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giovedì 9 luglio 2026

Problemi di base divini - 923

spock

“L’eresia è la vita della religioni”, André Suares, “Péguy”?
 
“È la fede che fa gli eretici”, id.?
 
Non ci sono più eresie in una religione morta”, id.?
 
“Una religione senza mistici è una filosofia”, papa Francesco?
 
“Il passato non è mai soltanto passato”, papa Benedetto XVI?
 
“Chi si perde nella propria passione perde meno di chi perde la passione”, sant’Agostino?
 
spock@antiit.eu

Lo scienziato perso in Persia

Colpisce a una rilettura il non detto, non osservato - che all'epoca si imponeva, 1978-1979. Di un mondo intellettuale, p.es., in Iran “americano”, dall’inglese parlato agli orizzonti culturali. Della mobilitazione giovanile in gruppi e masse compatte, nei campi e campeggi da addestramento al combattimento fisico. Compresi i blocchi neri di giovani donne. E nelle piazze della rivolta le masse nere femminili, ululanti, trascinanti, a uso delle immagini (“fare massa”) – a favore di un regime arcimaschilista. O l’uso sbalorditivo dei media, audiocassette, videocassette, manifestazioni “studiate”, a uso mediatico. E il ruolo dei servizi segreti, francesi e americani, nel mongtaggio del radicalismoislamcio – che tanti danni ha portato (anche) agli islamici.
Le edizioni Gallimard hanno raccolto nel 1994, dieci anni dopo lamorte di Foucault, gli articoli che lo studioso aveva scritto tra l’ottobre del 1978 e il febbraio del 1979, in presa diretta, in esclusiva per il “Corriere della sera”, sulla “rivoluzione” iraniana, senza le virgolette. La traduzione è successiva di quattro anni, 1998, con una premessa e a cura di Renzo Guolo, molto critico, e Pierluigi Panza, perplesso.
Una lettura in certo senso affascinante, di come la colta, coltissma, Europa fa a meno del Resto del Mondo – faceva, quando si pensava ancora dominante.   
Michel Foucault,
Taccuino persiano, Guerini e Associati, pp. 128 pp. vv.

mercoledì 8 luglio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (638)

Giuseppe Leuzzi


Solo la cucina salva dall’odio-di-sé
Eugenio Barba è un teatrante di gran nome, nato in Italia, da cui si è allontanato da giovane (ma di buon nome anche in Italia, in qualità di allievo di Jerzy Grotowski, e con le lontane esperienze dell’Odin Teatret), professando da Holstebrō in Danimarca sull’Europa continentale. Ripescato ormai novantenne dal “Venerdì di Repubblica” in una profusa intervista, non ha nostalgia né ricordi, giusto un “sono nato a Gallipoli”. Non è una posa e non è un fatto isolato, il fenomeno universale delle “radiici” non attecchisce al Sud. Dove invece prevale il rifuto, l’odio-di-sé, un secolo (1930) fa teorizzato da Theodor Lessing per il mondo ebraico, in chiave e in epoca di assimilazione – ripreso vent’anni fa, nel 2004 (“England and the Need for Nations”), da Roger Scruton (filosofo dichiaratamente “conservatore”) come “oicofobia”, o “esigenza di denigrare i costumi, la cultura e le istituzioni che sono identificabili come nostri”. L’origine insomma come patologia. Non necessariamente, ma in chi ne soffre come di una dimuzione o una tara. Come un incidente, più nocivo che ripugnante, ma insomma una palla al piede.
Il contrario, la ricerca e il culto delle radici,  resiste nelle Americhe, Australia compresa, tra gli emigrati per bisogno, anche perché è un fatto “culturale” - la memoria delle radici è storia, che ha un valore forte in mondi senza storia, e per di più la storia dell’Italia e anche del Sud si vuole gloriosa, dalla Magna Gtrecia in poi. Non tocca chi è emigrato per rifiuto.
La questione delle “radici” è complessa. Simone Weil, che l’ha affrontata per prima, nel 1943, poco prima di morire, “L’Enracinement” (tradotto come “La prima radice”), ne ha fatto l’anamnesi ma non  ne ha prospettato un assetto critico – in termini di validità, bisogno, necessità, o rifiuto. Trent’anni dopo, nel 1976, il romanzo “Radici” ha reso il tema popolare - in A merica e quindi nel mondo: “la saga di una famiglia americana” recitava il sottotitolo, di una famiglia afroamericana, opera dello scrittore afroamericano Alex Haley. Suscitando un sorta di generale corsa alle origini degli ameriani, tutti in vario modo immigrati – e quindi nel mondo, una rivisitazione e una rivalutazione. Per gli italiani emigrati curiosamente solo di un tipo – a parte la rivendicazione della storia e del patrimonio artistico: la cucina. Tolta la quale c’è piuttosto riserbo, se non rifiuto – l’odio-di-sé si pratica, non si professa, è come uan vergogna, di qualcosa che non si esibisce.
Valga per l’Italia il caso di Stanley Tucci, l’attore americano di tanti film famosi ora cuoco professionale a Londra, nel bestseller di qualche anno fa, “Cio vuole gusto. La mia vita attraverso il cibo”: l’abitudime materna a cucinare due volte al giorno per il padre e i figli, di una donna peraltro attiva fuori casa, laureata, segretaria di redazione di una rivista, scrittrice di culinaria, si è scoperto in età a considerare un linguaggio potente d’immedesimazione. Allargato nella fattispecie alla cuginanza di Cittanova, in Calabria, che la madre ha voluto far conoscere alla sua famiglia americana, e che ha sedotto il ragazzo Stanley, che ne ha  memoria viva dopo molti anni, dei luoghi, dei visi, dei modi, delle cose fatte e viste.  
Nello stesso giornale del recupero di Barba, nel numero successivo, la rubrichista Annalisa Cuzzorea, nata a Reggio Calabria, apprezza della collega Concita De Gregorio, “La cura”, il racconto di una grave malattia, soprattutto la memoria gastronomica: quando “la madre vuole prendere il treno, trasferirsi da lei, andarle a cucinare le crocchette di baccalà, convinta che le faranno tornare l’appetito”, e quindi la salute. Per poi ricordare: “D’incanto, ho rivisto la padella con cui mia nonna cucinava il mio cibo preferito, la frittata di patate….Non era un tipo affettuoso, la nonna, parlava cucinando, però”
  
C’è chi si svilppa e chi no – la questione meridionale
Capita di passare lunghi periodi l’anno in provincia di Massa a contatto con la provincia di Lucca. Stessa geografia, stesso clima, stesse attività o vocazioni, terziarie, ma due mondi separati e distinti, benché limitrofi, e nei secoli non sempre divisi. Neanche amministrativamente. Sono anche due mondi basicamente “democristiani”, perché votano, e perché pensano “bianco”. Ma all’opposto, per capacità di gestione, progettazione, creazione di ricchezza – di “visione “. Attenta e fruttuosa in ogni ganglio la lucchesia, trascurata e in definitiva poveristica, se non per il necessario riferimento al popolo, ai bisogni, alla resistenza, etc., per coprire l’inettitudine o il menefreghismo, la provincia massese. All’interno della quale peraltro sarebbe da rilevare una differenza enorme tra Massa comune e il comune adiacente di Montignoso, che di un canale abbandonato, il Cinquale, ha fatto in pochissimi anni una miniera – ma meglio semplificare, non perdere il filo. 
Due province limitrofe, stessa Regione, stessa cultura politica, due destini diversi e come opposti, lo sviluppo da una parte, razionale, brillante, costante. Fino alla ricchezza, curata, rinnovata. Dall’altra, con gli stessi presupposti, geografici, naturali, poloiticii, la rassegnazione e come un’implosione.
Succede anche al Sud. Fra la Calabria, p.es., regione ricca di risorse, che non sa o non si cura di valorizzare, e la Basilicata, che al cofronto non ne ha ma si industria di fare fruttare il poco al meglio – se non altro con un’intelligente promozione-presentazione, o politica d’immagine.
È il mistero del ritardo persistente del Sud. Non più scusabile ora, a fronte dei passi da gigante delle regioni più povere d’Europa in pochi anni dacchè sono entrate nell’Unione Europea. Dove si preferisce emigrare piuttosto che costruire. Lo sviluppo è più un fatto di mentalità, di volontà di fare e di saper fare, che di risorse – sono poveri in Africa il Katanga e la Namibia, i territori più ricchi al mondo di minerali ricchi e preziosi.
 
Lamentarsi fa bene - la questione settentrionale
Vent’anni fa il “Corriere della sera” discuteva la “questione settentrionale”. Il leghismo legando alle vecchie rimostranze lombardo-venete – nei confronti del nuovo Stato italiano come già sotto il dominio austriaco. Lo ricorda oggi lo stesso quotidiano nel reprint del 10 luglio 2006, con la vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio, della sere di ristampe con cui celebra i suoi 150 anni.
Il dibattito era stato sollevato, vent’anni fa, domenica 2 luglio 2006, da Galli della Loggia, che ne faceva “un’istanza reale”, allora e centociqnuant’anni prima, ma mal rappresentata politicamente, col leghismo – in chiave isolazionsita, punitiva, vendicativa, revanscista, egoista.
Su questa analsi il “Corriere della sera” aveva aperto un dibattito, facendo intervenire ogni giorno della settimana una personalità o uno studioso: Magris, Galasso, il presidente della Regione Veneto  Galan, lo storico salentino Gianni Donno, e il giurista Guido Rossi. Secondo quest’ultimo, all’epoca avvocato d’affari, Milano eVenezia si lamentano sempre di chi li governa, di Roma come già di Vienna.
Sul numero ristampato lo storico Roberto Chiarini, contemporaneista senza paraocchi (“Perché la cultura politica è di sinistra e il Paese è di destra”, “Storia dell’antipolitica dall’unità a oggi”) già cattedratico alla Statale milanese, critico del “pochi ma buoni”, la mitogafia esclusivista della Resistenza, illustra una chiave nuova, l’andirivieni del leghsimo collegando alle oscillazioni politiche del mondo cattolico. Chiarini parte lamentando che la questione è impostata male dalla Lega e dagli oppositori della Lega. Ma subito poi registra, “già nel momento della formazione  dello Stato e della nazione la presenza di un forte sentimento di «orgoglio del Nord», un impasto irrisolto di più ingredienti, di denuncia della sperequazione fiscale, cne condanna «la Lombardia a pagare per tutti», di equiparazione di Roma a «centro dei parassiti di ogni risma», di esaltazione di Milano quale esempiol del«fare da sé», di predilezione per «l’Italia che lavora»”.
La divaricazione politica fu evitata nel primo mezzo scolo di vita unitaria, del “non possumus” legittimista vaticano, gli ambienti cattolici, prevalenti nel Lombardo-Veneto, confluendo con le nascenti borghesie nel fai-da-te, fuori dalla politica – “la frattura confessionale da un lato e il respiro universalista delle idelogie dominanti”, liberale e socialista. Il fascismo impose il “vincolo superiore, unitario e centralistico”. Con la Repubblica la “questione settentrionale” viene posta con virulenza. Anche se bisognerà “aspettare la crisi dei partiti di governo. E specificamente della Democrazia cristiana, perhé il mondo cattolico si ritrovi, per così dire, politicamente orfano. Lo scontento finisce per riattivare gli antichi (e mai sopiti) pregiudizi dell’anti-politica, dell’anti-statalismo e dell’anti-centralismo. Si apre allora, nella storia d’Italia,con un ritardo di oltre un secolo, rispetto alla nascita dello Stato Unitari  centralistico, la partita….”.
 
Cronache della differenza: Milano
“Qui le donne percuotono l’incudine e lavorano con il maglio e la vanga”. Nel 1787 Thomas Jefferson, padre della patria americano, futuro terzo presidente, ambasciatore a Parigi, ospite in pimavera di  Francesco Dal Verme, giovane conte volontario cinque anni prima nella guerra per l’indipendenza, fa questa osservazione “nei suoi quasi sconosciuti appunti di viaggio”, che Marzio G.Mian recupera in parte sul “Corriere della sera-Milano”. La fa “tornando ai dintorni di Milano” dalle sue cacce ai luoghi, prodotti (soprattutto agricoli, riso, formaggi,vini) e metodi che annota in dettaglio, da riproporre in America.
 
Sempre più al vento degli affari, sempre volatile tra le Borse europee: i titoli salgono e scendono come in una qualsiasi Borsa del Terzo mondo, del 5-6 e perfino dell’8 per cento. Per un fatto tecnico, la scarsità del flottante – che non è colpa di Milano, è la debolezza del sistema Paese, fatto di piccole e micro aziende. Ma è questo che fa soprattutto la ricchezza di Milano: in questo tipo di mercato basta un minimo di accortezza per motiplicare il denaro. Milano è ricca di poco?
 
“La Lettura” di fine maggio dedica molto spazio a Milano, la città che “non c’è più”. A San Siro, lo stadio che non si sa se abbattere o riqualificare. E alla città come la vivono due suoi scrittori - due “giallisti”: Gian Andrea Cerone e Alessandro Robecchi. Cerone, nel libro in uscita, “L’incertezza del domani”, ha ambientato due delitti nel Bosco Verticale: “Per capire com’è ci ho persino dormito. Sembra di stare in un ospedale lituano”.
 
Cerone lamenta difficoltà anche nell’ambientazione.  Al punto che non ha trovato di meglio che riiunire i personaggi attorno a “una comunità di lavoro: a Milano si lavora sempre”.
Robecchi non ci si ritrova: “Dal ponte di corso Lodi l’orizzonte non lo si vede più”.
 
Si lamenta molto, nel dibattito tra i due romanzieri, l’indebolimento (l’impoverimento) del ceto medio, operaio, impegatizio, professionale. Ma nel “canone di autori  milanesi” mettono Bianciardi, Testori, Beppe Viola, naturamente Scerbanenco, Buzzati e anche Umberto Saba. E non Gadda e Arbasino, che di quel ceto medio individuarono per tempo le debolezze: perché scelsero d vivere a Roma?
 
Da molti anni ormai rinuncia al Giro d’Italia, che era “meneghino”. Anche per la Scala, a parte la  finta passerella di celebrità della “prima” stagionale alla Rai (condotta da Vespa…) non c’è più attenzione – progetti, passione: alla direzione musicale trova solo Myung-Whun Chung, 73 anni, “ho poche energie”, che 39 anni è sbarcato in Europa come direttore musicale, ma all’Opéra di Parigi). Si direbbe una società senz’anima.
Anche delle squadre di calcio, la passione è extraurbana. Il leghismo non stringe niente, dissecca.
 
«I tempi non aiutano, però voci importanti si stanno affievolendo. Trenta, quarant’anni fa c’era maggiore coesione tra i ruoli apicali della società», il sindaco Sala lamenta col settimanale “7”, che ha concluso con lui una lunga serie di reportages su Milano oggi. Dacché il malessere? Il leghismo è un virus, che non risparmia i leghisti.
 
“Milano città che sale, lo diciamo da inizio 900, città delle opportunità, dei grandi eventi, poi Milano città esclusiva, dal mercato immobiliare inaccessibile, dalla sicurezza sfilacciata”, così “7” sintetizza la serie di articoli su Milano. Veramente la “sicurezza” a Milano è sempre sfilacciata”, dai poveracci di “Miracolo a Milano” agli hooligans, quando la città cominciò a sentirsi inglese, ai terroristi – e molto prima agli squadristi. Ma forse è una percezione - è sempre “dagli all’untore”.
 
Le baby gang imperversano, fanno anche morti. Lasciate alla Polizia. Mentre sono un fenomeno sociale, di ragazzi lasciati a se stessi. Il milanese non ha tempo e non ha voglia di occuparsene. A difetto di Polizia, la colpa è della scuola. La realtà è un disturbo a Milano.
 
Lunedì il.milanese Bpm si compra Mps con Mediobanca e Generali. Martedì se li ricompra Intesa.  Era un po’ da ridere in effetti l’assalto di Roma (Siena ne è da sempre succursale) al cuore di Milano, che è monetario e finanziario. Che quando il gioco si fa duro (Mediobanca, la ricchezza dei milanesi? Generali?) è in grado di reagire con due sberle.
 
“La stanza proibita nella Milano segreta” – la “Milano da bere” non si pone limiti: “Fruste, corde, catene, manette” per incontri sadomaso, “in uno spazio di 50 mq, affitatto a ore nel cuore della città. In condominio. Forse qalcuno si domanda il motivo del viavai, ma nessuno ha mai chiesto niente”. Bocche cucite, ma non è mafia, sono affari.
 
“La città è molto cambiata. Il ceto medio di centrodestra è stato praticamente «espulso» dalla città –se scientificamente o ideologicamente non lo so – e a dominare c’è un mondo di sinstra radical chic”. Lo dice La Russa, il presidente già missino del Senato, ma è la verità. Un tempo la città si governava con i socialisti perché era operaia. Poi è diventata impiegatizia, e quindi leghista. Ora è  senz’anima, se non l’immobiliare. A prova di Procura.
 
Non si fanno statistiche né indagini sociologiche, ma ha il record da qualche anno delle violenze giovanili, in rapporto agli abitanti e in assoluto: sutpri, assalti,assassinii. Non sempre di giovani figli di sudamericani. Ma non ne fa un problema, non studia rimedi. Né c’è un ceto dirigente cui fare capo, per critiche o iniziative – Gadda e Arbasino non satrebbero chi irridere. Il sindaco Sala rappresenta solo se stesso. E gli immobiliaristi dei grattacieli, costruiti come “ristrutturazioni” di garage.   
 
Rocchi-Gravina-Inter è un fatto: le consultazioni erano la prassi. Naturalmente non si dimostrerà nulla. L’Inter ne ha passate indenne anche di molto peggiori. Anzi, fu l’accusatrice principe nel 2006 contro la Juventus, tramite il suo fedelissimo consigliere Guido Rossi, eletto presidente della Figc. Roba di pessimo gusto, ma non a Milano. Milano ha sempre ragione, che ci toglie anche il calcio, ci prova.

È la diocesi più grande d’Europa. Con cinque milioni di battezzati. Ma non ha  - non ha più, dopo il cadinale Martini, che a un certo punto si ritirò in Terrasanta – si è scristianizzata?
Ha anche molte chiese, alcune suggestive, storiche , architettoniche, ma non c’entra mai nessuno – sono deserte a tutte le ore.

leuzzi@antiit.eu

Ritorno alla geoeconomia

La geoeconomia ritorna al centro. Su iniziativa americana: l’efficienza (convenienza) economica, in termini di costi\benefici, si riequilibra con considerazioni di sicurezza, per la crescita e la moltiplicazione dei rischi geopolitici. Attraverso dazi, contingenti, nazionalizzazioni. Ma non è una novità: “Quando si arriva agli scambi internazionali, gli Stati hanno sempre bilanciato la convenienza economica con la sicurezza nazionale”. Che è un concetto largo, e più in termini di convenienza economica, presente e futura, tutti i fattori considerati, compreso il lavoro e l’effetto reddito, che militari o di potenza.
Una serie di interventi di economisti di varia formazione e opinione, coordinati dalla direttrice della pubblicazione dell’Fmi Gita Bhatt, sull’avvenuto ritorno alla geoeconomia. Al bilanciamento dei vantaggi ricardiani del libero scambio con i progetti, i programmi, i problemi, gli sviluppi nazionali.
AA.VV. –
Rethinking Free Trade, “F&D”, Finance&Development, Imf, in libera lettura, anche in italiano, Ripensare il libero scambio)

martedì 7 luglio 2026

L'America ha bisogno dell'Europa

Si va al vertice Nato con le polveri bagnate. L’Europa ci va. Si sottostima storicamente, e politicamente, il bisogno che gli Stati Uniti hanno avuto e hanno dell’Europa. Forse per la scarsa caratura dei leader europei di fronte all’eccessivo Trump. Ma inequivocabile. Nella lunga resistenza all’espansionismo sovietico dopo l’appeasement rooseveltiano a Yalta. Compresa la fermentazione del “dissenso”, che è in ultima analisi ciò che ha disintegrato il sovietismo, più che gli scudi stellari di Reagan. E ne hanno ora bisogno nei riguardi dell’Asia, della Cina, e dell’India insorgente.
La Ue è concorrente economica. Ma dentro le regole del mercato. E in posizione di debolezza, tra Usa e Cina. Non è una economia ma un conglomerato, tribale. Produce poco e male - cresce un terzo di Usa e Cina. Non è nella IA, e nei data center che la alimentano. È e resta dipendente negli approvvigionamenti energetici. Trump ha adottato la sbruffonaggine per politica, dalla Groenlandia a Meloni, alla guerra improvvisa e persa contro gli ayatollah, inguaiando in questo caso mezzo mondo, per poi lamentare che non la ha vinta perché l’Europa non l’ha combattuta. Il che è anche vero. Ma nessuno, non solo in Europa, avrebbe considerato quella guerra in qualche modo utile. 
Meloni al tavolo d’onore del pranzo Nato, con Trump e Erdogan, è probabilmente un fatto di etichetta – ha un inglese fluente e sa trattare molti temi, fatto indispensabile in un tavolo “seduti” per un’ora, un’ora e mezza. Ma il fatto è che Trump a quel tavolo ci deve stare. E ci sta.   

La Forza sia con l'America

Non fanno notizia né opinione in America le intemperanze di Trump contro questo e quello, contro i leader europei, dopo Obama e Biden: Macron, Merz, Meloni - le tre M dell’Europa? – e contro il papa di Roma (non c’è stata una sollevazione dei cattolici, in Sud America sì, in America no). E nemmeno contro questo o quel candidato deputato a Washington o un\a giornalista. Non se ne trova traccia nei media americani, se non marginali, come curiosità. Specie non in quelli “autorevoli” (considerati), oggi detti mainstream, tutti accesi antitrumpiani.
La Forza non dà fastidio in America, dal rodeo a Hiroshima. “Che la Forza sia con te” si augurava in “Guerre stellari” come augurio paterno, nella forma di una forza mistica, unificante, spiegavano i programmatori, sopra invidie e inimicizie. Ma è pur sempre la Forza. Che non si augura a un nemico: la pax americana.

Ma è la Dc che governa

Cazzulllo dà oggi sul “Corriere della sera”, argomentando con i lettori, per defunta la Dc. E da tempo. Mentre regna sovrana. Nella Funzione Pubblica, cioè nelle istituzioni. Dal Quirinale e dalla Corte Costituzionale in giù. Naturalmente in Cassazione e al Csm. Targata magari Pd o Forza Italia, e oggi un po’ Meloni, ma non vuol dire – era il messaggio del cardinale Ruini, eminente politico, e rispettabile, ai vescovi italiani trent’anni fa: diversificare. Nonché nelle cariche direttive durature, alla Rai e negli enti economici, dai ministeri alle Procure – un po’ di sinistra e un po’ di destra. Nella spesa pubblica: orientamenti (assistenzialismo, ma anche incentivazione) e controllo centri di spesa. Anche negli investimenti, tramite i grandi enti economici, oggi grandi gruppi, Ferrovie, Anas, Eni, Enel. Nelle banche, tutte o quasi tutte emanazione delle fondazioni, tutte di area Dc: Intesa, Unicredit, Bpm, perfino Mps – unica eccezione Bper, ma per un’ascesa avventurosa (e quindi ricattabile?) Unipol ex Coop (ex Pci) consentita benevolmente dalla Dc, col regalo dapprima di Sai, e poi della stessa Bper e della Popolare  Sondrio. E naturamente nella politica. Col Pd, di cui è stata la forza creatrice, con l’Ulivo, e resta quella dominante – il vero “partito” (Schlein è solo qualche voto online, non ha nessun potere, e del resto nessuno la consulta, che sia la difesa, o il risiko bancario). Avendo espresso i presidenti del consiglio della “Seconda Repubblica”, Prodi e Berlusconi, e poi Letta, Renzi e Gentiloni – e un po’ Meloni.
Ma l’elenco delle persistenze sarebbe lungo. Basti sapere, come questo sito ha notato, che è naturalmente sempre il Centro, cioè la “massa” Dc, a determinate le maggioranze nella “Seconda Repubblica”, spostando il milione e mezzo di voti, il 4-5 per cento dei (pochi) votanti, che fanno le maggioranze – le alternanze. Che sono di schieramento ma non di politica, immutata.

Cronache dell’altro mondo – eccezionali (410)

L’appello di Trump al presidente della Fifa Infantino perché cancellasse la squalifica del calciatore Usa Balogun è stato fatto nel nome della “eccezionalità” americana. E per questo aspetto accettato da Infantino.
Erano stati gli stessi Stati Uniti nel 2015, sempre nel nome della “eccezionalità”, della giurisdizione esclusiva, a sradicare il vertice Fifa, Sepp Blatter e il candidato alla successione Michel Platini – in favore di Gianni Infantino. Il DOJ, Department of Justice, aveva promosso una lunga serie di accuse, compresi l’estorsione, la truffa telematica, il riciclaggio e l’associazione a delinquere – accuse poi non provate, ma alcuni incriminati, compreso il delegato americano Chuck Blazer, hanno accettato la condanna con rito abbreviato, per uscire dal processo.
Balogun, il calciatore che Trump ha voluto graziato, è uno di quelli a cui Trump avrebbe voluto toglier e la cittadinanza – salvo parere contrario della Corte Suprema: americano solo per nascita, casuale. Balogun è infatti un inglese, figlio di anglo-caraibici, solo accidentalmente nato in America: alla madre, in stato di gravidanza avanzato, non fu consentito di prendere l’aereo per Londra, dove avrebbe voluto e dovuto far nascere il figlio. Uno dei tanti casi, anche per questo aspetto, della “eccezionalità”,
(“The Atlantic”)

"Vogliamo tutto" in terza età

Il terzo racconto non c’entra con le nonne - se non di sbieco, madri più che nonne, anzi giovani, e sole: è il più lungo, la metà del libro, un progetto di romanzo probabilmente, di come la guerra dissecca le vite e gli animi, la prima e anche la seconda guerra mondiale. È la vita di due amici pacifisti professi risucchiati nella guerra del 1939, coscritti, su e giù per l’impero britannico, della vita militare, dei loro avventurosi amori, del tanfo di morte che aleggia sulle vite anche dei più giovani. Non un grande soggetto, sicuramente non originale, eppure ancora notevole, tante e varie sono le vicissitudini.
“Le nonne”, il primo racconto, e il secondo, “Victoria o gli Staveney”, tengono fede al titolo della raccolta. Victoria è epitome della politica “inclusiva” del millennio, con servizi sociali e tutto (case, sussidi, cure), che però non “libera”. Victoria, orfana cresciuta dalla zia, assistente sociale, è bella, quasi modella, ma inesperta e sperduta fra tanto benessere. Compresa la famiglia del padre di sua  figlia, così accogliente, per programma e per temperamento, che della bambina diventerà la vera famiglia, non più sua – Victoria finirà per sposare, benché non molto religiosa, un parroco benevolente di una generazione più anziano di lei, farà altri figli…. È il racconto, senza polemiche, del clash di culture, contro ogni volontà inclusiva. Del nonno in specie, e della nonna – gente di teatro: la vita come teatro.
“Le nonne” merita da solo la lettura. È il racconto di due personaggi – oggi si direbbe “personagge” – epocali. Due donne sempre amiche da scuola e sempre belle, che le loro vite hanno scelto di vivere sempre vicine. E libere di costumi: nonne nel senso proprio del termine, ma sempre attraenti, a sessant’anni anni hanno  deciso di mettere fine alla loro vita sessuale. Non per altro, ma perché l’una andava a letto col figlio dell’altro, e i due giovani ora, seppure sempre cotti, sono sposati e padri. Un incesto non incesto, ma altrettanto esclusivo, forsennato. Cui la scoperta da parte delle nuore aggiunge pepe: la normalità contro il piacere assoluto, dissoluto.
“Le affinità elettive” di Goethe in salsa trasgressiva all’estremo, bypassando il tabù. Ma senza scandalo, se non la cosa in sé. Per le due nonne, per come (si) sono costruite dall’adolescenza in poi, la cosa è perfino naturale. “Un amore così non deve dire il suo nome”, si dicono a un certo punto le amiche,  rinviando a Oscar Wilde. Ma per “le nonne” il rapporto è solo ovvio, poiché c’è l’attrazione – la relazione si sviluppa attraverso la morbosità adolescenziale dei ragazzi. 
Un racconto e dei personaggi costruiti su una scia generazionale sensibile: quella cosiddetta in Italia del ’68, dei tardi
boomer. Quella del “vogliamo tutto”, senza residui. E delle generazioni  successive, dei loro figli e nipoti, la X e la Y.  
Lessing è grande narratrice, in grado di svelenire lo scandalo. Curiosamente presto dimenticata, anche dalle cultrici della materia femminismo, in epoca di
self, sotto forma di psicologismi e vissuti, benché Nobel appena vent’anni fa, nel 2007. E di un vissuto perfino romanzesco – nata a Kermanshah, nell’Iran ancora Qajar, 1919,  dove visse fino ai sei anni, poi cresciuta in Rhodesia, oggi Zimbawe, fino ai 20, quando “ritornò” in Inghilterra, a Londra, scrittrice già formata – il suo primo romanzo, “The Grass is singing”, è dell’anno dopo, ai ventun’anni.
Doris Lessing, Le nonne
, Feltrinelli, pp, 25 € 11
 

lunedì 6 luglio 2026

Ombre - 829

Il bullismo di Trump, considerato che i suoi numerosi messaggi social sono proposti e redatti da una non piccola squadra di consulenti all’immagine, non è temperamentale come si dice, è voluta: ogni tanto vuole, gli serve, “fare i titoli”, con Meloni in piccolo, o col papa, Zelensky, la Ue, la Nato. Sarebbe “strategico”, nel caso Meloni, se volesse far vincere in Italia il Pd, “i comunisti”- curiosamente, mette a disagio tutti i corrispondenti da Washington, anche gl anti-meloniani. E non è personale – Trump è un apatico, a parte se stesso, incompassionate. Si parla di Meloni, del papa, di Xi il Buono, degli europei ingrati per non parlare di Iran, di Hormuz, di Ucraina?
 
Non si può sapere, non c’è sondaggio possibile, ma non è folle pensare che Trump si aliena, in Italia e nel mondo, più gente col trattamento imposto alla Fifa sul centravanti della nazionale americana che con le sue intemperanze, invettive e aggressioni – specie se il team Usa andrà avanti stanotte nel torneo. Lo sport è un linguaggio semplice, tutti capiscono tutto. Senza la guerra fredda, sarà bastato Trump a rigenerare il “cattivo amerikano” degli anni 1970, perdente e facinoroso.
 
“Familiari, collaboratori, funzionari, 126 indagati fedelissimi di Sánchez” in Spagna: “Sono più dei deputati socialisti”, del partito del presidente del consiglio spagnolo. L’Italia facilmente si associa alla Spagna, che però è un altro mondo. Ha una spina dorsale. L’Italia è quella dell’“invito a comparire” del giudice Borrelli col “Corriere della sera” – “basta la parola”, uno sguardo furbo, un ghigno: mafiosa più che giudiziosa.
 
“Ultimo raccoglie a Roma per il concerto 250 mila persone”. Giovani. Di cui 160 mila da fuori Roma. A un prezzo medio del biglietto di € 66 – minimo 49 massimo 99, più sovrapprezzo prevendita. I Beatles se lo sognavano, ed erano i Beatles. Ci contentiamo di poco? Perché saranno ricordati questi anni 2000 – sul piano umano c’è aria di niente?
 
Dunque, senza smentite, un milione di investitori che avevano acquistato la memecoin di Trump hanno perduto in 18 mesi 3,8 miliardi di dollari. Trump ci ha guadagnato invece, 800 milioni. Senza scandalo. L’America decisamente è un altro mondo.
La sua criptovaluta Trump aveva lanciato il 16 gennaio 2025, due giorni prima dell’Inauguration Day, giornata di forti emozioni. Battezzandola World Liberty.
 
Il Canada, 40 milioni di abitanti, celebra i dieci anni della legge sull’eutanasia con 100 mila morti. Più che per diabete e alzheinmer messi assieme: un morto canadese su venti è stato fatto morire. È il T 4 di Hitler, non c’è dubbio, il programma di eliminazione. Spontaneo e assistito quanto si vuole, ma basato sullo stesso principio: l’esistenza difettosa è inutile.
 
“Il Sole 24 Ore “sceglie di celebrare i 250 anni dell’indipendenza americana col debito: “Il debito Usa verso i 40 mila miliardi”. Con “interessi passivi oltre i 1.000 miliardi di dollari”. È un segno di debolezza, o di potenza?
 
Curioso l’avventurismo di Giorgetti, che si arroga il potere di decidere gli assetti bancari. Con l’uso insistente della moral suasion, che non gli compete, e col minacciato uso illegale del golden power. Come già il governatore della Banca d’Italia Fazio. Che vi aveva titolo, ma subì all’epoca da Intesa,  nella persona di Bazoli (Intesa più “Corriere della sera”), una guerra culminata - da buon Dc di sinistra contro un Dc di destra – con l’arresto. Curioso che l’intromissione illegale del ministro non sia contestata da Intesa-Bper. Come già non lo fu da Unicredit.
 
Curioso anche che la Lega, che non conta più nulla politicamente, ed è un partito politico e non una banca, possa farsi una superbanca tramite Mps (Mps-Mediobanca-Generali-Bpm) senza che sia criticata. Non una sola critica. Non dai mezzi d’informazione, non dalle banche che disinvoltamente colpisce, Intesa ora dopo Unicredit – che pure sono le più grandi. È bastato legnarle sugli utili, per due o tre anni consecutivi?
 
“Nessun danno erariale” dalle Park Towers, i due grattacieli del costruttore Bluestone in via Crescenzago a Milano, di 81 e 59 metri di altezza, realizzati come “ristrutturazione edilizia” di un magazzino di due piani, con semplice Scia, e quindi assolti con lode dalla Corte dei Conti i funzionari comunali che, diversamente dalle altre pratiche, quella Scia non aprirono: “Non c’è colpa”. Senza scandalo: la giustizia, quella contabile per prima, ha la faccia di bronzo.
 
In alternativa, il trio contabile delle Park Towers, i giudici Canu-Vinciguerra-Berruto, si fanno passare per “resistenti” - al governo Meloni. La Resistenza in affari mancava. Nel caso, però, bisogna dire, con strafottenza: “Non c’è colpa”, spiegano, al Comune di Milano, in base a una mini-riforma Foti, cioè del governo Meloni, che  vincola la “colpa grave” per “danno erariale” a  casi precisi. Furbo, il trio Canu-Vinciguerra-Berruto. 
 
“Olmert: “L’offensiva di Gaza è una guerra senza scadenze”, un titolo troneggia sul “Corriere della sera”. Vent’anni fa Olmert era primo ministro israeliano ad interim, rimpiazzava il “falco” generale Sharon malato. Da Sharon a Netanyahu Israele non sembra averci guadagnato molto, sta sempre lì, in armi, in Libano, a Gaza, in Cisgiordania.
 
“Gattuso: senza scandali non avremmo mai vinto”, il commento di “ringhio” per il ventennale del  Mondiale 2006, che il “Corriere della sera”-reprint mostra in prima pagina: “Tutte le nostre squadre avevano e hanno dei problemi con la giustizia sportiva, noi abbiamo dato qualcosa di più per questo motivo”. L’Italia vince difendendosi. Ma dalla giustizia?
Certo, la giustizia “sportiva”. E non era ancora ai livelli del Procuratore Chiné.
 
Manca l’Italia al Mondiale nord-americano, ma di più manca la Cina. Un continente. Che tanto ci ha speso, con Lippi, Cannavaro e altri allenatori, e qualche campione in disarmo. Il presidente Xi ha sbagliato a sceglierli italiani?
 
Anche a Montecarlo, dove l’attentato era mortale, si fa finta di nulla, con le “azioni” terroristiche per mano ucraina. Come per altri assassinii, in Russia. E il famoso attacco sottomarino al gasdotto tedesco NordStream, che la Germania aveva voluto in mare per evitare i paesi Baltici e l’Ucraina.  Si sottovaluta l’Ucraina, non sarà un vicino facile.
La vittima predestinata si fa valere che è un riccastro corrotto. E i segretari di Zelensky?
 

Via con le vendite, quel romanzo è sospetto

L’estate del 1936 fu funestata, in un certo senso, dalla smania di comprare, leggere, discutere un voluminoso romanzo d’amore sulla guerra civile. Un romanzo che entro l’anno avrà venduto un milione di copie, record assoluto. Benché costasse 3 dollari, prezzo allora ragguardevole. E lungo,  un migliaio di pagine. Evidentemente però lette, poiché se ne parlava ad abundantiam.
La rivista celebra i novant’anni di “Via col vento”, il romanzo, ripubblicando la revisione che dell’autrice e del libro è stata effettuata nel 1992, nel clima incipiente della cultura woke, e della revisione storica.
La critica fa giustizia di tutte le critiche, allora e poi, con la “leggibilità”. Che in effetti fu molto apprezzata – si parla sempre del libro, il film di Victor Fleming deve molto a Vivien Leigh e Clark Gable, gli interpreti. “Uno degli aspetti più sorprendenti delle prime reazioni critiche all’opera di Mitchell, sia a favore che contro, fu l’assoluta concordanza su ciò che offriva – una narrazione potente – e su ciò che le mancava: stile letterario e originalità…. Il libro di Mitchell veniva continuamente elogiato per la sua “leggibilità”, come se questo non fosse il primo e più semplice requisito di qualsiasi libro”. Che si dava per persa: “Per un vasto pubblico la logica di questa premessa fondamentale era crollata nell’assurdità già da qualche anno. Nell’ottobre del 1936”, quattro mesi dopo “Via col vento”, “quando William Faulkner pubblicò una storia ben diversa del Sud e delle cause e conseguenze della guerra, «Absalom, Absalom!», il «Times», in una recensione tipica di quelle che il libro ricevette, lo definì «uno degli stili di prosa più complessi, illeggibili e poco comunicativi mai apparsi in stampa». Come «L’urlo e il furore»»  e i suoi predecessori”.
Scott Fitzgerald, che a Hollywood collaborò alla riduzione cinematografica del romanzo, ne parlò però come se gli avesse dato di stomaco. Mentre all’opposto, il “Journal” di Atlanta, Georgia, la roccaforte di Mitchell, lo esaltava come il grande romanzo dopo la “Ricerca”, di Proust. Ma, poi, anche i critici ci trovarono qualcosa, del Grande Romanzo: “Persino Cowley, uno dei primi critici  più severi di Mitchell, giunse alla conclusione che, sebbene «Via col vento» non fosse indubbiamente un grande romanzo, riusciva, quasi incredibilmente, a farci «piangere sul letto di morte (e piangere davvero)», e a «esultare per un salvataggio improvviso», e che possedeva «un coraggio ingenuo che ricorda i grandi romanzieri del passato». Di fatto, tra i più ferventi sostenitori di Mitchell, sia «Guerra e pace» che «Vanity Fair» venivano spesso citati nelle valutazioni della portata storica del suo romanzo e del contrasto tra le sue due protagoniste femminili”.
Claudia Roth Pierpont, A Study in Scarlett,
“The New Yorker”, free online, leggibile anche in italiano, Uno studio in rosso)

domenica 5 luglio 2026

I panini

Si entra alla panetteria alle  4 del pomeriggio, appena riaprono, è l’unico momento a luglio in cui non c’è da fare la fila - soprattutto delle donne che sanno quello che vogliono, con esattezza, e non cedono, le code possono essere lunghe. È fresco. Ed è vuoto. Nel senso che non c’è nessuno dietro il banco. In attesa sono due giovani, corpulenti e muti, evidentemente già in attesa. Africani, con la polo azzurra col bordino tricolore dei gruppi sportivi miliari . Lancio del martello? Sollevamento pesi? Della Polizia? Si direbbe. Hanno scarponcini con pantaloni da cavallerizzi, saranno motociclisti. Viene da chiedere, ma gli sguardi non s’incrociano, e le domande non vengono pronunciate.
Si aspetta, guardando di lato, ma non esce nessuno. Si aspetta ancora, si fa finta di consultare il cellulare – è mossa obbligata, tutti lo fanno. Viene la tentazione di chiamare forte “Ketty”,  la panettiera, “la Rossa”. Ma anche questa passa, aspettiamo. Finché una ragazzina esce dal retrobottega, con due panini che evidentemente preparava. Ne mostra il riempitivo ai due atleti, li incarta, batte lo scontrino, uno dei due paga, prende il resto con i panini, i due si voltano, ed escono. Non una parola.  
Ketty occhieggia, come per vedere se ne sono andati. È congestionata, più del solito. Non dice niente e non risponde al cenno con la testa, non guarda, non vede. E il pensiero sorge che sia una delle  tante, nipote o figlia di una non grata memoria familiare – qui ce ne sono molte.
Questi posti sono stati liberati, a giugno del 1944, dai goumier marocchini e dai fucilieri senegalesi del generale De Lattre de Tassigny, con licenza di saccheggio e stupro. Nel mentre che i nazifascisti montavano la linea Gotica, da Marina di Massa al mare di Pesaro, che per dieci mesi impegnò i partigiani e le popolazioni, con decine di stragi, Fivizzano, Forno, Vinca, Valla, Bardine, Sant’Anna di Stazzema, Pioppeti di Montemagno, Bergiola, Mezzano.
 


Un dolce per due

Donna e uomo, i due registi uniscono le reciproche sensibilità e danno spessore e miracolo a una vicenda semplice, molto “normale”: la vedova settantenne, sola, solitaria, annoiata, in una delle inutili chiacchierate passatempo con vicine e amiche ha un’idea, di fa, il suo dolce – come dice il titolo originale, “La mia torta preferita”. E invitare qualcuno a goderselo. Per esempio il vechio amico tassista, coetaneo, altreaanto solo e solitario. Non succede nulla, ma la gioia di vivere sì. Un’attrice popolare ma in età riesce da sola, col suo dolce, a creare un mondo. È il segreto del cinema iraniano – lo era prima dei film politici, necessitati dall’incrudelirsi del regime: dare vita alle pieghe minime, impercettibili, dell’esistenza, i bambini, i vecchi, la vita apparentemente non-vita. Come fare poesia con la prosa.
Maryam Moghaddam-Behtash Sanaeeha, Il mio giardino
persiano, Rai 3, RaiPlay
 

sabato 4 luglio 2026

L'Iran si fa grande con l'America

Sembra una farsa, e lo è, una sfida ghignante, ma non del tutto, l’Iran degli ayatollah che gareggia con l’America anche nelle celebrazioni del 4 luglio. Ai 250 anni della democrazia più grande del mondo opponendo il funerale dell’ayatollah Khamenei - un religioso nemmeno di tanto prestigio. Al solito modo ormai rituale da quasi mezzo secolo, di masse di erinni che occupano le piazze ululanti e sfidanti – pagate, anche se non in denaro (il ruolo delle masse femminili nelle piazze del khomeinismo, a partire dal 1978, non è stato studiato e invece è interessantissimo).
Il ruolo dell’antiamericanismo, il Grande Satana, è centrale nella mitografia khomeinista perché radicato nel colpo di Stato americano, della Cia, contro il governo Mossadeq a Ferragosto del 1953 – con lo scià parcheggiato a Roma mentre i suoi generali arrestavano il suo primo ministro, reo di avere nazionalizzato l’industria petrolifera. C’era la guerra fredda, e Mossadeq fu accusato di avere tramato con il Tudeh, il partito Comunista in Iran. Il “tradimento” americano è una ferita ancora viva in Iran.
È una sorta di odio-amore. L’America aveva suscitato, e mantiene tuttora, grande richiamo in Iran, sostituendosi innovativamente all’imperialismo vecchio stile britannico – democratico e  coinvolgente invece della puzza al naso. Ma è come un amore tradito. L’America resta il maggior collante politico in Iran, anche per il regime autocratico e jihadista. Negli esiti della guerra si può vederlo anche in positivo: Teheran, che ritiene di averla vinta, non infierisce contro Trump - se ne attende grandi cose.
 


Tutto è facile per l’assassino seriale

Nell’America degli anni 1980, quando il sogno adolescenziale era la moda, le giovani modelle e aspiranti modelle sono minacciate da un killer.
Un film tutto al femminile, anche la sceneggiatura, di Christine Conradt. Didascalico. Sugli adolescenti di oggi, Genereazione Z o Alpha, senza radici e senza ambiente. Ma basato su una “storia vera”, a Los Angeles nel 1984. In ambiente quindi radicalmente diverso, con una famiglia attennta e presente – sarà risolutiva nel dramma. La quindicenne Alina Thomson assolutamente vuole diventatre una modella, e per questo finisce nelle reti di un suadente fotografo, killer seriale – questo lo sappiamo subito, una precedente aspirante modella la uccide subito, con un coltellaccio, alla prima sediuta fotografica.
Michelle Quellet, La ragazza che ho sempre desiderato, Rai 2, RaiPlay

venerdì 3 luglio 2026

Problemi di base stupidi - 922

spock


“La stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità”, Dietrich Bonhoeffer?
 
“Contro la stupidità non abbiamo difese”, id.?
 
“Lo stupido è sempre pieno di sé”, id.?
 
“Lo stupido è capace di qualsiasi malvagità, essendo incapace di riconoscerla come  tale”, id.?
 
“La potenza dell’uno richiede la stupidità dei molti”, id.?
 
“La stupidità non può essere vinta con la pedagogia, ma solo con un atto di liberazione”, id.?

 
spock@antiit.eu

L’imbarbarimento esiste, nel terzo millennio, in Afghanistan

C’è, c’era un altro Afghanistan, colto se non gentile – e come dubitarne se ci era passato Alessandro Magno, la Battriana, un regno indo-greco, pensare, lasciando così tante tracce, a Kandahar, Ai Khanum eccetera. Ma ciò che sorprende nelle immagini di “Overland”  è, dopo Bamyan, la civiltà islamica: il minareto vertiginoso di Jam, la cittadella di Herat, la moschea del Venerdì, la moschea Blu. Tutto nascosto, anche cancellato, Bamyan, da islanci tanto barbuti quanto stupidi – stupidi più che ignoranti, inetti a tutto. Padroni del Paese da generazioni ormai.
La barbarie esiste e resiste, la freccia del tempo va anche all’indietro. Tanta barbarie e inettitudine oggi sarebbe inimmaginabile, se non fosse al lavoro, in Afghanistan.
Il mondo con gli occhi di Overland
, Rai 3, Raiplay  
 

giovedì 2 luglio 2026

L'Africa prolifica, in fuga da se stessa

Il Paese col più grave problema immigrati è il Sudafrica. Che non è ricco e ha molti disoccupati – ha un reddito pro capite relativamente alto per l’Africa, 7.500 dollari, ma con una distribuzione molto sperequata e grande disoccupazione urbana. Ha del resto una popolazione ragguardevole, 65 milioni, e un confine terrestre di poco meno di 5 mila km – molto più lungo di quello Usa-Messico, poco più di 3 mila km.  
In Africa figura un reddito medio di 2 mila dollari. Ma medio per modo di dire: si va dai 27 mila di Mauritius ai meno di mille dell’ex Zaire o Congo-Kinshasa, ora Repubblica Democratica del Congo - cui fa capo la ricca provincia mineraria del Katanga.
Il Sudafrica figura un eden per il resto dell’Africa, dalla zona temperata fino all’equatore e oltre. Gli immigrati arrivano in Sudafrica dal Mozambico, dall’Angola, dallo Zimbabwe – un tempo, quando era la Rhodesia, un Paese quasi ricco, ridotto in miseria dopo l’indipendenza.   
L’Africa migrante in Africa è un non tema. Pur essendo anche, oltre che povero, il continente a un tasso esplosivo di fecondità, 4,3 figli per donna in età fertile. Con una popolazione di un miliardo e mezzo, che era poco più della metà nel 2000, poco più di 830 milioni. Con un’età mediana di meno di vent’anni, 19,5.
Un continente quindi “condannato” all’emigrazione. Che però non interessa nessuno, né i letterati né i politici: un grande continente che sta sempre lì a “scandalizzare” già da qualche secolo, dalla tratta e poi dalle colonie.

È tempo per un nuovo Plaza, con la Cina

E dunque se ne parla, di un nuovo Accordo del Plaza. Una riedizione di quello che incoronò la presidenza Reagan nel 1985, perseguito senza dirlo da Trump 2, con i dazi, e la svalutazione forzata del dollaro. Se ne discute, si farà.
Allora il fellone era il Giappone, concorrenza imbattibile con un cambio adulterato. Il Giappone di oggi è la Cina, ben altra dimensione, ma la stessa filosofia: commerciale e non di potenza.
Analoga anche nei dettagli. L’ultima offensiva commerciale cinese, analoga a quella nipponica degli anni 1980, è automobilistica – analoga in tutto, se non per un fattore molto peggiorativo, che l’industria cinese dell’auto è cresciuta con fortissime iniezione di sussidi e di protezioni statali.  Pechino non ha nemmeno tentato, dati questi presupposti, lo sbarco in America – si accontenta di invadere l’Europa, il mercato più ricco e più indifeso (grazie anche alle postazioni che sono state create nella stessa Cina dai fabbricanti europei, VW e Stellantis, con investimenti diretti e joint-ventures).
Ma questo riguardo o prudenza non salverà Pechino, reduce da esportazioni sempre più record, malgrado i dazi, negli Usa e in Europa, anche quest’anno. Un riallineamento dello yuan è solo da accettare, non è in discussione.

Quando Silicon Valley abbatté l’informazione, con la pubblicità

“Già allora, all’inizio del Duemila, non era più il mio mondo”, lamenta dell’America, della California di Silicon Valley, sul “Corriere della sera” Federico Faggin, l’inventore del microprocessore (chip), che ha scelto di tornare in Italia dopo 57 anni. Per “mio mondo” intendendo “quello dell’hardware, delle cose che funzionavano”, innovavano realmente, “non il,software per fregare gli altri”.
Per “fregare” forse è forte, ma per vendere pubblicità no: cullando il pubblico con finti servizi – personali, “familiari” o generazionali, di gruppo, d’interesse. Circuendo, alla fine, e dominando l’informazione. Seppure su basi così maldestre, per quanto male intenzionate – giusto per invogliare a comprare, qualcosa.
Più che il chip, è stato questo il cambiamento epocale: l’abbattimento dell’informazione. Da forme di comunicazioni veritiere (controllate, provate, spiegate) a forme subdole, mediate dal commercio e dalla pubblicità. Lo scadimento o “reificazione” dell’informazione, e quindi dell’opinione pubblica, intesa come opinione critica – vigile, sperimentata. Un cambiamento effettivamente epocale, per un mondo come di automi, che reagiscono per riflessi condizionati.
L’addiction ai social non è studiata, ma è una forma di dipendenza forte. Per molte ore ogni giorno. Su ogni tipo di “informazione” veicolata. 

Libertà di finanziamento politico in Usa per i gruppi di pressione

Le leggi federali negli Stati Uniti restringono molto la possibilità per i partiti di finanziarsi con donazioni private, e di finanziare con questi fondi le campagne elettorali. Ma i Pac (Political Action Committee) e i Super Pac, organizzazioni private create per raccogliere fondi da utilizzare per campagne elettorali mirate a uno scopo, ne sono esenti. La Corte Suprema ha confermato nell’ultima decisione che questa libertà di finanziamento è parte del diritto all’informazione, della libertà di opinione. Suscitando l’allarme del partito Democratico – è la possibilità di finanziarsi senza limiti, p. es., che ha favorito le vittorie elettorali di Trump.
Graham, pastonista quotidiano online del periodico, anti-Trump e filo Democratico, arguisce che della conferma della Corte Suprema potrebbe e dovrebbe giovarsi il partito Democratico, favorendo la gemmazione di Pac e SuperPac a sostegno – una sorta di “mille fiori” democratici fioriscano.
Pac e SuperPac sono i vecchi “gruppi di pressione”, che il politologo svizzero Jean Meynaud tracciava già negli anni 1960 a Scienze Politiche a Parigi, come una novità anti-politica.
Graham  ricorda che la decisione della Corte Suprema conferma una sentenza della stessa Corte nel 2010.  No, la sentenza è del 2008, e riguarda le primarie Democratiche, poi vinte da Obama, per le quali un Pac proponeva un film documentario anti-Hillary Clinton, che concorreva anche allora – il comitato elettorale della Clinton perse la vertenza e il documentario si poté diffondere.         
David A. Graham, A Supreme Court Decision that might Improve Politics, “The Atlantic”, free online, leggibile anche in italiano, Una decisione della Corte Suprema che potrebbe migliorare la politica)

mercoledì 1 luglio 2026

Cronache dell'altro mondo - social (409)

I social sono diventati il mezzo pubblicitario e di informazione prevalente in America.
Metà degli americani si informa in rete, da fonti online. Che in tre casi su quattro (il 75 per cento) sono informazioni visuali, video.
I video più visitati sono quelli che trasmettono paura. Il genere più in crescita, sia come numero che come click.
All’interno dell’informazione elettronica, i messaggi di paura, rabbia e odio sono i più produttivi commercialmente  - i più visitati, “virali”.

Dirsi eretico

Alla rivisitazione, un libro di macerie.
Dirsi eretico?
Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico,
Garzanti, pp. 352 € 16
 

martedì 30 giugno 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (637)

Giuseppe Leuzzi

“A Mosca, per principio e da secoli, nessuno dice mai nulla”, Giuliano da Empoli, “Il mago del Cremlino, p, 13. Omertà? “Nessuno sa nulla in Russia”, da Empoli insiste qualche pagina dopo. Poi si fa raccontare tutto per 300 pagine, da un moscovita “tipico”. Omertoso è l’avversario, quando è in mano nostra.
 
Domenico “Mimmo” Berardi, il calciatore, fa la cronaca sulla “Nazione” per essersi fermato, a Forte dei Marmi dove villeggia con la famiglia, a soccorrere, sotto la calura, un rider caduto con la bici e un po malandato. È però vero che altri non si sono fermati, malgrado le insistenze di Berardi per chiamare l’ambulanza. La differenza è che Berardi è meridionale (è calabrese) e non padano, benché giochi nel Sassuolo, e trova quindi naturale fermarsi a prestare soccorso?
 
Del “rispetto” il maestro Muti ricorda della madre, che da napoletana trapiantata in Puglia lo pretendeva con la “sc” – riscpetto. Usa ancora, e non soltanto a Napoli, un po’ in tutto il Sud: c’è la funzione, il ruolo, la personalità, per quanto minima, “di riscpetto”.
 
Tanti calciatori della Fiorentina con mercato questa estate hanno preferito restare a Firenze. Non per la città, che non ama più la sua squadra – complice anche la ristrutturazione dell’“Artemio Franchi”, lo stadio, interminabile con la scusa che è “storico”. Per la proprietà, l’imprenditore calabro americano Rocco Commisso, i suoi eredi, la moglie e i figli. Avendo questa proprietà speso moltisismo per il club - oggi mantiene una rosa di ben 49 calciatori, tra cui sette portieri...., non lascia fuori nessuno..
La città è invece rimasta con i Della Valle, che gestivano la Fiorentina (al risparmio) per promuovere un gigantesco progetto immobiliare, attorno a  uno stadio nuovo. Tramontato il quale si sono defilati.  Decisamente l’Italia è duplice, se non multipla.
 
“Il Ponte sullo Stretto? Fondamentale, come le Piramidi”: non ha dubbi l’egittologo principe del Cairo Zahi Hawass, invitato a Taormina. In effetti. Solo che gli Egizi erano gente seria, non davano gli appalti per interminabili rinegoziazioni a ogni pietra (per “lavorare” con lo Stato).
Anche gli egiziani moderni, mollaccioni per gli altri arabi, volevano Assuan e l’hanno fatta, trasferendo mezzo mondo. Ci vuole poco, in effetti: uno Stato. Le Piramidi furono “fatte”, non rinviate, in 28 anni, per il Ponte siamo già a una quindicina, di chiacchiere, pagate – è il “progetto”.
 
Il Bar del Sud
Il “Sud” dava fastidio al giovane Flaiano recensore a proposito di un film franxese, di CharlesVanel, 1939, intitolato proprio “Il Bar del Sud”. Perché riempito di paccottiglie. Che trova assommate nelle “corrispondenze” di un certo Solino, “Cose del mondo”: “Oltre ad abbozzare un grazioso studio psicologico sulla natura degli elefantui, descrisse tali meraviglie di draghi, fontane sonore, fuochi, basilichi e ciclopi da impensierire chiunque”. In aggiunta alla favolistica da “Mille e una notte”, tra “beduini e baiadere”. Senza farsi mancare, beninteso, qualche “verità darwiniana” - “i pigmei «ghiottissimi di sale» e gli uomini scimmia”. Nonché “il «romanzo verista coloniale», con gli inevitabili “sviluppi del «mal d’Africa»”, i “torbidi «insabbiamenti»”, “le lotte tra istinto e coscienza, problemi morali e sessuali di terza classe”.
Sud, basta la parola.
Il fim in questione, peraltro, non poteva non irritare Flaiano, che pure era andato a  vederlo sicuro di di “una full immersion nella paccottiglia africana”, a quello che se ne può vedere (poco e male) su youtube. Il colonialismo era stupido. E il leghismo?
 
Parlate, parlate, l’amico vi ascolta
Uno si ritrova a tifare per il Ponte, che non interessa a nessuno, pare impossbile in un Paese corrotto come l’Itaia, e che deturperà la Costa Viola, che non ha nulla da invidiare alle celebrate Cinque Terre, solo per leggere su “la Repubblica”, giornale all’orecchio delle Procure, lo squallore delle accuse-non-accuse su courtier di varia natura che girano attorno al Ponte, a proposito del parere negativo che la Corte dei Conti, sommo tribunale, si apprestava a dare sul progetto del Ponte: 

https://roma.repubblica.it/cronaca/2026/06/25/news/ponte_stretto_inchiesta_salvini_intercettazione_ciucci_totocalcio-425434300/

Un fatto di malaffare. Che i giudici cioè agiscano di concerto, quelli di una certa parte politica, contabili e penali, non nel merito della questione che giudicano, ma sulla loro “obbedienza”. Registrando e divulgando le conversazioni degli avversari politici. Un verminaio - . un trojajo.

La cronaca i cronisti plurimi che il quotidiano ha fiondato sullo “scandalo” concludono, senza ironia?, con l’intercettazione principe dello “scandalo”, lo scambio cui alcuni dei malviventi del Procuratore Lo Voi si lasciano andare a proposito di un intervento di Salvini ministro all’“evento” romano “Un Ponte per crescere”: “Penso che alla fine verrà”, dice uno, “perché è importante. Mi ha scritto comunque. Ha detto: «Se i magistrati vogliono la guerra, guerra sia. La Corte dei Conti”, prosegue l’intercettato ora perseguitato da Lo Voi, “vuol far pagare al governo la riforma che si sta facendo della Corte dei conti, che limiterà moltissimo i poteri della Corte. Questa è la risposta”. Cioè il parere negativo del giorno prima sul progetto del Ponte.
Un “pezzo” che non si sa a carico di chi, se degli amici di Salvini, di cui Lo Voi chiede la condanna, oppure non della Corte dei Conti, che boccia il Ponte il giorno prima dell’“evento” che lo celebra, o della Sicilia sbarcata a Roma, da Pignatone a Lo Voi tramando trame.
Pignatone, Lo Voi, la vecchia Dc, sempre al comando, ora al coperto del Pd. Vecchia Sicilia invereconda. Con “la Repubbica”, il giornale ex di Scalfari, ridotto a depositorio degli angiporti, del fiato caldo, dell’aria viziata delle Procure. A fini politici che poi sono di carriera assicurata: laticlavi, avanzamenti, vitalizi (al livello del presidente della Repubblica, 240 mla euro). E di pettegolezzo – il famoso gossip che ha preso il posto del giornalismo. 
 
Il Regno delle scommesse
Il gioco d’azzardo è una piaga, il gioco d’azzardo online è una piaga soprattutto al Sud. “Il libro nero dell’azzardo”, la rilevazione (quasi) anuale che Federconsumatori e Cgil Modena fanno ogni anno dell’“investimento” nell’azzardo dà al Sud un primato imbattibile.
Campania, Sicilia e Calabria capeggiano la classifica regionale. Con puntate complessive, online e fisiche, di 14 miliardi in Campania, come in Lombardia (popolazione e reddito doppi), di 11,8 in Sicilia, di 4,6 miliardi in Calabria. Su un totale scommesse Italia di 100 miliardi, il Sud e le isole, un terzo della popolazione, ne hano puntati 46.
Napoli e provincia (la “città metropolitana” di Napoli) è la capitale indiscussa dell’azzardo, con 11,65 miliardi – Roma la supera,12,8 miliardi, ma con una popolazione, di residenti e non, quasi doppia. Milano la ricca, con residenti quasi uguali, segue a distanza di un paio di miliardi, ne ha spesi 9,4.
Palermo, Salerno e Caserta esibiscono “dati annuali”, dicono gli estensori del rapporto, eccessivi: Palermo ha “investito” 4 miliardi e mezzo, Salerno 4,2, Caserta 3,8.
In termini regionali, “nel solo online, ogni residente in Campania, neonati compresi, ha «investito» 2.527 euro, in Sicilia 2.472 euro, in Calabria 2.436, in Molise 2.288. “L’ultima delle province per abitanti”, Isernia, è “la prima per quanto giocato nell’online, nella fascia d’età 18-74anni”: 4.074 euro – “quasi quattro volte le province venete di Vcenza, Belluno e Rovigo”. Subito dopo, “poco sotto i 4.000, le province siciliane di Messina, Siracusa e Palermo. Nei primi dieci seguono Caserta, Reggio Calabria, Vibo Valentia, Salerno, Napoli e Catania”.
Passando dalle province ai capoluoghi la classifica è sempre la stessa: primo il comune di Isernia, con 6.307 euro pro capite in età maggiorenne. Seguito dai comuni di Messina, Siracusa, Crotone, Reggio Calabria,Vibo Valentia e Catania, tutti al di sopra dei 4.000 euro pro capite.
C’è tanto risparmio, dunque, al Sud? E tutto va nelle scommesse? Come una voglia di distruzione -cupio dissolvi. Ognuno è causa del suo male? Non se ne può essere certi. Però.
Un risparmio di 4-5 mila euro l’anno, in una famiglie di due-tre adulti, farebbe un cospicuo capitale. Si vuole del Sud che sia risparmioso e applicato (testardo, cocciuto). È invece volage – noncurante e sprecone. 


leuzzi@antiit.eu


Se la Russia è sempre zarista

La Russia è sempre quella di Custine, due secoli, quasi, fa – quatro volumi,1,130 pagine: “Per grande che sia questo impero non è che una grande prigione , e l’imperatore che ne detiene le chiavi ne è il guardiano, ma i guardiani non vivono molto meglio dei priginieri" E: “I Russi tengono molto meno a essere civilizzati che a far credere di esserlo”. La Russia, anche quella “democratica”, è sempre quella di Rossellini, nota da Empoli, della Francia di Rossellini didascalico in tv, nel 1966, col lungometraggio “La presa del potere da parte di Luigi XIV”: tutto ruota attorno al potere. Il denaro e la violenza come l’intelligenza, in ogni sua forma di eccellenza, un tempo aristocratica oggi finanziaria, intellettuale, artistica. Una lettura non sorprendente, quindi, se così è – ma forse no, la lettura non è scontata.
Al modo delle “biografie” in cui eccelle Emmanuel Carrère, da Empoli, scienziato politico tourné narratore, analizza e ricostruisce i metodi e gli apparati della Russia di Putin. Facendone il modo di essere e di pensare, seppure criticamente, di un Vadim Baranov – che (si) dice tutto in una notte, tutto Putin dall’A alla Z. Finendo, un anno prima della “Operazione Speciale”, l’attacco all’Ucraina, per darla come fatta – con più successo di quanto invece non abbia avuto di fatto (ma impennando con tanta lungimiranza le vendite del libro).
Una ricognizione dei fatti che hanno scandito i poco meno di trent’anni di putinismo in Russia, fatta con cognizione di causa. Con l’accesso a molte carte segrete, evidentemente. In teoria svolta da un personaggio vero, così si dice, dietro il “Baranov” narratore: il consigliere (spin doctor) di Putin per lunghi anni Vladimir Surkov, artista rap, scrittore, regista teatrale, produttore tv, che ha accompagnato l’ascesa dello “zar” da San Pietroburgo a Mosca, fino al 2015: dal passaggio improvviso dall’anonimato alla politica, come il nostro Giuseppe Conte, anche se con più gradualità, all’ascesa a fine millennio rapida alla sommità del potere al Cremlino.
Un personaggio, curiosamente, col quale da Empoli avrebbe più di un connotato in comune, non per le attività manageriali o ludiche, ma in quelle di spin doctor, essendo stato il consigliori di Matteo Renzi al passaggio da Firenze a Roma una quindicina d’anni fa, prima che cattedratico di Scienza Politica a Parigi.
Quanto alla Russia, è forseo qualcosa di diverso da quella di Custine, sicuramente di più. La Terza Roma, dopo Costantinopoli. Italianista nel Cinque-Seicento. Poi tedescofila, poi francesizzante. Parte del concerto europeo, nel bene e nel male, nelle guerre napoleoniche, nella Santa Alleanza, nelle grandi guerre europee del Novecento. Animatrice, nel bene e nel male, dell’utopia comunista  per olte mezzo Novecento, in Europa e nel mondo. Parte avanzata nel Novecento del progresso scientifico e tecnologico. Comunque non molto chiusa in se stessa se, come da Empoli ricorda, Nesselrode ne fece la politica estera per quarant’anni senza sapere il russo – nato a Lisbona, bisogna aggiungere, da un nobile tedesco ambasciatore dello zar in Portogallo.     
La Russia naturalmente non è quella di due secoli fa – ammesso che de Custine ci vedesse bene. Come potrebbe? Lo stesso Baranov-da Empoli se lo dice a un certo punto: “L’imprevisto è sempre stato una delle grandi qualità della vita russa”. E poi, tre pagine dopo: Stalin risulta sempre il più popolare ai sondaggi fra i personaggi tv. E poi ancora, al riccastro Berezovskij, che si vuole inventore di Putin, non fa attribuire ai russi, indelebile, un senso di comunità, di patriottismo forte? È che la sociologia politica, quella sì, non ha prodotto sulla Russia nulla di meglio del marchesino complessato de Custine. La letteratura del lunghissimo dopoguerra, sul sistema sovietico e dopo, è illeggibile: qui c’è il partito, qui c’è l’esercito, qui c’è il governo, tutto statico e niente animato. Anche gli studi sul totalitarismo, dopo Arendt, sono asfittici. Si era in guerra, seppure “fredda”? No, lo stesso avviene con la Cina, che pure è sempre stato e resta un Paese apertissimo. A condizione di voler uscire dalla morsa bellicosa – dalle analisi securitarie (o forse solo da Montesquieu, tre secoli fa, dalla pigrizia). 
Un racconto vivace ma realistico. Putin non ne esce male, se non per i passaggi obbligati. Specie per l’attacco americano costante - con l’Europa inesistente al traino. Di cui il Baranov-da Empoli tratteggia nei §§ centrali, il 18 e il 19, le perfidie. Sotto forma di libertà d’informazione, con le connesse “rivoluzioni” arancione (o vilola?). Orientate e pagate, qui si dice, dalla Cia, dal Dipartimento di Stato, e da fondazioni Usa tipo la Open Society di Soros.
E da Empoli non tiene conto del Brzezinski di trent’anni fa, “La Grande scacchiera”, in cui c’era tutta l’attualità, la guerra alla Russia tramite l’Ucraina, e la pusillanimità della Ue. Di certo c’è che l’Europa non ha realizzato – il Baranov-da Empoli non ne tiene conto - quello che il “polacco” Brzezinski sapeva d’istinto, che l’Europa è alla merce degli odi tribali tra slavi, Russia, Polonia, Ucraina usw (oltre che baltici).
Giuliano da Empoli, Il mago del CremlinoMondadori, pp. 240, ril. € 19

lunedì 29 giugno 2026

Ombre - 828

“«Piano Mattei», mobilitati 1,2 miliardi. Raddoppiati i Pesei nel perimetro”. Con assicurazioni Sace (all’export) per 4 miliardi di euro, un effetto leva (moltiplicatore) “con grosse istituzioni come Banca Mondiale” etc., e partnership con Paesi importanti, le monarchie del Golfo, il Giappone, la Corea del Sud. Di questo si legge, uso bollettino, solo sul “Sole 24 Ore”. È tale il provincialismo dei media,dell’opinione pubblica, che non si sa nemmeno che l’Italia ha avviato una politica africana della Ue, niente di meno – in attesa che se ne vari una “mediterranea” (in attesa da mezzo secolo). Ed è proprio ignoranza (insensibilità), non sinistra-destra. .
 
È marginale, ma caratteristico e caratterizzante, il trattamento americano della squadra di calcio dell’Iran al Mondiale negli Stati Uniti. Una squadra, peraltro non di trinariciuti, a cui ogni vessazione è stata imposta. Con l’entrata consentita in territorio americano dal Messico solo per la partita. Dopo un  volo magari di 3-4 mila km – non due giorni prima, non un giorno prima, per una sgambata. Il mondo teme gli Stati Uniti, non li ama – non si fanno amare.  
 
“Il Csm «salva» Emilinao”. Ha trovato un trucco per consentire al giudice ex presidente della Regione Puglia di restare in politica, come consulente, invece di rientrare nei ranghi come giudice, espulso dalla politica. Per fargli guadagnare di più, di questo si tratta, 120 mila euro l’anno senza lavorare, e maturare un vitalizio maggiore fra quattro-cinque anni, quando andrà in pensione. Che notizia è? Lo squallore totale. Non c’è salvezza nell’apparato giudiziario: un trojajo.
Il Csm si scomoda per favorire questo signore perché evidentemente lo fa per altri analoghi, anche se meno pittoreschi dell’incredibile Emiliano.
 
“Ma gli Stati Uniti sono ancora uniti?”, s’interroga retoricamente “il Venerdì di Repubblica” in vista dei 250 anni della costituzione americana. Certo che lo sono: Trump non può che essere americano. Il repubblicanesimo americano è sempre stato forzuto. Dal giorno dopo la costituzione. Anche con Obama, il presidente americano forse più irenico – in Libia e altrove, con le pri mavefe arabe e quelle arancione.
 
Bollani e Cenni convocano una conferenza stampa per denunciare la soppressione del loro spettacolino pre-serale su Rai 3, “Via dei Matti numero zero. Mentre la Rai, sorpresa?, dice: “Ma come, se stiamo organizzando il loro passaggio in prime time? Col loro agente Ballandi”. Senza scuse. Del genere: mi si nota di più se….?
 
La lite provocata da Trump si estende a Rutte, che sarebbe la Nato. Meloni e Crosetto ce l’hanno quasi più con Rutte che con Trump. Nell’ipotesi che Rutte, un diplomatico che è stato anche primo ministro, non un debuttante, abbia parlato su spinta di Trump, o per ingraziarselo. Ma l’intenzione, palese e indiscutibile, è di dire che anche la Nato ha fatto la sua parte. E dunque? Perché  Meloni&Crosetto sono nervosi?
 
Il redito regionale a sostegno di chi perde il lavoro, fiore all’occhiello del governo regionale toscano, molto propagandato, non trova domande. Solo 60, di cui solo 48 accoglibili, a fronte di una platea potenziale di 11 mila lavoratori, per le chiusure cinesi e altre. Zero nel grossetano, 2 a testa nelle province di Arezzo, Pisa, Livorno e Empoli, 4 a Lucca e Prato (dei terribili cinesi), un po’ di più a Firenze, 17 - ma per il pulviscolo di avviamenti e chiusure commerciali. C’è qualcosa che non quadra nella disoccupazione.
 
“Parlava con le piante”, Isabella Pratesi ricorda del padre Fulco, grande ambientalista: “Scoprì davvero la paternità con il nostro cane Robin”. È un complimento?
 
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“Dieci morti nella Striscia. Tra le vittime due bambine e un cameraman. Gli studenti sostengono la maturità dalle tende”. Sembra drammatico – e lo è – ma ne dà conto, in breve, “Il Sole 24 Ore”.
 
La pace è stato il primo messaggio di Leone XIV subito dopo l’elezione. E continua a esserlo, con continuità e con maggiore decisione: “Basta con le parole di odio, basta con gli insulti, con il bullismo…. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace”. Nessun altro parla di pace. Trump, che si voleva Nobel per la pace, ha fatto almeno due guerre, contro l’Iran – senza effetto, se non le distruzioni.
 
Si vedeva Trump chiacchierare in più momenti con Meloni a Évian al G 7, non in posa per il selfie che Meloni avrebbe implorato. L’attacco di Trump a Meloni è a freddo, e sicuramente è “politico”, non temperamentale. Trump attacca la leader italiana per ammonire ogni altro in Europa, grande (Merz, Macron) e piccolo.
 
Una polemica al giorno è ora evidente il modus comunicandi di Trump, che ogni mattina si sveglia con un “messaggio” che catturi i media. Opera necessariamente di un’équipe, con un programma ben delineato da uno o più coach politico – una professione ben diffusa, anche in Italia, spesso di donne.
 
“Corriere della sera” e “la Repubblica” fanno a gara, con le Grandi Firme, a disegnare scenari, contorni e contenuti per il Pd, o il Fronte Largo, per vincere le elezioni. Continuando  però a perdere copie, cioè consensi. Il fallito fa la gara?                                                                                                                                                

Morire per vivere - miracolo

Una storia politica. Ci sono in ballo le presidenziali 2027, numero primo: buon segno, cattivo (20 e 7 “due multipli evidenti”, 2027 no)? Il ministro delle Finanze di cui il protagonista è collaboratore è bravissimo e integerrimo – per risparmiare tempo e denaro delo Stato usa l’allloggio di servizio al ministero e si nutre di pizzette.
Una storia familiare – caso eccezionale, perfino commovente. Un ritrovamento fra tre fratelli, due maschi e una femmina, col padre colpito da ictus, ma ancora capace di dire sì e no sbattando oppure no le palpebre. Ma le morti incombono, sepure come segni di vita.
Una storia di sesso, riscoperto nella fase finale della vita del protagonista – più stoie di sesso, per la verità, ma questa proprio spinta.
Una storia di malattie, l’imprevisto irrimediabile (e non) nella vita di ognuno. Per un cancro, all’ultimo, incurabile.

Houellebecq è al solito, compiaciuto provocatore. “Marine” (LePen) è in agguato – da lepenista naturalmente critico. Sempre anti-islamico. Contro GPA e PMA - il fratello giovane della ricomposta famiglia è vittima di una moglie segapalle, una che è andata a comprarsi un figlio  in America, da una banca del seme in un utero in affitto, un ragazzone moro cresciuto isolato. 
Si annuncia come un thriller: una serie di minacce online di un gruppo forse terroristico, o forse ricattatore – o forse l’uno e l’altro, ipotesi houellebecqiana tipica - che mette in moto i servizi segteti. Ai quali apparteneva il padre ora ammutolito, e in questa sua funzione di spia (nel caso più intelligente) riconosciuto e ammirato dai figli. Ma la cosa non funziona: parte minacciosissima, con la ghigliottina sul capo dell’onesto ministro, e poi si perde a metà volume.

Una lettura a volte travolgente. Accattivante senza essere paracula (pubblicato lo stesso giorno di  tre anni fa in più lingue per sfruttare l’effetto novità, ma il romanzone qualcosa vale). P.es. sulla famiglia ritrovata. Sulla sorella che è tutti quanti. E per di più buona cattolica. O sulla politica “buona”: onesta, fattiva. Se non che, qua e là, l’artiglio “provocatorio” è irresistibile per Houellebecq. E per i suoi redattori evidentemente: basterebbe poco per eliminare le devianze incongruenti, i ghigni senza più, senza senso.
Oppure è il contrario? I best-seller in Francia devono contenere “sesso esplicito”, pornografia. Nel caso di Houellwbecq come provocazione, ghignante, sardonico. In quello di Carrère chiaramente aggiunto, sovrapposto – imposto probabimente, una scena o due. Ha cominciato Annie Ernaux, con i suoi amanti russi, con naturalezza, con grazia, esplicita senza essere “spinta”. Ha avuto il suceceso che ha avuto e gli altri Grandi Scrittori Francesi devono adeguarsi? Non si trova altra ragione per tanta, evidente, incongruenza.
Michel Houellebecq, Annientare
, La Nave di Teseo, pp. 752 €23

domenica 28 giugno 2026

Ma Londra non guarda alla Ue

L’ironia di J.K. Rowling sulla donna laburista primo ministro che si chiama Andy Burnham e ha la barba era già stata svuotata dalla candidata donna, Angela Rayner, che aveva tutti i titoli, povera e senza studi, di sinistra e vicepremier, nonché ministro, ma ha dovuto tornare a vita privata per non aver pagato “tutte le tasse” che avrebbe dovuto. Poi c’era il candidato gay, forse più forte di Burnham, Wes Streeting, ma un po’ snob, non simpatico agli iscritti.
Il premier donna peraltro c’è già stato a Londra, più di una volta, ed erano tories, conservatrici, da Margaret Thatcher a Liz Truss. Una cosa invece è certa, nella transizione in corso al governo a Londra: l’opinione britannica è ora più europeista che anti, ma Londra si terrà fuori dalla Ue – in Europa ma fuori dalla Ue. Si moltiplicano le statistiche e le considerazioni che la Brexit ha impoverito la Gran Bretagna, ma non se ne fa una questione polìtica. Comunque non di un ritorno a Bruxelles.
 

Letture - 616

letterautore

Cristiani – “I cristiani sono una minoranza perseguitata in Cina, Pakistan, India, Vietnam, Corea del Sud, Afghanistan, Arabia Saudita, Somalia, Maldive, Yemen, Uzbekistan, Laos…”. Merlo ne fa l’elenco nella sua rubrica su “la Repubblica”, lascandolo con i puntini di sospensione. C’è anche il Sudan naturalmente, dove la guerra è a morte, o il Bangladesh,che pure volentieri emigra in Italia, la terra dei preti. La Nigeria, il Mali, perfino il Senegal, et al. – mentre alle Maldive sono ben accetti paganti. Ma non sono una questione, nessuno ne parla. Nemmeno il giornale di Merlo. Nemmeno il papa.  In tema di persecuzioni religiose c’è solo ancora l’Inquisizione.

Giallo – “Dopo la prima il romanzo poliziesco precipita nella banalità”, Ennio Flaiano,”Giallo carico”, 1940, ora in “Chiuso per noia”, p. 63. C’è stata, mirabile, l’invenzione di Poe, del detective  Dupin, “il giovane malinconico e distratto” (dopo un anno sabbatico, in cui lo scrittore ha indagato, come da suo annuncio, “i misteri dei rebus e degli affari giudiziari”). Scopiazzata, male, con effettacci, qualche decennio dopo, da Conan Doyle con Sherlok Holmes, tutto fuffa e poca sostanza. Poi si scade, “ogni cronista ne sa scrivere uno; gli editori, all’atto del contratto, specificano bene il numero d morti che vogliono, il  loro sesso, età, condizione” (nelle serie inglesi, Barnaby, Dagliesh, Morse, sono tre – si va per abitudini, schemi). Il genere è di “romanzacci d’appendice farciti di vittime, di ricatti, di sorprese ingenue”.

Letteratura –“Ha perso il suo valore istituzionale”, Walter Siti spiega a Nicola Mirenzi sul “Venerdì di Repubblica”: C’era una lingua, uno statuto dell’autore, jun canone. C’era un «campo» della letteratura. Oggi non c’è più nulla di tutto ciò. C’è la performance, a cui viene attribuito un valore superiore a quello del testo letterario”, le vendite, il sucsesso mediatico –“oggi conta più un’intervista che il libro che si scrive. Il canone è considerato un’anticaglia novecentesca”.

Mussolini   “Quello fluviale di Scurati”, ripreso in tv da Sky, “non tiene conto di Mussolini”, Walter Siti osserva nell’intervista con Mirenzi sul “Venerdì di Repubblica”: “Ha scritto migliaia di pagine su Mussolini senza mai dargli la parola,  senza mai consentire al lettore e a se stesso di entrare nella sua testa. Per paura di non apparire sufficientemente antifascista”, conclude Siti. E fa il paragone con Tolstoj, che in “Guerra e pace”, pur non amando Napoleone, “lo ritrae stanco”, non potendone “più di carneficine”, e tuttavia “costretto a dare l’ordine di continuare ad attaccare”: “Ecco”, conclude Siti, “in quella paginetta di Tolstoj si entra nella testa di Napoleone più di quanto si faccia nelle migliaia di pagine di Scurati su Mussolini”.

Palazzo – “Il popolo non accede al palazzo che quando lo costruisce”, Jean Paul – il “palazzo” di Guicciardini, e poi di Pasolini, emblema del potere.

Promessi sposi – “«I promessi sposi» di Manzoni è ormai accertato non essere tanto un romanzo (nel senso scottiamo che anche il suo autore dava alla definizione) quanto un libro di fede, di storia, una moralità alta e convinta. Il semplice fatto che il Manzoni vi dedicasse tutta la vita e non  sentisse il bisogno, una volta licenziato il libro alle stampe di scriverne un altro, dimostra che il «fatto», lo «spunto» non occuparono tanto la sua mente quanto la morale della storia in sé, il fiato umano e religioso dei suoi personaggi, eccetera” – Ennio Flaiano,”Romanzo e schermo”, recensione del film sul romanzo tratto da Camerini, nel 1941.

Proust - Non lo apprezzavano, non apprezzavano la “Recherche”, opera regina delle subordinate, Borges (“troppo prolisso” – non prolisso, troppo), Joyce (ne avrebbe letto una pagina, forse due) Céline (“minusculinisantes analyses”), Sartre (“propaganda borghese”), Ishiguro (“tedioso”, di “snobismo frances e”), D. H. Lawrence (“infantile”), Evelyn Waugh (“mentalmente difettoso”, “qualche disordine mentale”, “roba davvero scadente”), Mishima (che diceva si avere letto solo o il primo linbro).e i sovrani page turner Ken Follett (“non fa battere il cuore ai lettori”), Valérie Perrin (“una palla”), Candace Bushnell, “Sex and the City” (“insopportabile”).

Daria Galateria, scanzonata cultrice della materia “Recherche” (ne ha curato un’edizione commentata…) si diverte a elencare amori e dodi per la “Recherche” e Proust in appendice all’album-raccolta “L’amore di Proust” di Di Paolo per il “Robinson”. Proustiani professi invece  Virginia Woolf, (“che cos’altro si potrà scrivere dopo?” – i suoi racconti?), Kerouac (“un genio”), e Philip K. Dick a sorpresa , che il suo tempo da fantascienza, il tempo collassato, voleva “assolutamete ispirato da Proust”, Murakami, Anne Carson, e altri naturalmente.

Di Céline Galateria registra un ripensamento tardivo, desunto dalla corrispondenza (e dal fatto che Proust entrava con la Pléiade tra gli autori del suo editore, Gallimard?).

Rap – È la poesia oggi, il giudizio è sicuro di Walter Siti, sempre nell’intervista con Nicola Mirenzi sul “Venerdì di Repubblica”: “Penso che facciano poesia più di quanto facciano molti cosiddetti poeti. Il dato di appartenenza è la memorabilità.. Sono cantautori che in modo inconsapevole, immediato, tornano alle basi ritmiche della poesia. Spesso senza saperlo, riproducono schemi della tradizione. E in maniera incognita, incoerente,involontaria stanno reinventando la poesia”.

Non senza saperlo, si può testimoniare delle origini del rap, in Africa occidentale, nei primi anni 1980 – quando il rap era solo una forma di espressione, un ritmo non ritmato, non dava il pane.

Una prima applicazione del rap in Italia si ebbe nel 1983, per il lancio in tv della testata “Reporter”, da parte dello studio Testa – Annamaria Testa, non Armando, che debuttava nella comunicazione.

Teatro – “È vita”, per lo sfarfalleggiante Savinio in veste di drammaturgo (nella “giustificazione dell’autore” che premette al suo dramma “Capitano Ulisse”, pp. 6-17): “Il teatro è un progetto di vita, il modello in piccolo di un mondo pulito e senza malattie”.

È anche il modo di essere delle cose: “La Storia dice la cosa com’, il Teatro come dovrebbe essere. I drammi si Shakespeare sono altrettante soluzioni. Il processo catartico comincia alla prima battuta”.

Ma dev’essere “colorato”: “La forza solutrice del teatro è data soprattutto dai clori. Quanto più vivi, orgogliosi, mordenti i colori, tanto più efficace, completa l’operazione catartica… Il teatro incolore non risolve il dramma: lo ingorga maggiormente. Il teatro grigio, il teatro della democrazia, questo teatro nato dall’associazione di due non colori è morto per occlusione intestinale”.

Il teatro-cadavere è dei Lumi: “La mansione di cadavere edificante il secolo dei lumi, chi sa perché?, pensò bene d assegnarla al teatro. Scuola di edificazione, tempio di mortificazione. In un mondo senza Dio, il teatro aveva da essere il duplicato fedele di quanto avviene di giorno in giorno nelle case pubbliche e in quelle private. Talvolta, e per eccesso di fantasia, si attingeva nelle anticamere dei dicasteri, negli uffici della questura, nell’animo delle cameriere e soprattutto – soprattutto! – nei letti degli scapoli”.

Venezia – “A Venezia non mi hanno mai dato nulla”, spiega a Elvira Serra sul “Corriere della sera” l’attore Giancarlo Gianni, protagonista di molti film importanti, quelli di Lina Wertmūller, e di Comencini, Monicelli, Visconti, etc. A Cannes sì, e a Hollywood, a Venezia no. Alla Mostra ha vinto invece Ang Lee, il regista cinese cui Giannini aveva commissionato il primo lavoro: “Mi scrisse la sceneggiatura, ma nessuno la volle. Quando vinse il Leone a Venezia mi rigraziò in tv”.

Anche il “Corriere della sera” mette l’intervista a Giannini, “di spalla”, nascosta, a pagina pari – dopo quella di “risguardo” (riguardo) al figlio del parrucchiere (“hair Stylist”) Aldo Coppola.

 

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