spock
giovedì 9 luglio 2026
Lo scienziato perso in Persia
Colpisce
a una rilettura il non detto, non osservato - che all'epoca si imponeva, 1978-1979. Di un mondo intellettuale, p.es.,
in Iran “americano”, dall’inglese parlato agli orizzonti culturali. Della
mobilitazione giovanile in gruppi e masse compatte, nei campi e campeggi da
addestramento al combattimento fisico. Compresi i blocchi neri di giovani
donne. E nelle piazze della rivolta le masse nere femminili, ululanti, trascinanti,
a uso delle immagini (“fare massa”) – a favore di un regime arcimaschilista. O
l’uso sbalorditivo dei media, audiocassette,
videocassette, manifestazioni “studiate”, a uso mediatico. E il ruolo dei
servizi segreti, francesi e americani, nel mongtaggio del radicalismoislamcio –
che tanti danni ha portato (anche) agli islamici.
Le
edizioni Gallimard hanno raccolto nel 1994, dieci anni dopo lamorte di
Foucault, gli articoli che lo studioso aveva scritto tra l’ottobre del 1978 e
il febbraio del 1979, in presa diretta, in esclusiva per il “Corriere della sera”,
sulla “rivoluzione” iraniana, senza le virgolette. La traduzione è successiva
di quattro anni, 1998, con una premessa e a cura di Renzo Guolo, molto critico,
e Pierluigi Panza, perplesso.
Una
lettura in certo senso affascinante, di come la colta, coltissma, Europa fa a
meno del Resto del Mondo – faceva, quando si pensava ancora dominante.
Michel
Foucault, Taccuino persiano, Guerini
e Associati, pp. 128 pp. vv.
mercoledì 8 luglio 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (638)
Giuseppe Leuzzi
Solo la cucina salva dall’odio-di-sé
Eugenio
Barba è un teatrante di gran nome, nato in Italia, da cui si è allontanato da
giovane (ma di buon nome anche in Italia, in qualità di allievo di Jerzy
Grotowski, e con le lontane esperienze dell’Odin Teatret), professando da
Holstebrō in Danimarca sull’Europa continentale. Ripescato ormai novantenne dal
“Venerdì di Repubblica” in una profusa intervista, non ha nostalgia né ricordi,
giusto un “sono nato a Gallipoli”. Non è una posa e non è un fatto isolato, il
fenomeno universale delle “radiici” non attecchisce al Sud. Dove invece prevale
il rifuto, l’odio-di-sé, un secolo (1930) fa teorizzato da Theodor Lessing per
il mondo ebraico, in chiave e in epoca di assimilazione – ripreso vent’anni fa,
nel 2004 (“England and the Need for Nations”), da Roger Scruton (filosofo
dichiaratamente “conservatore”) come “oicofobia”, o “esigenza di denigrare i
costumi, la cultura e le istituzioni che sono identificabili come nostri”.
L’origine insomma come patologia. Non necessariamente, ma in chi ne soffre come
di una dimuzione o una tara. Come un incidente, più nocivo che ripugnante, ma
insomma una palla al piede.
Il
contrario, la ricerca e il culto delle radici, resiste nelle Americhe, Australia compresa,
tra gli emigrati per bisogno, anche perché è un fatto “culturale” - la memoria delle
radici è storia, che ha un valore forte in mondi senza storia, e per di più la
storia dell’Italia e anche del Sud si vuole gloriosa, dalla Magna Gtrecia in
poi. Non tocca chi è emigrato per rifiuto.
La
questione delle “radici” è complessa. Simone Weil, che l’ha affrontata per
prima, nel 1943, poco prima di morire, “L’Enracinement” (tradotto come “La
prima radice”), ne ha fatto l’anamnesi ma non ne ha prospettato un assetto critico – in
termini di validità, bisogno, necessità, o rifiuto. Trent’anni dopo, nel 1976,
il romanzo “Radici” ha reso il tema popolare - in A merica e quindi nel mondo:
“la saga di una famiglia americana” recitava il sottotitolo, di una famiglia
afroamericana, opera dello scrittore afroamericano Alex Haley. Suscitando un
sorta di generale corsa alle origini degli ameriani, tutti in vario modo
immigrati – e quindi nel mondo, una rivisitazione e una rivalutazione. Per gli
italiani emigrati curiosamente solo di un tipo – a parte la rivendicazione della
storia e del patrimonio artistico: la cucina. Tolta la quale c’è piuttosto
riserbo, se non rifiuto – l’odio-di-sé si pratica, non si professa, è come uan
vergogna, di qualcosa che non si esibisce.
Valga per l’Italia il caso di Stanley Tucci, l’attore americano di
tanti film famosi ora cuoco professionale a Londra, nel bestseller di qualche
anno fa, “Cio vuole gusto. La mia vita attraverso il cibo”: l’abitudime materna
a cucinare due volte al giorno per il padre e i figli, di una donna peraltro
attiva fuori casa, laureata, segretaria di redazione di una rivista, scrittrice
di culinaria, si è scoperto in età a considerare un linguaggio potente d’immedesimazione.
Allargato nella fattispecie alla cuginanza di Cittanova, in Calabria, che la
madre ha voluto far conoscere alla sua famiglia americana, e che ha sedotto il
ragazzo Stanley, che ne ha memoria viva
dopo molti anni, dei luoghi, dei visi, dei modi, delle cose fatte e viste.
Nello stesso giornale del recupero di Barba, nel numero successivo, la
rubrichista Annalisa Cuzzorea, nata a Reggio Calabria, apprezza della collega
Concita De Gregorio, “La cura”, il racconto di una grave malattia, soprattutto
la memoria gastronomica: quando “la madre vuole prendere il treno, trasferirsi
da lei, andarle a cucinare le crocchette di baccalà, convinta che le faranno tornare
l’appetito”, e quindi la salute. Per poi ricordare: “D’incanto, ho rivisto la padella
con cui mia nonna cucinava il mio cibo preferito, la frittata di patate….Non
era un tipo affettuoso, la nonna, parlava cucinando, però”
C’è chi si
svilppa e chi no – la questione meridionale
Capita
di passare lunghi periodi l’anno in provincia di Massa a contatto con la
provincia di Lucca. Stessa geografia, stesso clima, stesse attività o
vocazioni, terziarie, ma due mondi separati e distinti, benché limitrofi, e nei
secoli non sempre divisi. Neanche amministrativamente. Sono anche due mondi basicamente
“democristiani”, perché votano, e perché pensano “bianco”. Ma all’opposto, per
capacità di gestione, progettazione, creazione di ricchezza – di “visione “.
Attenta e fruttuosa in ogni ganglio la lucchesia, trascurata e in definitiva
poveristica, se non per il necessario riferimento al popolo, ai bisogni, alla resistenza,
etc., per coprire l’inettitudine o il menefreghismo, la provincia massese.
All’interno della quale peraltro sarebbe da rilevare una differenza enorme tra
Massa comune e il comune adiacente di Montignoso, che di un canale abbandonato,
il Cinquale, ha fatto in pochissimi anni una miniera – ma meglio semplificare,
non perdere il filo.
Due
province limitrofe, stessa Regione, stessa cultura politica, due destini diversi
e come opposti, lo sviluppo da una parte, razionale, brillante, costante. Fino alla
ricchezza, curata, rinnovata. Dall’altra, con gli stessi presupposti, geografici,
naturali, poloiticii, la rassegnazione e come un’implosione.
Succede
anche al Sud. Fra la Calabria, p.es., regione ricca di risorse, che non sa o non
si cura di valorizzare, e la Basilicata, che al cofronto non ne ha ma si
industria di fare fruttare il poco al meglio – se non altro con un’intelligente
promozione-presentazione, o politica d’immagine.
È
il mistero del ritardo persistente del Sud. Non più scusabile ora, a fronte dei
passi da gigante delle regioni più povere d’Europa in pochi anni dacchè sono entrate
nell’Unione Europea. Dove si preferisce emigrare piuttosto che costruire. Lo
sviluppo è più un fatto di mentalità, di volontà di fare e di saper fare, che
di risorse – sono poveri in Africa il Katanga e la Namibia, i territori più ricchi
al mondo di minerali ricchi e preziosi.
Lamentarsi fa
bene - la questione settentrionale
Vent’anni
fa il “Corriere della sera” discuteva la “questione settentrionale”. Il
leghismo legando alle vecchie rimostranze lombardo-venete – nei confronti del
nuovo Stato italiano come già sotto il dominio austriaco. Lo ricorda oggi lo
stesso quotidiano nel reprint del 10 luglio 2006, con la vittoria dell’Italia
ai Mondiali di calcio, della sere di ristampe con cui celebra i suoi 150 anni.
Il
dibattito era stato sollevato, vent’anni fa, domenica 2 luglio 2006, da Galli
della Loggia, che ne faceva “un’istanza reale”, allora e centociqnuant’anni prima,
ma mal rappresentata politicamente, col leghismo – in chiave isolazionsita,
punitiva, vendicativa, revanscista, egoista.
Su
questa analsi il “Corriere della sera” aveva aperto un dibattito, facendo
intervenire ogni giorno della settimana una personalità o uno studioso: Magris,
Galasso, il presidente della Regione Veneto
Galan, lo storico salentino Gianni Donno, e il giurista Guido Rossi.
Secondo quest’ultimo, all’epoca avvocato d’affari, Milano eVenezia si lamentano
sempre di chi li governa, di Roma come già di Vienna.
Sul
numero ristampato lo storico Roberto Chiarini, contemporaneista senza paraocchi
(“Perché la cultura politica è di sinistra e il Paese è di destra”, “Storia
dell’antipolitica dall’unità a oggi”) già cattedratico alla Statale milanese,
critico del “pochi ma buoni”, la mitogafia esclusivista della Resistenza,
illustra una chiave nuova, l’andirivieni del leghsimo collegando alle
oscillazioni politiche del mondo cattolico. Chiarini parte lamentando che la
questione è impostata male dalla Lega e dagli oppositori della Lega. Ma subito
poi registra, “già nel momento della formazione
dello Stato e della nazione la presenza di un forte sentimento di
«orgoglio del Nord», un impasto irrisolto di più ingredienti, di denuncia della
sperequazione fiscale, cne condanna «la Lombardia a pagare per tutti», di
equiparazione di Roma a «centro dei parassiti di ogni risma», di esaltazione di
Milano quale esempiol del«fare da sé», di predilezione per «l’Italia che
lavora»”.
La
divaricazione politica fu evitata nel primo mezzo scolo di vita unitaria, del “non
possumus” legittimista vaticano, gli ambienti cattolici, prevalenti nel
Lombardo-Veneto, confluendo con le nascenti borghesie nel fai-da-te, fuori dalla
politica – “la frattura confessionale da un lato e il respiro universalista delle
idelogie dominanti”, liberale e socialista. Il fascismo impose il “vincolo
superiore, unitario e centralistico”. Con la Repubblica la “questione settentrionale”
viene posta con virulenza. Anche se bisognerà “aspettare la crisi dei partiti
di governo. E specificamente della Democrazia cristiana, perhé il mondo cattolico
si ritrovi, per così dire, politicamente orfano. Lo scontento finisce per
riattivare gli antichi (e mai sopiti) pregiudizi dell’anti-politica, dell’anti-statalismo
e dell’anti-centralismo. Si apre allora, nella storia d’Italia,con un ritardo
di oltre un secolo, rispetto alla nascita dello Stato Unitari centralistico, la partita….”.
Cronache della differenza: Milano
“Qui
le donne percuotono l’incudine e lavorano con il maglio e la vanga”. Nel 1787
Thomas Jefferson, padre della patria americano, futuro terzo presidente,
ambasciatore a Parigi, ospite in pimavera di
Francesco Dal Verme, giovane conte volontario cinque anni prima nella
guerra per l’indipendenza, fa questa osservazione “nei suoi quasi sconosciuti
appunti di viaggio”, che Marzio G.Mian recupera in parte sul “Corriere della
sera-Milano”. La fa “tornando ai dintorni di Milano” dalle sue cacce ai luoghi,
prodotti (soprattutto agricoli, riso, formaggi,vini) e metodi che annota in
dettaglio, da riproporre in America.
Sempre
più al vento degli affari, sempre volatile tra le Borse europee: i titoli
salgono e scendono come in una qualsiasi Borsa del Terzo mondo, del 5-6 e
perfino dell’8 per cento. Per un fatto tecnico, la scarsità del flottante – che
non è colpa di Milano, è la debolezza del sistema Paese, fatto di piccole e
micro aziende. Ma è questo che fa soprattutto la ricchezza di Milano: in questo
tipo di mercato basta un minimo di accortezza per motiplicare il denaro. Milano
è ricca di poco?
“La Lettura” di fine maggio dedica molto
spazio a Milano, la città che “non c’è più”. A San Siro, lo stadio che non si
sa se abbattere o riqualificare. E alla città come la vivono due suoi scrittori
- due “giallisti”: Gian Andrea Cerone e Alessandro Robecchi. Cerone, nel libro
in uscita, “L’incertezza del domani”, ha ambientato due delitti nel Bosco
Verticale: “Per capire com’è ci ho persino dormito. Sembra di stare in un
ospedale lituano”.
Cerone lamenta difficoltà anche
nell’ambientazione. Al punto che non ha
trovato di meglio che riiunire i personaggi attorno a “una comunità di lavoro:
a Milano si lavora sempre”.
Robecchi non ci si ritrova: “Dal ponte di
corso Lodi l’orizzonte non lo si vede più”.
Si
lamenta molto, nel dibattito tra i due romanzieri, l’indebolimento
(l’impoverimento) del ceto medio, operaio, impegatizio, professionale. Ma nel
“canone di autori milanesi” mettono
Bianciardi, Testori, Beppe Viola, naturamente Scerbanenco, Buzzati e anche
Umberto Saba. E non Gadda e Arbasino, che di quel ceto medio individuarono per
tempo le debolezze: perché scelsero d vivere a Roma?
Da
molti anni ormai rinuncia al Giro d’Italia, che era “meneghino”. Anche per la
Scala, a parte la finta passerella di celebrità
della “prima” stagionale alla Rai (condotta da Vespa…) non c’è più attenzione –
progetti, passione: alla direzione musicale trova solo Myung-Whun Chung, 73
anni, “ho poche energie”, che 39 anni è sbarcato in Europa come direttore
musicale, ma all’Opéra di Parigi). Si direbbe una società senz’anima.
Anche
delle squadre di calcio, la passione è extraurbana. Il leghismo non stringe
niente, dissecca.
«I tempi non aiutano, però voci importanti si stanno
affievolendo. Trenta, quarant’anni fa c’era maggiore coesione tra i ruoli
apicali della società», il sindaco Sala lamenta col settimanale “7”, che ha
concluso con lui una lunga serie di reportages
su Milano oggi. Dacché il malessere? Il leghismo è un virus, che non risparmia
i leghisti.
“Milano città
che sale, lo diciamo da inizio 900, città delle opportunità, dei grandi eventi,
poi Milano città esclusiva, dal mercato immobiliare inaccessibile, dalla
sicurezza sfilacciata”, così “7” sintetizza la serie di articoli su Milano.
Veramente la “sicurezza” a Milano è sempre sfilacciata”, dai poveracci di
“Miracolo a Milano” agli hooligans, quando la città cominciò a sentirsi
inglese, ai terroristi – e molto prima agli squadristi. Ma forse è una
percezione - è sempre “dagli all’untore”.
Le baby gang imperversano, fanno
anche morti. Lasciate alla Polizia. Mentre sono un fenomeno sociale, di ragazzi
lasciati a se stessi. Il milanese non ha tempo e non ha voglia di occuparsene.
A difetto di Polizia, la colpa è della scuola. La realtà è un disturbo a
Milano.
Lunedì il.milanese Bpm si
compra Mps con Mediobanca e Generali. Martedì se li ricompra Intesa. Era un po’ da ridere in effetti l’assalto di
Roma (Siena ne è da sempre succursale) al cuore di Milano, che è monetario e
finanziario. Che quando il gioco si fa duro (Mediobanca, la ricchezza dei
milanesi? Generali?) è in grado di reagire con due sberle.
“La stanza proibita nella
Milano segreta” – la “Milano da bere” non si pone limiti: “Fruste, corde,
catene, manette” per incontri sadomaso, “in uno spazio di 50 mq, affitatto a
ore nel cuore della città. In condominio. Forse qalcuno si domanda il motivo
del viavai, ma nessuno ha mai chiesto niente”. Bocche cucite, ma non è mafia,
sono affari.
“La città è molto cambiata.
Il ceto medio di centrodestra è stato praticamente «espulso» dalla città –se scientificamente
o ideologicamente non lo so – e a dominare c’è un mondo di sinstra radical chic”.
Lo dice La Russa, il presidente già missino del Senato, ma è la verità. Un
tempo la città si governava con i socialisti perché era operaia. Poi è
diventata impiegatizia, e quindi leghista. Ora è senz’anima, se non l’immobiliare. A prova di
Procura.
Non si fanno statistiche né
indagini sociologiche, ma ha il record da qualche anno delle violenze
giovanili, in rapporto agli abitanti e in assoluto: sutpri, assalti,assassinii.
Non sempre di giovani figli di sudamericani. Ma non ne fa un problema, non
studia rimedi. Né c’è un ceto dirigente cui fare capo, per critiche o iniziative
– Gadda e Arbasino non satrebbero chi irridere. Il sindaco Sala rappresenta
solo se stesso. E gli immobiliaristi dei grattacieli, costruiti come
“ristrutturazioni” di garage.
Rocchi-Gravina-Inter è un fatto: le consultazioni erano
la prassi. Naturalmente non si dimostrerà nulla. L’Inter ne ha passate indenne
anche di molto peggiori. Anzi, fu l’accusatrice principe nel 2006 contro la
Juventus, tramite il suo fedelissimo consigliere Guido Rossi, eletto presidente
della Figc. Roba di pessimo gusto, ma non a Milano. Milano ha sempre ragione, che
ci toglie anche il calcio, ci prova.
È la
diocesi più grande d’Europa. Con cinque milioni di battezzati. Ma non ha - non ha più, dopo il cadinale Martini, che a
un certo punto si ritirò in Terrasanta – si è scristianizzata?
Ha anche molte chiese, alcune suggestive, storiche ,
architettoniche, ma non c’entra mai nessuno – sono deserte a tutte le ore.
leuzzi@antiit.eu
Ritorno alla geoeconomia
La
geoeconomia ritorna al centro. Su iniziativa americana: l’efficienza
(convenienza) economica, in termini di costi\benefici, si riequilibra con
considerazioni di sicurezza, per la crescita e la moltiplicazione dei rischi
geopolitici. Attraverso dazi, contingenti, nazionalizzazioni. Ma non è una novità: “Quando si arriva agli scambi internazionali,
gli Stati hanno sempre bilanciato la convenienza economica con la sicurezza
nazionale”. Che è un concetto largo, e più in termini di convenienza economica,
presente e futura, tutti i fattori considerati, compreso il lavoro e l’effetto reddito,
che militari o di potenza.
Una
serie di interventi di economisti di varia formazione e opinione, coordinati
dalla direttrice della pubblicazione dell’Fmi Gita Bhatt, sull’avvenuto ritorno
alla geoeconomia. Al bilanciamento dei vantaggi ricardiani del libero scambio
con i progetti, i programmi, i problemi, gli sviluppi nazionali.
AA.VV.
– Rethinking Free Trade, “F&D”, Finance&Development, Imf, in libera lettura, anche in italiano, Ripensare il libero scambio)
martedì 7 luglio 2026
L'America ha bisogno dell'Europa
Si va al vertice
Nato con le polveri bagnate. L’Europa ci va. Si sottostima storicamente, e politicamente,
il bisogno che gli Stati Uniti hanno avuto e hanno dell’Europa. Forse per la scarsa
caratura dei leader europei di fronte
all’eccessivo Trump. Ma inequivocabile. Nella lunga resistenza all’espansionismo
sovietico dopo l’appeasement rooseveltiano
a Yalta. Compresa la fermentazione del “dissenso”, che è in ultima analisi ciò
che ha disintegrato il sovietismo, più che gli scudi stellari di Reagan. E ne
hanno ora bisogno nei riguardi dell’Asia, della Cina, e dell’India insorgente.
La Ue è concorrente
economica. Ma dentro le regole del mercato. E in posizione di debolezza, tra Usa e Cina. Non è una economia ma un conglomerato, tribale. Produce poco e male - cresce un terzo di Usa e Cina. Non è nella IA, e nei data center che la alimentano. È e resta dipendente negli approvvigionamenti energetici. Trump ha adottato la sbruffonaggine
per politica, dalla Groenlandia a Meloni, alla guerra improvvisa e persa contro
gli ayatollah, inguaiando in questo caso mezzo mondo, per poi lamentare che non
la ha vinta perché l’Europa non l’ha combattuta. Il che è anche vero. Ma nessuno, non solo in Europa, avrebbe considerato quella guerra in qualche modo utile.
Meloni al tavolo d’onore
del pranzo Nato, con Trump e Erdogan, è probabilmente un fatto di etichetta – ha
un inglese fluente e sa trattare molti temi, fatto indispensabile in un tavolo “seduti”
per un’ora, un’ora e mezza. Ma il fatto è che Trump a quel tavolo ci deve
stare. E ci sta.
La Forza sia con l'America
Non fanno notizia
né opinione in America le intemperanze di Trump contro questo e quello, contro i leader
europei, dopo Obama e Biden: Macron, Merz, Meloni - le tre M dell’Europa? – e contro
il papa di Roma (non c’è stata una sollevazione dei cattolici, in Sud America sì, in America no). E nemmeno
contro questo o quel candidato deputato a Washington o un\a giornalista. Non se ne trova traccia nei media americani, se non marginali, come curiosità.
Specie non in quelli “autorevoli” (considerati), oggi detti mainstream, tutti accesi antitrumpiani.
La Forza non dà
fastidio in America, dal rodeo a Hiroshima. “Che la Forza sia con te” si augurava
in “Guerre stellari” come augurio paterno, nella forma di una forza mistica, unificante,
spiegavano i programmatori, sopra invidie e inimicizie. Ma è pur sempre la Forza.
Che non si augura a un nemico: la pax
americana.
Ma è la Dc che governa
Cazzulllo dà oggi
sul “Corriere della sera”, argomentando con i lettori, per defunta la Dc. E da
tempo. Mentre regna sovrana. Nella Funzione Pubblica, cioè nelle istituzioni.
Dal Quirinale e dalla Corte Costituzionale in giù. Naturalmente in Cassazione e
al Csm. Targata magari Pd o Forza Italia, e oggi un po’ Meloni, ma non vuol
dire – era il messaggio del cardinale Ruini, eminente politico, e rispettabile,
ai vescovi italiani trent’anni fa: diversificare. Nonché nelle cariche
direttive durature, alla Rai e negli enti economici, dai ministeri alle Procure – un po’ di sinistra e un po’ di
destra. Nella spesa pubblica: orientamenti (assistenzialismo, ma anche
incentivazione) e controllo centri di spesa. Anche negli investimenti, tramite
i grandi enti economici, oggi grandi gruppi, Ferrovie, Anas, Eni, Enel. Nelle
banche, tutte o quasi tutte emanazione delle fondazioni, tutte di area Dc:
Intesa, Unicredit, Bpm, perfino Mps – unica eccezione Bper, ma per un’ascesa
avventurosa (e quindi ricattabile?) Unipol ex Coop (ex Pci) consentita
benevolmente dalla Dc, col regalo dapprima di Sai, e poi della stessa Bper e
della Popolare Sondrio. E naturamente
nella politica. Col Pd, di cui è stata la forza creatrice, con l’Ulivo, e
resta quella dominante – il vero “partito” (Schlein è solo qualche voto online,
non ha nessun potere, e del resto nessuno la consulta, che sia la difesa, o il
risiko bancario). Avendo espresso i presidenti del consiglio della “Seconda Repubblica”,
Prodi e Berlusconi, e poi Letta, Renzi e Gentiloni – e un po’ Meloni.
Ma l’elenco delle persistenze sarebbe lungo. Basti sapere, come questo sito ha notato, che è naturalmente
sempre il Centro, cioè la “massa” Dc, a determinate le maggioranze nella “Seconda
Repubblica”, spostando il milione e mezzo di voti, il 4-5 per cento dei (pochi)
votanti, che fanno le maggioranze – le alternanze. Che sono di schieramento ma
non di politica, immutata.
Cronache dell’altro mondo – eccezionali (410)
L’appello di
Trump al presidente della Fifa Infantino perché cancellasse la squalifica del calciatore
Usa Balogun è stato fatto nel nome della “eccezionalità” americana. E per questo
aspetto accettato da Infantino.
Erano stati gli
stessi Stati Uniti nel 2015, sempre nel nome della “eccezionalità”, della giurisdizione
esclusiva, a sradicare il vertice Fifa, Sepp Blatter e il candidato alla
successione Michel Platini – in favore di Gianni Infantino. Il DOJ, Department
of Justice, aveva promosso una lunga serie di accuse, compresi l’estorsione, la
truffa telematica, il riciclaggio e l’associazione a delinquere – accuse poi non
provate, ma alcuni incriminati, compreso il delegato americano Chuck Blazer, hanno
accettato la condanna con rito abbreviato, per uscire dal processo.
Balogun, il calciatore
che Trump ha voluto graziato, è uno di quelli a cui Trump avrebbe voluto toglier
e la cittadinanza – salvo parere contrario della Corte Suprema: americano solo
per nascita, casuale. Balogun è infatti un inglese, figlio di anglo-caraibici,
solo accidentalmente nato in America: alla madre, in stato di gravidanza
avanzato, non fu consentito di prendere l’aereo per Londra, dove avrebbe voluto
e dovuto far nascere il figlio. Uno dei tanti casi, anche per questo aspetto, della
“eccezionalità”,
(“The Atlantic”)
"Vogliamo tutto" in terza età
Il terzo racconto non c’entra con le nonne - se non di sbieco, madri più che nonne,
anzi giovani, e sole: è il più lungo, la metà del libro, un progetto di romanzo
probabilmente, di come la guerra dissecca le vite e gli animi, la prima e anche
la seconda guerra mondiale. È la vita di due amici pacifisti professi risucchiati
nella guerra del 1939, coscritti, su e giù per l’impero britannico, della vita
militare, dei loro avventurosi amori, del tanfo di morte che aleggia sulle vite
anche dei più giovani. Non un grande soggetto, sicuramente non originale,
eppure ancora notevole, tante e varie sono le vicissitudini.
“Le
nonne”, il primo racconto, e il secondo, “Victoria o gli Staveney”, tengono
fede al titolo della raccolta. Victoria è epitome della politica “inclusiva” del
millennio, con servizi sociali e tutto (case, sussidi, cure), che però non
“libera”. Victoria, orfana cresciuta dalla zia, assistente sociale, è bella, quasi
modella, ma inesperta e sperduta fra tanto benessere. Compresa la famiglia del
padre di sua figlia, così accogliente,
per programma e per temperamento, che della bambina
diventerà la vera famiglia, non più sua – Victoria finirà per sposare, benché
non molto religiosa, un parroco benevolente di una generazione più anziano di
lei, farà altri figli…. È il racconto, senza polemiche, del clash di culture, contro ogni volontà
inclusiva. Del nonno in specie, e della nonna – gente di teatro: la vita come
teatro.
“Le nonne” merita da solo la lettura. È il racconto
di due personaggi – oggi si direbbe “personagge” – epocali. Due donne sempre
amiche da scuola e sempre belle, che le loro vite hanno scelto di vivere sempre
vicine. E libere di costumi: nonne nel senso proprio del termine, ma sempre
attraenti, a sessant’anni anni hanno
deciso di mettere fine alla loro vita sessuale. Non per altro, ma perché
l’una andava a letto col figlio dell’altro, e i due giovani ora, seppure sempre
cotti, sono sposati e padri. Un incesto non incesto, ma altrettanto esclusivo,
forsennato. Cui la scoperta da parte delle nuore aggiunge pepe: la normalità
contro il piacere assoluto, dissoluto.
“Le affinità elettive” di Goethe in salsa trasgressiva
all’estremo, bypassando il tabù. Ma senza scandalo, se non la cosa in sé. Per
le due nonne, per come (si) sono costruite dall’adolescenza in poi, la cosa è
perfino naturale. “Un amore così non deve dire il suo nome”, si dicono a un
certo punto le amiche, rinviando a Oscar
Wilde. Ma per “le nonne” il rapporto è solo ovvio, poiché c’è l’attrazione – la
relazione si sviluppa attraverso la morbosità adolescenziale dei ragazzi.
Un racconto e dei personaggi costruiti su una scia generazionale
sensibile: quella cosiddetta in Italia del ’68, dei tardi boomer. Quella del “vogliamo tutto”, senza residui. E delle
generazioni successive, dei loro figli e
nipoti, la X e la Y.
Lessing è grande narratrice, in grado di svelenire lo
scandalo. Curiosamente presto dimenticata, anche dalle cultrici della materia
femminismo, in epoca di self, sotto
forma di psicologismi e vissuti, benché Nobel appena vent’anni fa, nel 2007. E
di un vissuto perfino romanzesco – nata a Kermanshah, nell’Iran ancora Qajar, 1919,
dove visse fino ai sei anni, poi
cresciuta in Rhodesia, oggi Zimbawe, fino ai 20, quando “ritornò” in
Inghilterra, a Londra, scrittrice già formata – il suo primo romanzo, “The
Grass is singing”, è dell’anno dopo, ai ventun’anni.
Doris Lessing, Le
nonne, Feltrinelli, pp, 25 € 11
lunedì 6 luglio 2026
Ombre - 829
Il bullismo di
Trump, considerato che i suoi numerosi messaggi social sono proposti e redatti da una non piccola squadra di consulenti
all’immagine, non è temperamentale come si dice, è voluta: ogni tanto vuole,
gli serve, “fare i titoli”, con Meloni in piccolo, o col papa, Zelensky, la Ue,
la Nato. Sarebbe “strategico”, nel caso Meloni, se volesse far vincere in Italia
il Pd, “i comunisti”- curiosamente, mette a disagio tutti i corrispondenti da
Washington, anche gl anti-meloniani. E non è personale – Trump è un apatico, a
parte se stesso, incompassionate. Si parla di Meloni, del papa, di Xi il Buono, degli europei ingrati per non parlare di Iran, di Hormuz, di Ucraina?
Non si può
sapere, non c’è sondaggio possibile, ma non è folle pensare che Trump si aliena,
in Italia e nel mondo, più gente col trattamento imposto alla Fifa sul
centravanti della nazionale americana che con le sue intemperanze, invettive e aggressioni
– specie se il team Usa andrà avanti stanotte nel torneo. Lo sport è un linguaggio semplice, tutti capiscono tutto. Senza la
guerra fredda, sarà bastato Trump a rigenerare il “cattivo amerikano” degli anni
1970, perdente e facinoroso.
“Familiari, collaboratori,
funzionari, 126 indagati fedelissimi di Sánchez” in Spagna: “Sono più dei deputati
socialisti”, del partito del presidente del consiglio spagnolo. L’Italia
facilmente si associa alla Spagna, che però è un altro mondo. Ha una spina
dorsale. L’Italia è quella dell’“invito a comparire” del giudice Borrelli col “Corriere
della sera” – “basta la parola”, uno sguardo furbo, un ghigno: mafiosa più che
giudiziosa.
“Ultimo raccoglie
a Roma per il concerto 250 mila persone”. Giovani. Di cui 160 mila da fuori Roma. A
un prezzo medio del biglietto di € 66 – minimo 49 massimo 99, più sovrapprezzo
prevendita. I Beatles se lo sognavano, ed erano i Beatles. Ci contentiamo di
poco? Perché saranno ricordati questi anni 2000 – sul piano umano c’è aria di
niente?
Dunque, senza
smentite, un milione di investitori che avevano acquistato la memecoin di Trump hanno perduto in 18
mesi 3,8 miliardi di dollari. Trump ci ha guadagnato invece, 800 milioni. Senza
scandalo. L’America decisamente è un altro mondo.
La sua criptovaluta
Trump aveva lanciato il 16 gennaio 2025, due giorni prima dell’Inauguration
Day, giornata di forti emozioni. Battezzandola World Liberty.
Il Canada, 40
milioni di abitanti, celebra i dieci anni della legge sull’eutanasia con 100 mila
morti. Più che per diabete e alzheinmer messi assieme: un morto canadese su venti
è stato fatto morire. È il T 4 di Hitler, non c’è dubbio, il programma di
eliminazione. Spontaneo e assistito quanto si vuole, ma basato sullo stesso principio:
l’esistenza difettosa è inutile.
“Il Sole 24 Ore
“sceglie di celebrare i 250 anni dell’indipendenza americana col debito: “Il
debito Usa verso i 40 mila miliardi”. Con “interessi passivi oltre i 1.000
miliardi di dollari”. È un segno di debolezza, o di potenza?
Curioso l’avventurismo
di Giorgetti, che si arroga il potere di decidere gli assetti bancari. Con
l’uso insistente della moral suasion,
che non gli compete, e col minacciato uso illegale del golden power. Come già il governatore della Banca d’Italia Fazio.
Che vi aveva titolo, ma subì all’epoca da Intesa, nella persona di Bazoli (Intesa più “Corriere
della sera”), una guerra culminata - da buon Dc di sinistra contro un Dc di
destra – con l’arresto. Curioso che l’intromissione illegale del ministro non
sia contestata da Intesa-Bper. Come già non lo fu da Unicredit.
Curioso anche che
la Lega, che non conta più nulla politicamente, ed è un partito politico e non una
banca, possa farsi una superbanca tramite Mps (Mps-Mediobanca-Generali-Bpm)
senza che sia criticata. Non una sola critica. Non dai mezzi d’informazione,
non dalle banche che disinvoltamente colpisce, Intesa ora dopo Unicredit – che
pure sono le più grandi. È bastato legnarle sugli utili, per due o tre anni
consecutivi?
“Nessun danno
erariale” dalle Park Towers, i due grattacieli del costruttore Bluestone in via
Crescenzago a Milano, di 81 e 59 metri di altezza, realizzati come “ristrutturazione
edilizia” di un magazzino di due piani, con semplice Scia, e quindi assolti con
lode dalla Corte dei Conti i funzionari comunali che, diversamente dalle altre
pratiche, quella Scia non aprirono: “Non c’è colpa”. Senza scandalo: la giustizia,
quella contabile per prima, ha la faccia di bronzo.
In alternativa, il
trio contabile delle Park Towers, i giudici Canu-Vinciguerra-Berruto, si fanno passare
per “resistenti” - al governo Meloni. La Resistenza in affari mancava. Nel
caso, però, bisogna dire, con strafottenza: “Non c’è colpa”, spiegano, al
Comune di Milano, in base a una mini-riforma Foti, cioè del governo Meloni, che vincola la “colpa grave” per “danno erariale”
a casi precisi. Furbo, il trio
Canu-Vinciguerra-Berruto.
“Olmert: “L’offensiva
di Gaza è una guerra senza scadenze”, un titolo troneggia sul “Corriere della
sera”. Vent’anni fa Olmert era primo ministro israeliano ad interim, rimpiazzava il “falco” generale Sharon malato. Da Sharon
a Netanyahu Israele non sembra averci guadagnato molto, sta sempre lì, in armi,
in Libano, a Gaza, in Cisgiordania.
“Gattuso: senza
scandali non avremmo mai vinto”, il commento di “ringhio” per il ventennale del
Mondiale 2006, che il “Corriere della
sera”-reprint mostra in prima pagina: “Tutte le nostre squadre avevano e hanno
dei problemi con la giustizia sportiva, noi abbiamo dato qualcosa di più per questo
motivo”. L’Italia vince difendendosi. Ma dalla giustizia?
Certo, la
giustizia “sportiva”. E non era ancora ai livelli del Procuratore Chiné.
Manca l’Italia al
Mondiale nord-americano, ma di più manca la Cina. Un continente. Che tanto ci
ha speso, con Lippi, Cannavaro e altri allenatori, e qualche campione in
disarmo. Il presidente Xi ha sbagliato a sceglierli italiani?
Anche a
Montecarlo, dove l’attentato era mortale, si fa finta di nulla, con le “azioni”
terroristiche per mano ucraina. Come per altri assassinii, in Russia. E il famoso
attacco sottomarino al gasdotto tedesco NordStream, che la Germania aveva
voluto in mare per evitare i paesi Baltici e l’Ucraina. Si sottovaluta l’Ucraina, non sarà un vicino
facile.
La vittima
predestinata si fa valere che è un riccastro corrotto. E i segretari di
Zelensky?
Via con le vendite, quel romanzo è sospetto
L’estate
del 1936 fu funestata, in un certo senso, dalla smania di comprare, leggere,
discutere un voluminoso romanzo d’amore sulla guerra civile. Un romanzo che
entro l’anno avrà venduto un milione di copie, record assoluto. Benché costasse
3 dollari, prezzo allora ragguardevole. E lungo, un migliaio di pagine. Evidentemente però
lette, poiché se ne parlava ad abundantiam.
La
rivista celebra i novant’anni di “Via col vento”, il romanzo, ripubblicando la
revisione che dell’autrice e del libro è stata effettuata nel 1992, nel clima
incipiente della cultura woke, e della
revisione storica.
La
critica fa giustizia di tutte le critiche, allora e poi, con la “leggibilità”. Che
in effetti fu molto apprezzata – si parla sempre del libro, il film di Victor
Fleming deve molto a Vivien Leigh e Clark Gable, gli interpreti. “Uno degli aspetti più sorprendenti delle
prime reazioni critiche all’opera di Mitchell, sia a favore che contro, fu l’assoluta
concordanza su ciò che offriva – una narrazione potente – e su ciò che le
mancava: stile letterario e originalità…. Il libro di Mitchell veniva continuamente
elogiato per la sua “leggibilità”, come se questo non fosse il primo e più
semplice requisito di qualsiasi libro”. Che si dava per persa: “Per un vasto
pubblico la logica di questa premessa fondamentale era crollata nell’assurdità
già da qualche anno. Nell’ottobre del 1936”, quattro mesi dopo “Via col vento”,
“quando William Faulkner pubblicò una storia ben diversa del Sud e delle cause
e conseguenze della guerra, «Absalom, Absalom!», il «Times», in
una recensione tipica di quelle che il libro ricevette, lo definì «uno degli
stili di prosa più complessi, illeggibili e poco comunicativi mai apparsi in
stampa». Come «L’urlo e il furore»» e i
suoi predecessori”.
Scott Fitzgerald, che a Hollywood collaborò alla
riduzione cinematografica del romanzo, ne parlò però come se gli avesse dato di
stomaco. Mentre all’opposto, il “Journal” di Atlanta, Georgia, la roccaforte di
Mitchell, lo esaltava come il grande romanzo dopo la “Ricerca”, di Proust. Ma,
poi, anche i critici ci trovarono qualcosa, del Grande Romanzo: “Persino Cowley,
uno dei primi critici più severi di
Mitchell, giunse alla conclusione che, sebbene «Via col vento» non fosse
indubbiamente un grande romanzo, riusciva, quasi incredibilmente, a farci «piangere
sul letto di morte (e piangere davvero)», e a «esultare per un salvataggio
improvviso», e che possedeva «un coraggio ingenuo che ricorda i grandi
romanzieri del passato». Di fatto, tra i più ferventi sostenitori di Mitchell,
sia «Guerra e pace» che «Vanity Fair» venivano spesso citati nelle valutazioni
della portata storica del suo romanzo e del contrasto tra le sue due
protagoniste femminili”.
Claudia
Roth Pierpont, A Study in Scarlett,
“The New Yorker”, free online, leggibile anche in italiano, Uno studio in rosso)
domenica 5 luglio 2026
I panini
Si
entra alla panetteria alle 4 del
pomeriggio, appena riaprono, è l’unico momento a luglio in cui non c’è da fare
la fila - soprattutto delle donne che sanno quello che vogliono, con esattezza,
e non cedono, le code possono essere lunghe. È fresco. Ed è vuoto. Nel senso
che non c’è nessuno dietro il banco. In attesa sono due giovani, corpulenti e
muti, evidentemente già in attesa. Africani, con la polo azzurra col bordino
tricolore dei gruppi sportivi miliari . Lancio del martello? Sollevamento pesi?
Della Polizia? Si direbbe. Hanno scarponcini con pantaloni da cavallerizzi, saranno motociclisti. Viene da chiedere, ma gli sguardi non s’incrociano, e
le domande non vengono pronunciate.
Si
aspetta, guardando di lato, ma non esce nessuno. Si aspetta ancora, si fa finta di consultare il
cellulare – è mossa obbligata, tutti lo fanno. Viene la tentazione di chiamare
forte “Ketty”, la panettiera, “la Rossa”.
Ma anche questa passa, aspettiamo. Finché una ragazzina esce dal retrobottega, con
due panini che evidentemente preparava. Ne mostra il riempitivo ai due atleti,
li incarta, batte lo scontrino, uno dei due paga, prende il resto con i panini,
i due si voltano, ed escono. Non una parola.
Ketty
occhieggia, come per vedere se ne sono andati. È congestionata, più del solito.
Non dice niente e non risponde al cenno con la testa, non guarda, non
vede. E il pensiero sorge che sia una delle tante, nipote o figlia di una non grata memoria
familiare – qui ce ne sono molte.
Questi
posti sono stati liberati, a giugno del 1944, dai goumier
marocchini e dai fucilieri senegalesi del generale De Lattre de Tassigny, con
licenza di saccheggio e stupro. Nel mentre che i nazifascisti montavano la linea
Gotica, da Marina di Massa al mare di
Pesaro, che per dieci mesi impegnò i
partigiani e le popolazioni, con decine di stragi, Fivizzano, Forno, Vinca, Valla,
Bardine, Sant’Anna di Stazzema, Pioppeti di Montemagno, Bergiola, Mezzano.
Un dolce per due
Donna
e uomo, i due registi uniscono le reciproche sensibilità e danno spessore e miracolo
a una vicenda semplice, molto “normale”: la vedova settantenne, sola, solitaria,
annoiata, in una delle inutili chiacchierate passatempo con vicine e amiche ha
un’idea, di fa, il suo dolce – come dice il titolo originale, “La mia torta
preferita”. E invitare qualcuno a goderselo. Per esempio il vechio amico
tassista, coetaneo, altreaanto solo e solitario. Non succede nulla, ma la gioia
di vivere sì. Un’attrice popolare ma in età riesce da sola, col suo dolce, a
creare un mondo. È il segreto del cinema iraniano – lo era prima dei film
politici, necessitati dall’incrudelirsi del regime: dare vita alle pieghe
minime, impercettibili, dell’esistenza, i bambini, i vecchi, la vita apparentemente
non-vita. Come fare poesia con la prosa.
Maryam
Moghaddam-Behtash Sanaeeha, Il mio
giardino persiano, Rai 3, RaiPlay
sabato 4 luglio 2026
L'Iran si fa grande con l'America
Sembra una farsa, e lo è, una sfida ghignante, ma non del tutto, l’Iran degli ayatollah che gareggia con l’America anche nelle celebrazioni del 4 luglio. Ai 250 anni della democrazia più grande del mondo opponendo il funerale dell’ayatollah
Khamenei - un religioso nemmeno di tanto prestigio. Al solito modo ormai
rituale da quasi mezzo secolo, di masse di erinni che occupano le piazze
ululanti e sfidanti – pagate, anche se non in denaro (il ruolo delle masse
femminili nelle piazze del khomeinismo, a partire dal 1978, non è stato
studiato e invece è interessantissimo).
Il ruolo
dell’antiamericanismo, il Grande Satana, è centrale nella mitografia khomeinista
perché radicato nel colpo di Stato americano, della Cia, contro il governo
Mossadeq a Ferragosto del 1953 – con lo scià parcheggiato a Roma mentre i suoi generali
arrestavano il suo primo ministro, reo di avere nazionalizzato l’industria
petrolifera. C’era la guerra fredda, e Mossadeq fu accusato di avere tramato
con il Tudeh, il partito Comunista in Iran. Il “tradimento” americano è una
ferita ancora viva in Iran.
È una sorta di
odio-amore. L’America aveva suscitato, e mantiene tuttora, grande richiamo in
Iran, sostituendosi innovativamente all’imperialismo vecchio stile britannico –
democratico e coinvolgente invece della
puzza al naso. Ma è come un amore tradito. L’America resta il maggior collante
politico in Iran, anche per il regime autocratico e jihadista. Negli esiti della guerra si può vederlo anche in positivo: Teheran, che ritiene di averla vinta, non infierisce contro Trump - se ne attende grandi cose.
Tutto è facile per l’assassino seriale
Nell’America
degli anni 1980, quando il sogno adolescenziale era la moda, le giovani modelle
e aspiranti modelle sono minacciate da un killer.
Un
film tutto al femminile, anche la sceneggiatura, di Christine Conradt. Didascalico.
Sugli adolescenti di oggi, Genereazione Z o Alpha, senza radici e senza ambiente.
Ma basato su una “storia vera”, a Los Angeles nel 1984. In ambiente quindi radicalmente
diverso, con una famiglia attennta e presente – sarà risolutiva nel dramma. La
quindicenne Alina Thomson assolutamente vuole diventatre una modella, e per
questo finisce nelle reti di un suadente fotografo, killer seriale – questo lo
sappiamo subito, una precedente aspirante modella la uccide subito, con un coltellaccio,
alla prima sediuta fotografica.
Michelle
Quellet, La ragazza che ho sempre
desiderato, Rai 2, RaiPlay
venerdì 3 luglio 2026
Problemi di base stupidi - 922
spock
“La stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità”, Dietrich Bonhoeffer?
“Contro la stupidità non abbiamo difese”, id.?
“Lo stupido è sempre pieno di sé”, id.?
“Lo stupido è capace di qualsiasi malvagità, essendo incapace di
riconoscerla come tale”, id.?
“La potenza dell’uno richiede la stupidità dei molti”, id.?
“La stupidità non può essere vinta con la pedagogia, ma
solo con un atto di liberazione”, id.?
spock@antiit.eu
L’imbarbarimento esiste, nel terzo millennio, in Afghanistan
C’è,
c’era un altro Afghanistan, colto se non gentile – e come dubitarne se ci era
passato Alessandro Magno, la Battriana, un regno indo-greco, pensare, lasciando
così tante tracce, a Kandahar, Ai Khanum eccetera. Ma ciò che sorprende nelle
immagini di “Overland” è, dopo Bamyan,
la civiltà islamica: il minareto vertiginoso di Jam, la cittadella di Herat, la
moschea del Venerdì, la moschea Blu. Tutto nascosto, anche cancellato, Bamyan,
da islanci tanto barbuti quanto stupidi – stupidi più che ignoranti, inetti a
tutto. Padroni del Paese da generazioni ormai.
La
barbarie esiste e resiste, la freccia del tempo va anche all’indietro. Tanta barbarie
e inettitudine oggi sarebbe inimmaginabile, se non fosse al lavoro, in
Afghanistan.
Il mondo con gli occhi di Overland, Rai 3, Raiplay
giovedì 2 luglio 2026
L'Africa prolifica, in fuga da se stessa
Il Paese col più
grave problema immigrati è il Sudafrica. Che non è ricco e ha molti disoccupati
– ha un reddito pro capite relativamente alto per l’Africa, 7.500 dollari, ma
con una distribuzione molto sperequata e grande disoccupazione urbana. Ha del
resto una popolazione ragguardevole, 65 milioni, e un confine terrestre di
poco meno di 5 mila km – molto più lungo di quello Usa-Messico, poco più di 3 mila
km.
In Africa figura
un reddito medio di 2 mila dollari. Ma medio per modo di dire: si va dai 27
mila di Mauritius ai meno di mille dell’ex Zaire o Congo-Kinshasa, ora Repubblica
Democratica del Congo - cui fa capo la ricca provincia mineraria del Katanga.
Il Sudafrica figura
un eden per il resto dell’Africa, dalla zona temperata fino all’equatore e
oltre. Gli immigrati arrivano in Sudafrica dal Mozambico, dall’Angola, dallo Zimbabwe – un tempo,
quando era la Rhodesia, un Paese quasi ricco, ridotto in miseria dopo l’indipendenza.
L’Africa migrante
in Africa è un non tema. Pur essendo anche, oltre che povero, il continente a
un tasso esplosivo di fecondità, 4,3 figli per donna in età fertile. Con una popolazione
di un miliardo e mezzo, che era poco più della metà nel 2000, poco più di 830
milioni. Con un’età mediana di meno di vent’anni, 19,5.
Un continente quindi
“condannato” all’emigrazione. Che però non interessa nessuno, né i letterati né
i politici: un grande continente che sta sempre lì a “scandalizzare” già da
qualche secolo, dalla tratta e poi dalle colonie.
È tempo per un nuovo Plaza, con la Cina
E dunque se ne parla, di un nuovo Accordo del Plaza. Una riedizione di quello che incoronò la presidenza Reagan nel 1985, perseguito senza dirlo da Trump 2, con i dazi, e la svalutazione forzata del dollaro. Se ne discute, si farà.
Allora il fellone era il Giappone, concorrenza imbattibile con un cambio adulterato. Il Giappone di oggi è la Cina, ben altra dimensione, ma la stessa filosofia: commerciale e non di potenza.
Analoga anche nei dettagli. L’ultima offensiva commerciale cinese, analoga a quella nipponica degli anni 1980, è automobilistica – analoga in tutto, se non per un fattore molto peggiorativo, che l’industria cinese dell’auto è cresciuta con fortissime iniezione di sussidi e di protezioni statali. Pechino non ha nemmeno tentato, dati questi presupposti, lo sbarco in America – si accontenta di invadere l’Europa, il mercato più ricco e più indifeso (grazie anche alle postazioni che sono state create nella stessa Cina dai fabbricanti europei, VW e Stellantis, con investimenti diretti e joint-ventures).
Ma questo riguardo o prudenza non salverà Pechino, reduce da esportazioni sempre più record, malgrado i dazi, negli Usa e in Europa, anche quest’anno. Un riallineamento dello yuan è solo da accettare, non è in discussione.
Quando Silicon Valley abbatté l’informazione, con la pubblicità
“Già allora,
all’inizio del Duemila, non era più il mio mondo”, lamenta dell’America, della
California di Silicon Valley, sul “Corriere della sera” Federico Faggin, l’inventore
del microprocessore (chip), che ha scelto di tornare in Italia dopo 57 anni. Per “mio
mondo” intendendo “quello dell’hardware, delle cose che funzionavano”,
innovavano realmente, “non il,software per fregare gli altri”.
Per “fregare”
forse è forte, ma per vendere pubblicità no: cullando il pubblico con finti servizi
– personali, “familiari” o generazionali, di gruppo, d’interesse. Circuendo, alla
fine, e dominando l’informazione. Seppure su basi così maldestre, per quanto
male intenzionate – giusto per invogliare a comprare, qualcosa.
Più che il chip, è stato questo il cambiamento
epocale: l’abbattimento dell’informazione. Da forme di comunicazioni veritiere
(controllate, provate, spiegate) a forme subdole, mediate dal commercio e dalla
pubblicità. Lo scadimento o “reificazione” dell’informazione, e quindi
dell’opinione pubblica, intesa come opinione critica – vigile, sperimentata. Un
cambiamento effettivamente epocale, per un mondo come di automi, che reagiscono
per riflessi condizionati.
L’addiction ai social
non è studiata, ma è una forma di dipendenza forte. Per molte ore ogni giorno.
Su ogni tipo di “informazione” veicolata.
Libertà di finanziamento politico in Usa per i gruppi di pressione
Le
leggi federali negli Stati Uniti restringono molto la possibilità per i partiti
di finanziarsi con donazioni private, e di finanziare con questi fondi le
campagne elettorali. Ma i Pac (Political Action Committee) e i Super Pac,
organizzazioni private create per raccogliere fondi da utilizzare per campagne
elettorali mirate a uno scopo, ne sono esenti. La Corte Suprema ha confermato
nell’ultima decisione che questa libertà di finanziamento è parte del diritto
all’informazione, della libertà di opinione. Suscitando l’allarme del partito
Democratico – è la possibilità di finanziarsi senza limiti, p. es., che ha
favorito le vittorie elettorali di Trump.
Graham,
pastonista quotidiano online del periodico, anti-Trump e filo Democratico,
arguisce che della conferma della Corte Suprema potrebbe e dovrebbe giovarsi il
partito Democratico, favorendo la gemmazione di Pac e SuperPac a sostegno – una
sorta di “mille fiori” democratici fioriscano.
Pac e
SuperPac sono i vecchi “gruppi di pressione”, che il politologo svizzero Jean Meynaud
tracciava già negli anni 1960 a Scienze Politiche a Parigi, come una novità
anti-politica.
Graham ricorda che la decisione della Corte Suprema conferma
una sentenza della stessa Corte nel 2010. No, la sentenza è del 2008, e riguarda le
primarie Democratiche, poi vinte da Obama, per le quali un Pac proponeva un
film documentario anti-Hillary Clinton, che concorreva anche allora – il
comitato elettorale della Clinton perse la vertenza e il documentario si poté diffondere.
David
A. Graham, A Supreme Court Decision
that might Improve Politics, “The Atlantic”, free online, leggibile anche
in italiano, Una decisione della Corte
Suprema che potrebbe migliorare la politica)
mercoledì 1 luglio 2026
Cronache dell'altro mondo - social (409)
I social
sono diventati il mezzo pubblicitario e di informazione prevalente in
America.
Metà degli
americani si informa in rete, da fonti online.
Che in tre casi su quattro (il 75 per cento) sono informazioni visuali, video.
I video più
visitati sono quelli che trasmettono paura. Il genere più in crescita, sia come
numero che come click.
All’interno
dell’informazione elettronica, i messaggi di paura, rabbia e odio sono i più produttivi
commercialmente - i più visitati, “virali”.
Dirsi eretico
Alla
rivisitazione, un libro di macerie.
Dirsi eretico?
Pier
Paolo Pasolini, Empirismo eretico,
Garzanti, pp. 352 € 16
martedì 30 giugno 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (637)
Giuseppe Leuzzi
“A Mosca, per principio e da secoli, nessuno dice mai
nulla”, Giuliano da Empoli, “Il mago del Cremlino, p, 13. Omertà? “Nessuno sa nulla
in Russia”, da Empoli insiste qualche pagina dopo. Poi si fa raccontare tutto
per 300 pagine, da un moscovita “tipico”. Omertoso è l’avversario, quando è in
mano nostra.
Domenico “Mimmo” Berardi, il
calciatore, fa la cronaca sulla “Nazione” per essersi fermato, a Forte dei
Marmi dove villeggia con la famiglia, a soccorrere, sotto la calura, un rider caduto con la bici e un po
malandato. È però vero che altri non si sono fermati, malgrado le insistenze di
Berardi per chiamare l’ambulanza. La differenza è che Berardi è meridionale (è
calabrese) e non padano, benché giochi nel Sassuolo, e trova quindi naturale fermarsi
a prestare soccorso?
Del “rispetto” il maestro Muti
ricorda della madre, che da napoletana trapiantata in Puglia lo pretendeva con
la “sc” – riscpetto. Usa ancora, e
non soltanto a Napoli, un po’ in tutto il Sud: c’è la funzione, il ruolo, la
personalità, per quanto minima, “di riscpetto”.
Tanti calciatori della
Fiorentina con mercato questa estate hanno preferito restare a Firenze. Non per
la città, che non ama più la sua squadra – complice anche la ristrutturazione
dell’“Artemio Franchi”, lo stadio, interminabile con la scusa che è “storico”.
Per la proprietà, l’imprenditore calabro americano Rocco Commisso, i suoi
eredi, la moglie e i figli. Avendo questa proprietà speso moltisismo per il
club - oggi mantiene una rosa di ben 49 calciatori, tra cui sette portieri...., non lascia fuori nessuno..
La città è invece rimasta
con i Della Valle, che gestivano la Fiorentina (al risparmio) per promuovere un
gigantesco progetto immobiliare, attorno a uno stadio nuovo. Tramontato il
quale si sono defilati. Decisamente l’Italia è duplice, se
non multipla.
“Il Ponte sullo Stretto?
Fondamentale, come le Piramidi”: non ha dubbi l’egittologo principe del Cairo
Zahi Hawass, invitato a Taormina. In effetti. Solo che gli Egizi erano gente
seria, non davano gli appalti per interminabili rinegoziazioni a ogni pietra
(per “lavorare” con lo Stato).
Anche gli egiziani moderni,
mollaccioni per gli altri arabi, volevano Assuan e l’hanno fatta, trasferendo
mezzo mondo. Ci vuole poco, in effetti: uno Stato. Le Piramidi furono “fatte”,
non rinviate, in 28 anni, per il Ponte siamo già a una quindicina, di chiacchiere,
pagate – è il “progetto”.
Il Bar del Sud
Il “Sud” dava fastidio al
giovane Flaiano recensore a proposito di un film franxese, di CharlesVanel, 1939,
intitolato proprio “Il Bar del Sud”. Perché riempito di paccottiglie. Che trova
assommate nelle “corrispondenze” di un certo Solino, “Cose del mondo”: “Oltre
ad abbozzare un grazioso studio psicologico sulla natura degli elefantui,
descrisse tali meraviglie di draghi, fontane sonore, fuochi, basilichi e ciclopi
da impensierire chiunque”. In aggiunta alla favolistica da “Mille e una notte”,
tra “beduini e baiadere”. Senza farsi mancare, beninteso, qualche “verità
darwiniana” - “i pigmei «ghiottissimi di sale» e gli uomini scimmia”. Nonché “il
«romanzo verista coloniale», con gli inevitabili “sviluppi del «mal d’Africa»”,
i “torbidi «insabbiamenti»”, “le lotte tra istinto e coscienza, problemi morali
e sessuali di terza classe”.
Sud, basta la parola.
Il fim in questione, peraltro,
non poteva non irritare Flaiano, che pure era andato a vederlo sicuro di di “una full immersion nella paccottiglia
africana”, a quello che se ne può vedere (poco e male) su youtube. Il
colonialismo era stupido. E il leghismo?
Parlate, parlate, l’amico vi ascolta
Uno si ritrova a tifare per
il Ponte, che non interessa a nessuno, pare impossbile in un Paese corrotto come
l’Itaia, e che deturperà la Costa Viola, che non ha nulla da invidiare alle celebrate
Cinque Terre, solo per leggere su “la Repubblica”, giornale all’orecchio delle Procure,
lo squallore delle accuse-non-accuse su courtier
di varia natura che girano attorno al Ponte, a proposito del parere negativo
che la Corte dei Conti, sommo tribunale, si apprestava a dare sul progetto del
Ponte:
https://roma.repubblica.it/cronaca/2026/06/25/news/ponte_stretto_inchiesta_salvini_intercettazione_ciucci_totocalcio-425434300/
Un fatto di malaffare. Che i giudici cioè agiscano di concerto, quelli di una certa parte politica, contabili e penali, non nel merito della questione che giudicano, ma sulla loro “obbedienza”. Registrando e divulgando le conversazioni degli avversari politici. Un verminaio - . un trojajo.
La cronaca i cronisti
plurimi che il quotidiano ha fiondato sullo “scandalo” concludono, senza ironia?,
con l’intercettazione principe dello “scandalo”, lo scambio cui alcuni dei malviventi
del Procuratore Lo Voi si lasciano andare a proposito di un intervento di
Salvini ministro all’“evento” romano “Un Ponte per crescere”: “Penso che alla
fine verrà”, dice uno, “perché è importante. Mi ha scritto comunque. Ha detto:
«Se i magistrati vogliono la guerra, guerra sia. La Corte dei Conti”, prosegue
l’intercettato ora perseguitato da Lo Voi, “vuol far pagare al governo la
riforma che si sta facendo della Corte dei conti, che limiterà moltissimo i
poteri della Corte. Questa è la risposta”. Cioè il parere negativo del giorno
prima sul progetto del Ponte.
Un “pezzo” che non si sa a carico
di chi, se degli amici di Salvini, di cui Lo Voi chiede la condanna, oppure non
della Corte dei Conti, che boccia il Ponte il giorno prima dell’“evento” che lo
celebra, o della Sicilia sbarcata a Roma, da Pignatone a Lo Voi tramando trame.
Pignatone, Lo Voi, la vecchia
Dc, sempre al comando, ora al coperto del Pd. Vecchia Sicilia invereconda. Con “la Repubbica”, il giornale
ex di Scalfari, ridotto a depositorio degli angiporti, del fiato caldo, dell’aria
viziata delle Procure. A fini politici che poi sono di carriera assicurata: laticlavi,
avanzamenti, vitalizi (al livello del presidente della Repubblica, 240 mla
euro). E di pettegolezzo – il famoso gossip
che ha preso il posto del giornalismo.
Il Regno delle scommesse
Il gioco d’azzardo è una
piaga, il gioco d’azzardo online è una piaga soprattutto al Sud. “Il libro nero
dell’azzardo”, la rilevazione (quasi) anuale che Federconsumatori e Cgil Modena
fanno ogni anno dell’“investimento” nell’azzardo dà al Sud un primato
imbattibile.
Campania, Sicilia e Calabria
capeggiano la classifica regionale. Con puntate complessive, online e fisiche,
di 14 miliardi in Campania, come in Lombardia (popolazione e reddito doppi), di 11,8 in Sicilia, di 4,6 miliardi in Calabria. Su un totale scommesse Italia di 100 miliardi, il Sud e le isole, un terzo della popolazione, ne hano puntati 46.
Napoli e provincia (la
“città metropolitana” di Napoli) è la capitale indiscussa dell’azzardo, con
11,65 miliardi – Roma la supera,12,8 miliardi, ma con una popolazione, di
residenti e non, quasi doppia. Milano la ricca, con residenti quasi uguali,
segue a distanza di un paio di miliardi, ne ha spesi 9,4.
Palermo, Salerno e Caserta
esibiscono “dati annuali”, dicono gli estensori del rapporto, eccessivi: Palermo
ha “investito” 4 miliardi e mezzo, Salerno 4,2, Caserta 3,8.
In termini regionali, “nel
solo online, ogni residente in Campania, neonati compresi, ha «investito» 2.527
euro, in Sicilia 2.472 euro, in Calabria 2.436, in Molise 2.288. “L’ultima delle
province per abitanti”, Isernia, è “la prima
per quanto giocato nell’online, nella fascia d’età 18-74anni”: 4.074 euro –
“quasi quattro volte le province venete di Vcenza, Belluno e Rovigo”. Subito
dopo, “poco sotto i 4.000, le province siciliane di Messina, Siracusa e
Palermo. Nei primi dieci seguono Caserta, Reggio Calabria, Vibo Valentia,
Salerno, Napoli e Catania”.
Passando dalle
province ai capoluoghi la classifica è sempre la stessa: primo il comune di Isernia,
con 6.307 euro pro capite in età maggiorenne. Seguito dai comuni di Messina, Siracusa,
Crotone, Reggio Calabria,Vibo Valentia e Catania, tutti al di sopra dei 4.000
euro pro capite.
C’è tanto risparmio, dunque,
al Sud? E tutto va nelle scommesse? Come una voglia di distruzione -cupio dissolvi. Ognuno è causa del suo male? Non se ne può essere certi. Però.
Un risparmio di 4-5 mila euro
l’anno, in una famiglie di due-tre adulti, farebbe un cospicuo capitale. Si
vuole del Sud che sia risparmioso e applicato (testardo, cocciuto). È invece volage – noncurante e sprecone.
leuzzi@antiit.eu
Se la Russia è sempre zarista
La
Russia è sempre quella di Custine, due secoli, quasi, fa – quatro volumi,1,130
pagine: “Per grande che sia questo impero non è che una grande prigione , e
l’imperatore che ne detiene le chiavi ne è il guardiano, ma i guardiani non vivono
molto meglio dei priginieri" E: “I Russi tengono molto meno a essere civilizzati
che a far credere di esserlo”. La Russia, anche quella “democratica”, è sempre
quella di Rossellini, nota da Empoli, della Francia di Rossellini didascalico in tv, nel 1966,
col lungometraggio “La presa del potere da parte di Luigi XIV”: tutto ruota
attorno al potere. Il denaro e la violenza come l’intelligenza, in ogni sua
forma di eccellenza, un tempo aristocratica oggi finanziaria, intellettuale,
artistica. Una lettura non sorprendente, quindi, se così è – ma forse no, la
lettura non è scontata.
Al
modo delle “biografie” in cui eccelle Emmanuel Carrère, da Empoli, scienziato
politico tourné narratore, analizza e
ricostruisce i metodi e gli apparati della Russia di Putin. Facendone il modo
di essere e di pensare, seppure criticamente, di un Vadim Baranov – che (si)
dice tutto in una notte, tutto Putin dall’A alla Z. Finendo, un anno prima
della “Operazione Speciale”, l’attacco all’Ucraina, per darla come fatta – con
più successo di quanto invece non abbia avuto di fatto (ma impennando con tanta lungimiranza le vendite del
libro).
Una
ricognizione dei fatti che hanno scandito i poco meno di trent’anni di
putinismo in Russia, fatta con cognizione di causa. Con l’accesso a molte carte
segrete, evidentemente. In teoria svolta da un personaggio vero, così si dice,
dietro il “Baranov” narratore: il consigliere (spin doctor) di Putin per lunghi anni Vladimir Surkov, artista rap, scrittore, regista teatrale,
produttore tv, che ha accompagnato l’ascesa dello “zar” da San Pietroburgo a
Mosca, fino al 2015: dal passaggio improvviso dall’anonimato alla politica,
come il nostro Giuseppe Conte, anche se con più gradualità, all’ascesa a fine millennio rapida alla
sommità del potere al Cremlino.
Un
personaggio, curiosamente, col quale da Empoli avrebbe più di un connotato in comune,
non per le attività manageriali o ludiche, ma in quelle di spin doctor, essendo stato il consigliori
di Matteo Renzi al passaggio da Firenze a Roma una quindicina d’anni fa, prima
che cattedratico di Scienza Politica a Parigi.
Quanto
alla Russia, è forseo qualcosa di diverso da quella di Custine, sicuramente di più.
La Terza Roma, dopo Costantinopoli. Italianista nel Cinque-Seicento. Poi
tedescofila, poi francesizzante. Parte del concerto europeo, nel bene e nel male,
nelle guerre napoleoniche, nella Santa Alleanza, nelle grandi guerre europee
del Novecento. Animatrice, nel bene e nel male, dell’utopia comunista per olte mezzo Novecento, in Europa e nel mondo.
Parte avanzata nel Novecento del progresso scientifico e tecnologico. Comunque
non molto chiusa in se stessa se, come da Empoli ricorda, Nesselrode ne fece la
politica estera per quarant’anni senza sapere il russo – nato a Lisbona, bisogna
aggiungere, da un nobile tedesco ambasciatore dello zar in Portogallo.
La
Russia naturalmente non è quella di due secoli fa – ammesso che de Custine ci
vedesse bene. Come potrebbe? Lo stesso Baranov-da Empoli se lo dice a un certo
punto: “L’imprevisto è sempre stato una delle grandi qualità della vita russa”.
E poi, tre pagine dopo: Stalin risulta sempre il più popolare ai sondaggi fra i
personaggi tv. E poi ancora, al riccastro Berezovskij, che si vuole inventore di Putin, non fa attribuire ai russi, indelebile, un senso di comunità, di patriottismo forte? È che la sociologia politica, quella sì, non ha prodotto sulla
Russia nulla di meglio del marchesino complessato de Custine. La letteratura
del lunghissimo dopoguerra, sul sistema sovietico e dopo, è illeggibile: qui
c’è il partito, qui c’è l’esercito, qui c’è il governo, tutto statico e niente
animato. Anche gli studi sul totalitarismo, dopo Arendt, sono asfittici. Si era in guerra, seppure “fredda”? No, lo stesso avviene con la Cina, che pure è
sempre stato e resta un Paese apertissimo. A condizione di voler uscire dalla
morsa bellicosa – dalle analisi securitarie (o forse solo da Montesquieu, tre secoli fa, dalla pigrizia).
Un
racconto vivace ma realistico. Putin non ne esce male, se non per i passaggi
obbligati. Specie per l’attacco americano costante - con l’Europa inesistente
al traino. Di cui il Baranov-da Empoli tratteggia nei §§ centrali, il 18 e il
19, le perfidie. Sotto forma di libertà d’informazione, con le connesse
“rivoluzioni” arancione (o vilola?). Orientate e pagate, qui si dice, dalla
Cia, dal Dipartimento di Stato, e da fondazioni Usa tipo la Open Society di
Soros.
E
da Empoli non tiene conto del Brzezinski di trent’anni fa, “La Grande
scacchiera”, in cui c’era tutta l’attualità, la guerra alla Russia tramite
l’Ucraina, e la pusillanimità della Ue. Di certo c’è che l’Europa non ha
realizzato – il Baranov-da Empoli non ne tiene conto - quello che il “polacco”
Brzezinski sapeva d’istinto, che l’Europa è alla merce degli odi tribali tra slavi, Russia, Polonia, Ucraina usw (oltre
che baltici).
Giuliano
da Empoli, Il mago del Cremlino, Mondadori, pp. 240, ril. € 19
lunedì 29 giugno 2026
Ombre - 828
“«Piano Mattei»,
mobilitati 1,2 miliardi. Raddoppiati i Pesei nel perimetro”. Con assicurazioni Sace
(all’export) per 4 miliardi di euro, un effetto leva (moltiplicatore) “con grosse
istituzioni come Banca Mondiale” etc., e partnership
con Paesi importanti, le monarchie del Golfo, il Giappone, la Corea del Sud. Di
questo si legge, uso bollettino, solo sul “Sole 24 Ore”. È tale il provincialismo
dei media,dell’opinione pubblica, che
non si sa nemmeno che l’Italia ha avviato una politica africana della Ue,
niente di meno – in attesa che se ne vari una “mediterranea” (in attesa da mezzo
secolo). Ed è proprio ignoranza (insensibilità), non sinistra-destra. .
È marginale, ma
caratteristico e caratterizzante, il trattamento americano della squadra di
calcio dell’Iran al Mondiale negli Stati Uniti. Una squadra, peraltro non di
trinariciuti, a cui ogni vessazione è stata imposta. Con l’entrata consentita
in territorio americano dal Messico solo per la partita. Dopo un volo magari di 3-4 mila km – non due giorni
prima, non un giorno prima, per una sgambata. Il mondo teme gli Stati Uniti, non
li ama – non si fanno amare.
“Il Csm «salva»
Emilinao”. Ha trovato un trucco per consentire al giudice ex presidente della Regione
Puglia di restare in politica, come consulente, invece di rientrare nei ranghi
come giudice, espulso dalla politica. Per fargli guadagnare di più, di questo
si tratta, 120 mila euro l’anno senza lavorare, e maturare un vitalizio
maggiore fra quattro-cinque anni, quando andrà in pensione. Che notizia è? Lo
squallore totale. Non c’è salvezza nell’apparato giudiziario: un trojajo.
Il Csm si scomoda
per favorire questo signore perché evidentemente lo fa per altri analoghi,
anche se meno pittoreschi dell’incredibile Emiliano.
“Ma gli Stati Uniti
sono ancora uniti?”, s’interroga retoricamente “il Venerdì di Repubblica” in
vista dei 250 anni della costituzione americana. Certo che lo sono: Trump non
può che essere americano. Il repubblicanesimo americano è sempre stato forzuto.
Dal giorno dopo la costituzione. Anche con Obama, il presidente americano forse
più irenico – in Libia e altrove, con le pri mavefe arabe e quelle arancione.
Bollani e Cenni
convocano una conferenza stampa per denunciare la soppressione del loro
spettacolino pre-serale su Rai 3, “Via dei Matti numero zero. Mentre la Rai,
sorpresa?, dice: “Ma come, se stiamo organizzando il loro passaggio in prime time? Col loro agente Ballandi”.
Senza scuse. Del genere: mi si nota di più se….?
La lite provocata
da Trump si estende a Rutte, che sarebbe la Nato. Meloni e Crosetto ce l’hanno
quasi più con Rutte che con Trump. Nell’ipotesi che Rutte, un diplomatico che è
stato anche primo ministro, non un debuttante, abbia parlato su spinta di
Trump, o per ingraziarselo. Ma l’intenzione, palese e indiscutibile, è di dire
che anche la Nato ha fatto la sua parte. E dunque? Perché Meloni&Crosetto sono nervosi?
Il redito
regionale a sostegno di chi perde il lavoro, fiore all’occhiello del governo
regionale toscano, molto propagandato, non trova domande. Solo 60, di cui solo
48 accoglibili, a fronte di una platea potenziale di 11 mila lavoratori, per le
chiusure cinesi e altre. Zero nel grossetano, 2 a testa nelle province di
Arezzo, Pisa, Livorno e Empoli, 4 a Lucca e Prato (dei terribili cinesi), un
po’ di più a Firenze, 17 - ma per il pulviscolo di avviamenti e chiusure
commerciali. C’è qualcosa che non quadra nella disoccupazione.
“Parlava con le piante”,
Isabella Pratesi ricorda del padre Fulco, grande ambientalista: “Scoprì davvero
la paternità con il nostro cane Robin”. È un complimento?
Finalmentegb si è
cvapitp chi èquesyl,,leadcer venito dal nula, mezoa vocato, mezo proessore, che
f
aboicotatavnogni mmento,
“Dieci morti nella
Striscia. Tra le vittime due bambine e un cameraman. Gli studenti sostengono la
maturità dalle tende”. Sembra drammatico – e lo è – ma ne dà conto, in breve,
“Il Sole 24 Ore”.
La pace è stato il
primo messaggio di Leone XIV subito dopo l’elezione. E continua a esserlo, con
continuità e con maggiore decisione: “Basta con le parole di odio, basta con
gli insulti, con il bullismo…. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di
pace”. Nessun altro parla di pace. Trump, che si voleva Nobel per la pace, ha
fatto almeno due guerre, contro l’Iran – senza effetto, se non le distruzioni.
Si vedeva Trump
chiacchierare in più momenti con Meloni a Évian al G 7, non in posa per il selfie che Meloni avrebbe implorato. L’attacco
di Trump a Meloni è a freddo, e sicuramente è “politico”, non temperamentale.
Trump attacca la leader italiana per
ammonire ogni altro in Europa, grande (Merz, Macron) e piccolo.
Una polemica al
giorno è ora evidente il modus comunicandi di Trump, che ogni mattina
si sveglia con un “messaggio” che catturi i media. Opera necessariamente di un’équipe,
con un programma ben delineato da uno o più coach
politico – una professione ben diffusa, anche in Italia, spesso di donne.
“Corriere della
sera” e “la Repubblica” fanno a gara, con le Grandi Firme, a disegnare scenari,
contorni e contenuti per il Pd, o il Fronte Largo, per vincere le elezioni. Continuando però a perdere copie, cioè consensi. Il fallito
fa la gara?
Morire per vivere - miracolo
Una storia
politica. Ci sono in ballo le presidenziali 2027, numero primo: buon segno,
cattivo (20 e 7 “due multipli evidenti”, 2027 no)? Il ministro delle Finanze di
cui il protagonista è collaboratore è bravissimo e integerrimo – per risparmiare
tempo e denaro delo Stato usa l’allloggio di servizio al ministero e si nutre
di pizzette.
Una
storia familiare – caso eccezionale, perfino commovente. Un ritrovamento fra
tre fratelli, due maschi e una femmina, col padre colpito da ictus, ma ancora
capace di dire sì e no sbattando oppure no le palpebre. Ma le morti incombono,
sepure come segni di vita.
Una
storia di sesso, riscoperto nella fase finale della vita del protagonista – più
stoie di sesso, per la verità, ma questa proprio spinta.
Una storia di malattie,
l’imprevisto irrimediabile (e non) nella vita di ognuno. Per un cancro, all’ultimo,
incurabile.
Houellebecq è al solito,
compiaciuto provocatore. “Marine” (LePen) è in agguato – da lepenista naturalmente
critico. Sempre anti-islamico. Contro GPA e PMA - il fratello giovane della ricomposta
famiglia è vittima di una moglie segapalle, una che è andata a comprarsi un figlio in America, da una banca del seme in un utero
in affitto, un ragazzone moro cresciuto isolato.
Si annuncia come un thriller: una serie di minacce online di un gruppo forse terroristico,
o forse ricattatore – o forse l’uno e l’altro, ipotesi houellebecqiana tipica -
che mette in moto i servizi segteti. Ai quali apparteneva il padre ora
ammutolito, e in questa sua funzione di spia (nel caso più intelligente)
riconosciuto e ammirato dai figli. Ma la cosa non funziona: parte
minacciosissima, con la ghigliottina sul capo dell’onesto ministro, e poi si
perde a metà volume.
Una lettura a volte
travolgente. Accattivante senza essere paracula (pubblicato lo stesso giorno
di tre anni fa in più lingue per
sfruttare l’effetto novità, ma il romanzone qualcosa vale). P.es. sulla
famiglia ritrovata. Sulla sorella che è tutti quanti. E per di più buona
cattolica. O sulla politica “buona”: onesta, fattiva. Se non che, qua e là,
l’artiglio “provocatorio” è irresistibile per Houellebecq. E per i suoi redattori
evidentemente: basterebbe poco per eliminare le devianze incongruenti, i ghigni
senza più, senza senso.
Oppure è il contrario?
I best-seller in Francia devono contenere “sesso esplicito”, pornografia.
Nel caso di Houellwbecq come provocazione, ghignante, sardonico. In quello di
Carrère chiaramente aggiunto, sovrapposto – imposto probabimente, una scena o
due. Ha cominciato Annie Ernaux, con i suoi amanti russi, con naturalezza, con
grazia, esplicita senza essere “spinta”. Ha avuto il suceceso che ha avuto e
gli altri Grandi Scrittori Francesi devono adeguarsi? Non si trova altra ragione
per tanta, evidente, incongruenza.
Michel
Houellebecq, Annientare, La Nave di
Teseo, pp. 752 €23
domenica 28 giugno 2026
Ma Londra non guarda alla Ue
L’ironia di J.K. Rowling sulla donna
laburista primo ministro che si chiama Andy Burnham e ha la barba era già stata
svuotata dalla candidata donna, Angela Rayner, che aveva tutti i titoli, povera
e senza studi, di sinistra e vicepremier, nonché ministro, ma ha dovuto tornare
a vita privata per non aver pagato “tutte le tasse” che avrebbe dovuto. Poi
c’era il candidato gay, forse più forte di Burnham, Wes Streeting, ma un po’ snob,
non simpatico agli iscritti.
Il premier donna peraltro c’è già stato
a Londra, più di una volta, ed erano tories,
conservatrici, da Margaret Thatcher a Liz Truss. Una cosa invece è certa, nella
transizione in corso al governo a Londra: l’opinione britannica è ora più europeista
che anti, ma Londra si terrà fuori dalla Ue – in Europa ma fuori dalla Ue. Si moltiplicano le statistiche e le considerazioni che la Brexit ha impoverito la Gran Bretagna, ma non se ne fa una questione polìtica. Comunque non di un ritorno a Bruxelles.
Letture - 616
letterautore
Cristiani – “I cristiani sono una minoranza perseguitata in Cina, Pakistan, India, Vietnam, Corea del Sud, Afghanistan, Arabia Saudita, Somalia, Maldive, Yemen, Uzbekistan, Laos…”. Merlo ne fa l’elenco nella sua rubrica su “la Repubblica”, lascandolo con i puntini di sospensione. C’è anche il Sudan naturalmente, dove la guerra è a morte, o il Bangladesh,che pure volentieri emigra in Italia, la terra dei preti. La Nigeria, il Mali, perfino il Senegal, et al. – mentre alle Maldive sono ben accetti paganti. Ma non sono una questione, nessuno ne parla. Nemmeno il giornale di Merlo. Nemmeno il papa. In tema di persecuzioni religiose c’è solo ancora l’Inquisizione.
Giallo – “Dopo la prima il romanzo poliziesco precipita nella banalità”, Ennio Flaiano,”Giallo carico”, 1940, ora in “Chiuso per noia”, p. 63. C’è stata, mirabile, l’invenzione di Poe, del detective Dupin, “il giovane malinconico e distratto” (dopo un anno sabbatico, in cui lo scrittore ha indagato, come da suo annuncio, “i misteri dei rebus e degli affari giudiziari”). Scopiazzata, male, con effettacci, qualche decennio dopo, da Conan Doyle con Sherlok Holmes, tutto fuffa e poca sostanza. Poi si scade, “ogni cronista ne sa scrivere uno; gli editori, all’atto del contratto, specificano bene il numero d morti che vogliono, il loro sesso, età, condizione” (nelle serie inglesi, Barnaby, Dagliesh, Morse, sono tre – si va per abitudini, schemi). Il genere è di “romanzacci d’appendice farciti di vittime, di ricatti, di sorprese ingenue”.
Letteratura –“Ha perso il suo valore istituzionale”, Walter Siti spiega a Nicola Mirenzi sul “Venerdì di Repubblica”: C’era una lingua, uno statuto dell’autore, jun canone. C’era un «campo» della letteratura. Oggi non c’è più nulla di tutto ciò. C’è la performance, a cui viene attribuito un valore superiore a quello del testo letterario”, le vendite, il sucsesso mediatico –“oggi conta più un’intervista che il libro che si scrive. Il canone è considerato un’anticaglia novecentesca”.
Mussolini – “Quello fluviale di Scurati”, ripreso in tv da Sky, “non tiene conto di Mussolini”, Walter Siti osserva nell’intervista con Mirenzi sul “Venerdì di Repubblica”: “Ha scritto migliaia di pagine su Mussolini senza mai dargli la parola, senza mai consentire al lettore e a se stesso di entrare nella sua testa. Per paura di non apparire sufficientemente antifascista”, conclude Siti. E fa il paragone con Tolstoj, che in “Guerra e pace”, pur non amando Napoleone, “lo ritrae stanco”, non potendone “più di carneficine”, e tuttavia “costretto a dare l’ordine di continuare ad attaccare”: “Ecco”, conclude Siti, “in quella paginetta di Tolstoj si entra nella testa di Napoleone più di quanto si faccia nelle migliaia di pagine di Scurati su Mussolini”.
Palazzo – “Il popolo non accede al palazzo che quando lo costruisce”, Jean Paul – il “palazzo” di Guicciardini, e poi di Pasolini, emblema del potere.
Promessi sposi – “«I promessi sposi» di Manzoni è ormai accertato non essere tanto un romanzo (nel senso scottiamo che anche il suo autore dava alla definizione) quanto un libro di fede, di storia, una moralità alta e convinta. Il semplice fatto che il Manzoni vi dedicasse tutta la vita e non sentisse il bisogno, una volta licenziato il libro alle stampe di scriverne un altro, dimostra che il «fatto», lo «spunto» non occuparono tanto la sua mente quanto la morale della storia in sé, il fiato umano e religioso dei suoi personaggi, eccetera” – Ennio Flaiano,”Romanzo e schermo”, recensione del film sul romanzo tratto da Camerini, nel 1941.
Proust - Non lo apprezzavano, non apprezzavano la “Recherche”, opera regina delle subordinate, Borges (“troppo prolisso” – non prolisso, troppo), Joyce (ne avrebbe letto una pagina, forse due) Céline (“minusculinisantes analyses”), Sartre (“propaganda borghese”), Ishiguro (“tedioso”, di “snobismo frances e”), D. H. Lawrence (“infantile”), Evelyn Waugh (“mentalmente difettoso”, “qualche disordine mentale”, “roba davvero scadente”), Mishima (che diceva si avere letto solo o il primo linbro).e i sovrani page turner Ken Follett (“non fa battere il cuore ai lettori”), Valérie Perrin (“una palla”), Candace Bushnell, “Sex and the City” (“insopportabile”).
Daria Galateria, scanzonata cultrice della materia
“Recherche” (ne ha curato un’edizione commentata…) si diverte a elencare amori
e dodi per la “Recherche” e Proust in appendice all’album-raccolta “L’amore di
Proust” di Di Paolo per il “Robinson”. Proustiani professi invece Virginia Woolf, (“che cos’altro si potrà
scrivere dopo?” – i suoi racconti?), Kerouac (“un genio”), e Philip K. Dick a
sorpresa , che il suo tempo da fantascienza, il tempo collassato, voleva
“assolutamete ispirato da Proust”, Murakami, Anne Carson, e altri naturalmente.
Di Céline Galateria registra un ripensamento tardivo, desunto dalla corrispondenza (e dal fatto che Proust entrava con la Pléiade tra gli autori del suo editore, Gallimard?).
Rap – È la poesia oggi, il giudizio è
sicuro di Walter Siti, sempre nell’intervista con Nicola Mirenzi sul “Venerdì
di Repubblica”: “Penso che facciano poesia più di quanto facciano molti
cosiddetti poeti. Il dato di appartenenza è la memorabilità.. Sono cantautori
che in modo inconsapevole, immediato, tornano alle basi ritmiche della poesia.
Spesso senza saperlo, riproducono schemi della tradizione. E in maniera incognita,
incoerente,involontaria stanno reinventando la poesia”.
Non
senza saperlo, si può testimoniare delle origini del rap, in Africa occidentale, nei primi anni 1980 – quando il rap era solo una forma di espressione, un
ritmo non ritmato, non dava il pane.
Una prima applicazione del rap in Italia si ebbe nel 1983, per il lancio in tv della testata “Reporter”, da parte dello studio Testa – Annamaria Testa, non Armando, che debuttava nella comunicazione.
Teatro – “È vita”, per
lo sfarfalleggiante Savinio in veste di drammaturgo (nella “giustificazione
dell’autore” che premette al suo dramma “Capitano Ulisse”, pp. 6-17): “Il
teatro è un progetto di vita, il modello in piccolo di un mondo pulito e senza
malattie”.
È
anche il modo di essere delle cose: “La Storia
dice la cosa com’, il Teatro come
dovrebbe essere. I drammi si Shakespeare sono altrettante soluzioni. Il
processo catartico comincia alla prima battuta”.
Ma
dev’essere “colorato”: “La forza solutrice del teatro è data soprattutto dai clori.
Quanto più vivi, orgogliosi, mordenti i colori, tanto più efficace, completa
l’operazione catartica… Il teatro incolore non risolve il dramma: lo ingorga
maggiormente. Il teatro grigio, il teatro della democrazia, questo teatro nato
dall’associazione di due non colori è
morto per occlusione intestinale”.
Il teatro-cadavere è dei Lumi: “La mansione di cadavere edificante il secolo dei lumi, chi sa perché?, pensò bene d assegnarla al teatro. Scuola di edificazione, tempio di mortificazione. In un mondo senza Dio, il teatro aveva da essere il duplicato fedele di quanto avviene di giorno in giorno nelle case pubbliche e in quelle private. Talvolta, e per eccesso di fantasia, si attingeva nelle anticamere dei dicasteri, negli uffici della questura, nell’animo delle cameriere e soprattutto – soprattutto! – nei letti degli scapoli”.
Venezia – “A Venezia non mi hanno mai dato nulla”, spiega a Elvira Serra sul
“Corriere della sera” l’attore Giancarlo Gianni, protagonista di molti film importanti,
quelli di Lina Wertmūller, e di Comencini, Monicelli, Visconti, etc. A Cannes
sì, e a Hollywood, a Venezia no. Alla Mostra ha vinto invece Ang Lee, il regista
cinese cui Giannini aveva commissionato il primo lavoro: “Mi scrisse la sceneggiatura,
ma nessuno la volle. Quando vinse il Leone a Venezia mi rigraziò in tv”.
Anche il “Corriere della sera” mette l’intervista a
Giannini, “di spalla”, nascosta, a pagina pari – dopo quella di “risguardo”
(riguardo) al figlio del parrucchiere (“hair Stylist”) Aldo Coppola.
