevi, di due o tre colonne, di quando i quotidiani li pubblicavano in apertura (a sostegno) della “terza pagina”, quella che si legge aprendo il giornale, posizione privilegiata, fertilizzando il genere – racconti in forma di elzeviro, divagazione.
Corrado Alvaro, 75 racconti
, Bompiani, pp. 523, pp.vv. (da € 13, laFeltrinelli.it)

mercoledì 7 ottobre 2026

Appalti, fisco, abusi (250)

Il governo che "non mette le mani in tasca agli italiani” ha portato la tassazione al 42,9 per cento del pil, quota mai vista. Mentre si nutre anche delle pensioni: sterilizzando l’adeguamento all’inflazione ha sifonato, calcolano Gabanelli e Ravizza, col leghista (ex?) Brambilla, sul “Corriere della sera”, ben 8 miliardi in due anmi.  Nutrirsi dei pensionati, questa ancora si doveva vedere.  


Con l’Inps, bisogna aggiungere da varie segnalazioni, al suo meglio, cioè al suo peggio. A chi toglie 100 euro, a chi 50, da qualche tempo con le insindacabili “ricostituzioni”. Ad libitum, senza cioè una previa decisione motivata per ricalcolare le pensioni, dopo venti o trenta anni. Pensioni “contributive”, cioè pagate – immaginarsi un’assicurazione che, quando avete finito di pagare e siete andati in pensione, vi toglie “qualcosina” del pagato.
 
Non è tutto: l’Inps “ricostituisce” in segreto, operazione che, se fosse onesta, andrebbe invece fatta in contraddittorio – parliamo sempre di pensioni “contributive”, cioè pagate, anticipatamente.
E poi: con quale criterio? Perché sono le più alte? L’Inps dei Robin Hood? No, l’Istituto è il solito feudo dei sindacalisti falliti, che si preparano la mattina il “lavoro” per il pomeriggio, da consulenti caf. Si direbbe uno scandalo, ma non in Italia.
Contro questo Inps di ladroni c’è solo la causa in tribunale, di almeno tre anni. Da qui forse la rabbia leghista, di anticipare la pensione il più possibile – per averte più gente da impallinare?  
 
Federcasa pubblica le stime del costo medio per alloggio popolare da costruire in base al piano del governo per gli alloggi Erp, le case popolari. La cifra mediana è di 30 mila euro. Ma si va dai 15 mila di Macerata ai 56 mila di Bari – fuori lista Acireale, dove costeranno 85 mila l’una, quasi cinque volte Macerata.
Perché tanta differenza? Per la rendita urbana, il costo dei terreni.
 
La rendita urbana, la vera “speculazione edilizia”, non va con la ricchezza media dei territori. I costi più bassi dei nuovi alloggi popolari sono in aree ricche, Grosseto e Prato dopo Macerata. La rendita si fissa su basi speculative, non di mercato - “prendere o lasciare”.
Con la rendita libera non si va da nessuna parte – non nel senso ci controllare l’inflazione.

Il vecchio Gattopardo e il giovane Stendhal

Un autore che si penserebbe a specchio, epocale anche lui, storicizzante, viaggiatore d’istinto (“turista”), che però lascia freddo Tomasi, in questa monografia pure curata per i suoi pochi uditori, figli di amici. Legge per loro tutto Stendhal, compreso quello “minore”.
La partenza è entusiasta: “Tutte le opere di Stendhal hanno un carattere di estremo interesse e sono di primo piano. Anche quelle minori sono impregnate dalla sua originalissima personalità che permea prepotentemente gli schemi più vieti e, a prima vista, infecondi”. Ne elogia tutto, con gusto per l’aneddotico, e per l’esperienza d’autore – la ricostruzione di ogni progetto o bisogno di scrittura. Offre anche spunti per incuriosire i giovani allievi. Ma con riserve per i romanzi: per la loro costruzione e per la filosofia. Senza, p.es., gli entusiasmi per le opere minori. Specie le “turistiche” – le “Promenades dans Rome" sono un capolavoro. Del resto, anche “Stendhal cominciò a pubblicare tardi: aveva circa trenta anni”.
Da che le riserve sui romanzi? La costruzione, i singoli pezzi, i personaggi? La differenza politica. Tra il progressista, comunque “giovanile”, entusiasta, combattivo, e il conservatore, per di più deluso, inquieto (irrisolto) anche nel passatismo.
In questo aiuta l’introduzione, del compianto italianista Philippe Renard. Col paragone fra “la scena del ballo del ‘Rouge’ e quella, famosa, del ‘Gattopardo’: da un lato la tensione tra un passato rivoluzionario e un futuro che si vuole comunque aperto, dall’altra “ori minutamene descritti”, ristori, danze, "con, in sottofondo, la meditazione solitaria di un Principe che nei saloni affollati si apparta per meglio sentire pulsare in sé il gong della morte”.
Un confronto, inevitabile per il lettore. Senza un giudizio – senza pezze d’appoggio per ricevere o dare un giudizio. Senza nemmeno un rimpianto - a fronte, se non altro, dell'iperattivismo o giovanilismo dell'ultratrentenne Stendhal. Non in superficie. 
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Lezioni su Ste
ndhal, Sellerio, pp.83, pp.vv.

martedì 6 ottobre 2026

Il mondo com'è (502)

astolfo


Bassano – Famiglia celebre a Londra nel secondo Cinquecento di musicisti fatti venire con lauti stipendi dall’Italia. Animatori di consort di flauti dolci, e anche di violini e di viole. Il re Enrico VIII, che ammazzava le mogli e volle una chiesa scissa da Roma per potersi risposare a piacimento, era un italianista, come lo sarà la sua figlia Elisabetta, a lungo regina dopo varie turbolenze, e tra i tanti suoi legami con la penisola ne stabilì pure uno musicale: i Bassano, flautisti, saranno influenti a Londra per quattro generazioni.
Battista Bassano emigrò a Londra nel 1540 con quattro fratelli su invito di Enrico VIII. Di famiglia di musicisti – il padre di Battista era un fabbricante di strumenti musicali e suonatore di sakhbut, come era chiamato a Londra il trombone dell’epoca. Tutti stipendiati, con alloggio demaniale in una ex certosa, Charterhouse – ma bel 1552 saranno in grado di prendere casa a Londra, Bisghopsgate,  Nord-Est, un quarztiere dove mti engozianti er ano ityaliani, in gran parte veneziani.. Nel 1545 erano stati riconosciuti “denizen”, a metà cittadini e a metà stranieri (potevano possedere immobili e terreni ma non ereditarli, potevano votare ma non essere eletti, né averef incarichi pubblici, civili o miltari.
Il nome, derivato da Bassano del Grappa, ha fatto pensare che fossero di ceppo ebraico e arrivassero a Londra in qualche modo da rifugiati. Ma le ricerche anagrafiche hanno stabilito di no – a parte il fatto che gli ebrei Enrico VIII non li voleva, mentre a Venezia prosperavano. Emigrarono a Londra semplicemente perché la musica vi era un’attività importante e continua, che interessava la nobiltà e aveva un mercato, nei teatri, mentre a Venezia si suonava per una mercede in rare occasioni pubbliche, e al benvolere di qualche autorità, civile o religiosa. Alla morte nel 1576 di Battista, il capostipite dei Bassano a Londra, l’eredità si trovò cospicua, avendo avuto assicurata a corte una rendita di 30 sterline l’anno - il reddito di un calzolaio a Londra era di 4 sterline l’anno, di un birraio di 10.
L’italianista americana Tamie Targoff (che sposa invece l’ipotesi che i Bassano fossero ebrei, per il nome, comune tra ebrei, e le relazioni con altre note famiglie ebraiche di Venezia – ma a Londra li fa abitare in una Certosa dismessa, e l’esponente poi più in vista della famiglia, Aemilia, illustra come poetessa dei vangeli) li ha trovati ben addentro alla società di corte elisabettiana, nella sua recentissima indagine sulle poetesse a Londra ne secondo Cinquecento, “Le sorelle di Shakespeare”. Battista Bassano, p.es., aveva avuto come compagna (“ritenuta moglie” nel testamento di Battista) una donna inglese, benché di umili condizioni, Margaret Johnson, ed era padre di Aemilia (sposata) Lanyer, la poetessa, in latino e in inglese, e di Angela (sposata) Holland, nobiluomo di corte. Che s’incontravano e poetavano in musica ospiti apprezzate nei lunghi recess della sovrana in estate, che le grandi famiglie a gara ospitavano in estate nelle loro residenze con corposi programmi di svaghi, per lo più intellettuali. Insieme con Battista sei suoi nipoti figurano musici a Londra, figli del fratello Agostino: Alfonso, secondo marito di Aemilia, musicista a corte, e Augustine, Arthur, Andrea, Edward e Jeronimo.
“Battista e i suoi fratelli erano rimasti al servizio della corona”, ricorda Targoff, “nei tumultuosi anni 1550 – indipendentemente dai cambi di regime, i consort di flauti continuavano a suonare - e i Bassano erano elencati come membri della casa reale quando Elisabetta salì al trono. Secondo il fratello di Battista, Agostino, la regina condivideva il gusto di Enrico VIII per i flauti e volle che i fratelli si occupassero di lei su base quotidiana. In una lettera inviata a Elisabetta nel 1588, scritta in italiano, le assicuravano che stavano educando “i bambin ad essere virtuosi in modo che siano capaci di servire vostra maestà”. Tra il 1545 e il 1552, scrive ancor a Targoff, “Battista può avere servito come insegnante di italiano alla giovane principessa, e le insegnò a suonate il liuto. Nel 1565, i libri della contabilità regale lo menzionano donatore alla regina di un liuto veneziano come regalo per il Nuovo Anno”.
“Quando Battista morì”, scrive Targoff, “nel 1576, il legame di Aemilia alla regina fu interrotto bruscamente. Lei e sua madre, Margaret, perdettero gli agganci di Battista con la corte”. Ma le fortune dei Bassano, e della giovanissima Aemilia, sette anni alla morte del padre, si riprenderanno presto – è una delle poetesse che prende più spazio tra “Le sorelle di Shakespeare”.


Nunziante
– Sono due, padre e figlio, entrambi prominenti nella storia dell’Ottocento: il padre Vito per la capacità, militare e amministrativa, al servizio dei Borboni, il figlio Alesandro (uno dei 14 figli avuti da Vito da due mogli, figlio di secondo letto) inviso ai legittimisti neo borbonici, a suo tempo e tuttora, come “novello Caino”, per il ruolo avuto nell’abbandono dell’ultimo re Francesco II, che lo aveva beneficato – ma inviso anche a Torino, dove si ebbe onori e incarichi ma senza  considerazione.
Vito Nunziante, alto forse due metri o poco meno, nato povero a Campagna, nel salernitano, nel 1775, moriva sessant’anni più tardi generale e marchese di San Ferdinando. Fece un balzo nella considerazione e nella carriera, benché sprovvisto di beni e di titoli, da giovane ventenne, al tempo della Repubblica partenopea: raccolse un suo proprio reggimento di fedelissimi del re Ferdinando IV per unirsi alle masse sanfediste del cardinale Ruffo. Durante  il decennio francese, di Giuseppe Bonaparte e poi di Murat, tenne per un periodo Reggio Calabria, una piazza rimasta in mano ai Borboni. Poi, passato in Sicilia, riorganizzò le forze borboniche, in collaborazione con gli inglesi. E sostenne gli inglesi con alcune formazioni nella guerra contro la Francia in Calabria nel 1807-1808. Fu lui a catturare Murat nello sbarco di Pizzo. E a organizzare il tribunale militare affrettato che condannò Murat a morte. Sentenza che però avrebbe voluto non eseguire – Pietro Colletta, murattiano, ne ha buona opinione nella sua storia. Ma la sentenza era diventata un ordine del re restaurato a Napoli.
Alla restaurazione Ferdinando IV, ora Ferdinando I delle Due Sicilie, narra Marina Valensise in “Il sole sorge al Sud”, “gli offrì nel 1818 il titolo di marchese  e una bella proprietà irraggiungibile  nella Calabria Ultra, quella lingua di terra di oltre 800 ettari, completamente incolta e paludosa, che correva sulla sponda sinistra del fiume Mesima, lungo la costa tirrenica. In cambio, avrebbe avuto cinque anni di tempo per bonificarla, riservando un terzo dei terreni al Comune. Infestata dalla malaria e distrutta dal terremoto del 1783, che aveva raso al suolo 109 villaggi, causando la morte di 32 mila persone, la piana di Gioia era all’epoca una zona disabitata. La vicina Rosarno contava solo 780 abitanti. Così, per la bonifica, il generale Nunziante fece venire degli sterratori da Cosenza e arruolò un certo numero di condannati al confino con meno di quattro anni da espiare, i cosiddetti «servi di pena», che finita la bonifica si stabilirono a San Ferdinando”.
Buona parte del marchesato è stato scavato centocinquant’anni dopo per aprire il gigantesco porto transhipment di Goia Tauro.
 
Virgilio Titone – Uno storico, 1905-1989, oggi dimenticato, della “Sicilia spagnuola” e dell’“Illuminismo in Italia”, che ancora fanno testo, protagonista negli anni1960-1970 del polemismo giornalistico, antesignano dei talk-show odierni in tv. Nato e morto a Castelvetrano, cittadina oggi illustrata dalla famiglia Messina Denao, ma ricco centro agricolo (qui s’inventò l’uva Italia), nonché patria di molti cervelli, p.es. Giovanni Gentile. Oltre che studioso, Titone fu polemista, collaboratore, spesso rubrichista, delle pubblicazioni più influenti, dal “Mondo” all’“Espresso” e al “Corriere della sera”.
Professore di  Storia Moderna e Contemporanea all’università di Palermo. Amico di Tomasi di Lampedusa.  Gioachino Lanza Tomasi, il nipote erede dell’autore del “Gattopardo”, lo ricorda abituale frequentatore del tardivo scrittore, nella ristretta cerchia che usava riunirsi ogni mattina per la conversazione nella pausa caffè: “Tomasi di Lampedusa s’incontrava con pochi e selezionati amici: al Caflisch di via Ruggero Settimo, al bar Mazzara, alla libreria Flaccovio. Con Titone v’erano, di solito, lo storico Gaetano Falzone e il barone magistrato amministrativo Enrico Merlo” (“I luoghi del Gattopardo”).
Pio Libero Virgilio all’anagrafe, di famiglia socialista, fu antifascista durante il regime, poi polemista di sinistra, e apodittico più che arguto. Come lo dirà Roberto Ciuni, direttore del “Giornale di Sicilia” dal 1970 al 1974 (finito nelle liste di Gelli), assumendo l’incarico: “Le opinioni di questo storico siciliano dalla vena polemica solitamente nascondono l’amarezza sotto toni bruschi, qualche volta sgradevoli. Ma sono sempre stimolanti, sempre disponibili al confronto, sempre sinceramente provocatorie”.
Teorizzò una “questione settentrionale”. In forma di emigrazione, di persone e di modi, dal Sud al Nord, mafiosità compresa – teoria che Sciascia sintetizzerà nel 1970 sulla “Stampa”, in conversazione con Giampaolo Pansa, come “la linea della palma”, che rimontava la penisola. Non la mafia, una mentalità “mafiosa”. Senza fare sconti al Sud, e non solo per le mafie. Soprattutto anzi, specie per la Sicilia di cui a lungo si occupò con insistenza, per gli sprechi, il vittimismo, la burocrazia inerte o incapace. Con una interessante distinzione tra le “società della conversazione”, curiose, cioè, e aperte al dialogo, al confronto, all’innovazione, allo sviluppo, e le “società del silenzio›”, cioè, non dette, quelle del Sud, chiuse in se stesse e quindi soggette a ogni sorta di degenerazione.
Fu anche, dal punto di vista teorico, un anticipatore del “declino delle ideologie”, già negli anni 1960, post-boom e prima del Sessantotto. Nonché fine analista di Simenon, del suo valore letterario, più che di autore di grandi successi di breve durata.
Finché non si fece animatore di una “cultura di destra”. Nel gennaio del 1973 organizzò a Torino una sorta di Congresso Internazionale della cultura “di destra”. Con Armando Plebe, altro teorico di sinistra-destra, lo scrittore Berto, il commediografo francese Jonesco, Vintila Horia. Si candidò anche, non eletto, alla Camera, per il partito Liberale. L’anno dopo il congresso di Torino lasciò l’università – finendo nel “cono d’ombra”, come Scalfari dirà le opinioni che non fanno opinione.

astolfo@antiit.eu

Gide protofemminista

Visto da lei, visto da lui, visto dalla figlia della coppia. Un rapporto, e quindi una vita, felice e infelice. In tre distinti racconti, “La vita delle mogli”, Roberto”, “Géneviève” (tradotto “Genoveffa”).
Era un’idea di narrazione tra le due guerre, del “punto di vista”, un esercizio che attrasse anche Aragon, e Giono. Con situazioni però diverse, della coppia nel mondo, mentre qui si relativizza l’amore, o il rapporto intimo: il punto di vista seziona il rapporto di coppia e parentale, non i condizionamenti esteriori.
Questo di Gide, tre racconti (di cui il secondo, “Roberto”, o “visto da lui”, è dedicato al famoso filologo Ernest Robert Curtius), o un romanzo in tre parti, che vide la luce dopo una lunghissima gestazione, se le prime bozze risalgono al 1912 e la pubblicazione al 1929, viene iscritto in una sorta di femminismo anticipato, in quanto fra i racconti delle stesse vicende, situazioni, caratteristiche, le messe in quadro della madre e della figlia sembrano vere o più vere.
Il titolo in italiano è quello di Molière. Il titolo originario, “L’école des femmes”, potrebbe sottintendere effettivamente una forma di protofemminismo. Ma l’edizione italiana ha seguito quella originaria, che si è fatta inizialmente in inglese, come “The School of Wives”, pubblicata su una rivista americana che aveva commissionato il racconto, pagandolo anticipato con una somma notevole, 1.500 dollari.
Di un autore che non si pubblica più da fine Novecento – la “letteratura” non ha più mercato? È curioso, la rete, interrogata sul titolo in commercio, dà sei o sette edizioni della commedia di Molière e niente di Gide: Molière è attuale perché il teatro lo è? Siamo un’epoca teatrale – i social, in fondo, questo sono: un piccolo (minimo, micragnoso) teatrino domestico, coi famigli (followers).
André Gide, La scuola delle mogli, Oscar, pp. 203 pp.vv.

lunedì 5 ottobre 2026

Che ce ne facciamo della Russia

L’Europa si arma per fare la guerra alla Russia, dalla quale si vuole assediata. Non che se veda come.
Perché la Russia fa la guerra all’Ucraina, si dice, dopo averla fata ai Ceceni, e ci spia, con gli hacker e con i droni. Ma non è l’Ucraina ad avere cercato la guerra con i russi, con le finte Meidan antirusse, la Nato in casa, e il sabotaggio degli accordi di Minsk raggiunti con la Russia dagli europei nel 2015? Mentre i Ceceni non erano briganti di passo – come hanno mostrato dopo, assoldati dalla Russia in Ucraina? Mentre in fatto di guerre siamo noi che ne facciamo di continuo, e senza costrutto: alla Serbia (in favore di un capomafia, Hashem Thaçi), alla Libia, all’Iraq, all’Afghanistan, alla Siria, e ora all’Iran. E facciamo ammuìna davanti davanti a Kaliningrad, la vecchia Koenigsberg di Kant all’interno dell’odierna Lituania, ora possesso russo sul Baltico.  
La Russia confina con Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina, Georgia, Azerbaigian, e attraverso il mar Nero con Turchia, Romania, Bulgaria. Vogliamo cingerla d’assedio? Con la cavalleria polacca? Coi missili Nato – che l’America lesina, e si fa pagar e caro? Con le truppe d’assalto di Macron? Con le sanzioni no, si sa che sono corruzione organizzata – fabbrica di royalties per gli “amici degli amici”, i monopolisti delle famose “triangolazioni”.
La Russia vene da tre secoli, da Pietro il Grande, di storia europea – con la Germania per le arti pratiche, la Francia per la lingua, il cerimoniale e la controrivoluzione, l’Italia per le arti. E da tre secoli di imperialismo all’Est, zarista e bolscevico. In casa dei polacchi, dei rumeni, dei baltici, degli ucraini e dei georgiani – anche in questo copiando dall’Europa, Austria-Ungheria e Germania. In tre secoli molti legami s’intrecciano e sbrogliarli non è facile. Ma è necessario? In genere i popoli si sono giovati dei dominatori – perfino dell’imperialismo straccione italiano, in pochi anni, in Libia e in Africa Orientale. Le permalose repubblica sudamericane ora, dopo due secoli, corrono a frotte verso la Spagna, tanti da rianimarne la demografia languente. E comunque, è saggio estirpare trecento anni, come già i baltici con le leggi, e gli Zelensky con le buone e le cattive – e tanto boiardismo, tante ruberie sulle spoglie del sovietismo.
L’Ucraina non doveva entrare nella Nato, ai termini delle intese Bush-Gorbaciov del 1990, come assodato dai documenti americani pubblicati. Poi si è fatto finta di no. A che scopo?
Per perderla? Ora la guerra d’Ucraina è perduta, e l’hanno pagata, la pagano, la pagheranno gli ucraini – voleva cacciare i russi dal Donbass, e perderà il Donbass. L’America non l’ha difesa, poco e a malincuore. L’Europa non ne è capace.
Per dimostrare l’impotenza dell’Europa? Fatto: la Ue si conferma definitivamente una (piccola) comunità economica. Di grande storia, ma solo buona per il turismo, distruttivo. Con la Russia  sarebbe stata una superpotenza, molto ricca - di materie prime oltre che d’ingegno, e di capacità difensiva (offensiva) – e rispettata.
                  

Francesco o la gioia del creato

Una rilettura del personaggio, in chiave di dinamismo, non di poverismo, e una lettura finale del “Cantico delle creature”, che avrebbe accompagnato Francesco alla morte, nell’angusta Porziuncola, intonato dai “frati”. Nella versione già di Paramont+ quattro anni fa, robusta di innovativa e robusta filologia, sul personaggio, per più aspetti non convenzionale, e sull’opera – preceduta da un breve aggiornamento per le celebrazioni dell’ottavo centenario della morte, sulla persistenza del mito e del rito. 
Il personaggio del Medio Evo più conosciuto nel mondo. Più popolare in Italia. In poco tempo, da solo, e senza apparati ha cambiato i sentimenti umani del mondo – è successo nella storia dell’umanità tre o quattro volte.
Anche il nome è una novità. Si chiamava Giovanni. Ma era giovane di mondo, andava in Francia, alle fiere, col padre, e parlava francese. Fu per lui inventato dagli amici il nome Francesco – ora probabilmente il più diffuso.
Il primo ambientalista, naturalista, animalista, femminista, pacifista. Anche il primo “frate”, invenzione lessicale di suo conio - prima si usava monaco, monaci.
Il “poverello di Assisi”? No, questo è il Francesco di Bonaventura da Bagnoregio, tutta una invenzione. Anche i suoi compagni, erano tutti notabili, notevoli per patrimonio e intemperanze,  conosciuti in città e fuori.
“E dovranno chiamarvi minori, ultimi. Ma dovete essere contenti, giullari di Dio felici, e ringraziare, questa è la vostra letizia”.
Novità integrale una “società” di laici. I “frati” non erano preti, non erano monaci.
Il primo miracolo con Innocenzo III, il papa. Temibile potentissimo controllore della politica in Europa – fino a scomunicare il re d’Inghilterra, reo d’insubordinazione. Ascoltò lo sconosciuto Francesco, arrivato da Assisi con i suoi “frati” laici, e se ne lasciò convincere, autorizzandone la regola.
Inncenzo III autore da cardinale del “De Contemptu Mundi”, come fu ed è chiamato il trattato “De miseria humanae conditionis”, tre libri di miserie, del corpo umano, delle ambizioni umane, del decadimento fisico e la morte. Tutto l’opposto di Francesco, la gloria del creato.
Così poi Sandro Penna, altro umbro: “Il mondo che vi pare di catene\ tutto è tessuto d’armonie profonde”. Verso la natura non un sentimento ecologico, ma una immedesimazione. Una nuova primavera del mondo. Contro la fame, l’oppressione, la guerra, la guerra, la guerra.
La stella del mattino del Rinascimento italiano. Il Cantico delle creature ottocento anni fa una rivoluzione: della lingua, la prima poesia in volgare italiano, e del messaggio, la gioia del creato.
Roberto Benigni, Francesco – il Cantico, Rai 1, RaiPlay


domenica 4 ottobre 2026

Problemi di base storici - 934

spock
 
Tutto passa, eccetto il passato?
 
Tradire per tramandare?
 
Tradizione tradimento?
 
“Il futuro siamo noi”, passim?
 
“La storia siamo noi”, passim?
 
“La storia non si può cancellare, è embedded con noi ”, passim?

spock@antiit.eu

L'antisemitismo come falso scopo

L’antisemitismo è di comodo - quello che in artiglieria si dice "falso scopo"? Con chi poteva prendersela la Germania dopo la sconfitta – non la Francia, non considerata, chi nel grande mondo? “Se nemiche dell’umanità fossero state dichiarate le razze anglosassoni, il loro sabotaggio si sarebbe limitato alle isole britanniche e agli Stati Uniti d’America. Avendo invece scelto gli ebrei quali vittime della propria demagogia, il nazionalsocialismo si è tenute le mani libere contro tuti i popoli del mondo e tutte le classi sociali”. Un’analisi acuta, potrebbe tornare utile, su un odio ancora poco decifrabile, sebbene sicuramente nel quadro del “capro espiatorio”, ma dalla Germania al tempo di Hitler accortamente scelto. Un bersaglio anche facile, da briganti e non da potenza: un nemico "indifeso e dunque perfetto, oltre che perfettamente a portata di mano, gli ebrei. Gli ebrei non hanno leggi che li proteggano, né eserciti che li difendano, e sono quindi un bersaglio facile per l'ira dei deboli e dei vinti".

“Prima del 22 giugno 1941”, spiega la nota editoriale, di Claudia Zonchetti, che cura anche questa pubblicazione di Grossman, cioè prima dell’invasione tedesca, nell’Unione Sovietica “vivevano circa cinque milioni di ebrei. Più della metà fu sterminata”. Tra essi, si può aggiungere, tutti quelli dell’Ucraina, poveri nella gran massa oltre che esposti. Grossman non aveva ancora cognizione, quando scrisse nel 1943, dei campi di sterminio, seppe subito della persecuzione violenta, spiega Zonchetti in nota, con “la strage di Babij Jar a Kiev”, dove “tra il 29e il 30 settembre 1941 furono uccisi più di trentatremila ebrei”, e con “i settemila ebrei uccisi a Kerč il 30 dicembre 1941”. Ma “la stampa sovietica reagì lentamente alle notizie”, venendo da tre anni di alleanza stretta con Hitler, per la spartizione dell’Europa orientale. Ancora nel 1943, quando Grossman ne scrisse in questi articoli, il suo giornale, “Stella Rossa”, non glieli pubblicò. Uscirono a fine anno, “su due giornali a tiratura molto più limitata”, “Per la patria” il 20 novembre 1943, e “Unità”, in yiddisch, settimanale del Comitato ebraico antifascista.

È un testo molto preciso, documentato. Nessun dubbio sulla volontà di sterminio. Anche se Grossman non ne sa l’organizzazione. E gli assassinii in massa attribuisce all’accusa, o sospetto, di avere in qualche modo, una persona, una famiglia o un villaggio indifferentemente, al capriccio dei comandanti,  aiutato la Resistenza contro l’invasione. Anche se sa, e li documenta, di interi villaggi ebraici bruciati e gli abitanti, tutti, bambini compresi, sterminati.  
Un testo che non rivela nulla più di quanto si sa, ma si fa leggere per la vivezza del racconto. Dell’articolazione (l’elenco delle tante professioni, p.es., invece che dei nomi, delle persone vittime degli eccidi). E della vista acuta sulla guerra tedesca. Teorico (e denunciatore), finora unico fra gli storici, dell’“eccezionalismo” che connota un secolo abbondante della Germania (nel quadro dei “primati” del nazionalismo ottocentesco, si può aggiungere), che si riteneva sopra a tutto e tutti – la categoria “eccezionalismo” è in uso nella Scienza politica per la
 politica e la storia dell’America: “Il nazionalismo non ha generato nulla di nuovo, ha solo fissato, cristallizzato e usato a proprio vantaggio tratti del popolo tedesco che sono sempre esistiti”.

E ciò può dire per esperienza – a proposito del futuro quesito storico-giuridico, “se i tedeschi sapevano”. Avendo parlato a “decine di prigionieri di guerra tedeschi, e in mezzo alle rovine e agli eccidi”, in nessuno ha trovato “un senso di vergona o di disperazione”. Tutti al contrario “convinti del buon diritto della Germania”. Per “una forza amorale che tutto incenerisce…. Nata dall’eccezionalismo della razza germanica, dalla profonda convinzione dei tedeschi d’oggi di essere il popolo eletto”.
Nessuna menzione, probabilmente per patriottismo sovietico, dei tanti ucraini che assecondarono i tedeschi negli Einsatzkommados per lo sterminio degli ebrei su piazza, radunandoli in grandi gruppi, come un gregge, e poi decimandoli col mitra e le bombe. Allo stesso modo, sapendo e non sapendo, ma comprensibilmente, essendo la patria l’Urss, di cui l’Ucraina era una parte, nessuna menzione Grossman fa dei tanti ucraini volontari dell’esercito e delle Ss combattenti tedesche (anche in Italia), per l’odio combinato anticomunista e antirusso.
Vasilj Grossman,
Ucraina senza ebrei, Adelphi, pp.74 € 7

sabato 3 ottobre 2026

America vs. Europa - è come se

“Gli Usa hanno bisogno di un Vecchio Continente solido e produttivo”, spiega il presidente di JP Morgan, Dimon, alla Bocconi. Ma facendo la sommatoria della presidenza Trump è come se l'America avesse in corso una guerra, non militare ma estesa e risoluta, contro l'Europa, contro la Ue. Al netto del “circo Trump” di dichiarazioni e controdichiarazioni, guardando cioè ai fatti.

La Groenlandia. 

I dazi. La partita dei dazi prosegue con danni solo per l'Europa. Con la Cina il compromesso resiste, e i rapporti Una-Cina sono anzi migliorati, in aree sensibili.
Nei riguardi della Cina l'Europa ha dovuto rivedere al ribasso, su pressioni americana, già dalla presidenza Biden, le prospettive aperte dall'iniziativa detta della Via della Seta. Mentre gli Stati Uniti rafforzano i rapporti nelle aree d'interesse reciproco. Compresi gli  investimenti cinesi, colossali, in Treasury, i titoli di Stato Usa.

La politica del debito di Trump (più deficit, più debito), assorbibile senza traumi dagli Stati Uniti, è onerosa per molti Paesi europei ( p.es. l'Italia, ma anche Francia, e anche Germania).

E le guerre, Ucraina, Iran, Huthi. La Nato, cioè gli Stati Uniti, tengono esercitazioni al largo dell'enclave russa di Kaliningrad-Koenisberg, nel Baltico, senza nessuna utilità o necessità, come provocazione e per alimentare la russofobia di Polonia e Paesi Baltici. 

Così è avvenuto e avviene in Ucraina. Dove gli Stati Uniti hanno sabotato la mediazione europea, guidata dalla Germania, col protocollo di Minsk, prospettando l'entrata dell'Ucraina nella Nato e alimentando il revanscismo antirusso, in piazza e nelle istituzioni. Salvo ritirarsi già con Biden, quello del "partito ucraino", anche in affari, dalla difesa dell'Ucraina aggredita preventivamente dalla Russia - come si sapeva già da tempo (il Dipartimento di Stato lo sapeva: l'entrata dell'Ucraina nella Nato era contraria agli accordi Bush-Gorbaciov del 1990, sul riassetto dell'Europa orientale). Se non attraverso armamenti americani forniti e pagati dall'Europa. 

La guerra "senza oggetto" all'Iran. Che si prolunga senza una ragione. Col solo effetto di danneggiare l'Europa. Per l'inflazione e  per il commercio - la navigazione da e per il Golfo e l'Asia, via Mediterraneo. Si prenda l'inflazione, che anche gli Usa lamentano. Ma il gallone di benzina, talmente rincarato da far perdere, si dice, le elezioni a Trump tra un mese, è  oggi, al suo livello record, a $ 4,54, cioè a €1,07 al litro, meno della metà che in Europa. 

Qui ci vuole una parentesi. Gli Stati Uniti sono autosufficienti in petrolio e gas e vogliono restarlo. Devono perciò rilanciare la ricerca e produzione di petrolio e gas  e quindi devono ricapitalizzare. Trump ha già  garantito al settore sostegni a fondo perduto per 50 miliardi di dollari sul bilancio 2026, ma non bastano, Il rincaro del prezzo riqualifica le riserve, e irrobustisce le riserve in bilancio. La ginnastica con l'Iran su Hormuz non ha nessuna logica militare, e solo questo effetto.

Inaspettato e incomprensibile è pure che gli Huti, un'associazione politica eversiva, una delle tante nello Yemen tribale, controlli la bocca del mar Rosso. E metta in mora l'Arabia Saudita. Con gli Stati Uniti che si dichiarano non interessati. Ma dal Bab el Mandeb (il Cancello del Lamento....) passa la rotta marittima del Mediterraneo, la più trafficata forse del mondo, e anche molto petrolio del Golfo. 

Il ritiro dei militari dall'Europa occidentale, dalle basi aeree soprattutto, Ramstein, Aviano, Rota, che sono legate all'"ombrello nucleare" americano sul continente, si sta facendo. Per ragioni di bilancio, si dice, ma di fatto i tagli riguardano solo le basi in Europa.  Trump è accreditato di molti equivoci (da ultimo il rapporto con Meloni, che, dice, "mi è sempre piaciuta", mentre per fargli affermare il contrario, senza audio, c'è stato un suicidio). Anche di  avere sempre ritenuto e dichiarato la Ue un attrezzo per “fottere” l’America. Ma questo non è dirimente, che lo abbia detto o lo pensi: il corso politico americano si decide, con studi, analisi, approfondimenti, nel cosiddetto deep State, nella Funzione Pubblica. Che presidenti e senatori possono impersonare, anche coloristicamente, ma sottendendo strategie precise, di lungo termine. 

L'invenzione del cinema - di Godard

Fare un film su un regista che fa il suo primo film, sui tecnici e sugli attori, sul produttore, cinquanta o sessanta anni fa,e sia pure il primo di Godard, e un film di enorme successo subito, All'ultimo respiro", con Belnondo e Jean Seberg al naturale, come spontanei, è un'impresa sull'orrido. E invece si fa seguire, una commediola intellettuale, e tuttavia non pesante: curiosa, e anche divertente.
Godard è un affabulatore e un po' cialtrone. Sa tutto meglio di tutti, Truffaut, Chabrol, Rohmer, etc., e fa il film senza set, né sceneggiatura, ogni mattina, dopo essersi sgranchito al flipper: s'inventa pose e battute, tutte semplicissime, e quasi sempre dichiara "buona la prima". Gli attori lo seguono, l'improvvisazione avendo incamerata come spontaneità. 
Un film quindi storico, l'inizio del nuovo cinema che si chiamerà Nouvelle Vague, ma anche a suo modo mitologico: nel modulo  inverso, di demistificazione dell'arte cinematografica, dei set maestosi, dei ciak ripetuti a decine, di sceneggiature accuratissime, viste e riviste, di riprese di mesi, e anche di anni. Qui niente, nemmeno un ombretto, un'ombra di trucco - la truccatrice di Jean Seberg, diva americana, che quindi ne deve avere una per contratto, è disperata, fa anche l'aiuto macchinista, essendo robusta, porta il caffè, qualcosa si dà da fare per non impazzire. 
Insomma, se non è contrario al mito di Godard come ispiratore e artefice massimo della nouvelle vague  del cinema francese ("l'anno dopo il film di Godard", possono vantare i titoli di coda, "156 giovani registi francesi poterono fare il loro primo film"), il film demistifica l'arte filmica. Il segreto è che non ha segreto - se non l'alchimia che a un certo punto ne nasce, sullo schermo e nello spettatore: l'immagine s'imprime, come può passare inosservata. 
Con moltissimi "personaggi" noti, per una scena o due. Truffaut, che l'anno prima aveva fatto "I 400 colpi", grande successo di uno sconosciuto a Cannes, ed è l'unico sposato, che fa da spalla, sottotono. Rossellini ha più spazio, e più rigoroso - anche come personaggio, che a Godard che gli ha dato un passaggio chiede scendendo dalla macchina dopo avere ri-teorizzato il cinema: "A  proposito, hai da anticiparmi qualche soldo?" Tutti sono nominati nella galleria fotografica di testa, molto densa - compresa Juliette Gréco ancora al suo meglio, a 33 anni. 
Richard Linklater, Nouvelle Vague, Sky Cinema, Now


venerdì 2 ottobre 2026

Cronache dell’altro mondo – all’Opera (431)

Zohran Mamdani, il sindaco di New York, dovendo rinnovare il sussidio alla stagione dell'opera del Metrpolitan, ha concordato col teatro la disponibilità di 70 mila biglietti, per la stagione operistica 2026-2027. Da mettere a disposizione gratuita del pubblico mediante una lotteria mensile, online. Diecimila biglietti ogni mese, con accesso a tutti i settori. Circa il 10 per cento di tutti i  biglietti disponibili.
La riffa online si fa sul sito nyc.gov e tramite la app del Metropolitan.
Mamdani ha annunciato l’iniziativa con un video girato sul palco del teatro con il cast della  “Bohème”.
La stagione del Met prevede 193 rappresentazioni. Con 17 opere – di cui cinque nuove produzioni (con due prime).
Mamdani ha presentato l’iniziativa richiamando l’“opera del popolo” di Fiorello La Guardia  il celebre sindaco di New York dal 1934 al 1945, italoamericano - poi direttore dell'Unrra, il programma americano di aiuti per la ricostruzione dell'Europa
: “Questa forma d’arte è sempre stata pensata per essere vista da tutti”. Mamdani intende riferirsi alla New York City Opera, Nyco, da La Guardia fondata nel 1943. 


Se Israele "rasa il prato" palestinese

"Mowing the lawn', rasare il prato, è la strategia dell'esercito israeliano (Idf, Israele Defence Forces - o Tsahal ) nei confronti dei palestinesi: di tanto in tanto "fare pulizia, rimettere a posto". Contro qualche sospetto di Hamas  ma senza sottilizzare. "Naza" è un acronimo, in uso dall'Idf, per "danno collaterale". Quattro ex militari israeliani raccontano come e quante vittime innocenti, soprattutto bambini e ragazzi, hanno fatto scientemente, sapendo cioè che ne sarebbero stati vittime, di attacchi cosiddetti mirati, contro un sospetto membro di Hamas. Tracciato col cellulare, con l'induzione (logaritmica,  o IA), col drone. Colpito con bombardamenti, dal basso o dall'alto - ora anche con droni. Oppure a vista, nella distribuzione degli aiuti umanitari, con i cecchini. A tiro singolo in questo caso, senza "naza", se non contro comuni palestinesi, che si rendono sospetti di terrorismo per saltare le code agli aiuti umanitari. 

Premio della giuria a Venezia, e grande emozione del pubblico della manifestazione. Ma non è  un film - probabilmente una cucitura di podcast del giornale inglese "The Guardian", che risulta produttore. Su una scena sempre buia, quattro profili incerti raccontano la loro attività nell'Idf, ciò che hanno fatto o - nel caso dei cecchini - hanno visto fare. Con pochissime immagini di "danni collaterali" - foto di distruzioni per lo più, molto meno del "film" già visto in tv.
Il film non c'è, giusto le denunce anonime, quasi letture di verbali, ma non c'è  nemmeno il punto centrale del "verbale", le regole d'ingaggio che si è  date l'Idf. I "naza" come strategia militare è un problema, grave per una forza armata, che deve comunque attenersi al diritto internazionale - molto grave per un esercito di coscritti, giovani. Lo stesso per la strategia del "move the lawn", di un esercito cioè in funzione di polizia, a Gaza e in Cisgiordania, sempre contro il diritto internazionale e dello stesso Israele. Problemi che restano fuori dal film, che pure si vuole di denuncia.
Yuval Abraham-Rachel Szor,
 Naza

giovedì 1 ottobre 2026

Putin “multiallineato”

Dove pensa di andare la Russia, supponendo che chiuda la guerra in Ucraina come vuole, semiannettendosi il Donbass? In nessuna direzione - se non forse l’Europa – o, come si dice, “multiallineata”.
Con la Cina le relazioni sono di “rispettosa distanza” – anche perché la Russia non rinuncia al legame storico con l’India. Col Giappone c’è ancora uno stato giuridico di guerra, giacché non si è fatto un trattato di pace nel 1945, e Putin ha voluto sfidare Tokyo a Ferragosto passeggiando sulle contestate isole Curili. Con l’Occidente, svanita l’illusione del primo Putin di un’integrazione a pieno titolo, resta il telefono diretto con Washington, e la prospettiva europea. Che detto oggi, quando invece l’Europa si ritiene in guerra con la Russia, sembra bizzarro, ma è la sola prospettiva che si ricava da “Russia Today”, la piattaforma semiufficiale, e dai siti dei maggiori think-tank moscoviti di politica estera: il Riac, Consiglio russo di affari internazionali, l’Istituto statale di Relazioni Internazionale, e altri centri privati – tutti fanno capo al club Valdai, che li pubblicizza.
Un paio di decenni fa, nell’altalena dell’avvicinamento di Putin al G 7, si parlava anche molto di Eurasia. Ma la prospettiva, e anche la parola, sono sparite da tempo – da molto prima dell’attentato mortale a Mosca quattro anni fa contro Darya Dugina, giornalista politica, nazionalista, figlia di Alexander, il teorico dell’Eurasia – da tempo peraltro taciturno.
La “finestra sull’Europa” aperta da Pietro il Grande tre secoli fa, secondo il Valdai, invece non è chiusa. Senza sottovalutare il revanscismo dell’Europa già preda dell’imperialismo russo, attivo fino al 1989, segnatamente dei paesi Baltici e della Polonia, oltre che dell’Ucraina. Come rapporto storico e culturale, si dice, ma si sottintende la complementarietà economica, tra riserve interminabili di materie prime fossili da una parte, e esperienza imprenditoriale e tecnica dall’altra. Molto si punta su un ripensamento della Germania. Tanto più che a Mosca si dà per irrimediabile il “disallineamento” dell’America dall’Europa, militare, finanziario (dazi, cambio) e commerciale.
Lavrov, il ministro degli Esteri di Putin, rende leggibile sul sito del ministero un articolo che a giugno aveva scritto per “Politico”, il giornale digitale americano della tedesca Springer, che poi non l’ha pubblicato. Dove prospetta la “creazione di un’architettura continentale”, comprensiva cioè di Europa e Asia, “che rifletta l’odierna realtà multipolare”, nella prospettiva che, “quando i tempi saranno maturi, anche l’Europa potrà unirsi a questo grande sforzo”.

L’esame non è più quello

Rifatto per i vent’anni della “notte” di culto, quella di Fausto Brizzi, risente ovviamente di un certo schematismo. Benché prodotto dagli stessi Lucisano, specialisti della commedia ad alto gradimento, e co-sceneggiato dallo stesso Fausto Brizzi, artefice del cult 2006. C’è anche qualche maggiore età di nome, Ferilli e Gianmarco Tognazzi, per allargare la platea – a chi ha vent’anni di più?
Non mancano le situazioni e le battute vivaci. Forse era meglio cambiare il titolo, invece che viverci di rendita – il sequel si impone quando è di un prodotto schematico-schematizzabile. O forse sono cambiati i tempi. L’esame oggi è predeterminato, ragazzi e famiglie sanno già quale sarà l’esito e perfino il voto, attraverso calcoli e percentuali matematizzate anno dopo anno, interrogazione e compito dopo interrogazione e compito, la “notte prima” vale solo 5 punti su 100.
Alessandro Renzoni, La notte prima degli esami 3.0, Sky Cinema, Now

mercoledì 30 settembre 2026

Ombre - 837

La Cgil si celebra alla Scala. Non ha più una piazza da riempire?

Fa 120 anni, è un calo fisiologico di testosterone?

Un Paese filoamericano come l’Italia soffre l’inflazione al 4-5 per cento, e ha visto lo spread balzare da 70 a 100 punti, un aggravio di un miliardo, minimo, per le bizze di Trump. Il quale odia l’Europa, dice l’“Economist”, convinto che è nata per “fregare” l’America. Il che – che l’America lo pensi, non solo Trump – è vero da ultimo, prima dei dazi punitivi alla fine della girandola solo delle aziende europee, imponendo il rifiuto dei vantaggi con la Cina della “via della seta”, mentre l’America se ne assicurava di più forti e più redditizi, come è stato annunciato al vertice Trump-Xi.

Non da ora, l’America non protegge e fa guerre dannose all’Europa – Libia, Ucraina, dazi, Iran.


Elkann mette un’altra volta, per la terza o quarta di fila, 250 milioni per rinsanguare la spenta Juventus – se non è corrotta (non si è stupidi per caso). Portata da lui allo sbando con dirigenze incapaci invece del cugino Alberto. Mentre non sa che fare, oltre che perdere, in Ferrari, dove si tiene uno che non s’intende di motori e non sa organizzare (in F1 si vince in team). E appronta tutto per lasciarsi soffiare Stellantis? Un titolo che lo ha fatto (co)proprietario a 27 euro, e oggi va veloce verso i 2 – quando scoprirà che non è più il (co)proprietario? 


Il film “Il mio nome è Carlo” visto in tv da un pubblico record, “alla Montalbano”, crescente nella serata, e per metà giovanile, dice qualcosa di più che un un miracolo della santità a 15 anni. È come per Charlie Kirk, il trentunenne predicatore che ammaliava i giovani ucciso in America un anno fa: gli Zoomers, la Generazione Z, liberi finalmente dagli obblighi di fumo e sesso?, sono piuttosto avidi di spiritualità – checché essa voglia dire.


Dunque, lo stato d ‘assedio a cui l’Inghilterra si stava preparando è rimandato. L’attentato - di Putin? degli ayatollah? - con cinque, poi tre, camion pieni di esplosivo contro la base aerea anglo-americana è anch’esso rinviato, per mancanza di esplosivo. I cinque del commando solo occupavano con camion vuoti la piazza di un villaggio che una agricultrice doveva attraversare, tornando all’una di notte col marito da un festa – ma pare che non fosse brilla. I servizi inglesi sempre si divertono – questa volta, pare, insieme con la Cia. Ma a spese dell’America, dell’Europa, della stessa Inghilterra?


Si presenta la partita Fifa-Uefa come un duello fra Davide e Golia, dove Ceferin (Uefa) è il nostro eroe perché Infantino (Fifa) è antipatico, un amico di Trump. Mentre sono due organizzazioni affaristiche. Concorrenti sui soldi degli sceicchi. Il L’Uefa ha chiuso gli occhi per quindici anni sui bilanci falsi del Manchester City, sponda Abu Dhabi. E continua a tenerli chiusi sponda Qatar, cioè Paris Saint-Germain. Per fargli vincere la Coppa dei Campioni (quella del City nel 2023, ieri, a spese dell'Inter.....col famoso Rodri che non si poteva permettere se ora, a 30 anni, vale 75 milioni).


Non ha vinto nessuno alle suppletive di Reggio Calabria – una settantina di Comuni coinvolti, uno spreco di scrutatori. Eccetto il deputato eletto. Ma si fanno analisi e diagnosi, si differenziano, si moltiplicano. Davvero la politica è ridotta a poca cosa.


La revisione del processo Poggi si presenta come un tributo alla giustizia, che sempre trionfa. Mentre è un caso di malagiustizia. Il condannato era stato assolto sia in Tribunale che in Appello, è la Cassazione che lo ha voluto condannato. Si può condannare al carcere, con accuse infamanti, penalmente per motivi formali, procedurali? Forse quando c'erano gli assolutismi. Per non parlare delle prove taciute dai Carabinieri, sia pure per superficialità.
 
Non si può votare la lege contro l’antisemitismo in Parlamenti perché non si può criticare il governo e lo Stato di Israele. Che sembra un controsenso, il  sostegno a questo Israele: identificare Israele con Benjamin Netanyahu, Benzalel Smotrich, Itamar Ben-Gvir, tre macellai. 
 
La sinistra diserta il papa in Francia per ragioni ideologiche. Macron pure, per ragioni laiche. E così il papa, col suo seguito di un milione a cerimonia, è lasciato ai Le Pen. Conta pil l’odio anti-religioso che del fascismo – se i lepenisti sono fascisti.
 
È perfino ridicola la preoccupazione degli inventori di IA, gente naturalmente al di sopra della media, sui comportamenti della loro creatura. Quando gli "incidenti" sono "decine di migliaia". Sono macchine, ottuse, perché magnificarle?
 
"Il Foglio" avverte: "Copenhagen avverte: 'Guerra ibrida per dividere gli alleati' ". Perbacco. L'hanno scoperto in una pausa delle ricerche su chi ha sabotato il NordStream 2, quattro anni fa?
 
Si celebra mestamente l'intestazione di Malpensa,  l'aeroporto milanese, a Silvio Berlusconi perché imposta dai familiari. Che avrebbero molti motivi per onorare la memoria del fratello/padre, p. es. avere democratizzato l'estrema destra, neofascisti e leghisti eversivi - oltre che avere mandato a Bruxelles Emma Bonino e Mario Monti - oltre al cosiddetto "Milan di Sacchi", che invece era di Berlusconi ( Sacchi in Nazionale non ne azzeccava una). Ma "loro" non sanno pensare politica.
 
Che la metà degli italiani siano poveri, in uno dei Paesi più ricchi del mondo, poveri per il fisco, fa ridere i polli. Ma lo sono legalmente, per diritto. Senza che nessuno metta in discussione questo Stato. Gli italiani saranno pure furbi per antonomasia, ma allora anche stupidi - la metà che paga le tasse.

"Putin attacca il Sud Europa", dal Baltico cominciano gli allarmi. La sindrome russa asfissierà l'Europa - questo è solo l'inizio. Dal Baltico alla fascia slava. L'allargamento "dovuto" (Prodi) della UE all'Est è un nodo scorsoio al collo dell'Europa.
 
Gli Huthi, che ridicolizzano l'arciarmata Arabia Saudita, mentre fanno i diplomatici con l'Europa (non bloccano le petroliere e i container), non erano stati dichiarati "decimati" dal governo americano e dal presidente Trump a marzo 2025, con i bombardamenti?


 

 

 

 

L’arduo spettacolo della disabilità

Una scuola aperta a tutti i ragazzi con disabilità, di tutti i tipi, dalla cecità all’autismo e all’hikikomori. E a non disabili – che spesso hanno l’incarico di seguire-aiutare i disabili. Con in più giovani carcerati ai lavori socialmente utili, con buone intenzioni e con cattive (la droga naturalmente).
Un’idea sorprendente, ma forse sovraestesa. Esagerata. Forse per voler essere realistica, o a ogni passo sorprendente: troppi casi, si rischia anche il filo.
La miscela risulta già sperimentata in Francia, con successo, “Lycée Toulouse-Lautrec”, e quindi c’è da attendersi che i tanti nodi si sciolgano via via? Sarà difficile in quattro puntate, questo adattamento avendo caricato una dozzina abbondante di partite, comprese alcune fra gli insegnanti – tre o quattro solo del preside, forse perché è Raoul Bova, con spalle pesanti? Anche perché qualche partita è a carico della disabilità – impervia, maliziosa – e quindi contro il senso comune. Ma bisogna sperare.   
Andrea Rebuzzi,
Tutto l’amore che resta, Rai 1, RaiPlay

martedì 29 settembre 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (643)

Giuseppe Leuzzi


L’ “Economist” non si capacita: perché l’Italia è fuori dall’epidemia fentanyl? Semplice, si risponde: la mafia lo tiene fuori, non tratta il fentanyl. 
Magari glielo ha suggerito un corrispondente romano. Perché si annoia, non ha che altro dire?
 
“La mia Venezia ormai è scomparsa”, Arrigo Cipriani, 94 anni, lamenta sul “Corriere della sera”, auspicandone il salvataggio in extremis. Venezia dev’essere “salvata” dacché c’è memoria. I veneti sono lagnosi? Sono litigiosi? 
“Il degrado non è solo colpa dei turisti”, Cipriani insinua ma non dice. I veneti sono omertosi?
 
La storia avanza lenta oppure veloce, nascosta oppure dichiarata, argomenta “Mephisto” sul “Sole 24 Ore Domenica”, “ma il fenomeno di lentezza più affascinante fu il Grand Tour che impiegò un paio di secoli, dal '500 al '700   per realizzarsi”. La (ri)scoperta dell'Italia - che pure, fino a un paio di secoli prima, primeggiava. Quella del Sud, all’interno dell’Italia, non si è ancora completata. Complessità? Inappetenza?
 
È anche vero che l'Italia si era cancellata per voler troppo pretendere, se Colombo era italiano. Aveva di che perdere. Il Sud era Meridione già da tempo. Presto Campanella si farà illustre nel nome di Galileo, ma nessun Galileo si occuperà di Campanella. Per non dire della poesia, o della pittura - roba da Roma in su. Giusto un po' di filosofia, residuo magnogreco?, tra Campanella, Bruno e Telesio - e poi, mal digerito, il boom dell’idealismo.
 
Nel G20Spiagge, la rete dei maggiori siti balneari italiani, il Sud figura con solo tre presenze: Sorrento, Taormina e Vieste. Tutt’e tre peraltro non propriamente siti balneari - non di massa (la Sardegna vi rientra con Porto Cervo). Le spiagge italiane sono venete, principalmente, toscane e romagnole.

Quella del G20Spiagge nn sarà una dimenticanza, se ora il Sud è meta del jet set, dopo le serie tv? Pantelleria e Panarea hanno da tempo ospiti di rilievo - anche Marettimo, dopo l’“Odissea” al cinema. Forse è un problema di comunicazione: il Sud non sa se continuare a collocarsi tra i poveri bisognosi oppure tra gli abbienti ottimisti. 

 
Ranucci con Lavitola, Boccia con Ranucci, le professioni di amicizia si sprecano in un contesto losco - di pettegolezzo, almeno finora. Di che deprivare Sciascia della sua nozione di amicizia pelosa, omertosa, siciliana. Certo, si può sempre dire che siamo in ambito meridionale, Boccia e Lavitola essendo campani, Ranucci di lì vicino.
 
“Il Sud è ancora quello di Camus”: Jovanotti lo scopre tardi, e se ne fa un mito. Della mediterraneità - il “pensiero meridiano” di Franco Cassano: della misura, della mescolanza, della vita oltre la morte. Del colore. 
Sarà (ancora) vero? A parte la luce (i colori), che è un fatto atmosferico, di longitudini.
 
Se le radici sono infette
La rivalutazione delle “radici”, della “italianità” in America p.es., riceve un brusco uppercut da Sylvester “Rocky” Stallone, nel libro di memorie a ottant’anni, “The Steps”. Dove si rivela uno dei maggiori conoscitori di Poe, Edgar Allan lo scrittore, di cui è in grado di fare un’anamnesi fra le più apprezzabili, e che avrebbe voluto portare al cinema, da cinquant’anni si trascina dietro una sceneggiatura, e ora sta per realizzarla, forse). E in cui dà conto, così sintetizza Gabriele Romangoli intervistandolo Stallone lungamente su “Robinson”, di “genitori pessimi”.
“In effetti è così “, è la risposta: “Dovrei ringraziare mio padre e mia madre per averi avermi trasmesso un senso d’insicurezza, per avere prodotto in me un complesso d’inferiorità e per avermi fatto vivere nell’angoscia”.
Dove, come? Romagnoli azzarda una ragione: “Suo padre che le ha rovinato una scena di «Rocky» (il grande successo di Stallone, n.d.r.), e poi è scomparso”? “Vede”, è la risposta ragionata, lui era come era perché sapeva di non poter essere altrimenti. Non aveva modelli diversi, migliori. Suo padre era freddo e arrogante. Non trasmetteva amore perché non sapeva cosa fosse. Mi ricordo le cene della domenica sera, tutti attorno a un tavolo, mia nonna e mio nonno in silenzio per quarant’anni. Lui diceva: dite a lei di fare questo. Lei rispondeva: direte a lui che non me lo sogno. Avanti così: insieme e separati. Che cosa vuole che capisse mio padre dell’amore? Per lui significava essere vulnerabile, essere debole”.
Sono varie le biografie di Stallone. Collazionando fra le più attendibili, è nato Sylvester Gardenzio Stallone, nel 1946, a Manhattan, da Jacqueline “Jackie” Stallone (1921-2020), e da Francesco “Frank” Stallone (1919–2011). Nasce in un istituto di carità, con una menomazione facciale, per l’errato uso del forcipe, nel quartiere popolare di Hell’s Kitchen. La madre, americana di nascita, figlia di un ebreo ucraino, originario di Odessa, John Paul Labofish, e di una francese, cattolica, Jeanne Victoria Anne “Adrienne” Clerec. Il padre, barbiere, nato a Gioia del Colle, Bari, figlio di Silvestro Stallone e Pulcheria Nicastri, emigrato con i genitori in America agli inizi degli anni 1930. Sono i nonni delle cui cene domenicali Stallone ha così brutto ricordo.
La madre, “astrologa delle celebrità”, promotrice di wrestling femminile professionistico, con problemi di alcolismo, se ne andò via di casa dopo che nel 1951 la famiglia si era trasferita da New York nel Maryland. Stallone e il fratello rimasero col padre, che nel Maryland ha aperto una catena di parrucchieri, e ama praticare il polo. Ma è molto severo in casa, e anche violento. A 15 anni Stallone si trasferì, col fratello minore Frank, dalla madre a Filadelfia, col secondo marito di lei e la sorellastra Toni Ann. La vita familiare non migliora, ma i due fratelli Stallone riescono a fare degli studi - Frank, poi musicista (e attore a tempo perso) anche a completarli.  
 
La grecità è un balsamo della vita
“Con lo sguardo dallo scoglio di Stalettì’, e “sulle rive del golfo di Squillace”, le spalle a “una landa quasi sconosciuta, dimenticata, mentre nell’antichità era un centro di civiltà”, il geologo tedesco Gerhard von Rath, che si avventurò in Calabria nel 1871, e ne scrisse (“Un’escursione in Calabria”), matura “la certezza che il pensiero e i lavori spirituali sono meno deperibili delle opere e dei monumenti materiali”. Di Sibari non c’è più niente, di Crotone neppure, ma lui fiuta, sente, non se ne libera, Pitagora, il suo avversario Eraclito, il suo discepolo Filolao, e Crotone “modello di tutte le città greche - di cui un antico detto sosteneva che «alias urbes, si ad Crotonem conferuntur, vanae nihilque sunt», le altre città sono niente se paragonate a Crotone”.
Lo stesso piace immaginare di Pavese a Brancaleone. Luogo di confino, a cui Pavese riesce a legarsi camminando, solo, lungo il mare. È l’lluminazione di Pavese nel deserto del confino - un esilio davanti al mare. Dopo le prime, ripetute, ripetitive, passeggiate davanti al mare, a una massa oscura, indistinta. Stalettì è lontana da Brancaleone, ma guarda lo stesso mare, lo Jonio, con la stessa angolazione, da Nord-Ovest a Sud Est, alla Grecia. E la disposizione presto si tramuta in quella di von Rath, la passeggiata rabbiosa trasvola in memoria e in fantasia. Che si eleva da terra ed entra nel mito. Nella riflessione quotidiana (“Il mestiere di vivere”, il diario), nella ricostruzione dell’ambiente e delle sue figure, in tentativi di oggettivazione del mito, che diventa tema di riflessione e stimolo di creatività, in personaggi e in situazioni. Fino ai “Dialoghi con Leucò”, Leucotea – una Leucòpetra ricorre nella sparsa grecanica calabrese sotto Brancaleone: da Brancaleone non si vede ma si sa che è poco oltre la finis terrae Italica.
Il confino, la disarticolazione materiale e mentale, una punizione, ebbe effetto diverso su Carlo Levi, qualche ano dopo. Che “vide” il Sud povero. Pavese ci vide – ci scoprì - il mito, la “Grecia”, nei racconti, nella fantasia.
Anche oggi, due piccole aree al Sud, la grecanica attorno a Capo dell’Armi, e la gricà nel Salento, dove solo permane di antica Grecia un fraseggio spezzettato di greco nel dialetto locale, vogliono immaginarsi legate dalla placenta coloniale antica.
 
Faide di Stato
Trent'anni fa si chiudeva, in Calabria, a Taurianova, la pratica delle faide familiari - con la faida forse più sanguinosa, almeno 32 morti. Ma la faida non è morta, la vendetta estesa ai familiari del nemico, anche non di sangue, anche innocenti. 
Dopo quarant’anni dall’ultima faida in senso proprio, perfino ridicola nella sua eccesiva ricerca della violenza, la pratica si perpetua a livello internazionale, fra Stati, fra popolazioni. Ridicola nella determinazione e la violenza eccessive, quasi caricaturali, da film horror. Tra persiani e arabi, p.es., tale è il disprezzo che in Iran si professa per gli arabi, del Golfo, e anche fuori del Golfo – salvo se sciiti (ma anche sciiti possono non essere di buona fede, p.es. in Iraq). O tra Israele e Palestinesi. E ebrei (ebrei, non israeliani) e islamici, arabi e non.
Gli scontri fra comunità o nazionalità il diritto eleva a guerre. Che però sono senza regole, e in tutto simili alle guerre del sangue, alle faide.
 
L’antimafia in assetto di guerra

Concludendo sull’Aspromonte la sua ennesima cavalcata lungo l’Appennino a piedi, lo scozzese James Maurice Scott paga il suo tributo al Cippo Garibaldi, là dove Garibaldi fu ferito nel 1862 dai soldati del re d’Italia. Con una sorpresa, racconterà rinfrancato e divertito alla fine del suo lungo resoconto, “A Walk along the Appennines" - alla p. 63 dell’ultima parte del racconto pubblicata separatamente, “Sull’Appennino calabrese”, Rubbettino): “Prima di lasciare il campo di battaglia devo raccontare di un’interessante scena alla quale assistetti d’estate in quel luogo. C’erano jeep piene di carabinieri armati dappertutto. Era stato allestito quello che appariva a tutti gli effetti un quartier generale con le antenne radio e tutto il resto, mentre un elicottero ci girava lentamente intorno. Ero l’unico uomo disarmato e non in uniformemente nel raggio di diverse miglia. La curiosità mi divorava ma non osavo chiedere a quegli agenti così indaffarati cosa stesse succedendo.
“Me lo spiegò più tardi un amico italiano che aveva letto qualcosa al riguardo sul giornale. I carabinieri avevano ricevuto una soffiata sul fatto che la Mafia Siciliana e quella locale avrebbero tenuto una sorta di meeting sull’Aspromonte, che era stato opportunamente scelto come luogo dell’incontro. C’era la possibilità di catturarli tutti. Alla fine non venne preso nessuno in quella montagna da banditi”. Chiudendo con la chiosa: “Ma non posso fare a meno di confessare che io stesso avrei tanto desiderato d’essere arrestato. Avrei potuto tenere banco per anni, con quella storia, durante le cene fuori casa.  Rimasi deluso”.
Qualche anno dopo, moltiplicandosi i rapimenti di persone, l’Aspromonte fu militarizzato. Chi cvi circolava veniva fermato e registrato. Una formazione speciale dei Carabinieri fu formata, Cacciatori dell’Aspromonte, tute nere, elicotteri e gipponi, caserme sparse e acquartieramenti. Non un solo rapito fu liberato, nemmeno per caso. E ora gli immobili stanno lì ammuffiti, ingrigiti – ma, ancora con le imposte, non vandalizzati. L’Autorità senza autorevolezza – o senza funzione?
Gli elicotteri si usano per stanare ogni anno tre o quattro (piccole) piantagioni di erba, e per l’indennità volo.
 
Cronache della differenza: Aspromonte
“Il nome, così dicono i dotti, deriva dal greco aspros, bianco. Mi pare però una spiegazione un po’ tropo sofisticata”, arguisce James Maurice Scott, al termine della sua randonnée a piedi dell’Appennino, nel 1971-72 (“Sull’Appennino calabrese”, p. 55): “Certamente l’Aspromonte è bianco in inverno, ma in ciò non differisce dal resto degli Appennini…. Perché non dovrebbe derivare invece dall'italiano aspro….Forse perché è una spiegazione troppo semplice".
 
“Una montagna amabile”, la dice Scott: “Non è una montagna per alpinisti: sebbene la cima sia difficile da individuare, la si può scalare con le mani in tasca”. È sulfurea solo per i Carabinieri? Com’è che è diventata la montagna dell'orrido per i servizi segreti e per i media?
 
Arrampicandosi sull’Aspromonte”, sempre Scott, pp. 60-61, “si rimane colpiti dai boschi e dai terrazzi”. Dalla luce. “I boschi, che meritano a pieno titolo di essere definiti foreste”, sono di faggi, querce, pini, “ma i terrazzi sono la caratteristica più distintiva”. Di massiccio aperto da ogni lato sul mare: “Si ha l’impressione di trovarsi su una pianura fin quando non ci si avvicina all'altro pendio”.
“Ogni terrazzo, che può raggiungere anche diverse miglia quadrate dì estensione, ha un proprio clima e una propria vegetazione che sono dissimili da quelle degli altri terrazzi, e offre una visuale diversa. Fa parte dell’infinita varietà di questi luoghi".
 
“Nelle radure, feste fiori sacrifici sull’orlo del mistero che accenna e minaccia di tra le ombre silvestri. Là, sul confine tra cielo e tronco, poteva sbucare il dio. .. Carattere… della fiaba mitica è la consacrazione dei luoghi unici, legati a un fatto a una gesta a un evento. A un luogo, tra tutti, si dà un significato assoluto, isolandolo nel mondo. Così sono nati i santuari” (Cesare Pavese, “Del mito, del simbolo e d’altro”, in “Feria d’agosto”). Così è nato Polsi, nel seno più recondito della Montagna.


leuzzi@antiit.eu


Dante e Petrarca ragazzi a New York

I boys sono i poeti dell'amore scritto: ricordato, rimpianto, inseguito, un po' anche tormentato - o forse solo vagheggiato. 
Il secondo di una serie di seminari online, che la rivista intitola  all'"Amore non corrisposto", "spazia dal tardo Medioevo all'inizio dell'era romantica, concentrandosi su opere in cui le passioni furiose e non ricambiate dei narratori maschili li conducono ad atti di creazione o distruzione. La Vita Nuova di Dante  ripercorre il modo in cui l'ossessione infantile del poeta per Bice di Portinari ("Beatrice" nelle sue opere successive) lo trasformò in poeta. Petrarca, nel suo Canzoniere, ispirandosi ai poeti romani, traccia il percorso della sua disperata idolatria di "Laura" sia durante che dopo la sua vita, consolidando molti dei tropi del genere per i secoli a venire; accanto a Petrarca leggeremo alcuni sonetti di Shakespeare dedicati alla "Dama Oscura". Questo il programma di Mendelssohn.
Il seminario si conclude con due sessioni dedicate al romanzo di Goethe "I dolori del giovane Werther".
Il webinar consta di quattro sessioni di un'ora ciascuna: 7, 14, 21 e 28 ottobre. Tutte le sessioni inizieranno alle 19:00 EDT. L'iscrizione parte da 119 dollari (escluse le commissioni di Eventbrite). I soci a pieno titolo e gli uditori avranno accesso alle registrazioni di ogni sessione, che potranno essere visualizzate privatamente al termine delle sessioni in diretta.
Daniel Mendelssohn, The Boys Stories: Dante, Petrarca and Goethe
 , "The New York Review ob Books", webinar, ottobre

lunedì 28 settembre 2026

Appalti, fisco, abusi (250)

“Ridurre l’Irpef per il ceto medio”, parla bene il governo – alla vigilia delle elezioni. Dopo aver portato la fiscalità al 42,9 per cento, record nell’Europa continentale.

 

C’è lo scandalo, rituale, dell’Irpef, che pochi pagano – tutti poveri nella ricca Italia. Il governo per primo è indignato. Ma cosa ha fatto - questo governo come i precedenti -  per cambiare le procedure di accertamento dei redditi reali? Niente. Solo aggiorna le statistiche dell’evasione, per indignarsi meglio.


L'Inps riduce le pensioni, dopo venti e trenta anni di trattamento. Le "ricostituisce". E le riduce non di poco, di 100 e 200 euro. Mentre il governo vanta migliorativi. L'"Inps risponde" non risponde. E il numero verde tronca la chiamata, dopo attese di mezz'ora. Nel silenzio dei media e dell’opposizione - "Il governo non l'ha detto".


Nelle case popolari 16 mila famiglie morose. Solo a Roma. Su  48 mila. “Per un volume complessivo di 700 milioni. A vantaggio di 16  mila famiglie". Coperte dall’Isee? Che è falsificato – non controllato.
 
Si moltiplicano i "piani casa”, del governo, della Bei,  di chi passa. Di costruzione di alloggi e residenze per studenti a buon mercato. Contro il caro affitti. Che saranno pronte fra cinque anni come minimo.
 
Singolare piano del governo: tra i nuovi alloggi 59 mila sono le case popolari da ristrutturare, oggi inagibili. Cioè abbandonate.
 
L’Ater di Roma, l'azienda comunale per l'edilizia popolare, del Comune, è in causa col Comune per 67 milioni che non intende pagare. E cioè, più o meno, l’Imu. 
 
Si moltiplicano i lavori infiniti del Giubileo con i fondi del Giubileo. Marciapiedi per nessun pedone.  Sopraelevazioni - per ridurre la carreggiata del traffico? Per eliminare i posti macchina-parcheggi? Per distribuire soldi – finite le vacche grasse delle piste ciclabili (340 km, più 185 appaltati), non utilizzate e per lo più piste di erbacce e rifiuti. Sono ricomparse pure le fioriere: giganteschi vasi di cemento armato, con piantine che seccheranno tra un mese e nessuno curerà. L’appalto per l'appalto (per smaltire le fioriere, boom subito crollato con la giunta Rutelli venticinque anni fa?). La corruzione a cielo aperto sembra inverosimile, ma a Roma si può.

Cronache dell’altro mondo – in ritirata (430)

Mercoledì le ultime truppe americane lasciano l’Iraq. È la fine formale della guerra contro lo Stato Islamico, e della presenza militare in Iraq – il ritiro era già stato completato in Siria, in primavera.
E sembra probabile che gli Stati Uniti riducano o ritirino la loro presenza militare nella penisola arabica, una volta conclusa la guerra con l’Iran. Il ritiro l stesso presidente Trump aveva preparato nella prima presidenza, con gli “accordi di Abramo”, allentando i possibili motivi di ostilità con Israele.
Il ritiro dalla penisola arabica, già auspicato da Trump, si ritiene faccia parte indirettamente del negoziato in corso con l'Iran.  L’auspicio è che l'Iran possa trovare una base di coesistenza con i potentati arabi del Golfo.
Il ritiro dal Medio Oriente, nel quadro di una riconcentrazione delle forze con l'abbandono del multilateralismo con garanzia militare americana, per un riequilibrio pacifico con l’interlocutore Cima, segna un cambiamento epocale per la regione: dalla fine e la dislocazione dell’impero ottomano un secolo fa, il Medio Oriente è sempre stato governato da remoto, dapprima dalle potenze coloniali, Francia e Gran Bretagna, poi, dal 1956, dagli Stati Uniti.
 

Se la borghesia rifiorisce al Sud

Nell’estate del 2010 Valensise decise di prendere sul serio il mestiere di giornalista che da qualche tempo praticava al "Foglio" (dopo essere stata francesista con Giovanni Macchia, assistente a Parigi e editrice in traduzione del grande storico francese François Furet, “Il passato di un’illusione”, sulle debolezze del comunismo in versione sovietica, e assistente di Ronchey ministro della Cultura nel governo Ciampi, 1993-1994 - sarà poi alla direzione dell’Istituto Italiano di Cultura a Parigi e presidente, quale è ora, dell’Inda, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, a Siracusa), e si fa “inviato” a Palermo, per un’inchiesta, “Sicilia, laboratorio politico d’Italia” (si pensava così, ancora quindici anni fa). A Palermo le cose non le piacciono (la grande novità erano i soliti giochetti della politica siciliana, di tutti contro tutti, solo più suicidari - nella fattispecie di Micciché, che dopo aver fatto due en plein elettorali nell’isola per Berlusconi, ora ne silurava da ogni banda il partito). Ma già a Catania trova persone e cose di interesse, in abbondanza, che le ravvivano  recenti ricordi.
Marina Valensise è stata infatti bambina e ragazza felice a Polistena, cittadina ai bordi della Piana di Gioia Tauro, figlia di un padre amabile\amato, il senatore (missino) Raffaele, coi tre fratelli, i cugini che facevano incursioni indiavolate da Palmi, e il mare trasparante alla Tonnara. Una memoria felice, al ricordo e per i lettori, che aveva già pubblicato sul “Foglio” l’estate precedente, e ora pone in apettura al suo “viaggio intorno al Sud”. O un anno di Sud. Dopo l'estate in Sicilia l'a
utunno in Calabria.  Anche qui non molto felice, specie nella "sua" Calabria, magnogreca o Ultra Prima (la provincia di Reggio). Ma sì già nella Calabria Citra, il cosentino - benché governata dal non amato capo socialista Giacomo Mancini. (Valensise è solidamente conservatrice, fino al legittimismo: rivaluta di passaggio la resistenza di Francesco II, l'ultimo re di Napoli, a Gaeta; Murat, in cui s'imbatte spesso, fa "il re bonapartista", "il cognato", "ex locandiera fallito",  "l'usurpatore dei Borboni", etc.; nei Beati Paoli trova una banda di Robin Hood). E poi via via sempre di più e sempre di meglio scopre in Basilicata - "per chi arriva dalla Calabria, la Lucania Basilicata sembra la California" (Basilicata o Lucania? “Era Lucania il nome antico ripreso dal fascismo fino al 1947” – ma non è la terra dei Lucani, l’antica imbattibile popolazione di guerrieri? 'Lucania Basilicata' è ben detto, una Lucania "regalizzata"). E il Salento, di scoperta in scoperta, e Taranto-Bari, e la Campania, tesoro nascosto, dentro e fuori Napoli – “da unica capitale d’Italia a prefettura”. Un pullulare di iniziative, imprese e persone, soprattutto le persone, che  accendono gli entusiasmi, della scrittrice e del lettore. “Autunno” Calabria, “Inverno” Basilicata e Puglia, “Primavera” Puglia e Campania” è la scansione. Resuscitando il Grand Tour, il genere plurisecolare del “viaggio” europeo alla scoperta dell’Italia, ironicamente ma non del tutto.

Valensise ne scrive con entusiasmo, anche per i lettori, perché, forse inconsciamente, ritrova nel Sud, in molti luoghi e persone, la “sana borghesia” nella quale è cresciuta. Spesso corroborata da radici araldiche ma non necessariamente. Che vuole e sa maneggiare con disinvoltura per la sua stessa formazione e vocazione conservatrice, ancorché liberale. Di cui è una delle poche a cui è stato permesso (Giuliano Ferrara ha permesso) di parlare. Di “valori”, come intrapredenza, cosmopolitismo, coraggio, impegno personale, di energie e di risorse, con cadute oltre che di successi, una visione non ideologica della vita e del vivere, e un’attività propria e in proprio. Del tutto all’opposto di quanto il Sud, negli anni successivi alla sua infanzia-adolescenza, è venuto a rappresentare, e anche a essere: il posto, le pensioni di invalidità, e la lagna – non ce n’è mai abbastanza.
Valensise forse non lo sa, non lo sapeva quando ha scritto, quindici anni fa, poiché non lo dice, non lo rivendica. Ma è plateale, ed è quello che fa la lettura sempre viva, curiosa, interessata. È una scoperta per l’autrice. Che se la fa spiegare da un nobiluomo, il regista Edoardo Winspeare, barone: "Io adoro 'Il Gattopardo', i Barracco, i Berlingieri e i grandi latifondisti, ma invece di lamentarsi, mi domando, non potevano inventarsi qualcosa anche loro?" 
È una scoperta per il lettore: non ha molti altri libri che glielo raccontino, forse non ne ha affatto. 

Il Sud è il “Sud”, la macchia eterna della Repubblica, dalle pensioni alle mafie, perché la sua borghesia, ancora viva negli anni 1950, e nei primi anni 1960, p.es. nello stesso ambiente in cui l’autrice viveva, Polistena, Palmi, la cittadina diffusa della Piana di Gioia, e poi é scomparsa. Per la mafia? Per lo Stato, insieme con la mafia. Non c’era la mafia nel reggino negli anni 1950 – l’“onorata società” era di vagabondi che si vedevano talvolta esibire il “muffu”, un fazzoletto di seta colorata a significare che erano “di giornata”, ma non disturbavano nessuno e si limitavano al contrabbando, raro, di sigarette, e ai biglietti falsi, al più di mille lire. C’erano le faide, che sono altra cosa. Poi mettono radici i Piromalli a Gioia Tauro,  i Crea a Rizziconi, i Pesce a Rosarno, i Nirta e i Pelle a San Luca, i De Stefano a Reggio, i Mammoliti a Oppido Mamertina, gli Alvaro di Sinopoli – con tentacoli, questi, tuttora attivi, per tutta l’antica signoria degli Spinelli, conti di Sinopoli: Cosoleto, Delianuova, Lubrichi, Santa Cristina. Pensare chi e cosa erano i Nirta. Non c’era la mafia, la mafia è nata e ha prosperato con la Repubblica. I Mammoliti di Castellace si ricordano piangere il padre morto di coltello su un carretto a stanghe, lungo lo stradone bianco, padroni poi di farsi fare di un tratturo una strada, e di tutti i regolamenti europei, con annesse provvigioni, alle quali l’accesso era garantito, da una burocrazia per una volta efficiente. Poi sono finiti per la caparbietà di Teresa Cordopatri, sorella del loro unico assassinato - peraltro preterintenzionale: basta poco, sarebbe bastato. Lo Stato - i  Carabinieri, i giudici – non hanno protetto la società non proteggendo la proprietà (“se hanno i soldi paghino”, si diceva dei rapiti, nella stagione dei rapimenti – mai nessuno fu liberato dallo Stato, attorno all’Aspromonte la metà dei 694 rapimenti ufficialmente censiti in Italia, una vendemmia).

Tema sensibile, si dice, perché coinvolge l’antimafia, l’attività repressiva dello Stato. Che infetta anche lo spirito libero della scrittrice. Il suo “Autunno in Calabria” comincia male, a rischio dissuasione dalla lettura, col tutto è mafia di Gratteri, e del duo a Reggio Calabria Pignatone-Prestipino, nuovi-vecchi arnesi democristiani ponziopilateschi – “là fuori è tutto mafia” (questo non lo dicono i tre, Marina Valensise se lo è perduto, lo dirà Federico Cafiero de Raho, il successore di Pignatone a Reggio, che non usciva di casa, diceva, per non infettarsi - e così diventò Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo per ben cinque anni, e poi deputato onorato grillino, un carrierone per non aver mai lavorato).
Marina Valensise,
Il sole sorge al Sud, Marsilio, pp.378, ril. € 22

domenica 27 settembre 2026

Problemi di base terrorsti bis - 933

spock
 
C’è la causa buona e la causa cattiva?
 
La bontà di uccidere, chi capita?
 
E la vendetta – la faida?
 
Il nemico, certo, fino alla ennesima generazione?
 
Un gioco a cui non vince nessuno?
 
Una guerra senza pace: sacrificare per sacrificarsi?

spock@antiit.eu

La santità adolescente

La vita breve di Carlo Acutis, morto quindicenne di leucemia fulminante nel 2006, proclamato santo un anno fa. Una vita normale oltre che breve. Di un ragazzo che vive come tutti, frequenta le scuole e gli amici, gioca al pallone, si appassiona del computer, insegna il catechismo ai piu piccoli, si occupa dei poveri e degli emarginati. Con un occhio particolare per Rajesh, il domestico che viene dalle Mauritius. 
Una ordinarietà che Campiotti, forte di una lunga esperienza di agiografie, vitalizza col dialogato, un montaggio svelto, e gli interpreti. Aiutato da Lucia Mascino nel ruolo della madre, e da Samuele Carrino. Una santità adolescente, senza predestinazioni e senza macerazioni.
Carrino, reduce da "Il ragazzo dai pantaloni rosa", ha saputo smontarsi e rimontarsi. Il film deve a lui buona parte dell'attrattiva. Aiutato dai video di cui Carlo Acutis si dilettava, semplici.
Giacomo Campiotti, Il mio nome è Carlo, Canale 5, Mediaset Infinity