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domenica 23 agosto 2026

Cronache dell'altro mondo - librarie (417)

 Un distruzione scandosa di molti libri, a migliaia, a milioni viene denunciata, opera dei colossi tecnologici per nutrire loro Intligenze Artificiali. Distruzioni fisiche  materiali, con rottura di copertine e rilegatura per favorire una lettura, digestione più rapida del testo. Quando si farà la storia dell'IA si racconterà anche questa paura (è una paura che si alimenta per fare aneddoto  per ricolizzarla)?

Molti libri sono già stati distrutti, da Google come da molti servizi bibliotecari e librari, per rendere fruibili in rete, scansionati, senza spesa e senza spostamento fisico, libri e riviste. Liberi da diritti. E senza distruzione del "libro", solo di una sua copia fra le tante stampate - con esclusione dei volumi di valore antiquario.

Il mondo che si vuole voce ha già dimenticato questa forma di velocizzazione, e gratuità, della lettura? O non legge?

Umori e tremori del maschio giovane

 Un giovane laborioso e ricco, il beniamino della casa  sta per sposare. Una ragazza sportiva e disinvolta, che gli si esibisce, oh delusione dell'amore romantico, nuda. Sua unica confidente, in tanto turbinio, la gatta Saha, che gli tiene compagnia la notte, nel "suo naufragio quotidiano", di incertezze risorgenti, fastidi, timori.

Gli editori, tutti, anche i francesi, presentano il racconto come di una condivisione domestica uomo- animale, di linguaggi, anche sonori, e di intimità, a premio su ogni altro rapporto. Basandosi anche sulla passione di Colette per i gatti. Ma questo è scontato - e aneddoto povero, che il giovane Alain trovi più rispondenza in Saha che nella bella e sportiva Camille. In realtà il racconto si legge, come il più famoso "Cheri", per la sottile indagine delle pulsioni maschili nella adolescenza e prima giovinezza (di cui Colette fece anche esperienza personale). Un caso più unico che raro nella tanta narrativa giovanilistica - specie in questi anni di selfie. Per di più a opera di una scrittrice. Un maschile come è, incerto, e portato piuttosto alle defaillances.

Molti editori hanno il racconto in catalogo (scaduti i diritti d'autore), Adelphi, Oscar, Sellerio, mentre lo ripubblicano L'Orma e RusconiLibri.

Colette, La gatta, edd. vv. € 8-12

sabato 22 agosto 2026

Problemi di base ambientali bis - 928

spock
 
L’ambiente va protetto consumando?
 
Elettricità a sfare?
 
Milioni di bottiglie di vetro ogni giorno per bere un bicchiere di vino oppure di birra – il vino alla mescita non era più buono?
 
E miliardi di bottiglie di plastica ogni giorno al riciclo, per non bere l’acqua del rubinetto?
 
Quintali di cartoni, anche non amazon, ogni giorno?
 
E per il cartonpizza dei rider?


spock@antiit.eu

Giallo anarchico

L’Internazionale  anarchica, dei Cento Rossi, si raduna anonimamente a Londra. Scotland Yard li protegge – la lege protegge la libertà di espressione, spiega loro il funzionario mandato a controllarli. Al convegno spopola la Donna di Graz, bella e sorpresa del successo, pur avendo più di un attentato, riuscito, alla spalle. E intervengono anche i Quattro Giusti, che poi sono tre (“c’era un giorno un quarto, che rera caduto in un caffè di Bordeaux, crivellato di pallottole”. Ma s’innamorano della Donna di Graz…
A ogni pagina, a doppia colonna, ne succede una, è anarchica anche la narrazione. Di quando, dopo Sherlock Holmes, gli scrittori di gialli per un po’ non seppero più che dire. La ricetta diventò di comunque meravigliare, anche se di fregnacce – con una suspense a onde ravvicinate, costruita in una pagina e abbandonata la successiva: l’anarchia di moda non solo come cattivo delle storie, anche come metodo.
Riedito da numerosi editori. Con questa storia strampalata s’inauguravano nel 1933 i Gialli Economici Mondadori, a 2 lire, tradotti alle bell’e meglio e stampati su due colonne - come già la stampa di colportage, da fiera, a fogli singoli. Affiancavano i Gialli Mondadori, più dignitosi. Affiancati a loro volta da una collana detta “Il Cerchio Verde”, ma sempre di gialli, a 50 centesimi – ogni numero quasi un’enciclopedia, gialla: un romanzo, cinque novelle, fotostorie di film gialli, notizie varie di nera, ricostruzioni e rivelazioni, e “problemi polizieschi a premio (“l. 50 settimanali”). Nel ventennio di leggeva - in mancanza di meglio?
Edgar Wallace, Il Consiglio dei Quattro
(“The Council of Justice”), Gialli Economici Mondadori, pp. 93, su due colonne, pp.vv.

venerdì 21 agosto 2026

Ombre - 834

“Ancora suicidi tra i soldati israeliani: la guerra di Gaza uccide anche chi la fa”. Lo dice solo l’“Avvenire”, “quotidiano dei vescovi”, quindi “di parte” – Israele non ama i preti (ma ama qualcuno, a parte se stesso?) – e la cosa finisce lì. Ma il fatto c’è: “nel 2025 i militari che si sono tolti la vita sono stati 22, quest’anno sono già 18. E il dato ufficiale eclude i congedati”.
Più i “disturbati”: “si stimano in 50 mila gli ex soldati che hanno bisogno di assistenza psicologica”.
 
È impacciata la presidente del consiglio dovendo parlare di finanza con “Affari&Finanza”. Pensava di controllare il sistema bancario, regolandolo da “Roma” (da Siena e con Caltagirone), e si ritrova una Milano che si prende tutto. Per di più di sinistra, dichiarata: l’Intesa del ferocissimo Bazoli, e Unipol degli “abbiamo una banca”. Ha detto no a Unicredit per Bpm perché Unicredit è presieduta da Padoan, ex minstro Dem, e ora si ritrova senza Bpm, in mano ai francesi, e senza Mps – né le prede di Mps, né la banca stessa. La classica favola dell’apprendista stregone.
 
Non ha fatto male il duo Meloni-Giorgetti in economia, ha contenuto il debito e, fra le turbolenze  di Trump, l’inflazione. Ma ingenuo, perfino troppo, sulle questioni di potere – di cui voleva farsi l’arbitro. Delle banche sapendo solo ripetere che devono pagare indefinite supertasse - in un mondo che necessita di supercoefficienti, precisi al decimale, inderogabili. Per la vecchia mentalità, “le banche sono ladre”? Nel 2026? A volte Meloni fa tenerezza.
Non sa nemmeno giovarsi, Meloni, dei contrasti – irrimediabili, perché campanilistici – fra la mega finanza Dem e la Toscana dell’eravamo “i primi e i migliori”, Dem per riflesso condizionato.
 
“Zelensky fatica a trovare un nuovo ambasciatore a Washington”. “Caccia italiani abbattono un drone nei cieli lettoni”. “Il veicolo ucraino deviato dalla guerra elettronica russa aveva sconfinato”. Non ce la raccontano giusta. “Caccia italiani” quanti, una squadriglia? A caccia di droni? È così del resto da trent’anni: l’Ucraina piantata nella Nato e nella Ue per antagonizzare la Russia è progetto americano, dell’ex segretario di Stato Brzezinski, scritto e spiegato ne “La grande scacchiera”.
 
Il 21 luglio il sindaco di Bologna indice una manifestazione per chiedere “verità e giustizia” sulla morte di Abderahim Fakir, cioè contro la polizia. Il 13 agosto la polizia ha individuato venti autori delle minacce a Lepore per quella manifestazione. Che, “come visibile attraverso gli stessi post finiti nel mirino, hanno agito utilizzando il proprio nome e cognome, senza ricorrere all’espediente di profili falsi”. La polizia ne ha individuato uno al giorno. Compitando?
Forse un sindaco dovrebbe essere persona seria e capace.
 
Ognuno ha avuto una reazione al post in cui Ranucci si vuole un martire, come i giudici Falcone e Borsellino. Tutti, eccetto i giudici. Non uno che abbia richiamato il conduttore alla misura. Nemmeno il segretario del sindacato dei giudici, l’Anm.Che forse non sa leggere?
 
“Aldo Moro parlò per ben sei ore”, ricorda Paolo Franchi su formiche.net, “per argomentare sull’utilità di un’alleanza di centrosinistra. Ma non lo fece solo per le sue spiccate doti dialettiche, ma perché dietro c’era un pensiero, uno studio e una visione. Ciò che adesso non accade”. O non l fece per prenderli per stanchezza? Certo che dai sei ore ai social….
 
“La fede, unico antidoto ai fallimenti amorosi”, campeggia sulla prima pagina del reprint “Corriere della sera” del 26 febbraio 1996, non un secolo fa. Di Francesco Alberoni, fine sociopsicologo laico socialista. Oggi non sembra vero, per il socialista, e per la fede. L’Italia è un’altra, ma fatta di niente.
 
Nello stesso reprint Massimo D’Alema flirta con Lamberto Dini, ex Banca d’Italia, ex uomo di Berlusconi, poi di Scalfaro contro Berlusconi. È per fare che? E non solo con Dini, il Pds ex Pci flirta con Bossi: “Senza la Lega si perde”. La nuova politica è marcia alle radici.
 
“Quello che posso dire è che mi auguro che Unicredit possa continuare ad avere solide radici italiane”, è il commento di Meloni  all’acquisizione di Commerzbank. Dopo avergli impedito di rafforzare le radici italiane con Bpm, affermando che le radici di Unicredit non erano italiane.
Forse vuole solo scindere le sue responsabilità da quelle di Giorgetti, della Lega, che pensava di avere in tasca Bpm. Ma sarebbe peggio, questi distinguo tra partiti di coalizione, come una volta tra correnti, è il giochino democristiano più stupido.
 
Medaglia di bronzo
Al bonzo Giogetti
Dal cancelliere Merz
Per la banca Commerz
Che poteva e non volle
Il golden power
Sempre viva i bonzo
Che non si può dire sbronzo.
 
I Comuni restaurano le sale di cinema abbandonate. Con mutuo. Giusto per il ricordo – non si fa più il cinema, e se si va pochi ci vanno. Modernariato. Un po’ caro per il cittadino. Ma un incentivo anche, certo, all’immobiliare. Non è abbastanza ricco.

La malavita, due secoli fa come oggi

La prima indagine sulla camorra e dintorni – ambienti, psicologie, storie. Su quella che sarà la camorra. Un’indagine e non un racconto d’invenzione la vuole l’autore, noto (in Francia) come “un romanziere socialista a Napoli”, e romanziere anche per Croce ne “La vita letteraria a Napoli dopo l’unità”. Del resto, fu autore di almeno un centinaio di romanzi. Perché si vendevano – nella Napoli oggi “illetterata”. Benché vertessero un po’ tutti sulla povertà, quando non la miseria. Nel 1864, all’indomani dell’unità, aveva concluso la sua “indagine” e la metteva in scena.  
Un romanziere socialista ma non condiscendente. Qui lo dice esplicito, introducendo il suo studio, “su le pratiche insidiose di quelle numerose classi che, o per accidia naturale ed aborrimento di ogni onesto lavoro, o sedotte dalla speranza di uscire, più presto che col lavoro, dallo stato di miseria in cui giacciono, o sopraffatte per ignoranza da’ più astuti, si danno a vivere d’illeciti guadagni”. Molto è sulla prostituzione, che prende direttamente buona parte modella narrazione, “Madama Antonetta”, “Blandina”, “Le farfallette”,”La tribade”, “Carolina”, e molte pagine della seconda parte, cominciando programmaticamente da “La prostituzione – Preliminari”. Una narrazione, però, per quanto ripetitiva, sempre viva, per un motivo o un altro. Che pone un problema.
Il problema è che un secolo e mezzo dopo, quasi due, la sociologia non ha fatto passi avanti sul crimine “popolare” diffuso. La sociologia da caserma, dell’omertà e del disdegno della proprietà – chi ha paghi. E quella dei giudici, che il crimine vogliono “organizzato”, possibilmente in “cupole”,  possibilmente politiche o almeno massoniche. E tutti lo vogliono “ambientale”, cioè della Campania, della Sicilia e della Calabria, e quindi c’è poco da fare, Con l’associazione, e col concorso esterno in associazione, per le tre regioni c’è poco da fare, la repressione non è migliorata in nulla, rispetto a un secolo e mezzo fa, quasi due, e la paga sempre, perfino col carcere, chi non c’entra, e vorrebbe vivere in pace, come un qualsiasi altro essere umano, negli affari o nelle professioni.  
Francesco Mastriani,
I vermi, Mario Miliani Editore, vol 2, pp. 533 € 15

giovedì 20 agosto 2026

La natalità svogliata – se il pet costa più del figlio (3)

Anche la “donna italiana”, come la “civiltà del pet”, è esercizio rischioso. Ma è un fatto. Di mentalità e modo di essere. Basti dire che l’età media delle madri al primo parto è di 32 anni, qualcosa in più di 32. Assurdo. Basta del resto poco per prenderne le misure, basta fare una conversazione in francese, o in tedesco – anche in inglese: la donna americana, virago per ecellenza, la prima e la più indipendente, non si fa nessun problema con la maternità, anche nei vent’anni, anche prima, perfino da star, del pop o di Hollywood, col tour o il kolossal in attesa.

Nel 1995-96, quando la denatalità si manifestava, era effetto della famiglia cinese: un solo figlio per coppia - con quattro nonni, niente cugini, niente zie. Ora, con le primipare a 32 anni, la storia è diversa, di donne che temono o rifiutano la maternità.
Per il ritardo o il rifiuto della maternità si danno motivi speciosi. Si oppone la maternità alla carriera, che invece è garantita, ci sono le leggi, e sono osservate. Gli asili nido ci sono (quelli del Comune di Roma di una bellezza spropositata), e in mancanza ci sono i sussidi. Tutte le scuole hanno il tempo prolungato e molte tengono i bambini fino alle 18. E poi non ci sono i troppi nonni? La casa è un  problema – troppe leggi e sentenze anti-proprietà hanno disseccato il mercato degli affitti - ma ci sono dei correttivi, anche sostanziosi.    
La causa centrale delle denatalità è “culturale”. Questo è più certo che argomentare la “donna  italiana” o l’amore degli animali (che non c’è: tenere un cane in appartamento, a parte i cagnetti da grembo, è una cattiveria e una violenza). Per la falsa  “cultura dei diritti”. Che si basa sull’anti-famiglia, per quanto di soli due corpi e due anime, e sull’anti-procreazione. Contro la maternità, che una volta era, e in certo femminismo ancora è, roba “di destra”, absit iniuria - un privilegio.   
(fine)

La corrida come non è stata mai scritta

Il primo viaggio è del 1830, quasi due secoli fa. Ma “I combattimenti di tori”, scritto nell’autunno e pubblicato l’anno dopo dalla “Revue de Paris”, con la corrida raccontata minutamente, quello che si vede e quello che non si vede, l’attesa, il pubblico, i regolamenti, la preparazione, si legge come non se ne fanno più – della corrida ora forse per la ragione che è quasi proibita. Potenza della scrittura.
Le altre lettere (i saggi uscivano in forma di corrispondenze) sono sulla Spagna come l’Ottocento la immaginava e la voleva. Una esecuzione capitale (impiccagione) è un quadro dettaglista e ancora vivace di Valencia. Gli inevitabili briganti di passo sulla strada per Madrid - di cui uno, José Mario, supera Robin Hood. Le streghe - in Spagna non ci sono i fantasmi, non esiste nemmeno la parola, ma le streghe si. E il culto religioso, non di Dio, ma delle Vergini, che sono numerose - questo si sa, ma lo scrittore ne sa di più, di feste e di grazie ricevute. Con note particolari per l’energia delle donne (ne nascerà quindici anni dopo - dopo altri vigagi in Spagna, da scrittore noto, legato in particolare alla famiglia Montijo, da cui la Francia trarrà la sua ultima imperatrice - il personaggio incredibile di Carmen) e per, come dice la curatrice, Graziella Martina, “l’energia e la passione profuse nella vita di tutti i giorni”.
Quattro saggi in forma di lettere, indirizzate al direttore della “Revue de Paris”. La quinta lettera, al direttore di “L’Artiste”, è una visita al Prado, “uno dei musei più ricchi d’Europa” – più del Louvre, che è tutto dire, “non per il numero dei quadri ma per la loro qualità”.
Molto amico di Stendhal per una ventina d’anni, gli ultimi dello scrittore “milanese”, benché più giovane di una ventina d’anni (e malgrado un’impressione negativa di Stendhal al primo incontro), lo aveva accompagnato a Napoli, e nelle passeggiate a Roma, ma non ne scrisse.
Prosper Mérimée, Viaggio in Spagna, Ibis, remainders, pp. 18 € 4

mercoledì 19 agosto 2026

La natalità svogliata – se il pet costa più del figlio (2)

Le cause socio-economiche della natalità svogliata – più esatto che scarsa – sono da confrontare  con l’esplosione, nei trent’anni di denatalità, della cultura e pratica del pet, dell’animale domestico o di compagnia. Una popolazione cresciuta, questa, e rapidamente nei trent’anni, di almeno tre volte, a 65 milioni di unità - tre mediamente per unità familiare. Con costi, per cibo, sanità, igiene, intrattenimento, a occhio pari o superiori a quelli che richiede un bambino – i cui bisogni si riducono con l’età, fino all’autossuficienza, e non aumentano di continuo.
Se ne occupa soltanto “Il Sole 24 Ore”, come tema cioè economico - quanto si spende (il fatturato di settore), come e quando. Ma è un fatto culturale, di grande impatto, di storia epocale, addirittura di sopravvivenza, di un paese ricco, se non più molto civile. Il primo allarme, nel 1995, fu seguioto da una ripresa, modesta, delle nascite, fino al 2008. Poi il crollo, mentre esplodeva il culto del pet.
Di questo, della civiltà della cosa, non c’è metro. Ma sotto la cura di molti animali si è per più motivi tentati di dire che c’è solo frustrazione e delusione. Da parte di uomini di ogni età, con (poche, naturalmente) eccezioni. E da parte delle donne - non tutte, ma le più giovani solo s’incontrano distratte, attaccate polemicamente al telefonino. Abitando in più luoghi in aree dove le passeggiate canine mattutine e serali sono, oltre che antigieniche in modo spropositato, anche svogliate e perfino irritate, si direbbe a naso che anche quella non sia la felicità. Però è un dato, di fatto – un esercizio autonomo, nemmeno una moda, come di un bisogno soddisfatto-insoddisfatto, che è l’essenza e il gusto dell’Ersatz, del surrogato.
(continua)

Perché leggiamo ancora il giornale – Lavitola

Alla terza, o quarta, settimana dello scandalo Lavitola-Ranucci, leggiamo finalmente chi era e cosa faceva Lavitola. Editore improvvisato di un giornale, “L’Avanti!” che imitava la grafica dell’“Avanti!” storico, il giornale del partito Socialista, che faceva dirigere al bonzo De Gregorio, quello che poi, eletto da Lavitola a senatore dipietrista, lo stesso Lavitola famosamente s’incaricò el 2006 di portare a Berlusconi, che finse di stampare – in poche copie, qualche giorno l’anno - tra il 1997 e il 2009, e col quale riuscì a intascare quasi 24 milioni (23,9) di contributi pubblici ai giornali di partito – condannato poi alla restituzione (mai effettuata) e a quattro anni di carcere, scontati. Uno senza un’attività e senza un capitale, che riappare con una  pescheria e un ristorante in una strada di grande circolazione a Roma, i primi anni senza clientela, mentre maneggia capitali, e inchieste (per riciclaggio in Brasile, per altri crimini a Panama e in Camerun). Che ai cronisti si vende come imprenditore del “carbon credit”, senza che nessuno si chieda cosa sono questi “credit” -  sono titoli di merito per attività e impegni di decarbonizzazione (riduzione della CO2), concessi dopo una procedura complessa di riconoscimento (e possibilità di scambio, di vendita), molto sorvegliata.
Un imprenditore falsario. Uscito dal carcere “senza una lira”. Con “una voragine di costi, non di entrate”. Per il quale però “il contante, invece, si muoveva”.
Ma di questo non su “la Repubblica” o “Corriere della sera”, la Grande Informazione, su “L’Altravoce”, minigiornale da XII pagine, pubblicità comprese, e minidiffusione, in (poche) edicole del Sud, ma completo e equilibrato, in politica interna, in politica estera, in economia, nella giudiziaria, e perfino nello spettacolo e lo sport (meglio di tutti nella cultura) – forse perché creato e diretto da Alessandro Barbano, un giornalista, non sotto padrone.

 

Perché leggiamo ancora il giornale - immigrazione

Ci voleva “un bavarese gentile che parla italiano” si chiama Reichel, presiede un’associazione evangelica per l’accoglienza ai migranti, per spiegare sulla corazzata del giornalismo made in Italy (non sempre marchio di qualità), dopo una settimana di polemiche, in poche righe in mezzo a due pagine di ulteriori “polemiche”, che “il Ceas, il nuovo regolamento europeo sui migranti, semplicemente non funziona, è assurdo, ed è l’Italia il Paese più svantaggiato”. E, “pur avendo il governo italiano partecipato alla revisione del regolamento (aggiornava il regolamento di Dublino, n.d.r.), è possibile che in futuro debba restare da voi fino alla metà dei rifugiati europei” - l’altra metà sottintendendosi che “debba restare” alla Grecia -. E intanto Germania, Francia, Danimarca possono permettersi di respingere tutti. Non è giusto”.
Niente di più. Il signor Reichel solleva tre formidabili pietre d’inciampo – cosa è il Ceas, chi lo ha discusso e sottoscritto per l’Italia, e perché l’Italia si deve riprendere la metà dei “rifugiati” – per un giornalismo anche mediocre. Ma il giornalone passa oltre. Il Ceas, Common European Asylum System, è stato discusso per molti anni, negli ultimi due dal governo Meloni, e firmato il 14 maggio 2024 da Piantedosi – in funzione dall’11 giugno 2024. È ancora in rodaggio – anche perché con la guerra in Ucraina, da quattro anni la rotta balcanica dei clandestini non è più percorsa, che colpiva la Germania soprattutto, e si fa quella degli sbarchi, Italia e Grecia.

Le sanzioni (dazi compresi) le paga chi le mette

I governi di tutto il mondo ricorrono sempre più spesso a politiche economiche” restrittive o nazionaliste (geoeconomiche), “come divieti di esportazione, sanzioni finanziarie e dazi doganali, per raggiungere obiettivi non economici. I benefici di queste politiche geoeconomiche possono essere significativi, consentendo di conseguire uno scopo geopolitico senza minacciare o impiegare la forza militare, e senza gli elevati costi umani ed economici della guerra. Forse il mondo dovrebbe accogliere con favore questa tendenza.
“Tuttavia, le politiche coercitive possono essere costose per le nazioni che le impongono. Per quanto possa essere allettante utilizzare le politiche economiche a fini coercitivi, a volte i benefici non giustificano i costi.”
Un breve excursus storico segue, del “mercantilismo” o geoeconomia, dal Quattrocento agli imperi coloniali, ancora  primo Novecento, e fino alla guerra fredda. Succeduta dall’apertura delle frontiere economiche, e al trentennio di maggiore crescita mondiale della ricchezza nella storia. Dopodiché la geococonomia si è fatta valere di nuovo (in realtà sempre praticata, vigorosamente, dalla Cina, l’economia che più ha beneficiato dell’apertura dei mercati, che ha sempre praticato e continua a praticare la geoeconomia, il protezionismo, con la finanza pubblica (sovvenzioni defiscalizzazioni, premi,  etc.) e con, soprattutto, la manipolazione del cambio monetario.
La geoeconomia è un indirizzo forse auspicabile, finché evita le guerre guerreggiate. Ma costoso, in termini di carovita e quindi di reddito, per i molti: “L’attrattiva delle politiche geoeconomiche può essere evidente, sebbene sia difficile misurarla. Molti obiettivi geopolitici sono difficili da quantificare, e persino da concepire in termini monetari. Quanto vale la sicurezza nazionale? Qual è il valore di isolare un avversario, consolidare un’alleanza, scongiurare un potenziale attacco, evitare una guerra disastrosa?” Ma, se i benefici sono aleatori, i costi invece sono sicuri.
“Sebbene i benefici delle politiche geoeconomiche possano essere intangibili, molti dei costi sono di natura più direttamente economica e quindi più facilmente analizzabili. I responsabili politici, gli analisti e i cittadini dovrebbero riflettere sui compromessi in gioco, su ciò a cui un Paese potrebbe rinunciare imponendo sanzioni o dazi doganali per scopi geopolitici. Ciò non significa che tali politiche debbano essere evitate, ma solo che sia i benefici che i costi debbano essere presi in considerazione”..
Il monito è seguito a sua volta da un calcolo dei costi e dei benefici.
Friden è specialista di Economia Politica, titolare a Harvard della cattedra di International Peace,
capo dipartimento Studi Politici alla stessa università.
Jeffry Friden, The Cost of Geoecomic Coercion, Imf “F&D”, “Finance&Development”, in lìbera lettura (leggibile anche in italiano, Il costo della coercizione economica)
 

martedì 18 agosto 2026

Natalità svogliata – se il pet costa più del figlio

“la Repubblica” solleva infine, con continuità, il tema della demografia debole in Italia. Trenta anni dopo la “scoperta” statistica, nel 1994, che l’anno prima le morti avevano superato le nascite (senza peraltro suscitare allarme, ce ne occupammo solo noi sul settimanale “Il Mondo” -  con un servizio che il governo francese richiese di ripubblicare nel suo Osservatorio per il personale scolastico,  ma nella disattenzione generale in Italia).
Gli effetti del declino sono noti: troppi anziani (sanità e pensioni a rischio), troppa spesa pubblica assistenziale (inefficiente), indebolimento del sistema scolastico, dall’infanzia all’università, e non miglioramento, e perfino, collegato a sanità e istruzione, svuotamento delle piccole città, dopo le campagne.
Una serie di concause della debole demografia sono di solito analizzate: il lavoro e la carriera della donna, retribuzioni deboli, caro-affitti e caro-case, asili nido pochi o remoti, l’accudimento di genitori inabili o infermi. Ma non quello principale: il falso concetto femminile-femminista che fa, da più generazioni, dai baby boomer, da 50-60 anni, il modo di essere della “donna italiana”.
(continua)

Levantinismo al potere

Trump dice una cosa, subito gli ayatollah dicono che non è vero. Soprattutto da quando gli Usa hanno capito in che pantano si sono cacciati solo per lo “stretto rapporto” (tutto, fuorché sessuale – almeno, a quanto sembra) della ditta Trump con Israele.
Il capo degli Usa alla mercé di quattro levantini è uno spettacolo affascinante ma anche preoccupante. Anche perché lui stesso ne subisce il fascino, che si produce in lo dico-non lo dico-non l'ho detto-vediamo. 
E d’altra parte l’Iran è appeso a un ectoplasma, il fantasma del figlio di un ayatollah non dei più apprezzati – di cui Trump o Israele ha fatto un martire. L’Iran non è un Paese uscito dal bush, ha una popolazione importante e colta, e una storia complicata e lunga. Ma è come se: il Paese sospeso e muto dice tutta la vergogna del regime degli ayatollah.
Anche questo è molto levantino, il Paese muto. Nonché ovviamente per prodursi gli eventi in Medio Oriente, tra mediorientali, persiani e arabi, con contrappunto di ebrei.
La barbarie è sempre pronta, c’è scritto nella storia. E non c’è bisogno di prepararla, succede –le cause della barbarie (le cause della decadenza) sono state un esercizio storico prestigioso, da Gibbon a Santo Mazzarino, ma a babbo morto.  

La guerra raccontata come in pace

“In Albania avevo 19 anni, in Russia 20”. Memorie di guerre, della ritirata (ripiegamento) del Don, catastrofica, per le quali Rigoni Stern è famoso, e poi del confino nei lager tedeschi. Assortite da memorie in tempo  di pace, di “cose viste”, personali o d’ambiente – l’altopiano di Asiago grande protagonista.
I due testi più lunghi, in forma di racconto-saggio, sono sugli anni post 8 settembre quello del titolo, “Aspettando l’alba”, della prigionia in Germania nel 1943-1945,  e l‘altro, “Quasi una tregua”, sulla ritirata, narrata come già ne “Il sergente  nella neve”, fattualmemte, di soldati che hanno perduto la guerra e cerano di salvare la vita, con tutte le pieghe e le piaghe, diarree  congelamenti, suppurazioni, ma senza le recriminazioni politiche consuete in tale tipo di racconti (in Italia e anche in Germania, due Paesi, si direbbe, di reduci involontari: il gelo, l’abbigliamento inadatto, i comandi impreparati e incapaci): un racconto da soldato, di una guerra persa. Fattuale, anche nel rapporto-non rapporto con l’alleata Germania: “Quel giorno (i russi, n.d.r.) avevano iniziato la grande battaglia per liberare Charkov (oggi Charkiv, nd.r.), e noi, che avevamo il torto di essere vivi, eravamo d’impaccio alle manovre dei tedeschi”.
È la penultima raccolta di testi di Rigoni Stern, nel 2004, di testi in gran parte disseminati nei decenni tra i quotidiani, per l’allora “terza pagina”, quindi nella misura delle quattro cartelle. Sui suoi temi: la guerra, la Russia, i lager, e l’Altopiano, di gente buona e giusta. Racconti di un’umanità ovunque semplice, anche nella tragedia, e solitamente buona, comunque considerata.Tra eventi per lo più drammatici, eppure ordinari – ordinati dal giudizio dell’uomo.
“Quasi una tregua” è quasi un epicedio, il “diario” della vecchiaia, di impressioni e ricordi trascurati. Della famiglia che per due secoli aveva abitato ad Asiago al Kantun von Stern - solo quando era nato lui, nel 1920, si era stabilita in via di Ortigara, 5 (vicino di casa di Ermanno Olmi). Di tarde scoperte: della famiglia indagata, mentre lui era semidisperso tra Russia e Germania, e poi nei lager, dalle forze speciali SS se non fossero ebrei, per il nome Stern, salvata dall’ottima anagrafe, che attestava Stern essere "storpiatura di un cimbrico Ernst".

Racconti brevi e brevissimi, e tuttavia pregni. Per quella felicità di narrare il nulla – il quotidiano, noto, scontato, la pausa, l’inattività, le cose – e pianamante, senza enfasi, ma facendosi ascoltare, che forse può dirsi qualità della narativa veneta. Da Rigoni Stern condivisa con Meneghello, Comisso, con lo stesso Parise, e già con Nievo – ma anche Berto non vi si sottrae. Classico: un po’ Omero, dimesso e senza rima, senza ritmo cantante, e un po’ Senofonte, con “l’epica della ritirata”. Malinconico e non trionfante. Con un "gran viaggio nella soffitta", tra i primi libri, ognuno con la su storia. Con il cane Cimbro, "che vidi piangere di commozione e d'affetto una dozzina d'anni fa, quando stavo per lasciare questo mondo". Con un ricordo di Primo Levi e uno di Nuto Revelli. Il poeta segreto Giocondo Pillonetto. E una breve-lunga (piena di cose) lettera a Jacopo - la storia di Jacopo da Bassano.

Pagine fittissime, a corpo 9. Con una cronologia della vita e delle opere.
Mario Rigoni Stern, Aspettando l’alba e altri racconti,
Einaudi, pp. 152  € 11,50

lunedì 17 agosto 2026

Secondi pensieri - 590

zeulig
 
Arte – Perché non sarebbe filosofica – vecchio problema? Tra Nietzsche e Wagner, nota Carlo Galli, “Nietzsche e Wagner scontro di titani”, “ciò che vi è di vero, di non parossistico, in quello scontro titanico, tutto tedesco, è che vi si manifesta ancora una volta l’antichissima ostilità della filosofia verso l’arte: nell’antiplatonico Nietzsche è all’opera il medesimo riflesso intellettuale che porta Platone a escludere dalla sua città perfetta gli artisti, troppo lontani dalla verità, e a detestare i poeti tragici”.
Dalla “verità”? I poeti tragici non lo sono molto meno di Platone, lontani – dalla verità delle cose?
 
Nietzsche contro Wagner - Li accomuna, e li divide, l’“inattualità” – “la decostruzione delle architetture razionali della civiltà” (Carlo Galli). Detta così l’inimicizia insorge come gelosia e invidia, seppure i due agissero in campi lontani, l’uno decomponendo frasi, tempi e soggetti nel caos atonale, l’altro spopolando “col martello”. Contro ogni metafisica – a cui assimila il teatro wagneriano, l’“arte totale” – “il rovesciamento del platonismo diventa teatro, come dirà Heidegger”, può notare Galli.
Heidegger che non è uno satirico, e nemmeno ironico. La “filosofia tedesca” decisamente ha bisogno di una ripassata.
 
Populismo – È la forma della democrazia nel millennio. Non della democrazia in quanto ordinamento giuridico (sempre tuttora fondamentalmente montesquieviano), ma di molte sue espressioni reali, politiche, in Europa, in America, e in Asia – India, Giappone, Corea del Sud. E dunque? È una reazione all’altrettanto diffuso “mercato”, o mercatismo? Sicuramente sì, è la perplessità dei più di fronte a un “patto” troppo sbilanciato per i meno o i pochi, furbi più che cattivi (il sempiterno “fascismo” di ogni analisi, così incredibilmente attardate).   
 
La colonna ne è l’antipolitica, da Mussolini a Bossi, da “Mani Pulite”, il gruppo d’assalto, composto da andreottiani (Borrelli e Di Pietro), comunisti e fascisti, alla liberaldemocrazia), a Grillo. Oggi sdoppiata: opinione pubblica (essenzialmente social) e giudici “dei poveri” contro l’opinione pubblica e la giustizia mainstream. Che sono risentite  - ma sono di fatto, per ogni testimonianza, giocando a favore degli interessi costituiti (finanza, editoria, rete) contro la sovranità  democratica (costituzionale) - del carrierismo più che della democrazia.
 
Molto è difensivo - “il supermarket della paura” se ne è potuto dire.
 
Perché questa domanda sarebbe di destra? Non è prevaricatrice, non è ristretta, nasce e si alimenta di debolezze, non ha o non sa usare la forza. I richiami al fascismo intanto sono fuorvianti – una polemica politica di bassissimo conio, da incapaci più che prepotenti.
È un domanda di ricomposizione del patto sociale, se si vuole. In Italia, p.es., dopo un trentennio, quasi quarantennio, di febbre liberista, dall’ex Pci (le “lenzuolate” di liberalizzazioni, di privatizzazioni) a molti degli stessi “populisti” (dipietristi, grillini), di liberismo assoluto. Quale unico criterio di qualità, e il più democratico – della deriva darwiniana, del “più adatto” (magari solo più furbo). Che ha finito per depauperare e marginalizzare il glorioso sistema sanitario nazionale, per una sanità non migliore e anzi molto peggiore, er molto costosa, anche all’interno dell’offerta pubblica (ospedali, medicinali) – con primari e aiuti che si risparmiano la mattina per il pomeriggio, a 300 euro l’ora) .Con un welfare che è sempre costoso ma è ridotto a un placebo.
Si può dire che la libertà ha tradito le sue promesse. Ma. poi, è la libertà commerciale, direbbe Constant - avrebbe detto due secoli fa. Che eviterà pure le guerre (ma non sembra), ma si esercita obbligando alla difensiva. Al populismo,  sia pure prospettato come buona volontà, fino al “dispotismo mite” di Tocqueville, ma inerme e inefficace, quando non è dannoso – è Di Maio, dimenticato vice-capo del governo, che si affaccia al balcone e decreta: “Abbiamo sconfitto la povertà”.
 
La riflessione è semplice ma ardua, perché il richiamo è variegato, ma sempre su base e a fini politici, immediati. In Italia si fa carico del populismo al governo di centrodestra in carica oggi. Che però si è fatto e si fa carico del riequilibrio fiscale . Nell’alveo, se si vuole, della Destra storica, che governò l’Italia postunitaria con effetti controversi, comunque in linea col mantra europeo, del rientro dal debito, della spesa limitata alle entrate. Mentre i governi della passata legislatura, compreso da ultimo anche Draghi, che certamente aveva cognizione di quanto succedeva, hanno creato dei mostri di spesa, dal reddito di cittadinanza (“abbiamo sconfitto la povertà”, quello era) al superbonus  edilizio, due fantasmi costati 400 miliardi – senza beneficio per il sistema produttivo, giusto un’elemosina miliardaria ai beneficiari. Una somma con cui costruire il welfare di milioni di persone per decine di anni.
C’è insomma populismo e populismo, uno destruens, uno construens? Certamente c’è stato, non solo in Italia, un populismo della dissipazione. Tocqueville non c’entra, si sarebbe meravigliato moltissimo - non era filo-italiano, non ne aveva ragione, ma aveva studiato la storia romana.
(fine)
 
Possessione – “Forma primaria di conoscenza la vuole  Calasso, “La follia che viene dalle Ninfe”, “nata molto prima dei filosofi che la nominano”. Da Omero, al primo verso dell’ “Iliade”: “L’ira di Achille è una forma di possessione”. Come dire essere conosciuti per conoscere.- ognuno è posseduto da forme d’essere?
 
Incursio, ricordiamo”, insiste Calasso, “è il termine tecnico della possessione”. Incursioni come segnali di una metamorfosi, “e ogni metamorfosi era un’acquisizione di conoscenza”. Era, e perché non sarebbe?
“Era” un procedimento? Che può essere un semplice disvelamento, la forma “naturale” (ovvia, logica) della conoscenza.
 
Subaltern Studies - Senza i rigori (truismi) di Spivak, erano già di Ernesto De Martino: popoli “subalterni” ricorrono, ricorrevano,  anche nel “Mondo magico”. Anche se la loro redenzione era effetto dell’etnologia, degli studi storico-folklorici, invece che della politica. Nella fattispecie nel saggio del 1949, “Intorno a una storia del mondo popolare subalterno”, pubblicato nel n. 3 di “Società”, 1949. Ma per ciò non più intimamente – la “rivoluzione” politica è quasi ovunque fallita, specie nell’“Africa delle indipendenze” (ma anche nel sub-continente indiano da cui Spivak origina, dove il Pakistan nonsa darsi altra identità che islamica – e settaria, sunnita) .
 
In una curiosa polemica in cui Pavese fa entrare De Martino con Franco Fortini a proposito del saggio sulla subalternità, quest’ultimo fa obiezione De Martino in quanto, studioso marxista, introduce nella dinamica rivoluzionaria “magia, mistica, irrazionale” – che Fortini avvicina alla “recente cultura irrazionalistica e in fondo folcloristica”.
Fortini aveva torto? Allora? E oggi?  

zeulig@antiit.eu

Sesso e morte, Russia senza misura

Sesso senza inibizioni, della padrona col servo, liberamente in casa, in assenza del marito, nel letto del marito, e assassinii senza nemmeno pensarci su, del suocero, del marito, con furbizia, con cattiveria, con le proprie mani. Per finire sul Volga, con la tradotta verso la Siberia, tra le angherie di carcerate e carcerati, e dello stalliere amatissimo, stupido stallone. 
Un racconto anomalo. Di un “verismo” anticipato, 1865 - specie in questa traduzione, di Margherita Crepax, che non sdolcina e piuttosto acuisce, nel trionfo e nella disgrazia. Una  Lady Macbeth che ispirerà Šostakóvič, con una partitura che ne ricalca le asprezze in un’età, 1934, in cui già più non si poteva  (l’opera il compositore camuffò come la prima di una trilogia sulle donne russe – di cui Katerina L’vovna, assassina a mani nude, non poteva certo dirsi esemplare).
Un racconto anomalo nella narrativa pur già aperta alla licenza – a Parigi se non altrove – del secondo Ottocento. Passionale, anche. Licenzioso, anche – non c’è donna che “non la dia” al primo che incontra. Libertino, sembra. Perché poi nudo per mancanza di fede – di fede religiosa.
Un romanzo breve – il canovaccio di un romanzo – ma pieno. Di umori (cattiveria) in un mondo remoto – di “cuoche” e chiacchiere, e poi di tradotta notturna, verso la Siberia. Svelto, gestuale, irriflessivo e ingiustificato. Di una “libertà” senza limiti, e anche di prudenza, o di furbizia. Forse antifemminista, anche in questo in anticipo sui tempi – di una donna che passa su tutto come un carro armato. Sicuramente molto russo - come solo ora si comincia a raccontare, dopo quasi due secoli.
Nikolaj Leskov, Una Lady Macbeth nel distretto di Mcensk, Garzanti, pp. 11 € 5,90

domenica 16 agosto 2026

Il mondo com'è (499)

astolfo


Cimitero dei Turchi – Erano “turchi” nella Grande Guerra, inquadrati nell’esercito austriaco in Carnia e sull’altopiano di Asiago, i coscritti bosniaci. Nel racconto di memorie “La bottiglia ritrovata”, uno degli ultimi di Mario Rigoni Stern (pubblicato nella raccolta “Aspettando l’alba” nel 2004, quattro ani prima della morte) lo scrittore di Asiago ripercorre una battuta solitaria di caccia all’alba: “Giunsi al Cimitero dei Turchi – dove erano stati sepolti i soldati bosniaci caduti nel ’17 – che incominciava l’alba…”.  Sull’altopiano di Asiago, il luogo per eccellenza di Rigoni Stern, una cinquantina di cimiteri militari si costeggiano, variamente denominati, qualcuno anche dei caduti austro-ungarici, ma nessuno nella nomenclatura ufficiale reca il nome “dei Turchi”: Rigoni Stern riferisce evidentemente la denominazione corrente, comune, della memoria.


Paul Goodman – Dimenticato, e anzi cancellato, dall’editoria e dagli studi, storico-letterari e critici, è immortalato come suo maestro e ispiratore da Susan Sontag da sempre, da quando adolescente puntava all’università. Sui 16-17 anni, nel suo ricordo in morte di Goodman, sulla “New York Review of Books nel 1972 (il ricordo apre la raccolta “Sotto il sole di Saturno”): “Ho letto tutti i suo libri.. .. Non c’è stato appartamento in cui ho vissuto gli ultimi ventidue anni che non abbia contenuto la maggior parte dei suoi libri”.

Era all’epoca, ancora nel 1972, uno degli ispiratori della rivolta giovanile degli anni 1960. Molto attivo già negli anni 1940. alla rivista “Politics”, alla quale lavorava con C. Wright Mills e Dwight McDonald, e nell’introduzione in America della psicologia e terapia della Gestalt. E ancora negli anni Cinquanta, col Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina. Uno dei protagonisti della scena intellettuale newyorchese e americana. Ha anche una pagina nella Anarcopedia. Ma del tutto dimenticato.
 
Xavier Milei
– Il presidente argentino dalla folta zazzera con la motosega, per disboscare lo Stato, è di formazione economista, studioso della Scuola Austriaca (Carl Menger, Bōhm-Bawerk, von Wieser, von Mises, von Hayek – molto barbuti, molto rispettabili). Da lui elaborata in una prospettiva “anarco-capitalista” - una non avventata elaborazione del liberalismo lo fa approdare, coerentemente, all’anarchia.
 
Pondus
– È la parola latina e la misura probabilmente di più lungo corso e di più vasta applicazione: pound in inglese, Pfund in tedesco, funt in russo. E dovunque con la stessa portata/misura, 0,453 kg.

Solo in italiano (nelle lingue neo-latine: castigliano, francese, rumeno, ladino) la stessa misura si denomina diversamente: libbra - da libra¸la bilancia.
 
Savitri  Devi – Michel Houellebecq la menziona nel suo ultimo romanzo, “Annientare”, come Maximine Portaz. È il suo vero nome. Morta nel 1982, in Inghilterra, e presto dimenticata, è stata un personaggio di peso, severa e nello stesso tempo molto impegnata, dell’estrema destra nel campo  ecologico. Nazista entusiasta in gioventù, negli anni 1930, apostola e organizzatrice del neonazismo, anche non ecologico, nel dopoguerra.
Si può definire un’intellettuale francese – ma lei ambiva a un’origine franco-greca - di metà Novecento. Al secolo Maximine Portaz, o Maximiani Julia Portgas, come lei si declinava, nata a Lione, 1905 (data di nascita più attendibile) -1982. Nata in Francia da madre inglese e padre italo-greco, addottorata in Matematiche, con tesi di dottorato su Gottlob Frege e Bertrand Russell. Ammiratrice fervente di Hitler, antisemita, futura negatrice dell’Olocausto, e forse spia tedesca in India – allora sotto dominio britannico – nella guerra.
Prese il nome Savitri Devi, divinità-dea del sole, dopo essersi convertita all’induismo ed aver sposato un bramino. Animatrice e \o anticipatrice dell’ecologia  radicale o profonda. Sostenitrice  del sistema delle razze in India, archetipo delle leggi razziali che avrebbero governato il mondo ordinatamente, tenendo separate le razze. Sostenitrice dell’arianesimo. Di cui ha teorizzato da ultimo l’origine “polare”.
 
Johnny Torrio – È esistito, ed è anche un personaggio (minore) di da Empoli, “Il mago del Cremlino”. “Presidente del consiglio” dei mafiosi di Chicago, subito dopo la guerra, la Grande Guerra, un vero boss, “rispettato” da tutti. Fino a quando non emerse nelle sue truppe un tipo che voleva prendere il suo posto e si chiamava A.Capone. E fu così che, nel 1924, un pomeriggio di gennaio, verso le cinque, Johnny Torrio, il presidente del consiglio dei mafiosi di Chicago, si accascia crivellato di pallottole davanti casa. Lo portano all’ospedale, e lui dice alla polizia: “So chi ha fatto il colpo, ma non sono un confidente”. Poi, quando sta meglio, chiama Al Capone, gli dà le chiavi del business e gli dice che ha voglia di rientrare in Italia. Risultato: “Ha vissuto ancora quindici anni, per grazia di Dio, ed è morto tranquillamente nella sua casa a Brooklyn”. (G. da Empoli,”Il mago del Cremlino” § 25).
 
Rodolfo Valentino – Si celebra per i cento anni della morte, il 24 agosto 1926, a New York (a 31 anni, di peritonite trascurata), da ultimo su otto pagine del settimanale “Robinson”, sempre e solo come il modello del latin lover. Per la capigliatura folta impomatata, e lo sguardo assassino delle bionde, da miope. Trascurando, anche nelle biografie, i dati familiari e personali delle origini. Si sa che è pugliese di origine, ma non che era di madre francese, Marie Gabrielle Bardin, istitutrice o dama di compagnia in casa dei marchesi Giovinazzi di Ducenta (la marchesa era una Ruffo di Calabria), e di padre veterinario, già capitano di cavalleria, appassionato di araldica (per la quale s’inventerà molti avi), Giovanni Guglielmi. Battezzato come Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi. Terzo di quattro figli, Beatrice, Alberto e Maria. Con la famiglia costretta presto a spostarsi, alla morte precoce del padre, prima a Taranto in casa di amici, poi a Perugia, dove la madre aveva trovato occupazione. A Perugia fu interno per tre anni, fino ai 15, in un convitto  dell’Onaosi (Opera Nazionale Assistenza Orfani Sanitari Italiani). Un adolescente sgraziato, e indisciplinato. Espulso, tentò l’Istituto Nautico di Venezia. Ma non fu accettato per la miopia, e altri problemi fisici. Riuscì a diplomarsi in Agraria, a 18 anni, a Genova, e ritornò a Taranto, da famiglie amiche.
Una biografia giovanile molto “contemporanea”, da generazione Z. Da Taranto partì all’avventura per Parigi. Dove trovò occupazione come ballerino nei club. Non guadagnò abbastanza e se ne tornò a Taranto. Qui si diffondeva la fama dei successi in America di un musicista locale, Domenico Savino, di famiglia amica dei Guglielmi. Partì allora, aveva 18 anni, per New York. Savino lo introdusse al night-club  di buona fama “Maxim”, dove fu assunto come taxi dancer, “partner a pagamento per balli di coppia”. E la fortuna cominciò, con le gentildonne.
Rodolfo aveva preso l’onda giusta. Rafforzata dai legami che presto stabilì con ballerine di lungo corso che avevano formazioni proprie, Bonnie Glass e poi Joan Sawyer. Si fece un certo nome, e passò sulla West Coast, a San Francisco, attore-cantante-ballerino di operette. Poi Hollywood. 

astolfo@antiit.eu

Si dice corruzione ma il danno è da negligenza

Analizzando i dati dell’Anac, l’ Agenzia anti-Corruzione, Giuseppe Pasquale, tributarista emerito,  accademico e al “Sole 24 Ore”, scopre che in oltre sei anni i procedimenti trasmessi per legge all’Anac dalle 100 procure inquirenti, prevalentemente per reati corruttivi, sono stati 141, meno di due al mese in tutta Italia. È tutta qui la corruzione? Il danno economico più ingente alla collettività non deriva affatto dalla corruzione, bensì dalla semplice negligenza, assolutamente più diffusa e nefasta della prima”, può sintetizzare il magazine.
Si parte dalla temibile Corte dei Conti, di negligenza massima. La fittissima normativa anti-corruzione che poi finisce nell’inapplicazione è infatti seguita a una falsa stima che la Corte ha fatto nel 2012. Il 16 febbraio 2012  il procuratore generale della Corte dei Conti dava il danno da corruzione in Italia in 60 miliardi l’anno. “Cifra clamorosamente smentita dal Sole 24 Ore quattro anni dopo, il 21 agosto 2016”, ma “con una titolazione eloquente: «La leggenda dei 60 miliardi, stima falsa che tutti citano»”.
Nel frattempo, però, la Corte dei Conti aveva generato l’affrettata legge n. 190 del 12 dicembre 2012, “tuttora in vigore e foriera di soluzioni burocratiche alquanto discutibili: con autocertificazioni surreali che nessuno controlla, con piani anticorruzione che nessuno legge, con una sfilza di corsi di formazione che insegnano l’ovvio (“oddio, quanto è spregevole il corrotto”)”.
La corruzione certamente c’è. Ma in misura ridotta. Il danno, alla spesa pubblica, è soprattutto "effetto della negligenza”. Per la mancata applicazione, o inapp
licabilità, delle leggi anti-corruzione. “La negligenza – sia quella colpevole, sia quella  borderline (protette, da ultimo, da ampi margini di impunità) – è ciò che alimenta, per davvero, la stragrande maggioranza delle inefficienze, ivi compreso il danno erariale nazionale”. E qui l’esperto porta un caso che ancora brucia: “Com’è accaduto, a esempio, con il dl n. 39/2024, dove si è aspettato il 29 marzo 2024 per porre fine alle proroghe del superbonus edilizio, nonostante che, ‘distrattamente’ e senza ipotesi di dolo, fossero frattanto state autorizzate, sia dall’amministrazione (Rgs) sia dalla politica (il Ministro dell’economia e delle finanze), spese allo scoperto per decine di miliardi”, benché fosse noto “l’avvenuto esborso di agevolazioni superbonus per 33,7 miliardi oltre la copertura finanziaria”.

Giuseppe Pasquale, Corruzione? Meno del previsto, “Start Magazine”, in libera lettura online
 

sabato 15 agosto 2026

Letture - 620

letterautore


Coltello
– Oggi in uso tra i ragazzi e i mariti abbandonati, era “l’arma latina per eccellenza” di Mussolini, ricorda Scurati in “Fascismo e populismo”, p.34, dopo il rapporto stretto da lui instaurato dopo la guerra del 15-18, da cui usciva isolato, con l’arditismo – gli ex galeotti utilizzati  in guerra er missioni speciali. Che hanno lasciato qualche modo di dire – “il coltello fra i denti”.
Ma era in uso nelle osterie romane prima del’unità, nelle memorie di viaggiatori francesi di metà Ottocento. Soprattutto all’uscita dalle osterie – solo a Roma allora il coltello faceva un morto al giorno, così si diceva.
 
Comunista-tipo – È quello dei film americani del dopoguerra. È – era – uno di noi, secondo il non simpatizzante Ennio Flaiano, quando faceva il critico cinematografico, tardi anni 1940 soprattutto, anni non ancora di guerra fredda con ombrelli atomici. Come ogni altro “cattivo” va raffigurato, spiega Flaiano nella noterella cinematografica “Una nuova maschera” (ora in “Chiuso per noia”) come noi, come se fosse uno di noi: “Oggi”, 1949, “il Nemico è il Comunista. Perciò lo schermo americano tiene ad avvertirci che il «comunista-tipo» non è poi così brutto come lo dipinge la solita paura…. Anzi, il «comunista-tipo» è un buon diavolo, arrivato al comunismo attraverso molti complessi di inferiorità, o per mancanza di affetti: un buon diavolo che si adatterà volentieri a indossare una marsina o a mangiare il pollo con le forchetta purché lo si convinca con l’Amore…. Il comunista rivoluzionario, l’organizzatore, l’agitatore «non esistono in natura». I fratelli Pajetta sono un’allucinazione collettiva, forse uno spauracchio agitato dal Partito. Meglio ancora: sono «mostri» che al primo bacio d’amore perdono le zanne e diventano bei principini….”.
 
Umberto Eco – “Eco, vana voce”, è un palindromo di Bartezzaghi sul “Venerdì di Repubblica” – “in riferimento alla povera ninfa clamans del mito di Narciso e non certo al per niente vano Umberto”.
 
Fate – Fate fatue?  “Il nome delle fate, eredi delle ninfe, deriva dai Fata, le tre Parche, e da certe oscure divinità dette Fatue, nome che si riferisce al fari profetico”, fari come parlare, “prima di dare origine, in francese e in italiano, alla parola fatuità” – Roberto Calasso, “La follia che viene dalle ninfe”, 30.
 
Fiaba – La ragione ultima – e prima –per cui ci s’induce a comporre una favola, è la smania di ridurre a chiarezza l’indistinto-irrazionale che cova in fondo alla nostra esperienza” – C. Pavese, “Raccontare è monotono”,1949, in “Raccontare è come ballare”.
 
Giallo-omicidi – “Il nostro è il Paese con il secondo più basso numero di omicidi in Europa”, in rapporto alla popolazione – Giancarlo de Cataldo, “Il noir è sovversivo”. E “la percentuale di risoluzione  supera in 90 per cento”, nelle indagini di polizia.
 
Kitsch – “Ciò che oggi chiamiamo kitsch non coincide più con il cattivo gusto. Il cattivo gusto appartiene ancora all’estetica: presupponeva la possibilità del bello e, dunque, anche quella del suo fallimento. Il kitsch contemporaneo è qualcosa di più radicale. Non riguarda le forme, ma il governo delle forme: non è un’estetica ma un dispositivo. La sua funzione è neutralizzare ogni esperienza autentica dell’opera, sostituendola con un consumo immediato del suo significato – Eduardo Cicelyn, “La tentazione del kitsch che calpesta la storia”.
 
Nemico – Non è malvagio: al cinema va raffigurato, spiega Flaiano nella nota “Una nuova maschera a proposito del comunista-tipo”, a due teste. Come “nato dall’incontro di due esigenze, una drammatica e l’altra psicologica. Riassume cioè i miti della «bella addormentata» e del «principe-mostro» (miti fiabeschi che il cinema non si stancherà mai di rappresentare), e li giustifica con quella tendenza collettiva all’ottimismo che consiglia di raffigurare il Nemico come un essere che ha gli stessi nostri pregi e difetti, cioè come un essere convertibile alla nostra stessa causa, addirittura amabile”.
 
Pettegolezzo – “La letteratura, insegna Marcel, è una forma altissima e bassissima di pettegolezzo” – Chiara Valerio, “Robinson”, “My funny Albertine”.
Marcel è naturalmente Proust.
 
’47 - Il 1947, l’anno in cui Orson Welles volle girato a Roma “Cagliostro” (“grosso film d’appendice assolutamente  privo d’interesse”), l’anno dopo il voto alla donne e la proclamazione della Repubblica, che ora si celebra, “era l’anno delle difficoltà per la nuova Repubblica”, annota Flaiano critico cinematografico il 4 giugno 1949 (“Cagliostro”, in “Chiuso per noia”): “De Nicola, angosciato da dubbi (De Nicola aveva votato per la monarchia al referendum, n.d.r.), abitava in quattro stanze a palazzo Giustiniani, si lagnava di non avere il mare sotto casa come a Torre del greco, e il Quirinale era stato affittato agli americani che vi giravano, appunto, ‘Cagliostro’… Il ’47 è stato un anno difficile, ed è tutto qui: Togliatti e Nenni che preparavano il voto decisivo per onorare il centenario del ‘Manifesto comunista’, gli americani che colgono fiori nel giardino del re; la buona piccola società romana che ammira Orson Welles, mentre le signore ricominciano a mettersi penne in testa e a organizzare balli di beneficenza”.
 
Poeta - È “il pioniere e l’epigono. Il primo inventa, comprende e passa oltre, il secondo, toccato dall’evidente ambiguo fascino della terra fino a ieri sconosciuta, ci ritorna e indugia, ci costruisce la casetta, pianta il frutteto e fa le conserve” - C. Pavese, “Poesia è libertà”, una riflessione del 1949, pubblicata postuma, ora in “Raccontare è come ballare”.
 
Poetica del fascismo – Pavese si fa sollecitare da “un intelligente lettore” che, a proposito del suo  saggio “Il mito” gli scrive: “Di poesia ineffabile, angelica, mitica non ne abbiamo vista anche troppa nel ventennio?” – in uno degli ultimi scritti, “Due poetiche”, del 14 giugno 1950 (ora nella raccolta “Raccontare è come ballare”). E risponde: la poesia “nasce su un mito”, ma non necessariamente prende “lineamenti rarefatti, demoniaci o angelici, appunto mitici”. Ma è vero, “tutti oggi sentiamo fastidio per la poesia «rarefatta», per i suoi generi ormai codificati – il poemetto in prosa, l’«occasione» ermetica, la prosa evocativa, il capitolo, la favola realistico-magica, ecc. Essa ha dominato in Italia tra le due guerre… - insieme alla prosa saggistico-ironica, all’«elzeviro»”.
 
Racconto – Un buon racconto è come il mito, si spiega Pavese nel saggio “Raccontare è monotono”, del 1949, ripescato nell’antologia “Raccontare è come ballare”, o come una nuotata: “Narrando non si esce dal gorgo della naturalità, così come nuotando non si esce dall’acqua, e la massa indistinta dell’acqua  sostiene e determina il movimento, dà loro un senso e un fine. La chiarezza del racconto corrisponde alla funzionalità del nuoto – gesti nitidi e precisi che si modellano sull’acqua indistinta e la modellano in cerchi, in impulsi, in giochi di schiume”.
Con un dubbio: “Dobbiamo concludere che tutto nella narrativa è stile, così come nel nuoto?” Cui si risponde: “Evidentemente, quando per stile s’intenda tutta la composizione – parole, passaggi, taglio di scene, caratteri, cadenze e riprese”.

letterautore@antiit.eu

Il genio perduto dei luoghi

"Quel complesso puzzle che è l’idea classica della sacralità dei luoghi” è il tema di questa riflessione. Di cui le ninfe, così numerose, varie e incerte, sono state e restano le animatrici, il soggetto attivo, legato alle acque – ma non soltanto alle acque (Oceanine, Nereidi, ninfe del mare, Naiadi, dei fiumi e le fonti), anche dei monti (Oreadi), delle valli (Napee), dei boschi, Aldeidi, degli alberi, Driadi e Amadriadi. Di un mondo muto animato - poi anche romano, e bizantino, si può aggiungere, e russo (le rusalka). Figlie di Zeus, o delle acque, immortali e mortali, a volte infanti, a volte guaritrici, o profetesse, ma tutte vergini, ornate di fiori, in “vesti leggere fluenti”. Lo spirito dei luoghi.
Bevilacqua è un camminatore esperto, come si suol dire, e felice. Esperto di ogni singola piega e di ogni singola efflorescenza delle sue montagne in Calabria, sull’Aspromonte, per le Serre, sulla Sila e per il Pollino, di cui è felice narratore – una sorta di curatore-creatore della natura locale (di cui i locali purtroppo, dal recente passato di fatica contadina, poco si curano), in raccolte che sfidano il tempo – “Le fantasticherie del camminatore errante”, “Il paesaggio rivelato (Calabria esotica)”, “Lettere meridiane”, “Sulle tracce di Norman Douglas” tra i tanti.  In questo volumetto, da lettore oltre che camminatore e anzi persona di vasta cultura, si applica e fare emergere, in forma di saggio,  rileggendone la mitologia e la trattatistica, il “genius loci”, il “daimon” di ogni luogo. Di ogni comunità non solo, ma anche di ogni anfratto e specie.
Bevilacqua ne ripercorte la trattatistica, di cui dà la bibliografia in appendice, da Servio e Esiodo, i primi accenni, a Vito Teti. Con molto Platone naturalmente, e Emerson, Thoreau, Hadot, La Cecla, Turri, Augé, Assunto, Bodei, molto Hillmann, recente, Eliade, Calasso, Norberg-Schulz, il “processo di individuazione” di Jung (“Anima e terra”). E i poeti: Omero naturalmente, Eliot, Pound, Heine, Rilke – ma in letteratura i richiami sarebbero interminabili (molto avrebbe giovato Whitman). E Vernon Lee (la prima che vi si è rifatta, con vari racconti, alcuni raccolti da Sellerio) nella narrativa forse meglio di Buzzati - o il non considerato Alvaro.
Un saggio su un bisogno, forse a questo punto, più che su un fatto. Un bisogno di confermarsi che nasce dall’abbandono dei luoghi, per l’emigrazioene, o la semplice, inevitabile, inesorabile, urbanizzazione. Non c’è più il genius loci nemmeno nelle piccole comunità ancora persistenti, si può aggiungere, luoghi e acque che si caratterizzavano per una onomastica e toponomastica minutissima, che magari l’Igm ancora documenta, l’hanno svanita del tutto, anche per i residenti,  nell’arco di una generazione o due, con la prima urbanizzazione postbellica. Non si sa dove si abita, e non  interessa.
Con due fastidiosi refusi (per Heidegger), alle pp. 31 e 33, non comuni per questo editore.
Francesco Bevilacqua, Genius Loci, Rubbettino, pp. 85 € 8

venerdì 14 agosto 2026

Problemi di base ambientali - 927

spock 


L’ambiente va protetto distruggendolo?
 
Con auto faraoniche?
 
Con le pale eoliche e i pannelli solari?
 
Col bosco verticale?
 
Con i grattacieli?
 
Con i data center?

spock@antiit.eu

Mussolini eterno

“Mussolini non fu soltanto l’inventore del fascismo, il fondatore dei Fasci di combattimento e del Partito nazionale fascista; fu anche l’ideatore di quella prassi, comunicazione e leadership politica che noi oggi chiamiamo populismo sovranista”. Insomma, ci siamo capiti, Meloni – il sottotitolo è “Mussolini oggi”.
È il discorso con cui Scurati ha partecipato nel 2022 alle Rencontres Internationales de Genève, un “dialogo culturale” che si tiene ogni anno tra gli amanti della pace. “La mia relazione fu presentata”, spiega, “giovedì 29 settembre, pochi giorni dopo le elezioni politiche italiane”. E per questo tanto più oggi ci tiene, per “il timbro di orazione civile e la vena di commozione che (lo) caratterizzano anche per via del momento storico in cui fu concepito e pronunciato”.
Ma senza novità. L’ennesimo ritratto di Mussolini, pieno di sé – il combattente – cinico, fortunato, violento. E opportunista: “Io sono l’uomo del dopo”, di se stesso dicendo, di quando le cose hanno preso il loro verso. Dal socialismo all’arditismo – degli avanzi di galera, le squadracce. Insomma, quello che si sa, a ufo.
L’eterna aneddotica – a naso il tema e la fatica di metà buona della storiografia italiana contemporanea, tra Mussolini, fascismo, guerre, totalitarismo e tematiche affini.
Dopo averne scritto per migliaia di pagine nei suoi romanzi storici della seria “M”, Scurati evidentemente non ne è stufo. Non ci evita nemmeno il “corpo” del duce (ma perché non si fa il corpo del Führer? Non si spogliava, certo, ma allora il magnetismo della voce, perché no, migliaia di pagine se ne potrebbero estrarre).
Con un nota finale, intitolata “Democrazia”, in cui Scurati, senza volerlo, si racconta impolitico: quando cadde il Muro di Berlino aveva vent’anni, e non se ne accorse. Male, no? 
E il populismo?

Antonio Scurati, Fascismo e populismo, “la Repubblica”-Giunti, pp. 91 € 9,90

giovedì 13 agosto 2026

Con la Germania a destra sarà dura

Si dice Germania, ma s’intende il governo. Si dice il governo Merz, ma non si intende il cancelliere, uno che sembra finto, messo là per ammortizzare il passaggio della Dc tedesca, la Cdu-Csu, dalla finta sinistra di Merkel a una solida destra, in grado di disinnescare la sfida di Alernative für Deutschland. E questo non lo fa Merz, lo fa Alexander Dobrindt.  
L’uomo forte è il ministro dell’Interno e capo della Csu, “un bavarese talmente raffinato che sembra finto”, così ritratto una quindicina d’anni fa su questo sito, allora capo della Csu, la Dc bavarese. Con barca di lungo pescaggio - e residenza, si suppone, sulla Costa Brava, allora molto pregiata, non solo dai mafiosi italiani (le sue intemperanze scaricava sul Mediterraneo, ma su Grecia e Italia, Spagna esclusa). Quello che nel 2016 disse no alla Fiat di Marchionne, il salvatore dell’auto, in Europa e negli Usa, che si proponeva di tirare la Opel fuori dai guai – no, disse Dobrindt, ci vogliono quarti di nobiltà, meglio la Francia, meglio Peugeot (che di Opel tedesche in Germania ora ne produce meno che di Fiat in Italia).
Dobrindt ricorre variamente in questo sito. Per capire con chi avrà da fare Piantedosi per gli immigrati che non piacciono, se ne può leggere nel nostro “Gentile Germania”, 2014:   
“Giovanile, velista, spigliato, un bavarese così raffinato da parere finto, Alexander Dobrindt ha impazzato contro l’Italia per tutto il 2012, fino a Natale, nel quadro d’una crociata anti-mediterranea, Spagna esclusa – per essere la Spagna mezzo visigota? o mezzo atlantica: su che mare ha casa l’onorevole Dobrindt? “Vedo la Grecia fuori dall’euro nel 2013”, confidò alla Bild alla vigilia delle ferie estive. Alla vigilia di Ferragosto attaccò l’Italia sul Tagesspiel, pigliandosela con Draghi, in quanto presidente Bce: “Salta all’occhio che Draghi si attiva sempre e fa acquistare Btp dalla Bce ogni volta che l’Italia è alle strette”. E intimandogli: “Decida da che parte sta: dalla parte dell’Unione nella stabilità o da quella dei Paesi in crisi, che tentano, zitti e mosca, di mettere le mani sui soldi dei contribuenti tedeschi”.
“Il Tagespiel lo commentò beffardo (i bavaresi non hanno buona stampa in Germania) con la prima del Giornale di Berlusconi: un QUARTO REICH a tutta pagina. Sommario: “I no della Merkel e della Germania rimettono in ginocchio noi e l’Europa”. E di spalla: “I tedeschi salvatori dell’euro? Macché, spende di più l’Italia”. Ma niente, a fine mese Dobrindt tornò alla carica, precipitando un’altra crisi per l’Italia e la Grecia, sempre via Bild, in quattro punti: 1) “Più tempo per la Grecia significa più oneri per la Germania. Non lo permetteremo. Ciò che ci vuole è una roadmap, che parta da un’ordinata uscita della Grecia dall’euro”; 2) Draghi, comprando titoli di paesi deboli, aiuta la speculazione e “fa della Bce una banca dell’inflazione”: a) “La politica di Draghi è ad alto rischio, per l’import trans-frontaliero del caro interessi”, b) “Draghi usa la Bce come uno scambiatore, per trasferire denaro dai solidi Nord ai Sud deficitari”. A novembre Dobrindt si ripeté, sempre con la Bild: “Il condono del debito greco sarebbe la rottura degli argini”. Con scarso esito a quel punto, la speculazione fu poco incisiva e Dobrindt sparì. Anche perché, dopo tanto tuonare, lui stesso precisava: “Il salvataggio della Grecia costa al contribuente tedesco per la prima volta soldi veri”.”

Ranucci o della giustizia politica

Non si dovrebbe mescolare il giornalismo con la giustizia, ma è la realtà in Italia - non ce n’è altra: i Procuratori fanno i giornalisti, i giornalisti fanno i Procuratori, e i Tribunali seguono l’onda  - chi si ricorda una sentenza fuori onda? Il caso Ranucci, uno che non capisce nemmeno quello che ha fatto, di balordo e anche di malvagio, fa il paio con l’inettitudine dei giudici, ormai accodati al primo che passa e gli abbaia. L’ultima assemblea del sindacato dei giudici, l’Anm, si ricorda perché, nell’Aula Magna della Cassazione, il top del top, si alzò in piedi per applaudire l’ingresso di Ranucci - e ora sono i soli a non protestare contro il conduttore che si appropria della memoria di Falcone e Borsellino.
Che ora Ranucci sia risparmiato dalle indagini sulla finta bomba a casa sua, e anche come direttore o caporedattore tv che si fosse permesso un decimo degli attacchi, le insinuazioni, le malversazioni (sì, il massacro dei vinai italiani, per nome, fatto senza contraddittorio da un redattore-vinaio in proprio), è la normalità. Mentre altrove sarebbero state sanzionate in tribunale, in Italia no, furono e sono osannate, perché “Ranucci è tutti noi”. E che tutti i giudici sono Ranucci, questa è la verità della cosa.

 

Se gli Usa sono al carro degli ayatollah

La portaerei senza acqua né cibo, gli arsenali vuoti per i bombardamenti sull’Iran – e per avere venduto all’Europa, perché li venda all’Ucraina, missili anti-missili e altra roba del genere. I generali che criticano il loro ministro, e ance il Presiidente. Il Presidente che dice di volere solo pace e moltiplica i bombardament, nelo Yemen, in Iran e dove capita – indiscriminati, come sono e non possono non essere tutti i bombardamenti aerei, anche se i media li vogliono “mirati”, donne e bambini non esclusi (anzi obiettivi che significano la pelle salva per il pilota). Gli Stati Uniti sono soliti all’autoflagellazione, salva la coscienza – “siamo poveri, disarmarti, mal guidati, cattivi e perdenti” – e questa all’Iran non fa eccezione. Ma questa volta con più riscontri.
È un fatto che la guerra all’Iran, che il Pentagono sapeva ­ - come lo sa chiunque sia mai stato in Iran, pre e post-khomeinista (un Paese troppo grande per le bombe aeree, e inattaccabile da terra) - non doversi mai fare, per nessun motivo, è sta fatta, due volte, ed è perduta. A tutti gli effetti: politicamente, militarmente, economicamente. Per gli Stati Uniti, per gli europei incolpevoli (colpevoli di non contare), e per le petromonarchie, già suddite americane felici e contente che ora scappano da tutte le parti.
Si vule che Trump sia stato subornato da Netanyahu, per i troppi affari della sua famiglia in Israele. Puo’ darsi, ma questo non spiega l’errore Iran. Ben più vasto – la guerra è un affare serio - e soprattutto ben noto in Israele, al governo e nella intelligence. Una diplomazia che sa tutto di tutti, e una potenza militare senza eguali nel mondo intrappolatì da una squadra di ayatollah, sia pure eredi di una cultura plurimillenaria degli affari del mondo, è una situazione, se non già di cordoglio, molto imbarazzante. Molto: le conseguenze non sono ancora chiarite, ma già molte cose sono cambiate, a Hormuz e nella penisola arabica, negli approvvigionamenti energetici, e per l’Europa, specie per i Paesi petrodipendenti come l’Italia.

 

Vecchia e nuova geografia politica in M. Oriente

“Per molti versi, la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la guerra di Gaza che l’ha preceduta sembrano transformative”, innovative, tali da avere modificato gli equilibri preesistenti: “Dopo decenni di guerra sotterranea, Iran e Israele si sono ora attaccati direttamente a vicenda. E Israele e gli Stati Uniti hanno unito le forze in un modo davvero nuovo per condurre una guerra contro l’Iran”. Non è tutto. “La Repubblica islamica ha perso il suo leader supremo dopo 36 anni e gran parte delle sue infrastrutture di difesa”.
Ma poi? La Repubblica Islamica si è per questo arresa, o è sulla difensiva? A ogni sguardo no – questo lo studioso non dice, ma lascia implicito nella sua ortopanoramica aggiornata. Anche perché “gli stati del Golfo, un tempo in gran parte in grado di rimanere fuori pericolo, hanno visto i loro impianti energetici, aeroporti e hotel andare in fiamme”. E quindi non sono già più “allineati e coperti” con gli Stati Uniti – e con lo stesso Israele.
Molto è cambiato con la Guerra di Trump e Netanyahu, ma in meglio? Il Medio Oriente è quello che era, prima delle ultime guerre, un’area senza equilibri solidi, e quindi di incertezze. Peggiorate, in numero e consistenza, Non sono diminuite con la mano dura di Trump, e anzi si sono moltiplicate, in numero e forse in pericolosità.
L’autore è accedemico emerito di Studi politici all’università Texas A&M, e membro del Middle East Institute.
F. Gregory Gause III, The Middle East, Old and New,”Foreign Affairs”, sett.-ott. 2026, online il 30 luglio, in libera lettura, anche in italiano, Il Nuovo Vecchio Medio Oriente

 

mercoledì 12 agosto 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (640)

Giuseppe Leuzzi


Sulle 70 località di mare più pregiate per gli investimenti immobiliari del supplemento “L’Economia” del “Corriere della sera” solo dieci sono al Sud, e quasi tutte nella gloriosa “Costiera”, con Capri e Anacrapri. E ovviamente Taormina. L’unica novità è Cetara. E questi sono dati, non si possono contestare.
Nella Top Venti c’è solo Capri – che resiste anche nella Top Dieci. Il Sud non è più nemmeno il paese d’o sole.
 
Il 9 agosto 1998 il “Corriere della sera” dedicava una pagina alla Calabria con questo titolo (lo ricorda il reprint dell’edizione di quel giorno): “Calabria, tra le speranze tradite resiste una virtù: l’accoglienza”. È una pagina di un “Viaggio in Italia” di Enzo Baigi. Che sceglie di far parlare personaggi “positivi”, come ce ne sono ovunque: la baronessa Cordopatri (“essere proprietari qui vuol dire solo fare sacrifici”), Vittorio De Seta, don Massimo Alvaro, il fratello, il vescovo trentino di Locri, mons. Bregantini (“la prima parola che ho imparato in Calabria è stata «favorite»” – “La famiglia che viaggiava in treno con noi, eravamo due studenti, rimasti senza pane, prima di darne una fetta al loro bambino, la porse a noi”).
Il garbo, che non è classista.
 
Biagi vuole anche lui come Sciascia il suo capitano dei Carabinieri. Il suo capitano si chiama Oresta, è romano, ma asciutto – più di Sciascia.“Mafioso si nasce o si diventa?”, gli chiede Biagi. “Credo che si diventi”. “Un uomo d’onore chi è?” “Non esiste più”. Infatti solo il giudice Gratteri ci crede (per vendere i libri con Nicaso?).
 
Troppe lodi al Sud
Quest’anno non è il solito antipatizzante Gian Antonio Stella, è il giornale, il “Corriere della sera”, che s’indigna: “Maurità, Calabria batte Lombardia 16 a 1” – di “lodi” alla Maturità. E com’è possiible, se “il Sud è sul podio anche se ha risultati peggiori nei test Invalsi”. La cosa è poi corretta (“Calabria e Puglia in testa nonostante i risultati più bassi nelle prove Invalsi”), ma giusto per consentirsi un altro grande titolo.
È un progresso. Non c’è più la mafiosità di insegnanti e commissari quest’anno, ma l’indignazione c’è uguale. Per tutta una pagina. Di dati e commenti.
Il problema è che ci sono 760 lodi in Lombardia e 1.042 in Calabria, dieci milioni di abitanti contro due. Peggio ancora forse con la Puglia, 760 contro 2.104, dieci milioni contro quattro. Si potrebbe anche dire che i lombardi sono ignoranti perché sono massicciamente pugliesi e calabresi, da un paio di generazioni. Si potrebbe obiettare che si conosce più di una fanciulla delle meridionali lodi che si sono già assicurate, prima ancora dela lode, un posto a Medicina alle università di Roma e di Milano – qualcuna anche con borsa di studio. Ma non si scherza.
Il solenne quotidiano però non sa che si arriva alla Maturità con una valutazione numerica esito di un curriculum regolato da precise norme e criteri, che la commissione d’esame non può migliorare che di cinque punti, lode compresa. E non si chiede, neppure per ipotesi, figurarsi, l’essenziale: come sono, e come funzionano e a che cosa servono (come sono percepite) le scuole in Lombardia. Perché mai i ragazzi arrivano alla maturità con medie così scadenti, non ci sarà un problema di metodo, o di percezione, non ci sarà un problema di famiglie, non ci sarà un vuoto generazionale.
L’alfatetizzazione era un pietra al collo del Sud molti anni fa, quando il Sud era campagnolo e disperso, oltre che povero. Ora sono almeno due generazioni che i ragazzi del Sud si fanno mediamente cinque ore di bus, tra mattina e sera, con levata alle sei, e anche alle cinque, e ritorno a casa alle tre e mezza del pomeriggio, in Calabria su strade dell’Ottocento, di curve e controcurve, che seguono passo passo le anfrattuosità del terreno, e nel mezzo un panino. Forse in queste condizioni uno non ha di meglio che imparare, qualcosa.
Troppe lodi al Sud? Sì. Ma il troppo è di gelosia – di meraviglia maligna: il retropensiero essendo “che può venire di buono dal Sud?” L’Italia è bella e buona col Sud, e sempre gli dà qualcosa. Ma i Lep sono una palla al piede, non rivalutabile – anzi aggravata col passare del tempo, altro che eguaglianza di opportunità, altro che democrazia, qui contano i ricchi. E forse per questo producono miracoli - i Lep non i ricchi (quelli del Nord-Est, poi, sono particolarmente sterili). Non è più di un’ipotesi, ma anche questa conta, no?
E questo non è un problema di comunicazione, di giornalismo, di chi fa le pagine e di chi le scrive. È proprio un fatto di mentalità. “Come si permettono, razza d’ignoranti?”, vuole dire il “Corriere della sera”. Mentre la cosa è semplice: perché la scuola di Bergamo deve essere migliore di quella di Catanzaro?
 
C’è un Sud (e un Nord) anche in letteratura
A  proposito di un film restaurato e rimesso in circolazione dalla Cineteca di Bologna,”La morte corre sul fiume” – “un capolavoro fuori del tempo, di valore assoluto”, in una recensione da titolo “Il cacciatore Robert Mitchum”, ora nella mini-antologia  “Scritti di cinema”, Goffredo Fofi adombra una “letteratura meridionale”, del Sud degli Stati Uniti. Il fim è stato tratto dal romanzo dallo stesso titolo di Davis Grubb, “meridionale del West Virginia”: “Grubb non scrisse altre cose dello stesso valore, ma questo romanzo è diventato presto un classico dela letteratura nordamericana, in particolare della letteratura del Sud degli Stati Uniti, al paio del ‘Buio oltre la siepe’ di Harper Lee, con cui ha molti punti di contatto”.
Un gruppone se ne potrebbe estrapolare della letteratura americana che ha tempi e sintassi del Sud: Flannery O’Connor, Faulkner, Tennessee Williams, Carson McCullers, che infatuò la snobissima Annemarie Schwarzenbach (che più che altro praticava l’amore de loin, alla provenzale, con infuocate missive), da storie della letteratura. E Margaret Mitchell, “Via col vento”. Mentre si penserebbe meridionale ma è “settentrionale”, all’anagrafe e di sentimentalità, Beecher Stowe (“La capanna dello zio Tom”).
 
Le radici come un peccato
“Talvolta se mi accosto a questa terra ne ho un urto impietoso che mi rapisce come un’acqua in piena e vuole sommergermi” - è Cesare Pavese che parla, delle sue Langhe, in una prosa della sua collettanea “Feria d’agosto”, nel felice 1946, “Mal di mestiere”: “Una voce, un odore bastano a prendermi e buttarmi chissà dove. Sono fatto pietra, umidità, letame, succo di frutto, vento. Del limite umano non mi resta che l’istinto di rapprendermi in parole….”.
Il radicamento s’impone, e finisce nella “restanza”, ultimamente teorizzata da Teti. Pavese vi è immerso, benché uomo di città: a 21 anni si laureava con un lungo lavoro su Walt Whitman, fu esperto americanista, si fidanzerà pure (imnaginò di essersi fidanzato) con una diva di Hollywood, ma era terragno – la stessa scelta di Whitman evidentemente, il primo e grande poeta delle radici, rientra in questa sua natura.
E – ma – se ne fa una colpa: le parole non sono nulla, e il radicamento “è insomma peccato, come il libertinaggio, come il sadismo e l’ubriachezza”.
È un capitale, ma è un limite – si soggiace al radicamento come a una debolezza. Non come dice Pavese, forse, non per un desiderio, o una deriva, di eccessi, ma per un limite costituzionale (si nasce con l’ambiente, l’imprinting  è esteso – a partire, certo, anche dalla parola, se è un dialetto, una parlata circoscritta, come familiare).
 
Il mito scoperto a Brancaleone
Si rileggono con stupore le riflessioni sul mito che Pavese è andato sviluppando nel 1949-1950, nei “Dialoghi con Leucò”, in “Feria d’agosto”, in scritti sparsi ora radunati nella raccolta “Raccontare è come ballare”. Per l’acutezza, e per l’eleganza dell’ordito, dell’argomentazione, esito evidente di lunga riflessione. Ma col dubbio: perché non c’è un Pavese “mitico” prima dell’isolamento coatto al confino politico, l’antico ostracismo, in una remota plaga della Calabria jonica, che si proietta o specchia, anche se solo idealmente, nella Grecia, jonica e corinzia?
La scoperta avviene in questo luogo, a Brancaleone, conglomerato isolato di poche case e molte agavi, congiunto al mondo da una “littorina” che si ferma una o due volte al giorno. Passeggiando davanti al mare, che è quello della Grecia. E per un garbo dei locali, pure poveri per lo più e isolati, che sa di antica civiltà, quella della sacralità dell’ospite, dell’accoglienza.
Fa un curioso effetto un “Pavese calabrese”, poiché tutto cozza, la sua natura contadina delle remote Langhe, il cosmopolitismo torinese, la formazione e passione culturale anglo-americana, specialmente caratterizzante negli anni 1930, la vita (e la morte) da urbano sradicato. Ma ci sono le date, c’è la corrispondenza dal confino con la sorella, e ci sono le opere - il racconto “Il carcere”, probabilmente la prima scrittura narrativa di Pavese, anche se pubblicata tardi, i tanti saggi poi raccolti nel 1949 in “Feria d’agosto”, i “Dialoghi con Leucò”, il libro più amato, che si portò in albergo il giorno del  suicidio.
 
La mafia della giustizia
Dell’ennesima mega-assoluzione all’ennesimo mega-processo del giudice Grateri quando era a Catanzaro si ride – otto condanne e sessanta assoluzioni (condanne per reati amministrativi: patente, porto d’armi…). Anche se ha rovinato – provato a rovinare – una azienda familiare di tre generazioni  attiva e produttiva nel trattamento dei rifiuti, la centrale a biomasse di Cutro.
Con quali prove? Intercettazioni? Contratti irregolari? Scarichi proibiti? O denunce di concorrenti perdenti? Fatto sta che le “prove” non sono manipolabili, anche le intercettazioni, i contatti, i conti. E il problema Gratteri si allarga, a quella che è la realtà delle indagini. Della polizia giudiziaria del caso. Colpire nel mucchio, non c’è altra metodologia?
La mafia vista da vicino effettivamente “non esiste”. È un susseguirsi di prevaricazioni e ruberie come in ogni parte del mondo, che al Sud nessuno contrasta – se non (molto) raramente. Nel sottinteso: il denunciante s'arrangi, se ha i soldi paghi, qui sono tutti mafiosi.

Berlino ai calabresi
Molto della politica tedesca, in questa fase delicata di crisi del moderatismo e di sfida delle estreme, dipende da due fratelli calabresi, Luigi e Alfonso Pantisano. Figli di calabresi emigrati mezzo secolo fa, nati in Germania e ben tedeschi, di eloquio e di applicazione, ma cresciuti dai nonni a Cariati Marina, in provincia di Cosenza. Luigi, 47 anni, architetto e urbanista, con esperienze anche in Giappone, al vertice della Linke, il partito socialista di sinistra che sta sopravanzando la storica Spd, il partito socialdemocratico. E Alfonso, 51  anni.
Luigi ha cominciato prestissimo, a 15 anni era nel Pds, il partito nato dal naufragio del comunismo all’Est. Poi consigliere comunale a Stoccarda, quasi sindaco a Ciostanza nel 2020, deputato, vice-capogruppo della Linke al Bundestag. Senza avere nulla di Pankow, del vecchio comunismo-sovietismo, anzi pratico nell’impegno seppure radicale – è sua la campagma che ha portato al successo il sindaco di New York Mamdani, il caro-affitti.
Alfonso è attivista queer, della Lega Lgbtxqi. Primo funzionario di collegamento con la comunità queer del Senato di Berlino. In vista anche come critico della Russia di Putin, per i diritti gay.
Nulla di eccezionale, nel senso che i fratelli non sono gli unici figli di immigrati in carriera politica, è la prassi  in quel Paese, non conta “come nasce”, conta il saper fare. Ma particolare sì, in questo: Luigi, serio, realistico (fattivo), sarebbe diventato capo di Avs in Ialia? Sicuramente no, la politica è per i “dichiaratori”. E questo è un fatto italiano.  Mentre un fatto meridionale è se i due fratelli sarebbero emersi nei rispettivi campi di attività a Cariati. Sicuramente no, in nessuna ipotesi - non in poco tempo, non sommersi dalle chiacchiere.

Ma questo è un problema del Sud oppure dell’Italia? È più infetto il Sud o lo è l’Italia? È il Sud che infetta l’Italia o l’Italia che infetta il (debole) Sud?


leuzzi@antiit.eu