giovedì 8 ottobre 2026
La guerra civile fra polacchi e ucraini e altri racconti
Un’accorta, semplice, fenomenologia del paese, negli occhi della gente. Lampi,
idee, di racconti. Da giornalista, quello che vive della velocità (chi “copre” prima
il fatto ha l’articolo in pagina), della tempestività (non lasciarsi sfuggire
la cosa vista, l’idea), della linearità (il taglio giusto, la frase giusta). Che
insieme gli danno la misura e la forma mentis. Frammenti di racconti,
immagini, lampi, abbozzi di personaggi o semplici enunciati.
mercoledì 7 ottobre 2026
Appalti, fisco, abusi (250)
Il governo che "non mette le mani in tasca agli italiani” ha portato la tassazione al 42,9 per cento del pil, quota mai vista. Mentre si nutre anche delle pensioni: sterilizzando l’adeguamento all’inflazione ha sifonato, calcolano Gabanelli e Ravizza, col leghista (ex?) Brambilla, sul “Corriere della sera”, ben 8 miliardi in due anmi. Nutrirsi dei pensionati, questa ancora si doveva vedere.
Con l’Inps, bisogna aggiungere da varie
segnalazioni, al suo meglio, cioè al suo peggio. A chi toglie 100 euro, a chi 50,
da qualche tempo con le insindacabili “ricostituzioni”. Ad libitum,
senza cioè una previa decisione motivata per ricalcolare le pensioni, dopo
venti o trenta anni. Pensioni “contributive”, cioè pagate – immaginarsi un’assicurazione
che, quando avete finito di pagare e siete andati in pensione, vi toglie “qualcosina”
del pagato.
Non è tutto: l’Inps “ricostituisce” in
segreto, operazione che, se fosse onesta, andrebbe invece fatta in
contraddittorio – parliamo sempre di pensioni “contributive”, cioè pagate,
anticipatamente.
E poi: con quale criterio? Perché sono
le più alte? L’Inps dei Robin Hood? No, l’Istituto è il solito feudo dei sindacalisti
falliti, che si preparano la mattina il “lavoro” per il pomeriggio, da
consulenti caf. Si direbbe uno scandalo, ma non in Italia.
Contro questo Inps di ladroni c’è solo
la causa in tribunale, di almeno tre anni. Da qui forse la rabbia leghista, di
anticipare la pensione il più possibile – per averte più gente da impallinare?
Federcasa pubblica le stime del costo medio
per alloggio popolare da costruire in base al piano del governo per gli alloggi
Erp, le case popolari. La cifra mediana è di 30 mila euro. Ma si va dai 15 mila di Macerata ai 56 mila di Bari – fuori lista Acireale, dove costeranno 85 mila
l’una, quasi cinque volte Macerata.
Perché tanta differenza? Per la rendita
urbana, il costo dei terreni.
La rendita urbana, la vera “speculazione
edilizia”, non va con la ricchezza media dei territori. I costi più bassi dei
nuovi alloggi popolari sono in aree ricche, Grosseto e Prato dopo Macerata. La rendita
si fissa su basi speculative, non di mercato - “prendere o lasciare”.
Con la rendita libera non si va da nessuna parte – non
nel senso ci controllare l’inflazione.
Il vecchio Gattopardo e il giovane Stendhal
Un autore che si penserebbe
a specchio, epocale anche lui, storicizzante, viaggiatore d’istinto (“turista”), che
però lascia freddo Tomasi, in questa monografia pure curata per i suoi pochi uditori,
figli di amici. Legge per loro tutto Stendhal, compreso quello “minore”.
La partenza è entusiasta:
“Tutte le opere di Stendhal hanno un carattere di estremo interesse e sono di
primo piano. Anche quelle minori sono impregnate dalla sua originalissima
personalità che permea prepotentemente gli schemi più vieti e, a prima vista,
infecondi”. Ne elogia tutto, con gusto per l’aneddotico, e per l’esperienza d’autore
– la ricostruzione di ogni progetto o bisogno di scrittura. Offre anche spunti per incuriosire i giovani allievi. Ma con riserve per
i romanzi: per la loro costruzione e per la filosofia. Senza, p.es., gli entusiasmi
per le opere minori. Specie le “turistiche” – le “Promenades dans Rome" sono un capolavoro.
Del resto, anche “Stendhal cominciò a pubblicare tardi: aveva circa trenta anni”.
Da che le riserve
sui romanzi? La costruzione, i singoli pezzi, i personaggi? La differenza
politica. Tra il progressista, comunque “giovanile”, entusiasta, combattivo, e
il conservatore, per di più deluso, inquieto (irrisolto) anche nel passatismo.
In questo aiuta l’introduzione,
del compianto italianista Philippe Renard. Col paragone fra “la scena del ballo
del ‘Rouge’ e quella, famosa, del ‘Gattopardo’: da un lato la tensione tra un passato
rivoluzionario e un futuro che si vuole comunque aperto, dall’altra “ori minutamene
descritti”, ristori, danze, "con, in sottofondo, la meditazione solitaria di un
Principe che nei saloni affollati si apparta per meglio sentire pulsare in sé
il gong della morte”.
Un confronto,
inevitabile per il lettore. Senza un giudizio – senza pezze d’appoggio per ricevere
o dare un giudizio. Senza nemmeno un rimpianto - a fronte, se non altro, dell'iperattivismo o giovanilismo dell'ultratrentenne Stendhal. Non in superficie.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Lezioni su Stendhal, Sellerio, pp.83, pp.vv.
martedì 6 ottobre 2026
Il mondo com'è (502)
astolfo
Bassano – Famiglia
celebre a Londra nel secondo Cinquecento di musicisti fatti venire con lauti
stipendi dall’Italia. Animatori di consort di flauti dolci, e anche di
violini e di viole. Il re Enrico VIII, che ammazzava le mogli e volle una
chiesa scissa da Roma per potersi risposare a piacimento, era un italianista,
come lo sarà la sua figlia Elisabetta, a lungo regina dopo varie turbolenze, e
tra i tanti suoi legami con la penisola ne stabilì pure uno musicale: i
Bassano, flautisti, saranno influenti a Londra per quattro generazioni.
Battista Bassano
emigrò a Londra nel 1540 con quattro fratelli su invito di Enrico VIII. Di
famiglia di musicisti – il padre di Battista era un fabbricante di strumenti musicali
e suonatore di sakhbut, come era chiamato a Londra il trombone dell’epoca.
Tutti stipendiati, con alloggio demaniale in una ex certosa, Charterhouse – ma bel
1552 saranno in grado di prendere casa a Londra, Bisghopsgate, Nord-Est, un quarztiere dove mti engozianti er
ano ityaliani, in gran parte veneziani.. Nel 1545 erano stati riconosciuti “denizen”,
a metà cittadini e a metà stranieri (potevano possedere immobili e terreni ma
non ereditarli, potevano votare ma non essere eletti, né averef incarichi pubblici,
civili o miltari.
Il nome, derivato
da Bassano del Grappa, ha fatto pensare che fossero di ceppo ebraico e
arrivassero a Londra in qualche modo da rifugiati. Ma le ricerche anagrafiche
hanno stabilito di no – a parte il fatto che gli ebrei Enrico VIII non li
voleva, mentre a Venezia prosperavano. Emigrarono a Londra semplicemente perché
la musica vi era un’attività importante e continua, che interessava la nobiltà
e aveva un mercato, nei teatri, mentre a Venezia si suonava per una mercede in
rare occasioni pubbliche, e al benvolere di qualche autorità, civile o
religiosa. Alla morte nel 1576 di Battista, il capostipite dei Bassano a
Londra, l’eredità si trovò cospicua, avendo avuto assicurata a corte una
rendita di 30 sterline l’anno - il reddito di un calzolaio a Londra era di 4
sterline l’anno, di un birraio di 10.
L’italianista
americana Tamie Targoff (che sposa invece l’ipotesi che i Bassano fossero ebrei,
per il nome, comune tra ebrei, e le relazioni con altre note famiglie ebraiche
di Venezia – ma a Londra li fa abitare in una Certosa dismessa, e l’esponente poi
più in vista della famiglia, Aemilia, illustra come poetessa dei vangeli) li ha
trovati ben addentro alla società di corte elisabettiana, nella sua
recentissima indagine sulle poetesse a Londra ne secondo Cinquecento, “Le
sorelle di Shakespeare”. Battista Bassano, p.es., aveva avuto come
compagna (“ritenuta moglie” nel testamento di Battista) una donna inglese, benché
di umili condizioni, Margaret Johnson, ed era padre di Aemilia (sposata) Lanyer,
la poetessa, in latino e in inglese, e di Angela (sposata) Holland, nobiluomo
di corte. Che s’incontravano e poetavano in musica ospiti apprezzate nei lunghi
recess della sovrana in estate, che le grandi famiglie a gara ospitavano
in estate nelle loro residenze con corposi programmi di svaghi, per lo più
intellettuali. Insieme con Battista sei suoi nipoti figurano musici a Londra, figli
del fratello Agostino: Alfonso, secondo marito di Aemilia, musicista a corte, e
Augustine, Arthur, Andrea, Edward e Jeronimo.
“Battista e i suoi
fratelli erano rimasti al servizio della corona”, ricorda Targoff, “nei tumultuosi
anni 1550 – indipendentemente dai cambi di regime, i consort di flauti continuavano
a suonare - e i Bassano erano elencati come membri della casa reale quando Elisabetta
salì al trono. Secondo il fratello di Battista, Agostino, la regina condivideva
il gusto di Enrico VIII per i flauti e volle che i fratelli si occupassero di
lei su base quotidiana. In una lettera inviata a Elisabetta nel 1588, scritta
in italiano, le assicuravano che stavano educando “i bambin ad essere virtuosi
in modo che siano capaci di servire vostra maestà”. Tra il 1545 e il 1552,
scrive ancor a Targoff, “Battista può avere servito come insegnante di italiano
alla giovane principessa, e le insegnò a suonate il liuto. Nel 1565, i libri
della contabilità regale lo menzionano donatore alla regina di un liuto
veneziano come regalo per il Nuovo Anno”.
“Quando Battista
morì”, scrive Targoff, “nel 1576, il legame di Aemilia alla regina fu
interrotto bruscamente. Lei e sua madre, Margaret, perdettero gli agganci di
Battista con la corte”. Ma le fortune dei Bassano, e della giovanissima Aemilia,
sette anni alla morte del padre, si riprenderanno presto – è una delle poetesse
che prende più spazio tra “Le sorelle di Shakespeare”.
Nunziante – Sono due,
padre e figlio, entrambi prominenti nella storia dell’Ottocento: il padre Vito
per la capacità, militare e amministrativa, al servizio dei Borboni, il figlio
Alesandro (uno dei 14 figli avuti da Vito da due mogli, figlio di secondo letto)
inviso ai legittimisti neo borbonici, a suo tempo e tuttora, come “novello
Caino”, per il ruolo avuto nell’abbandono dell’ultimo re Francesco II, che lo
aveva beneficato – ma inviso anche a Torino, dove si ebbe onori e incarichi ma
senza considerazione.
Vito Nunziante, alto forse due metri o poco meno, nato povero a Campagna,
nel salernitano, nel 1775, moriva sessant’anni più tardi generale e marchese di
San Ferdinando. Fece un balzo nella considerazione e nella carriera, benché
sprovvisto di beni e di titoli, da giovane ventenne, al tempo della Repubblica
partenopea: raccolse un suo proprio reggimento di fedelissimi del re Ferdinando
IV per unirsi alle masse sanfediste del cardinale Ruffo. Durante il decennio francese, di Giuseppe Bonaparte e
poi di Murat, tenne per un periodo Reggio Calabria, una piazza rimasta in mano
ai Borboni. Poi, passato in Sicilia, riorganizzò le forze borboniche, in collaborazione
con gli inglesi. E sostenne gli inglesi con alcune formazioni nella guerra contro
la Francia in Calabria nel 1807-1808. Fu lui a catturare Murat nello sbarco di Pizzo. E a
organizzare il tribunale militare affrettato che condannò Murat a morte. Sentenza
che però avrebbe voluto non eseguire – Pietro Colletta, murattiano, ne ha buona
opinione nella sua storia. Ma la sentenza era diventata un ordine del re
restaurato a Napoli.
Alla restaurazione Ferdinando IV, ora Ferdinando I delle Due Sicilie,
narra Marina Valensise in “Il sole sorge al Sud”, “gli offrì nel 1818 il titolo
di marchese e una bella proprietà irraggiungibile nella Calabria Ultra, quella lingua di terra
di oltre 800 ettari, completamente incolta e paludosa, che correva sulla sponda
sinistra del fiume Mesima, lungo la costa tirrenica. In cambio, avrebbe avuto
cinque anni di tempo per bonificarla, riservando un terzo dei terreni al Comune.
Infestata dalla malaria e distrutta dal terremoto del 1783, che aveva raso al
suolo 109 villaggi, causando la morte di 32 mila persone, la piana di Gioia era
all’epoca una zona disabitata. La vicina Rosarno contava solo 780 abitanti. Così,
per la bonifica, il generale Nunziante fece venire degli sterratori da Cosenza
e arruolò un certo numero di condannati al confino con meno di quattro anni da
espiare, i cosiddetti «servi di pena», che finita la bonifica si stabilirono a San
Ferdinando”.
Buona parte del marchesato è stato scavato centocinquant’anni dopo per aprire
il gigantesco porto transhipment di Goia Tauro.
Virgilio Titone –
Uno storico, 1905-1989, oggi dimenticato, della
“Sicilia spagnuola” e dell’“Illuminismo in Italia”, che ancora fanno testo, protagonista
negli anni1960-1970 del polemismo giornalistico, antesignano dei talk-show odierni
in tv. Nato e morto a Castelvetrano, cittadina oggi illustrata dalla famiglia
Messina Denao, ma ricco centro agricolo (qui s’inventò l’uva Italia), nonché patria
di molti cervelli, p.es. Giovanni Gentile. Oltre che studioso, Titone fu
polemista, collaboratore, spesso rubrichista, delle pubblicazioni più
influenti, dal “Mondo” all’“Espresso” e al “Corriere della sera”.
Professore di Storia
Moderna e Contemporanea all’università di Palermo. Amico di Tomasi di Lampedusa.
Gioachino Lanza Tomasi, il nipote erede dell’autore
del “Gattopardo”, lo ricorda abituale frequentatore del tardivo scrittore, nella
ristretta cerchia che usava riunirsi ogni mattina per la conversazione nella
pausa caffè: “Tomasi
di Lampedusa s’incontrava con pochi e selezionati amici: al Caflisch di via
Ruggero Settimo, al bar Mazzara, alla libreria Flaccovio. Con Titone v’erano,
di solito, lo storico Gaetano Falzone e il barone magistrato amministrativo
Enrico Merlo” (“I luoghi del Gattopardo”).
Pio Libero Virgilio all’anagrafe, di famiglia socialista, fu antifascista durante il regime, poi polemista di sinistra, e apodittico più che arguto. Come lo dirà Roberto
Ciuni, direttore del “Giornale di Sicilia” dal 1970 al 1974 (finito nelle
liste di Gelli), assumendo l’incarico: “Le opinioni di questo storico siciliano
dalla vena polemica solitamente nascondono l’amarezza sotto toni bruschi,
qualche volta sgradevoli. Ma sono sempre stimolanti, sempre disponibili al
confronto, sempre sinceramente provocatorie”.
Teorizzò una “questione settentrionale”. In forma di
emigrazione, di persone e di modi, dal Sud al Nord, mafiosità compresa – teoria
che Sciascia sintetizzerà nel 1970 sulla “Stampa”, in conversazione con
Giampaolo Pansa, come “la linea della palma”, che rimontava la penisola. Non la mafia, una mentalità “mafiosa”. Senza fare sconti al Sud, e non solo per le mafie.
Soprattutto anzi, specie per la Sicilia di cui a lungo si occupò con
insistenza, per gli sprechi, il vittimismo, la burocrazia inerte o incapace. Con
una interessante distinzione tra le “società della conversazione”, curiose, cioè, e
aperte al dialogo, al confronto, all’innovazione, allo sviluppo, e le “società
del silenzio›”, cioè, non dette, quelle del Sud, chiuse in se stesse e quindi soggette
a ogni sorta di degenerazione.
Fu anche, dal
punto di vista teorico, un anticipatore del “declino delle ideologie”, già negli
anni 1960, post-boom e prima del Sessantotto. Nonché fine analista
di Simenon, del suo valore letterario, più che di autore di grandi successi di breve
durata.
Finché non si fece animatore di una “cultura di destra”. Nel
gennaio del 1973 organizzò a Torino una sorta di Congresso Internazionale della cultura “di
destra”. Con Armando Plebe, altro teorico di sinistra-destra, lo scrittore Berto,
il commediografo francese Jonesco, Vintila Horia. Si candidò anche, non eletto,
alla Camera, per il partito Liberale. L’anno dopo il congresso di Torino lasciò
l’università – finendo nel “cono d’ombra”, come Scalfari dirà le opinioni che
non fanno opinione.
astolfo@antiit.eu
Gide protofemminista
Visto da lei,
visto da lui, visto dalla figlia della coppia. Un rapporto, e quindi una vita, felice
e infelice. In tre distinti racconti, “La vita delle mogli”, Roberto”, “Géneviève”
(tradotto “Genoveffa”).
Era un’idea di
narrazione tra le due guerre, del “punto di vista”, un esercizio che attrasse
anche Aragon, e Giono. Con situazioni però diverse, della coppia nel mondo,
mentre qui si relativizza l’amore, o il rapporto intimo: il punto di vista seziona
il rapporto di coppia e parentale, non i condizionamenti esteriori.
Questo di Gide,
tre racconti (di cui il secondo, “Roberto”, o “visto da lui”, è dedicato al
famoso filologo Ernest Robert Curtius), o un romanzo in tre parti, che vide la
luce dopo una lunghissima gestazione, se le prime bozze risalgono al 1912 e la
pubblicazione al 1929, viene iscritto in una sorta di femminismo anticipato, in
quanto fra i racconti delle stesse vicende, situazioni, caratteristiche, le
messe in quadro della madre e della figlia sembrano vere o più vere.
Il titolo in italiano
è quello di Molière. Il titolo originario, “L’école des femmes”, potrebbe sottintendere
effettivamente una forma di protofemminismo. Ma l’edizione italiana ha seguito
quella originaria, che si è fatta inizialmente in inglese, come “The School of
Wives”, pubblicata su una rivista americana che aveva commissionato il racconto,
pagandolo anticipato con una somma notevole, 1.500 dollari.
Di un autore che
non si pubblica più da fine Novecento – la “letteratura” non ha più mercato? È curioso,
la rete, interrogata sul titolo in commercio, dà sei o sette edizioni della
commedia di Molière e niente di Gide: Molière è attuale perché il teatro lo è?
Siamo un’epoca teatrale – i social, in fondo, questo sono: un piccolo
(minimo, micragnoso) teatrino domestico, coi famigli (followers).
André Gide, La
scuola delle mogli, Oscar, pp. 203 pp.vv.
lunedì 5 ottobre 2026
Che ce ne facciamo della Russia
L’Europa si arma per fare la guerra
alla Russia, dalla quale si vuole assediata. Non che se veda come.
Perché la Russia fa la guerra all’Ucraina,
si dice, dopo averla fata ai Ceceni,
e ci spia, con gli hacker e con i droni. Ma non è l’Ucraina ad avere cercato la
guerra con i russi, con le finte Meidan antirusse, la Nato in casa, e il sabotaggio
degli accordi di Minsk raggiunti con la Russia dagli europei nel 2015? Mentre i
Ceceni non erano briganti di passo – come hanno mostrato dopo, assoldati dalla
Russia in Ucraina? Mentre in fatto di guerre siamo noi che ne facciamo di continuo,
e senza costrutto: alla Serbia (in favore di un capomafia, Hashem Thaçi), alla
Libia, all’Iraq, all’Afghanistan, alla Siria, e ora all’Iran. E facciamo ammuìna
davanti davanti a Kaliningrad, la vecchia Koenigsberg di Kant all’interno dell’odierna
Lituania, ora possesso russo sul Baltico.
La Russia confina con Finlandia, Estonia,
Lettonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina, Georgia, Azerbaigian, e attraverso il
mar Nero con Turchia, Romania, Bulgaria. Vogliamo cingerla d’assedio? Con la cavalleria
polacca? Coi missili Nato – che l’America lesina, e si fa pagar e caro? Con le truppe
d’assalto di Macron? Con le sanzioni no, si sa che sono corruzione organizzata –
fabbrica di royalties per gli “amici degli amici”, i monopolisti delle
famose “triangolazioni”.
La Russia vene da tre secoli, da Pietro
il Grande, di storia europea – con la Germania per le arti pratiche, la Francia
per la lingua, il cerimoniale e la controrivoluzione, l’Italia per le arti. E da
tre secoli di imperialismo all’Est, zarista e bolscevico. In casa dei polacchi,
dei rumeni, dei baltici, degli ucraini e dei georgiani – anche in questo copiando
dall’Europa, Austria-Ungheria e Germania. In tre secoli molti legami s’intrecciano
e sbrogliarli non è facile. Ma è necessario? In genere i popoli si sono giovati
dei dominatori – perfino dell’imperialismo straccione italiano, in pochi anni,
in Libia e in Africa Orientale. Le permalose repubblica sudamericane ora, dopo
due secoli, corrono a frotte verso la Spagna, tanti da rianimarne la demografia
languente. E comunque, è saggio estirpare trecento anni, come già i baltici con
le leggi, e gli Zelensky con le buone e le cattive – e tanto boiardismo, tante
ruberie sulle spoglie del sovietismo.
L’Ucraina non doveva entrare nella Nato,
ai termini delle intese Bush-Gorbaciov del 1990, come assodato dai documenti
americani pubblicati. Poi si è fatto finta di no. A che scopo?
Per perderla? Ora la guerra d’Ucraina è
perduta, e l’hanno pagata, la pagano, la pagheranno gli ucraini – voleva cacciare
i russi dal Donbass, e perderà il Donbass. L’America non l’ha difesa, poco e a
malincuore. L’Europa non ne è capace.
Per dimostrare l’impotenza dell’Europa?
Fatto: la Ue si conferma definitivamente una (piccola) comunità economica. Di grande
storia, ma solo buona per il turismo, distruttivo. Con la Russia sarebbe stata una superpotenza, molto ricca -
di materie prime oltre che d’ingegno, e di capacità difensiva (offensiva) – e rispettata.
Francesco o la gioia del creato
Una rilettura del personaggio,
in chiave di dinamismo, non di poverismo, e una lettura finale del “Cantico delle
creature”, che avrebbe accompagnato Francesco alla morte, nell’angusta
Porziuncola, intonato dai “frati”. Nella versione già di Paramont+ quattro anni
fa, robusta di innovativa e robusta filologia, sul personaggio, per più aspetti
non convenzionale, e sull’opera – preceduta da un breve aggiornamento per le celebrazioni
dell’ottavo centenario della morte, sulla persistenza del mito e del rito.
Il personaggio del
Medio Evo più conosciuto nel mondo. Più popolare in Italia. In poco tempo, da
solo, e senza apparati ha cambiato i sentimenti umani del mondo – è successo nella
storia dell’umanità tre o quattro volte.
Anche il nome è
una novità. Si chiamava Giovanni. Ma era giovane di mondo, andava in Francia,
alle fiere, col padre, e parlava francese. Fu per lui inventato dagli amici
il nome Francesco – ora probabilmente il più diffuso.
Il primo ambientalista, naturalista,
animalista, femminista, pacifista. Anche il primo “frate”, invenzione
lessicale di suo conio - prima si usava monaco, monaci.
Il “poverello di
Assisi”? No, questo è il Francesco di Bonaventura da Bagnoregio, tutta una
invenzione. Anche i suoi compagni, erano tutti notabili, notevoli per
patrimonio e intemperanze, conosciuti in
città e fuori.
“E dovranno
chiamarvi minori, ultimi. Ma dovete essere contenti, giullari di Dio felici,
e ringraziare, questa è la vostra letizia”.
Novità integrale
una “società” di laici. I “frati” non erano preti, non erano monaci.
Il primo miracolo
con Innocenzo III, il papa. Temibile potentissimo controllore della politica in
Europa – fino a scomunicare il re d’Inghilterra, reo d’insubordinazione.
Ascoltò lo sconosciuto Francesco, arrivato da Assisi con i suoi “frati” laici, e
se ne lasciò convincere, autorizzandone la regola.
Inncenzo III
autore da cardinale del “De Contemptu Mundi”, come fu ed è chiamato il trattato “De miseria
humanae conditionis”, tre libri di miserie, del corpo umano, delle ambizioni
umane, del decadimento fisico e la morte. Tutto l’opposto di Francesco, la gloria
del creato.
Così poi Sandro
Penna, altro umbro: “Il mondo che vi pare di catene\ tutto è tessuto d’armonie
profonde”. Verso la natura non un sentimento ecologico, ma una immedesimazione.
Una nuova primavera del mondo. Contro la fame, l’oppressione, la guerra, la
guerra, la guerra.
La stella del mattino
del Rinascimento italiano. Il Cantico delle creature ottocento anni fa una
rivoluzione: della lingua, la prima poesia in volgare italiano, e del messaggio,
la gioia del creato.
Roberto Benigni, Francesco
– il Cantico, Rai 1, RaiPlay
domenica 4 ottobre 2026
Problemi di base storici - 934
spock
Tutto passa,
eccetto il passato?
Tradire per
tramandare?
Tradizione
tradimento?
“Il futuro siamo
noi”, passim?
“La storia
siamo noi”, passim?
“La storia non
si può cancellare, è embedded con noi ”, passim?
spock@antiit.eu
L'antisemitismo come falso scopo
L’antisemitismo è di comodo - quello che in artiglieria si dice "falso scopo"? Con chi poteva prendersela la Germania dopo la sconfitta – non la Francia, non considerata, chi nel grande mondo? “Se nemiche dell’umanità fossero state dichiarate le razze anglosassoni, il loro sabotaggio si sarebbe limitato alle isole britanniche e agli Stati Uniti d’America. Avendo invece scelto gli ebrei quali vittime della propria demagogia, il nazionalsocialismo si è tenute le mani libere contro tuti i popoli del mondo e tutte le classi sociali”. Un’analisi acuta, potrebbe tornare utile, su un odio ancora poco decifrabile, sebbene sicuramente nel quadro del “capro espiatorio”, ma dalla Germania al tempo di Hitler accortamente scelto. Un bersaglio anche facile, da briganti e non da potenza: un nemico "indifeso e dunque perfetto, oltre che perfettamente a portata di mano, gli ebrei. Gli ebrei non hanno leggi che li proteggano, né eserciti che li difendano, e sono quindi un bersaglio facile per l'ira dei deboli e dei vinti".
“Prima del 22 giugno 1941”, spiega la nota editoriale, di Claudia Zonchetti, che cura anche questa pubblicazione di Grossman, cioè prima dell’invasione tedesca, nell’Unione Sovietica “vivevano circa cinque milioni di ebrei. Più della metà fu sterminata”. Tra essi, si può aggiungere, tutti quelli dell’Ucraina, poveri nella gran massa oltre che esposti. Grossman non aveva ancora cognizione, quando scrisse nel 1943, dei campi di sterminio, seppe subito della persecuzione violenta, spiega Zonchetti in nota, con “la strage di Babij Jar a Kiev”, dove “tra il 29e il 30 settembre 1941 furono uccisi più di trentatremila ebrei”, e con “i settemila ebrei uccisi a Kerč il 30 dicembre 1941”. Ma “la stampa sovietica reagì lentamente alle notizie”, venendo da tre anni di alleanza stretta con Hitler, per la spartizione dell’Europa orientale. Ancora nel 1943, quando Grossman ne scrisse in questi articoli, il suo giornale, “Stella Rossa”, non glieli pubblicò. Uscirono a fine anno, “su due giornali a tiratura molto più limitata”, “Per la patria” il 20 novembre 1943, e “Unità”, in yiddisch, settimanale del Comitato ebraico antifascista.
È un testo molto preciso,
documentato. Nessun dubbio sulla volontà di sterminio. Anche se Grossman non ne sa l’organizzazione.
E gli assassinii in massa attribuisce all’accusa, o sospetto, di avere in qualche
modo, una persona, una famiglia o un villaggio indifferentemente, al capriccio
dei comandanti, aiutato la Resistenza
contro l’invasione. Anche se sa, e li documenta, di interi villaggi ebraici bruciati
e gli abitanti, tutti, bambini compresi, sterminati.
Un testo che non
rivela nulla più di quanto si sa, ma si fa leggere per la vivezza del racconto.
Dell’articolazione (l’elenco delle tante professioni, p.es., invece che dei
nomi, delle persone vittime degli eccidi). E della vista acuta sulla guerra
tedesca. Teorico (e denunciatore), finora unico fra gli storici, dell’“eccezionalismo”
che connota un secolo abbondante della Germania (nel quadro dei “primati” del nazionalismo
ottocentesco, si può aggiungere), che si riteneva sopra a tutto e tutti – la categoria
“eccezionalismo” è in uso nella Scienza politica per la politica e la storia
dell’America: “Il nazionalismo non ha generato nulla di nuovo, ha solo fissato,
cristallizzato e usato a proprio vantaggio tratti del popolo tedesco che sono
sempre esistiti”.
E ciò può dire per
esperienza – a proposito del futuro quesito storico-giuridico, “se i tedeschi sapevano”.
Avendo parlato a “decine di prigionieri di guerra tedeschi, e in mezzo alle
rovine e agli eccidi”, in nessuno ha trovato “un senso di vergona o di disperazione”.
Tutti al contrario “convinti del buon diritto della Germania”. Per “una forza amorale
che tutto incenerisce…. Nata dall’eccezionalismo della razza germanica, dalla profonda
convinzione dei tedeschi d’oggi di essere il popolo eletto”.
Nessuna menzione,
probabilmente per patriottismo sovietico, dei tanti ucraini che assecondarono i
tedeschi negli Einsatzkommados per lo sterminio degli ebrei su piazza,
radunandoli in grandi gruppi, come un gregge, e poi decimandoli col mitra e le
bombe. Allo stesso modo, sapendo e non sapendo, ma comprensibilmente, essendo la
patria l’Urss, di cui l’Ucraina era una parte, nessuna menzione Grossman fa dei
tanti ucraini volontari dell’esercito e delle Ss combattenti tedesche (anche in
Italia), per l’odio combinato anticomunista e antirusso.
Vasilj Grossman, Ucraina senza ebrei,
Adelphi, pp.74 € 7
sabato 3 ottobre 2026
America vs. Europa - è come se
“Gli Usa hanno bisogno di un Vecchio Continente solido e produttivo”, spiega il presidente di JP Morgan, Dimon, alla Bocconi. Ma facendo la sommatoria della presidenza Trump è come se l'America avesse in corso una guerra, non militare ma estesa e risoluta, contro l'Europa, contro la Ue. Al netto del “circo Trump” di dichiarazioni e controdichiarazioni, guardando cioè ai fatti.
La Groenlandia.
I dazi. La partita dei dazi prosegue con danni solo per l'Europa. Con la Cina il compromesso resiste, e i rapporti Una-Cina sono anzi migliorati, in aree sensibili.
Nei riguardi della Cina l'Europa ha dovuto rivedere al ribasso, su pressioni americana, già dalla presidenza Biden, le prospettive aperte dall'iniziativa detta della Via della Seta. Mentre gli Stati Uniti rafforzano i rapporti nelle aree d'interesse reciproco. Compresi gli investimenti cinesi, colossali, in Treasury, i titoli di Stato Usa.
E le guerre, Ucraina, Iran, Huthi. La Nato, cioè gli Stati Uniti, tengono esercitazioni al largo dell'enclave russa di Kaliningrad-Koenisberg, nel Baltico, senza nessuna utilità o necessità, come provocazione e per alimentare la russofobia di Polonia e Paesi Baltici.
Così è avvenuto e avviene in Ucraina. Dove gli Stati Uniti hanno sabotato la mediazione europea, guidata dalla Germania, col protocollo di Minsk, prospettando l'entrata dell'Ucraina nella Nato e alimentando il revanscismo antirusso, in piazza e nelle istituzioni. Salvo ritirarsi già con Biden, quello del "partito ucraino", anche in affari, dalla difesa dell'Ucraina aggredita preventivamente dalla Russia - come si sapeva già da tempo (il Dipartimento di Stato lo sapeva: l'entrata dell'Ucraina nella Nato era contraria agli accordi Bush-Gorbaciov del 1990, sul riassetto dell'Europa orientale). Se non attraverso armamenti americani forniti e pagati dall'Europa.
La guerra "senza oggetto" all'Iran. Che si prolunga senza una ragione. Col solo effetto di danneggiare l'Europa. Per l'inflazione e per il commercio - la navigazione da e per il Golfo e l'Asia, via Mediterraneo. Si prenda l'inflazione, che anche gli Usa lamentano. Ma il g allone di benzina, talmente rincarato da far perdere, si dice, le elezioni a Trump tra un mese, è oggi, al suo livello record, a $ 4,54, cioè a €1,07 al litro, meno della metà che in Europa.
Qui ci vuole una parentesi. Gli Stati Uniti sono autosufficienti in petrolio e gas e vogliono restarlo. Devono perciò rilanciare la ricerca e produzione di petrolio e gas e quindi devono ricapitalizzare. Trump ha già garantito al settore sostegni a fondo perduto per 50 miliardi di dollari sul bilancio 2026, ma non bastano, Il rincaro del prezzo riqualifica le riserve, e irrobustisce le riserve in bilancio. La ginnastica con l'Iran su Hormuz non ha nessuna logica militare, e solo questo effetto.
Inaspettato e incomprensibile è pure che gli Huti, un'associazione politica eversiva, una delle tante nello Yemen tribale, controlli la bocca del mar Rosso. E metta in mora l'Arabia Saudita. Con gli Stati Uniti che si dichiarano non interessati. Ma dal Bab el Mandeb (il Cancello del Lamento....) passa la rotta marittima del Mediterraneo, la più trafficata forse del mondo, e anche molto petrolio del Golfo.
Il ritiro dei militari dall'Europa occidentale, dalle basi aeree soprattutto, Ramstein, Aviano, Rota, che sono legate all'"ombrello nucleare" americano sul continente, si sta facendo. Per ragioni di bilancio, si dice, ma di fatto i tagli riguardano solo le basi in Europa. Trump è accreditato di molti equivoci (da ultimo il rapporto con Meloni, che, dice, "mi è sempre piaciuta", mentre per fargli affermare il contrario, senza audio, c'è stato un suicidio). Anche di avere sempre ritenuto e dichiarato la Ue un attrezzo per “fottere” l’America. Ma questo non è dirimente, che lo abbia detto o lo pensi: il corso politico americano si decide, con studi, analisi, approfondimenti, nel cosiddetto deep State, nella Funzione Pubblica. Che presidenti e senatori possono impersonare, anche coloristicamente, ma sottendendo strategie precise, di lungo termine.
L'invenzione del cinema - di Godard
Fare un film su un regista che fa il suo primo film, sui tecnici e sugli attori, sul produttore, cinquanta o sessanta anni fa,e sia pure il primo di Godard, e un film di enorme successo subito, All'ultimo respiro", con Belnondo e Jean Seberg al naturale, come spontanei, è un'impresa sull'orrido. E invece si fa seguire, una commediola intellettuale, e tuttavia non pesante: curiosa, e anche divertente.
Godard è un affabulatore e un po' cialtrone. Sa tutto meglio di tutti, Truffaut, Chabrol, Rohmer, etc., e fa il film senza set, né sceneggiatura, ogni mattina, dopo essersi sgranchito al flipper: s'inventa pose e battute, tutte semplicissime, e quasi sempre dichiara "buona la prima". Gli attori lo seguono, l'improvvisazione avendo incamerata come spontaneità.
Un film quindi storico, l'inizio del nuovo cinema che si chiamerà Nouvelle Vague, ma anche a suo modo mitologico: nel modulo inverso, di demistificazione dell'arte cinematografica, dei set maestosi, dei ciak ripetuti a decine, di sceneggiature accuratissime, viste e riviste, di riprese di mesi, e anche di anni. Qui niente, nemmeno un ombretto, un'ombra di trucco - la truccatrice di Jean Seberg, diva americana, che quindi ne deve avere una per contratto, è disperata, fa anche l'aiuto macchinista, essendo robusta, porta il caffè, qualcosa si dà da fare per non impazzire.
Insomma, se non è contrario al mito di Godard come ispiratore e artefice massimo della nouvelle vague del cinema francese ("l'anno dopo il film di Godard", possono vantare i titoli di coda, "156 giovani registi francesi poterono fare il loro primo film"), il film demistifica l'arte filmica. Il segreto è che non ha segreto - se non l'alchimia che a un certo punto ne nasce, sullo schermo e nello spettatore: l'immagine s'imprime, come può passare inosservata.
Con moltissimi "personaggi" noti, per una scena o due. Truffaut, che l'anno prima aveva fatto "I 400 colpi", grande successo di uno sconosciuto a Cannes, ed è l'unico sposato, che fa da spalla, sottotono. Rossellini ha più spazio, e più rigoroso - anche come personaggio, che a Godard che gli ha dato un passaggio chiede scendendo dalla macchina dopo avere ri-teorizzato il cinema: "A proposito, hai da anticiparmi qualche soldo?" Tutti sono nominati nella galleria fotografica di testa, molto densa - compresa Juliette Gréco ancora al suo meglio, a 33 anni.
Richard Linklater, Nouvelle Vague, Sky Cinema, Now
venerdì 2 ottobre 2026
Cronache dell’altro mondo – all’Opera (431)
Zohran Mamdani, il sindaco di New York,
dovendo rinnovare il sussidio alla stagione dell'opera del Metrpolitan, ha
concordato col teatro la disponibilità di 70 mila biglietti, per la
stagione operistica 2026-2027. Da mettere a disposizione gratuita del pubblico mediante
una lotteria mensile, online. Diecimila biglietti ogni mese, con accesso a
tutti i settori. Circa il 10 per cento di tutti i biglietti disponibili.
La riffa online si fa sul sito nyc.gov
e tramite la app del Metropolitan.
Mamdani ha annunciato l’iniziativa con un
video girato sul palco del teatro con il cast della “Bohème”.
La stagione del Met prevede 193
rappresentazioni. Con 17 opere – di cui cinque nuove produzioni (con due prime).
Mamdani ha presentato l’iniziativa
richiamando l’“opera del popolo” di Fiorello La Guardia il celebre sindaco di New York dal 1934 al 1945, italoamericano - poi direttore dell'Unrra, il programma americano di aiuti per la ricostruzione dell'Europa: “Questa forma d’arte è sempre stata pensata per essere vista da tutti”. Mamdani intende riferirsi alla New York City Opera, Nyco, da La Guardia fondata nel 1943.
Se Israele "rasa il prato" palestinese
"Mowing the lawn', rasare il prato, è la strategia dell'esercito israeliano (Idf, Israele Defence Forces - o Tsahal ) nei confronti dei palestinesi: di tanto in tanto "fare pulizia, rimettere a posto". Contro qualche sospetto di Hamas ma senza sottilizzare. "Naza" è un acronimo, in uso dall'Idf, per "danno collaterale". Quattro ex militari israeliani raccontano come e quante vittime innocenti, soprattutto bambini e ragazzi, hanno fatto scientemente, sapendo cioè che ne sarebbero stati vittime, di attacchi cosiddetti mirati, contro un sospetto membro di Hamas. Tracciato col cellulare, con l'induzione (logaritmica, o IA), col drone. Colpito con bombardamenti, dal basso o dall'alto - ora anche con droni. Oppure a vista, nella distribuzione degli aiuti umanitari, con i cecchini. A tiro singolo in questo caso, senza "naza", se non contro comuni palestinesi, che si rendono sospetti di terrorismo per saltare le code agli aiuti umanitari.
Premio della giuria a Venezia, e grande emozione del pubblico della manifestazione. Ma non è un film - probabilmente una cucitura di podcast del giornale inglese "The Guardian", che risulta produttore. Su una scena sempre buia, quattro profili incerti raccontano la loro attività nell'Idf, ciò che hanno fatto o - nel caso dei cecchini - hanno visto fare. Con pochissime immagini di "danni collaterali" - foto di distruzioni per lo più, molto meno del "film" già visto in tv.
Il film non c'è, giusto le denunce anonime, quasi letture di verbali, ma non c'è nemmeno il punto centrale del "verbale", le regole d'ingaggio che si è date l'Idf. I "naza" come strategia militare è un problema, grave per una forza armata, che deve comunque attenersi al diritto internazionale - molto grave per un esercito di coscritti, giovani. Lo stesso per la strategia del "move the lawn", di un esercito cioè in funzione di polizia, a Gaza e in Cisgiordania, sempre contro il diritto internazionale e dello stesso Israele. Problemi che restano fuori dal film, che pure si vuole di denuncia.
Yuval Abraham-Rachel Szor, Naza
giovedì 1 ottobre 2026
Putin “multiallineato”
Dove pensa di andare la Russia, supponendo
che chiuda la guerra in Ucraina come vuole, semiannettendosi il Donbass? In nessuna
direzione - se non forse l’Europa – o, come si dice, “multiallineata”.
Con la Cina le relazioni sono di “rispettosa
distanza” – anche perché la Russia non rinuncia al legame storico con l’India.
Col Giappone c’è ancora uno stato giuridico di guerra, giacché non si è fatto
un trattato di pace nel 1945, e Putin ha voluto sfidare Tokyo a Ferragosto
passeggiando sulle contestate isole Curili. Con l’Occidente, svanita l’illusione
del primo Putin di un’integrazione a pieno titolo, resta il telefono diretto
con Washington, e la prospettiva europea. Che detto oggi, quando invece l’Europa
si ritiene in guerra con la Russia, sembra bizzarro, ma è la sola prospettiva
che si ricava da “Russia Today”, la piattaforma semiufficiale, e dai siti dei maggiori
think-tank moscoviti di politica estera: il Riac, Consiglio russo di affari
internazionali, l’Istituto statale di Relazioni Internazionale, e altri centri
privati – tutti fanno capo al club Valdai, che li pubblicizza.
Un paio di decenni fa, nell’altalena
dell’avvicinamento di Putin al G 7, si parlava anche molto di Eurasia. Ma la
prospettiva, e anche la parola, sono sparite da tempo – da molto prima dell’attentato
mortale a Mosca quattro anni fa contro Darya Dugina, giornalista politica,
nazionalista, figlia di Alexander, il teorico dell’Eurasia – da tempo peraltro taciturno.
La “finestra sull’Europa” aperta da Pietro
il Grande tre secoli fa, secondo il Valdai, invece non è chiusa. Senza sottovalutare
il revanscismo dell’Europa già preda dell’imperialismo russo, attivo fino al
1989, segnatamente dei paesi Baltici e della Polonia, oltre che dell’Ucraina. Come
rapporto storico e culturale, si dice, ma si sottintende la complementarietà
economica, tra riserve interminabili di materie prime fossili da una parte, e esperienza
imprenditoriale e tecnica dall’altra. Molto si punta su un ripensamento della
Germania. Tanto più che a Mosca si dà per irrimediabile il “disallineamento”
dell’America dall’Europa, militare, finanziario (dazi, cambio) e commerciale.
Lavrov, il ministro degli Esteri di
Putin, rende leggibile sul sito del ministero un articolo che a giugno aveva scritto
per “Politico”, il giornale digitale americano della tedesca Springer, che poi
non l’ha pubblicato. Dove prospetta la “creazione di un’architettura continentale”,
comprensiva cioè di Europa e Asia, “che rifletta l’odierna realtà multipolare”,
nella prospettiva che, “quando i tempi saranno maturi, anche l’Europa potrà
unirsi a questo grande sforzo”.
L’esame non è più quello
Rifatto per i vent’anni
della “notte” di culto, quella di Fausto Brizzi, risente ovviamente di un certo
schematismo. Benché prodotto dagli stessi Lucisano, specialisti della commedia
ad alto gradimento, e co-sceneggiato dallo stesso Fausto Brizzi, artefice del cult
2006. C’è anche qualche maggiore età di nome, Ferilli e Gianmarco Tognazzi,
per allargare la platea – a chi ha vent’anni di più?
Non mancano le situazioni
e le battute vivaci. Forse era meglio cambiare il titolo, invece che viverci di
rendita – il sequel si impone quando è di un prodotto schematico-schematizzabile.
O forse sono cambiati i tempi. L’esame oggi è predeterminato, ragazzi e
famiglie sanno già quale sarà l’esito e perfino il voto, attraverso calcoli e
percentuali matematizzate anno dopo anno, interrogazione e compito dopo interrogazione
e compito, la “notte prima” vale solo 5 punti su 100.
Alessandro Renzoni,
La notte prima degli esami 3.0, Sky Cinema, Now
mercoledì 30 settembre 2026
Ombre - 837
La Cgil si celebra alla Scala. Non ha più una piazza da riempire?
Un Paese filoamericano come l’Italia soffre l’inflazione al 4-5 per cento, e ha visto lo spread balzare da 70 a 100 punti, un aggravio di un miliardo, minimo, per le bizze di Trump. Il quale odia l’Europa, dice l’“Economist”, convinto che è nata per “fregare” l’America. Il che – che l’America lo pensi, non solo Trump – è vero da ultimo, prima dei dazi punitivi alla fine della girandola solo delle aziende europee, imponendo il rifiuto dei vantaggi con la Cina della “via della seta”, mentre l’America se ne assicurava di più forti e più redditizi, come è stato annunciato al vertice Trump-Xi.
Non da ora, l’America non protegge e fa guerre dannose all’Europa – Libia, Ucraina, dazi, Iran.
Elkann mette un’altra volta, per la terza o quarta di fila, 250 milioni per rinsanguare la spenta Juventus – se non è corrotta (non si è stupidi per caso). Portata da lui allo sbando con dirigenze incapaci invece del cugino Alberto. Mentre non sa che fare, oltre che perdere, in Ferrari, dove si tiene uno che non s’intende di motori e non sa organizzare (in F1 si vince in team). E appronta tutto per lasciarsi soffiare Stellantis? Un titolo che lo ha fatto (co)proprietario a 27 euro, e oggi va veloce verso i 2 – quando scoprirà che non è più il (co)proprietario?
Il film “Il mio nome è Carlo” visto in tv da un pubblico record, “alla Montalbano”, crescente nella serata, e per metà giovanile, dice qualcosa di più che un un miracolo della santità a 15 anni. È come per Charlie Kirk, il trentunenne predicatore che ammaliava i giovani ucciso in America un anno fa: gli Zoomers, la Generazione Z, liberi finalmente dagli obblighi di fumo e sesso?, sono piuttosto avidi di spiritualità – checché essa voglia dire.
Dunque, lo stato d ‘assedio a cui l’Inghilterra si stava preparando è rimandato. L’attentato - di Putin? degli ayatollah? - con cinque, poi tre, camion pieni di esplosivo contro la base aerea anglo-americana è anch’esso rinviato, per mancanza di esplosivo. I cinque del commando solo occupavano con camion vuoti la piazza di un villaggio che una agricultrice doveva attraversare, tornando all’una di notte col marito da un festa – ma pare che non fosse brilla. I servizi inglesi sempre si divertono – questa volta, pare, insieme con la Cia. Ma a spese dell’America, dell’Europa, della stessa Inghilterra?
Si presenta la partita Fifa-Uefa come un duello fra Davide e Golia, dove Ceferin (Uefa) è il nostro eroe perché Infantino (Fifa) è antipatico, un amico di Trump. Mentre sono due organizzazioni affaristiche. Concorrenti sui soldi degli sceicchi. Il L’Uefa ha chiuso gli occhi per quindici anni sui bilanci falsi del Manchester City, sponda Abu Dhabi. E continua a tenerli chiusi sponda Qatar, cioè Paris Saint-Germain. Per fargli vincere la Coppa dei Campioni (quella del City nel 2023, ieri, a spese dell'Inter.....col famoso Rodri che non si poteva permettere se ora, a 30 anni, vale 75 milioni).
Non ha vinto nessuno alle suppletive di Reggio Calabria – una settantina di Comuni coinvolti, uno spreco di scrutatori. Eccetto il deputato eletto. Ma si fanno analisi e diagnosi, si differenziano, si moltiplicano. Davvero la politica è ridotta a poca cosa.
La revisione del processo Poggi si
presenta come un tributo alla giustizia, che sempre trionfa. Mentre è un caso
di malagiustizia. Il condannato era stato assolto sia in Tribunale che in Appello, è la Cassazione che lo ha voluto condannato. Si può condannare al carcere, con accuse infamanti, penalmente per motivi formali, procedurali? Forse quando c'erano gli assolutismi. Per non parlare delle prove taciute dai
Carabinieri, sia pure per superficialità.
Non si può votare la lege
contro l’antisemitismo in Parlamenti perché non si può criticare il governo e lo Stato
di Israele. Che sembra un controsenso, il sostegno a questo Israele: identificare Israele
con Benjamin Netanyahu, Benzalel Smotrich, Itamar Ben-Gvir, tre macellai.
La sinistra diserta il papa in Francia per ragioni ideologiche. Macron pure, per ragioni laiche. E
così il papa, col suo seguito di un milione a cerimonia, è lasciato ai Le Pen. Conta pil l’odio anti-religioso che
del fascismo – se i lepenisti sono fascisti.
È perfino ridicola la preoccupazione
degli inventori di IA, gente naturalmente al di sopra della media, sui
comportamenti della loro creatura. Quando gli "incidenti" sono
"decine di migliaia". Sono macchine, ottuse, perché magnificarle?
"Il Foglio"
avverte: "Copenhagen avverte: 'Guerra ibrida per dividere gli
alleati' ". Perbacco. L'hanno scoperto in una pausa delle ricerche su chi ha
sabotato il NordStream 2, quattro anni fa?
Si celebra mestamente l'intestazione di Malpensa, l'aeroporto milanese, a Silvio Berlusconi perché imposta dai familiari. Che
avrebbero molti motivi per onorare la memoria del fratello/padre, p. es. avere
democratizzato l'estrema destra, neofascisti e leghisti eversivi -
oltre che avere mandato a Bruxelles Emma Bonino e Mario Monti - oltre al cosiddetto "Milan di Sacchi", che invece era di Berlusconi ( Sacchi in Nazionale non ne azzeccava una). Ma
"loro" non sanno pensare politica.
Che la metà degli italiani siano
poveri, in uno dei Paesi più ricchi del mondo, poveri per il fisco, fa
ridere i polli. Ma lo sono legalmente, per diritto. Senza che nessuno metta in
discussione questo Stato. Gli italiani saranno pure furbi per antonomasia, ma
allora anche stupidi - la metà che paga le tasse.
"Putin attacca il Sud Europa", dal
Baltico cominciano gli allarmi. La sindrome russa asfissierà l'Europa - questo
è solo l'inizio. Dal Baltico alla fascia slava. L'allargamento
"dovuto" (Prodi) della UE all'Est è un nodo scorsoio al collo dell'Europa.
Gli Huthi, che ridicolizzano
l'arciarmata Arabia Saudita, mentre fanno i diplomatici con l'Europa (non
bloccano le petroliere e i container), non erano stati dichiarati
"decimati" dal governo americano e dal presidente Trump a marzo 2025,
con i bombardamenti?
L’arduo spettacolo della disabilità
Una scuola aperta a tutti i ragazzi con disabilità, di tutti i tipi, dalla
cecità all’autismo e all’hikikomori. E a non disabili – che spesso hanno l’incarico
di seguire-aiutare i disabili. Con in più giovani carcerati ai lavori socialmente
utili, con buone intenzioni e con cattive (la droga naturalmente).
Un’idea sorprendente, ma forse sovraestesa. Esagerata. Forse per voler essere
realistica, o a ogni passo sorprendente: troppi casi, si rischia anche il filo.
La miscela risulta già sperimentata in Francia, con successo, “Lycée
Toulouse-Lautrec”, e quindi c’è da attendersi che i tanti nodi si sciolgano via
via? Sarà difficile in quattro puntate, questo adattamento avendo caricato una dozzina
abbondante di partite, comprese alcune fra gli insegnanti – tre o quattro solo
del preside, forse perché è Raoul Bova, con spalle pesanti? Anche perché qualche
partita è a carico della disabilità – impervia, maliziosa – e quindi contro il
senso comune. Ma bisogna sperare.
Andrea Rebuzzi, Tutto
l’amore che resta, Rai 1, RaiPlay
martedì 29 settembre 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (643)
Giuseppe Leuzzi
L’ “Economist” non si capacita:
perché l’Italia è fuori dall’epidemia fentanyl? Semplice, si risponde: la mafia
lo tiene fuori, non tratta il fentanyl.
Magari glielo ha suggerito un
corrispondente romano. Perché si annoia, non ha che altro dire?
“La mia Venezia ormai è scomparsa”,
Arrigo Cipriani, 94 anni, lamenta sul “Corriere della sera”, auspicandone il
salvataggio in extremis. Venezia dev’essere “salvata” dacché c’è memoria.
I veneti sono lagnosi? Sono litigiosi?
“Il degrado non è solo colpa dei
turisti”, Cipriani insinua ma non dice. I veneti sono omertosi?
La storia avanza lenta oppure
veloce, nascosta oppure dichiarata, argomenta “Mephisto” sul “Sole 24 Ore
Domenica”, “ma il fenomeno di lentezza più affascinante fu il Grand Tour che
impiegò un paio di secoli, dal '500 al '700 per realizzarsi”. La
(ri)scoperta dell'Italia - che pure, fino a un paio di secoli prima,
primeggiava. Quella del Sud, all’interno dell’Italia, non si è ancora
completata. Complessità? Inappetenza?
È anche vero che l'Italia si era
cancellata per voler troppo pretendere, se Colombo era italiano. Aveva di che
perdere. Il Sud era Meridione già da tempo. Presto Campanella si farà illustre
nel nome di Galileo, ma nessun Galileo si occuperà di Campanella. Per non dire
della poesia, o della pittura - roba da Roma in su. Giusto un po' di filosofia,
residuo magnogreco?, tra Campanella, Bruno e Telesio - e poi, mal digerito, il boom
dell’idealismo.
Nel G20Spiagge, la rete dei
maggiori siti balneari italiani, il Sud figura con solo tre presenze: Sorrento,
Taormina e Vieste. Tutt’e tre peraltro non propriamente siti balneari - non di
massa (la Sardegna vi rientra con Porto Cervo). Le spiagge italiane sono
venete, principalmente, toscane e romagnole.
Quella del G20Spiagge nn sarà una dimenticanza, se ora il Sud è
meta del jet set, dopo le serie tv? Pantelleria e Panarea hanno
da tempo ospiti di rilievo - anche Marettimo, dopo l’“Odissea” al cinema. Forse
è un problema di comunicazione: il Sud non sa se continuare a collocarsi tra i
poveri bisognosi oppure tra gli abbienti ottimisti.
Ranucci con Lavitola, Boccia con
Ranucci, le professioni di amicizia si sprecano in un contesto losco - di
pettegolezzo, almeno finora. Di che deprivare Sciascia della sua nozione di
amicizia pelosa, omertosa, siciliana. Certo, si può sempre dire che siamo in
ambito meridionale, Boccia e Lavitola essendo campani, Ranucci di lì vicino.
“Il Sud è ancora quello di
Camus”: Jovanotti lo scopre tardi, e se ne fa un mito. Della mediterraneità -
il “pensiero meridiano” di Franco Cassano: della misura, della mescolanza,
della vita oltre la morte. Del colore.
Sarà (ancora) vero? A parte la luce
(i colori), che è un fatto atmosferico, di longitudini.
Se le radici sono infette
La rivalutazione delle “radici”,
della “italianità” in America p.es., riceve un brusco uppercut da
Sylvester “Rocky” Stallone, nel libro di memorie a ottant’anni, “The Steps”.
Dove si rivela uno dei maggiori conoscitori di Poe, Edgar Allan lo scrittore,
di cui è in grado di fare un’anamnesi fra le più apprezzabili, e che avrebbe voluto
portare al cinema, da cinquant’anni si trascina dietro una sceneggiatura, e ora
sta per realizzarla, forse). E in cui dà conto, così sintetizza Gabriele Romangoli
intervistandolo Stallone lungamente su “Robinson”, di “genitori pessimi”.
“In effetti è così “, è la risposta:
“Dovrei ringraziare mio padre e mia madre per averi avermi trasmesso un senso
d’insicurezza, per avere prodotto in me un complesso d’inferiorità e per avermi
fatto vivere nell’angoscia”.
Dove, come? Romagnoli azzarda una
ragione: “Suo padre che le ha rovinato una scena di «Rocky» (il grande successo
di Stallone, n.d.r.), e poi è scomparso”? “Vede”, è la risposta ragionata, lui era
come era perché sapeva di non poter essere altrimenti. Non aveva modelli diversi,
migliori. Suo padre era freddo e arrogante. Non trasmetteva amore perché non
sapeva cosa fosse. Mi ricordo le cene della domenica sera, tutti attorno a un
tavolo, mia nonna e mio nonno in silenzio per quarant’anni. Lui diceva: dite a
lei di fare questo. Lei rispondeva: direte a lui che non me lo sogno. Avanti
così: insieme e separati. Che cosa vuole che capisse mio padre dell’amore? Per
lui significava essere vulnerabile, essere debole”.
Sono varie le biografie di Stallone.
Collazionando fra le più attendibili, è nato Sylvester Gardenzio Stallone, nel
1946, a Manhattan, da Jacqueline “Jackie” Stallone (1921-2020), e da Francesco “Frank”
Stallone (1919–2011). Nasce in un istituto di carità, con una menomazione facciale,
per l’errato uso del forcipe, nel quartiere popolare di Hell’s Kitchen. La
madre, americana di nascita, figlia di un ebreo ucraino, originario di Odessa,
John Paul Labofish, e di una francese, cattolica, Jeanne Victoria Anne “Adrienne”
Clerec. Il padre, barbiere, nato a Gioia del Colle, Bari, figlio di Silvestro
Stallone e Pulcheria Nicastri, emigrato con i genitori in America agli inizi degli
anni 1930. Sono i nonni delle cui cene domenicali Stallone ha così brutto
ricordo.
La madre, “astrologa delle celebrità”,
promotrice di wrestling femminile professionistico, con problemi di
alcolismo, se ne andò via di casa dopo che nel 1951 la famiglia si era trasferita
da New York nel Maryland. Stallone e il fratello rimasero col padre, che nel
Maryland ha aperto una catena di parrucchieri, e ama praticare il polo. Ma è molto
severo in casa, e anche violento. A 15 anni Stallone si trasferì, col fratello minore
Frank, dalla madre a Filadelfia, col secondo marito di lei e la sorellastra
Toni Ann. La vita familiare non migliora, ma i due fratelli Stallone riescono a
fare degli studi - Frank, poi musicista (e attore a tempo perso) anche a
completarli.
La grecità è un balsamo della vita
“Con lo sguardo dallo scoglio di Stalettì’,
e “sulle rive del golfo di Squillace”, le spalle a “una landa quasi
sconosciuta, dimenticata, mentre nell’antichità era un centro di civiltà”, il
geologo tedesco Gerhard von Rath, che si avventurò in Calabria nel 1871, e ne
scrisse (“Un’escursione in Calabria”), matura “la certezza che il pensiero e i
lavori spirituali sono meno deperibili delle opere e dei monumenti materiali”.
Di Sibari non c’è più niente, di Crotone neppure, ma lui fiuta, sente, non se
ne libera, Pitagora, il suo avversario Eraclito, il suo discepolo Filolao, e Crotone
“modello di tutte le città greche - di cui un antico detto sosteneva che «alias
urbes, si ad Crotonem conferuntur, vanae nihilque sunt», le altre città sono
niente se paragonate a Crotone”.
Lo stesso piace immaginare di Pavese
a Brancaleone. Luogo di confino, a cui Pavese riesce a legarsi camminando,
solo, lungo il mare. È l’lluminazione di Pavese nel deserto del confino - un
esilio davanti al mare. Dopo le prime, ripetute, ripetitive, passeggiate
davanti al mare, a una massa oscura, indistinta. Stalettì è lontana da
Brancaleone, ma guarda lo stesso mare, lo Jonio, con la stessa angolazione, da
Nord-Ovest a Sud Est, alla Grecia. E la disposizione presto si tramuta in
quella di von Rath, la passeggiata rabbiosa trasvola in memoria e in fantasia.
Che si eleva da terra ed entra nel mito. Nella riflessione quotidiana (“Il
mestiere di vivere”, il diario), nella ricostruzione dell’ambiente e delle sue
figure, in tentativi di oggettivazione del mito, che diventa tema di
riflessione e stimolo di creatività, in personaggi e in situazioni. Fino ai “Dialoghi
con Leucò”, Leucotea – una Leucòpetra ricorre nella sparsa grecanica calabrese
sotto Brancaleone: da Brancaleone non si vede ma si sa che è poco oltre la finis
terrae Italica.
Il confino, la disarticolazione
materiale e mentale, una punizione, ebbe effetto diverso su Carlo Levi, qualche
ano dopo. Che “vide” il Sud povero. Pavese ci vide – ci scoprì - il mito, la “Grecia”,
nei racconti, nella fantasia.
Anche oggi, due piccole aree al Sud,
la grecanica attorno a Capo dell’Armi, e la gricà nel Salento, dove solo
permane di antica Grecia un fraseggio spezzettato di greco nel dialetto locale,
vogliono immaginarsi legate dalla placenta coloniale antica.
Faide di Stato
Trent'anni fa si chiudeva, in
Calabria, a Taurianova, la pratica delle faide familiari - con la faida
forse più sanguinosa, almeno 32 morti. Ma la faida non è morta, la
vendetta estesa ai familiari del nemico, anche non di sangue, anche innocenti.
Dopo quarant’anni dall’ultima faida
in senso proprio, perfino ridicola nella sua eccesiva ricerca della violenza, la
pratica si perpetua a livello internazionale, fra Stati, fra popolazioni. Ridicola
nella determinazione e la violenza eccessive, quasi caricaturali, da film horror.
Tra persiani e arabi, p.es., tale è il disprezzo che in Iran si professa
per gli arabi, del Golfo, e anche fuori del Golfo – salvo se sciiti (ma anche
sciiti possono non essere di buona fede, p.es. in Iraq). O tra Israele e
Palestinesi. E ebrei (ebrei, non israeliani) e islamici, arabi e non.
Gli scontri fra comunità o
nazionalità il diritto eleva a guerre. Che però sono senza regole, e in tutto
simili alle guerre del sangue, alle faide.
L’antimafia in assetto di guerra
Concludendo sull’Aspromonte la sua
ennesima cavalcata lungo l’Appennino a piedi, lo scozzese James Maurice Scott
paga il suo tributo al Cippo Garibaldi, là dove Garibaldi fu ferito nel 1862
dai soldati del re d’Italia. Con una sorpresa, racconterà rinfrancato e
divertito alla fine del suo lungo resoconto, “A Walk along the Appennines"
- alla p. 63 dell’ultima parte del racconto pubblicata
separatamente, “Sull’Appennino calabrese”, Rubbettino): “Prima di lasciare
il campo di battaglia devo raccontare di un’interessante scena alla quale
assistetti d’estate in quel luogo. C’erano jeep piene di carabinieri armati
dappertutto. Era stato allestito quello che appariva a tutti gli effetti un
quartier generale con le antenne radio e tutto il resto, mentre un elicottero
ci girava lentamente intorno. Ero l’unico uomo disarmato e non in uniformemente
nel raggio di diverse miglia. La curiosità mi divorava ma non osavo chiedere a
quegli agenti così indaffarati cosa stesse succedendo.
“Me lo spiegò più tardi un
amico italiano che aveva letto qualcosa al riguardo sul giornale. I carabinieri
avevano ricevuto una soffiata sul fatto che la Mafia Siciliana e quella locale
avrebbero tenuto una sorta di meeting sull’Aspromonte, che era stato opportunamente
scelto come luogo dell’incontro. C’era la possibilità di catturarli tutti. Alla
fine non venne preso nessuno in quella montagna da banditi”. Chiudendo con la
chiosa: “Ma non posso fare a meno di confessare che io stesso avrei tanto
desiderato d’essere arrestato. Avrei potuto tenere banco per anni, con quella
storia, durante le cene fuori casa. Rimasi deluso”.
Qualche anno dopo, moltiplicandosi i
rapimenti di persone, l’Aspromonte fu militarizzato. Chi cvi circolava veniva
fermato e registrato. Una formazione speciale dei Carabinieri fu formata,
Cacciatori dell’Aspromonte, tute nere, elicotteri e gipponi, caserme sparse e acquartieramenti.
Non un solo rapito fu liberato, nemmeno per caso. E ora gli immobili stanno lì ammuffiti,
ingrigiti – ma, ancora con le imposte, non vandalizzati. L’Autorità senza
autorevolezza – o senza funzione?
Gli elicotteri si usano per stanare
ogni anno tre o quattro (piccole) piantagioni di erba, e per l’indennità volo.
Cronache della differenza:
Aspromonte
“Il nome, così dicono i dotti,
deriva dal greco aspros, bianco. Mi pare però una spiegazione un po’
tropo sofisticata”, arguisce James Maurice Scott, al termine della sua randonnée
a piedi dell’Appennino, nel 1971-72 (“Sull’Appennino calabrese”, p. 55):
“Certamente l’Aspromonte è bianco in inverno, ma in ciò non differisce dal
resto degli Appennini…. Perché non dovrebbe derivare invece dall'italiano
aspro….Forse perché è una spiegazione troppo semplice".
“Una montagna amabile”, la dice
Scott: “Non è una montagna per alpinisti: sebbene la cima sia difficile da
individuare, la si può scalare con le mani in tasca”. È sulfurea solo per i
Carabinieri? Com’è che è diventata la montagna dell'orrido per i servizi
segreti e per i media?
Arrampicandosi sull’Aspromonte”,
sempre Scott, pp. 60-61, “si rimane colpiti dai boschi e dai terrazzi”. Dalla
luce. “I boschi, che meritano a pieno titolo di essere definiti foreste”, sono
di faggi, querce, pini, “ma i terrazzi sono la caratteristica più
distintiva”. Di massiccio aperto da ogni lato sul mare: “Si ha l’impressione di
trovarsi su una pianura fin quando non ci si avvicina all'altro pendio”.
“Ogni terrazzo, che può raggiungere
anche diverse miglia quadrate dì estensione, ha un proprio clima e una
propria vegetazione che sono dissimili da quelle degli altri terrazzi, e offre
una visuale diversa. Fa parte dell’infinita varietà di questi luoghi".
“Nelle radure, feste fiori
sacrifici sull’orlo del mistero che accenna e minaccia di tra le ombre
silvestri. Là, sul confine tra cielo e tronco, poteva sbucare il dio. ..
Carattere… della fiaba mitica è la consacrazione dei luoghi unici, legati a un
fatto a una gesta a un evento. A un luogo, tra tutti, si dà un significato
assoluto, isolandolo nel mondo. Così sono nati i santuari” (Cesare Pavese, “Del
mito, del simbolo e d’altro”, in “Feria d’agosto”). Così è nato Polsi, nel
seno più recondito della Montagna.
leuzzi@antiit.eu
Dante e Petrarca ragazzi a New York
I boys sono i poeti dell'amore scritto: ricordato, rimpianto, inseguito, un po' anche tormentato - o forse solo vagheggiato.
Il secondo di una serie di seminari online, che la rivista intitola all'"Amore non corrisposto", "spazia dal tardo Medioevo all'inizio dell'era romantica, concentrandosi su opere in cui le passioni furiose e non ricambiate dei narratori maschili li conducono ad atti di creazione o distruzione. La Vita Nuova di Dante ripercorre il modo in cui l'ossessione infantile del poeta per Bice di Portinari ("Beatrice" nelle sue opere successive) lo trasformò in poeta. Petrarca, nel suo Canzoniere, ispirandosi ai poeti romani, traccia il percorso della sua disperata idolatria di "Laura" sia durante che dopo la sua vita, consolidando molti dei tropi del genere per i secoli a venire; accanto a Petrarca leggeremo alcuni sonetti di Shakespeare dedicati alla "Dama Oscura". Questo il programma di Mendelssohn.
Il seminario si conclude con due sessioni dedicate al romanzo di Goethe "I dolori del giovane Werther".
Il webinar consta di quattro sessioni di un'ora ciascuna: 7, 14, 21 e 28 ottobre. Tutte le sessioni inizieranno alle 19:00 EDT. L'iscrizione parte da 119 dollari (escluse le commissioni di Eventbrite). I soci a pieno titolo e gli uditori avranno accesso alle registrazioni di ogni sessione, che potranno essere visualizzate privatamente al termine delle sessioni in diretta.
Daniel Mendelssohn, The Boys Stories: Dante, Petrarca and Goethe , "The New York Review ob Books", webinar, ottobre
lunedì 28 settembre 2026
Appalti, fisco, abusi (250)
“Ridurre l’Irpef per il ceto medio”,
parla bene il governo – alla vigilia delle elezioni. Dopo aver portato la
fiscalità al 42,9 per cento, record nell’Europa continentale.
C’è lo scandalo, rituale, dell’Irpef, che pochi
pagano – tutti poveri nella ricca Italia. Il governo per primo è indignato. Ma cosa
ha fatto - questo governo come i precedenti - per cambiare le procedure di accertamento dei
redditi reali? Niente. Solo aggiorna le statistiche dell’evasione, per indignarsi
meglio.
L'Inps riduce le pensioni, dopo venti e trenta anni di trattamento. Le "ricostituisce". E le riduce non di poco, di 100 e 200 euro. Mentre il governo vanta migliorativi. L'"Inps risponde" non risponde. E il numero verde tronca la chiamata, dopo attese di mezz'ora. Nel silenzio dei media e dell’opposizione - "Il governo non l'ha detto".
Nelle case popolari 16 mila famiglie
morose. Solo a Roma. Su 48 mila. “Per un volume complessivo di 700 milioni. A vantaggio di 16 mila famiglie". Coperte dall’Isee? Che è falsificato – non controllato.
Si moltiplicano i "piani casa”, del
governo, della Bei, di chi passa. Di
costruzione di alloggi e residenze per studenti a buon mercato. Contro il caro affitti. Che saranno
pronte fra cinque anni come minimo.
Singolare piano del governo: tra i
nuovi alloggi 59 mila sono le case popolari da ristrutturare, oggi inagibili. Cioè
abbandonate.
L’Ater di Roma, l'azienda comunale per l'edilizia popolare, del Comune,
è in causa col Comune per 67 milioni che non intende pagare. E cioè,
più o meno, l’Imu.
Si moltiplicano i lavori infiniti del Giubileo con i fondi del
Giubileo. Marciapiedi per nessun pedone. Sopraelevazioni - per ridurre la carreggiata del traffico? Per
eliminare i posti macchina-parcheggi? Per distribuire soldi – finite le vacche
grasse delle piste ciclabili (340 km, più 185 appaltati), non utilizzate e per lo più piste di erbacce e rifiuti. Sono ricomparse pure le
fioriere: giganteschi vasi di cemento armato, con piantine che seccheranno tra un mese e nessuno curerà. L’appalto per l'appalto (per smaltire le fioriere, boom subito crollato con la giunta Rutelli venticinque
anni fa?). La corruzione a cielo aperto sembra inverosimile, ma a Roma si può.
Cronache dell’altro mondo – in ritirata (430)
Mercoledì le ultime truppe americane lasciano l’Iraq. È la fine formale della guerra contro lo Stato Islamico, e della presenza militare in Iraq – il ritiro era già stato completato in Siria, in
primavera.
E sembra probabile che gli Stati Uniti
riducano o ritirino la loro presenza militare nella penisola arabica, una volta
conclusa la guerra con l’Iran. Il ritiro l stesso presidente Trump aveva preparato nella prima presidenza, con gli “accordi di Abramo”, allentando i possibili motivi
di ostilità con Israele.
Il ritiro dalla penisola arabica, già
auspicato da Trump, si ritiene faccia parte indirettamente del negoziato in
corso con l'Iran. L’auspicio è che l'Iran
possa trovare una base di coesistenza con i potentati arabi del Golfo.
Il ritiro dal Medio Oriente, nel quadro
di una riconcentrazione delle forze con l'abbandono del
multilateralismo con garanzia militare americana, per un riequilibrio pacifico con
l’interlocutore Cima, segna un cambiamento epocale per la regione: dalla fine e la
dislocazione dell’impero ottomano un secolo fa, il Medio Oriente è sempre stato
governato da remoto, dapprima dalle potenze coloniali, Francia e Gran Bretagna,
poi, dal 1956, dagli Stati Uniti.
Se la borghesia rifiorisce al Sud
Nell’estate del
2010 Valensise decise di prendere sul serio il mestiere di giornalista che da qualche
tempo praticava al "Foglio" (dopo essere stata francesista con Giovanni Macchia, assistente a Parigi e editrice in traduzione del grande storico francese François Furet, “Il
passato di un’illusione”, sulle debolezze del comunismo in versione sovietica, e
assistente di Ronchey ministro della Cultura nel governo Ciampi, 1993-1994 - sarà
poi alla direzione dell’Istituto Italiano di Cultura a Parigi e presidente, quale
è ora, dell’Inda, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, a Siracusa),
e si fa “inviato” a Palermo, per un’inchiesta, “Sicilia, laboratorio politico d’Italia”
(si pensava così, ancora quindici anni fa). A Palermo le cose non le piacciono (la grande novità erano i soliti giochetti della
politica siciliana, di tutti contro tutti, solo più suicidari - nella fattispecie di Micciché, che dopo
aver fatto due en plein elettorali nell’isola per Berlusconi, ora ne
silurava da ogni banda il partito). Ma già a Catania trova persone e cose di
interesse, in abbondanza, che le ravvivano recenti ricordi.
Marina Valensise è
stata infatti bambina e ragazza felice a Polistena, cittadina ai bordi della Piana
di Gioia Tauro, figlia di un padre amabile\amato, il senatore (missino) Raffaele,
coi tre fratelli, i cugini che facevano incursioni indiavolate da Palmi, e il
mare trasparante alla Tonnara. Una memoria felice, al ricordo e per i lettori, che
aveva già pubblicato sul “Foglio” l’estate precedente, e ora pone in apettura al
suo “viaggio intorno al Sud”. O un anno di Sud. Dopo l'estate in Sicilia l'autunno in Calabria. Anche qui
non molto felice, specie nella "sua" Calabria, magnogreca o Ultra Prima (la provincia
di Reggio). Ma sì già nella Calabria Citra, il cosentino - benché governata dal
non amato capo socialista Giacomo Mancini. (Valensise è solidamente conservatrice, fino al legittimismo: rivaluta di passaggio la resistenza di Francesco II, l'ultimo re di Napoli, a Gaeta; Murat, in cui s'imbatte spesso, fa "il re bonapartista", "il cognato", "ex locandiera fallito", "l'usurpatore dei Borboni", etc.; nei Beati Paoli trova una banda di Robin Hood). E poi via via sempre di più e sempre di meglio scopre in Basilicata - "per chi arriva dalla Calabria, la Lucania Basilicata sembra la California" (Basilicata o Lucania? “Era Lucania il nome antico ripreso dal
fascismo fino al 1947” – ma non è la terra dei Lucani, l’antica imbattibile
popolazione di guerrieri? 'Lucania Basilicata' è ben detto, una Lucania "regalizzata"). E il Salento, di scoperta in scoperta, e Taranto-Bari, e la Campania, tesoro nascosto,
dentro e fuori Napoli – “da unica capitale d’Italia a prefettura”. Un pullulare
di iniziative, imprese e persone, soprattutto le persone, che accendono gli
entusiasmi, della scrittrice e del lettore. “Autunno” Calabria, “Inverno” Basilicata e Puglia, “Primavera” Puglia
e Campania” è la scansione. Resuscitando il Grand Tour, il genere plurisecolare
del “viaggio” europeo alla scoperta dell’Italia, ironicamente ma non del tutto.
Valensise ne
scrive con entusiasmo, anche per i lettori, perché, forse inconsciamente, ritrova
nel Sud, in molti luoghi e persone, la “sana borghesia” nella quale è cresciuta.
Spesso corroborata da radici araldiche ma non necessariamente. Che vuole e sa
maneggiare con disinvoltura per la sua stessa formazione e vocazione conservatrice,
ancorché liberale. Di cui è una delle poche a cui è stato permesso (Giuliano
Ferrara ha permesso) di parlare. Di “valori”, come intrapredenza, cosmopolitismo,
coraggio, impegno personale, di energie e di risorse, con cadute oltre che di
successi, una visione non ideologica della vita e del vivere, e un’attività
propria e in proprio. Del tutto all’opposto di quanto il Sud, negli anni
successivi alla sua infanzia-adolescenza, è venuto a rappresentare, e anche a
essere: il posto, le pensioni di invalidità, e la lagna – non ce n’è mai abbastanza.
Valensise forse
non lo sa, non lo sapeva quando ha scritto, quindici anni fa, poiché non lo
dice, non lo rivendica. Ma è plateale, ed è quello che fa la lettura sempre viva,
curiosa, interessata. È una scoperta per l’autrice. Che se la fa spiegare da un nobiluomo, il regista Edoardo Winspeare, barone: "Io adoro 'Il Gattopardo', i Barracco, i Berlingieri e i grandi latifondisti, ma invece di lamentarsi, mi domando, non potevano inventarsi qualcosa anche loro?" È una
scoperta per il lettore: non ha molti altri libri che glielo raccontino, forse
non ne ha affatto.
Il Sud è il “Sud”, la macchia eterna della Repubblica, dalle pensioni alle mafie, perché la sua borghesia, ancora viva negli anni 1950, e nei primi anni 1960, p.es. nello stesso ambiente in cui l’autrice viveva, Polistena, Palmi, la cittadina diffusa della Piana di Gioia, e poi é scomparsa. Per la mafia? Per lo Stato, insieme con la mafia. Non c’era la mafia nel reggino negli anni 1950 – l’“onorata società” era di vagabondi che si vedevano talvolta esibire il “muffu”, un fazzoletto di seta colorata a significare che erano “di giornata”, ma non disturbavano nessuno e si limitavano al contrabbando, raro, di sigarette, e ai biglietti falsi, al più di mille lire. C’erano le faide, che sono altra cosa. Poi mettono radici i Piromalli a Gioia Tauro, i Crea a Rizziconi, i Pesce a Rosarno, i Nirta e i Pelle a San Luca, i De Stefano a Reggio, i Mammoliti a Oppido Mamertina, gli Alvaro di Sinopoli – con tentacoli, questi, tuttora attivi, per tutta l’antica signoria degli Spinelli, conti di Sinopoli: Cosoleto, Delianuova, Lubrichi, Santa Cristina. Pensare chi e cosa erano i Nirta. Non c’era la mafia, la mafia è nata e ha prosperato con la Repubblica. I Mammoliti di Castellace si ricordano piangere il padre morto di coltello su un carretto a stanghe, lungo lo stradone bianco, padroni poi di farsi fare di un tratturo una strada, e di tutti i regolamenti europei, con annesse provvigioni, alle quali l’accesso era garantito, da una burocrazia per una volta efficiente. Poi sono finiti per la caparbietà di Teresa Cordopatri, sorella del loro unico assassinato - peraltro preterintenzionale: basta poco, sarebbe bastato. Lo Stato - i Carabinieri, i giudici – non hanno protetto la società non proteggendo la proprietà (“se hanno i soldi paghino”, si diceva dei rapiti, nella stagione dei rapimenti – mai nessuno fu liberato dallo Stato, attorno all’Aspromonte la metà dei 694 rapimenti ufficialmente censiti in Italia, una vendemmia).
Tema sensibile, si
dice, perché coinvolge l’antimafia, l’attività repressiva dello Stato. Che
infetta anche lo spirito libero della scrittrice. Il suo “Autunno in Calabria”
comincia male, a rischio dissuasione dalla lettura, col tutto è mafia di
Gratteri, e del duo a Reggio Calabria Pignatone-Prestipino, nuovi-vecchi arnesi
democristiani ponziopilateschi – “là fuori è tutto mafia” (questo non lo dicono
i tre, Marina Valensise se lo è perduto, lo dirà Federico Cafiero de Raho, il
successore di Pignatone a Reggio, che non usciva di casa, diceva, per non infettarsi - e
così diventò Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo per ben cinque anni,
e poi deputato onorato grillino, un carrierone per non aver mai lavorato).
Marina Valensise, Il sole sorge al Sud, Marsilio, pp.378, ril. € 22
domenica 27 settembre 2026
Problemi di base terrorsti bis - 933
spock
C’è la causa
buona e la causa cattiva?
La bontà di
uccidere, chi capita?
E la vendetta
– la faida?
Il nemico,
certo, fino alla ennesima generazione?
Un gioco a cui
non vince nessuno?
Una guerra senza
pace: sacrificare per sacrificarsi?
spock@antiit.eu
