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domenica 18 gennaio 2026

L'intellettuale è morto, viva l'intellettuaLE

Da destra hanno aperto la questione Veneziani e Cardini, lamentando che la levatura intellettuale sia modesta, nell’opinione pubblica e in sé.  Sul “Foglio” Battista rincara la dose: l’intellettuale è, era, un presuntuoso. Berardinelli non è d’accordo e sullo stesso “Foglio” ribatte con un elenco d intelelttuali che nel Novecent hanno fatto la storia – quella letteraria perlomeno: Savinio, Gramsci, Praz, Debenedetti, Gobetti, Montale, Carlo Levi, Chiaromonte, Piovene, Don Milani, La Capria, Garboli, Magris, Pieruigi Bellocchio, Carlo Ginzburg. Ma oggi probailmente non saprebbe chi aggiungere, se non se stesso. Ma anche a destra, gli scontenti Veneziani e Cardini con chi si ritrovano, Buttafuoco?
A sinistra, si può dire che tutti siano a sinistra, ma perché i settimanali culturali, “Lettura”, “Robinson”, “Tuttolibri”, “Domenica” etc, sono di sinistra – cioè no, di centro-sinistra. Nessuno fa l’opinione, forse perché non c’è opinione da fare, opinione pubblica.
Lo sconforto può universalizzarsi guardando all’America, con Trump. Ma lì il fenomeno è antico, materia già di studio nel 1963, teorizzato da Richard Hofstadter in un classico, “L’odio per gli intellettuali in America”, che la Luiss ripubblica – non c’è nulla di più nuovo.
Gli intellettuali sembravamo morti, ora invece si agitano. Ma è vero che nessuno se li fila, se non gli intellettuali: non fanno opinione.

Totò il buono da De Sica a Pasolini

Inquadrature aperte e delimitate, quasi fisse. Illuminazione piatta, senza ombre. Il bambino trovato sotto le foglie del cavolo dalla donna  sola, anziana, gioiosa. Il funerale in carrozza coperta, seguto da un bambino solo, che avanza lento, nelle strade vuote, ripreso dall’alto, lontano e vicino. Un edificio grande sullo sfondo, tanto quanto lo schermo. Un giovane ne uscirà gioioso, saltellando. Una distesa grigiastra, vuota, occupa l’orizzonte Anche la musica segur e, in autonomia, cme usava nei film muti.
Il miracolo visivo è la riedizione, nel 1951, di un regista del racconto, delle tecniche del primo cinema, degli still frame, animati per sequenza di immagini. Tra il metafisico di De Chirico e le nature morte di Morandi o Primo Conti. Piani fissi, molte facce, molte espressioni. È questo che fa l’attrattiva, ancora oggi, del film – la povertà contro la ricchezza, la bontà contro l’avidità in un mondo di still frames, variabili e immutabili. E spiegano, particolare non insignificante, il Totò di Pasolini, specie di “Uccellacci e uccellini “, se e poiché il miracolo di Milano era stato scritto originariamente per Totò.
Il “miracolo” lo fa De Sica con la tecnica, più che Zavattini col racconto. Tutto concorre alla narrazione fiabesca. Toto è probabilmente l’unico ragazzo che esce pieno di voglia di vivere dall’orfanotrofio. Per animare una landa desolata e polverosa.
Il Piccolo di Milano ne prepara, per i 75 anni del film, una versione teatrale. Che è l’impianto delle film, con facce-maschere, costumi e scenografie straripanti, dialoghi velocissimi – un grande ritmo. La riesumazione del Piccolo è probabilmente in chiave “milanese”, per riconciliare la città, che all’epoca non aveva gradito, con uno dei suoi capolavori. L’ennesima celebrazione della città, dopo il trionfo atteso con l’Olimpiade. Ma con ragione, per il semplice fatto di proporsi, in epoca così distante e diversa, come apologo d’arte e non come saggio-denuncia – la lettura sulla quale si divisero spettatori e critica nel 1951, scontenti a sinistra, scontenti a destra, e allarmati i cattolici: di fiaba moderna, al cinema.
Vittorio De Sica, Miracolo a Milano, you tube