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zeulig
Grecia – I greci non sono greci, secondo molta filosofia tedesca,
e soprattutto Nietzsche.
Per molti filosofi per l’“immigrazione dal Nord”.
Per Nietzsche filologo i culti greci più arcaici suggeriscono un’origine
mongola. Mentre semiti (fenici) sono Afrodite e Zeus.
Nell’ultimo corso
tenuto a Basilea, “Il servizio divino dei Greci”, azzardando un’analisi
comparativa delle religioni del Mediterraneo in ottica quasi positivista,
Nietzsche nega tutto ai Greci: non c’è una specificità greca, non culturale (e
nemmeno “razziale”), non ci sono miracoli nella cultura greca, i greci antichi
sono orientali.
Nietzsche parte dalla dissoluzione del concetto di razza: “Che cosa sono i «Greci
di razza»? Non basta supporre che Italici, accoppiati a elementi traci e
semitici, sono diventati Greci?” E dalla contaminazione: ogni “razza” è
meticciato, ogni cultura contaminazione. La “grandezza greca” è proprio in questa
capacità di assorbimento. Resta il problema dei “barbari”.
Inadeguatezza – Deriva dal culto di sé, e fa macchia
d’olio, in quanto modio di essere comune. L’insicurezza è l’esito dell’autocentramento.
Massimo Ammaniti invita ad “avere dubbi e riconoscere i propri limiti” come
forma di autoprotezione, da psicoanalista di lunga esperienza e pedagogo: “Oggi
molti vivono in modo egosintonico, ossia senza interrogarsi rispetto a sé
stessi, senza il terzo occhio, quello che permette di riconoscere i propri limiti
e le proprie difficoltà. Avere una percezione diretta, di sé e del proprio corpo,
è un fenomeno molto diffuso”. Ma non rassicurante – non “formativo”: “Come nell’adolescenza,
quando i ragazzi si guardano allo specchio e sono presi da ansie somatiche e ipocondriache:
si parte dal corpo e si arriva all’identità”. Sartre, “L’essere e il nulla”,
“descrive il senso di inadeguatezza e vergogna che si prova quando gli altri
scoprono le proprie fragilità. Vedersi negli occhi degli altri oggi è tema centrale
della psicanalisi. Prima era incentrata sul mondo psichico interno, oggi valorizza
le relazioni, gli scambi, l’intersoggettività…”
L’egosintonia, paradossalmente, come un fattore di indebolimento – ansia,
ipocondria, somatismi.
Populismo – Corre in rete, è la forma della rete.
Anche nella forma della critica della rete, della “tecnofobia” – di cui del
resto fanno sfoggio i creatori e padroni stessi della rete.
È ragione più che sufficiente, da sola, della deriva sempre più ampia verso
il populismo. Più ragionevole che non ragioni economiche o sociali. Mai l’umanità
è stata così bene nella storia: in questi trentacinque anni di globalizzazione –
che sono anche quelli della crescita della rete e del populismo – due terzi dell’umanità
sono passati dalla sopravvivenza all’affluenza economica: unde populismus,
dunque?
Si spiega così anche l’invadenza del populismo in ambiente politico e culturale
che dovrebbe invece arginarlo o contrastarlo, come la Cina comunista.
La tecnologia è neutra, si dice. Ed è vero, si può anche pensare la rete come
un immenso foro di formazione e di elevazione – di pace. Ma “il mezzo è il
messaggio” di McLuhan non è meno vero. La tecnologia ha un suo essere, un modo
di dire e di produrre – in questo senso non è neutra, poiché comunque incide, autonomamente.
La regolamentazione degli effetti perversi non è a essa connaturata, richiese
analisi e atti precisi – la tecnologia non si autoregola, non secondo criteri
etici o logici (questi richiedono, oltre la consequenzialità, il limite, il
senso dell’utile, della convenienza - del senso della stessa consequenzialità).
Forme di correzione o di censura – di limitazione (di equilibrio, di pace).
Viaggio – “Il vero viaggio è un pellegrinaggio. Verso che cosa? E
perché? Non lo so…. Non ha da avere giustificazione. È un pellegrinaggio, una
scoperta e una sofferenza senza scopo. La ragione del viaggio è nello stesso viaggiare,
nella contemplazione del movimento su cui si fonda” - Franco
Ferrarotti nell’aureo libretto “1951: oltre l’oceano”, p. 19, un riordinamento
in tarda età delle prime esperienze di vita, fino al volontario distacco in
America, scritto e pubblicato tardi, nel 2013 – a 87 anni, undici prima dela
morte.
P. 22: “È vero che si parte, anche senza
saperlo, per trovare qualche cosa che si è perduto, un bene andato smarrito, ma
non si trova la cosa desiderata, il valore sognato. Se ne trova un altro. Ma
non si sa ancora che cosa sia, che cosa comporti. Di fatto, si parte alla
ricerca della propria identità, smarrita o debole o confusa, ma nel corso del
viaggio le esigenze e le caratteristiche dell’identità che si va cercando
cambiano, inevitabilmente; si fanno nuovi incontri; alla fine del viaggio ci si
ritrova con una nuova, inedita, inaspettata identità. Uno parte alla ricerca di
se stesso e finisce per trovare un altro che non gli somiglia, uno sconosciuto,
un intruso….
“Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile, itinerante, problematica. In
questo senso il viaggio, anche il più banale dei viaggi per le vacanze di
massa, ha un efetto di deritualizzazione dell’esperienza personale, che può, al
limite, intaccare i modi consueti dell’esperienza psichica e religiosa,
provocarne un riorietamento profondo”.
“Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile, itinerante, problematica. In
questo senso il viaggio, anche il più banale dei viaggi per le vacanze di
massa, ha un efetto di deritualizzazione dell’esperienza personale, che può, al
limite, intaccare i modi consueti dell’esperienza psichica e religiosa,
provocarne un riorietamento profondo”.
Anzi, è una sorta di esperienza religiosa: “Se religione, più che «legame» secondo
l’incerta etimologia di «religio», è essenzialmente speranza di arrivare alla
meta, intravista anche da lontano, allora il viaggio, ogni viaggio, è, almeno
potenzialmente un’esperienza religiosa…. Un pellegrinaggio, sia pure verso il santuario
sconosciuto o addirittura inesistente”.
Ma è anche vero (p.24) che “si viaggia sempre più in fretta, con la
golosità di una bulimia indifferente ai contenuti, sorda alle situazioni, cieca
di fronte alle differenze. Si diventa dei lavandini. Il menù è sempre lo stesso.
I viaggi si sono stemperati in un solo linguaggio: un linguaggio «basic»,
semplificato, privo di risonanza, fatto di informazioni puramente esterne, rigorosamente
fattuali. Tutto è preciso, ma nello stesso tempo sciapo, prevedibile, scontato,
quasi come la cucina di un vagone ristorante. La varietà cede il passo
all’uniformità. La diversità si scioglie nella «sameness», cioè nella
«istessità». Avanza il cosmopolitismo anonimo, frenetico e impersonale.
zeulig@antiit.eu
Non c’è solo la Germania del cancelliere Merz, che, col sostegno dei
socialdemocratici, ha bloccato i ricongiungimenti familiari dei rifugiati (categoria
che beneficia di sussidi e alloggio), e ha deciso di non finanziare più le ong dei
soccorsi in mare – derubricati a sfogo umanitario dell’avventurismo. Dappertutto
la sinistra europea, socialista, sta ricalibrando in senso restrittivo le politiche
dell’immigrazione. Per una ridefinizione dello status di esule politico, e contro
l’immigrazione illegale.
Il giro di vite deciso dai socialdemocratici danesi nel 2019 è ora adottato
dagli svedesi. In Gran Bretagna il Labour al governo è molto condizionato dalla
corrente Blue Labour, cui appartiene la
stessa ministra dell’Interno, Shabana Mahmood, che ha avviato una politica
restrittiva analoga a quella danese. In Francia le formazioni di sinistra convergono
sulla necessità di “affrontare il tema immigrazione”, per bloccare lo scivolamento
elettorale verso il lepenismo. “Le Monde” ha ricordato che il primo “non c’è problema
più grave di quello della manodopera straniera” fu il 28 giugno 1914, un mese
prima della guerra, Jean Jaurès, in prima pagina sul quotidiano socialista “L’Humanité”.
Un sondaggio sul tema sicurezza ha dato una maggioranza favorevole alla
espulsione di tutti i condannati tra gli elettori di estrema sinistra, La
France Insoumise, e i socialisti.
Sorpresa, un film pedagogico. Di formazione, del
padre, della figlia, e del padre con la figlia, della “genitorialità”. Poco brillante
– volutamente? E raassicurante: un cinquantenne “figlio di”, cafone,
scopre il senso della vita rincorrendo la figlia in fuga. Con un Checco Zalone
meglio come cantautore, Luca Medici.
Il film dei record, d’incassi. Ma non sarà perché il
biglietto è aumentato?
Ma, certo, manca ancora la Spagna – il film è
confezionato per un pubblico doppio, Italia e Spagna.
Gennaro Nunziante, Buen Camino
Decaro, pupillo, delfino e successore di
Emiliano alla Regione Puglia, da lui anche difeso dai sospetti di contiguità
con la malavita, dà a Emiliano, giudice integerrimo, l’incarico di consigliere
giuridico, per 130 mila euro l’anno (al netto o al loro dell’iva?). Decaro non ha potuto o voluto dare a Emiliano un assessorato, da qui la consulenza, ben retribuita. Normale. Anche
se entrambi sono del Pd – sono il Pd.
Due scandali i giudici aprono a Roma lo stesso giorno,
al Garante per la Privacy e all’ex ipab (istituto pubblico d beneficenza e
assistenza) San Michele. Di questa le cronache cominciano con la nomina dei dirigenti,
di destra, da parte dell’assessore regionale, di destra. Della Privacy non lo sappiamo: i quattro membri dell’authority sono stati
nominati dal governo Conte 2, giallo-rosso. Il malaffare di destra è politico,
quello di sinistra è individuale?
Lo spread sul debito pubblico italiano qualche giorno
fa era a 63 punti base (più caro che il debito tedesco), per il Tg 5, e a 68
per il “Corriere della sera”. Ieri era a 59 per il Tg 5 e a 64 per il “Corriere
della sera”. C’è uno spread di destra e uno di sinistra? E i cinque punti di
differenza come leggerli: sono una mossa della destra o della sinistra? O la
matematica è un’opinione?
Muore un bandito in una rapina, accoltellato nella
colluttazione dal padrone di casa. I complici lo lasciano davanti a un ospedale,
sul quale si precipitano 200 sinti e la madre del morto, che “scardinano” la porta
dell’ospedale, e pazienza. Ma il ladro “aveva una lunghissima fila di precedenti,
per tutto il Nord Italia fino alla Versilia: furti in abitazione, truffe agli
anziani, danneggiamenti, resistenze. Libero di muoversi – la rapina fallita è
una delle tante, in zona, nelle feste.
Proteste
in Iran, due pagine sul “Corriere della sera”, come è giusto. Con quattro articoli,
di cronaca e considerazioni. Tre dei quali contro Trump e\o gli Stati Uniti. Ma
il Muro non era caduto tempo fa?
Si spera in Trump, “l’aiuto arriverà”, contro gli ayatollah
in Iran, qualsiasi cosa voglia dire – viveri? kalashnikov? col paracadute o con
i marines? Da parte di tutti gli anti-trumpiani, specialmente quelli della
sinistra. Un intervento americano, sia pure per cacciare demagoghi e i preti forcaioli?
Sette
miliardi paghi Arcelor Mittal per avere “saccheggiato” l’ex Ilva di Taranto, in
“una vera e propria killer acquisition, con la volontà cioè preordinata
di estrarre valore dai complessi aziendali condotti in affitto senza poi finalizzarne
l’acquisto”. Come, si sono rubati i forni? E Invitalia, cioè lo Stato, che ne era
consocio, non sene accorgeva?
“Referendum, il comitato del Sì «recluta» Mattarella.
Il Quirinale furioso” – “Il Fatto Quotidiano” tiene banco in rete. Le due cose
non sono vere, ma non importa. Forse è per questo che non si comprano più i giornali:
sono inutili – banderillas per questo o quell’interesse.
La liberazione di Trentini e degli altri (ancora pochi) italiani in
Venezuela è passata attraverso l’ambasciata americana a Caracas e il dipartimento
di Stato a Washington. Sono gli Stati Uniti che governano Caracas, per mano dells
signora Rodriguez, l’avvocata di cui Maduro infiorettava la sua ultima
presidenza.
L’Italia e l’Europa non hanno avuto e non hanno nessuna influenza, nemmeno
una qualche relazione con Caracas – anche se molti venezuelani sono ancora
italiani. Non c’è nemmeno molta conoscenza del Sud America, nonché del Venezuela:
di come si governa ed è governato, nel mondo in cui tutto si sa, o si potrebbe, e quindi si
dovrebbe. Nemmeno del petrolio si sa nulla – che è quasi asfalto e “costa” al barile
sei e sette volte di più che negli altri giacimenti nel mondo.
Meraviglia l’esiguità delle manifestazioni per
l’assassinio di Renee Nicole Good a Minneapolis da parte di un poliziotto. Da
come si vede in tutti i tg americani, anche i più militanti. Le presentazioni
dei tg italiani sono invece su questa linea: “Manifestazioni di massa in tutti
gli Stati Uniti….”. C’è ancora, a 50 anni dal 1969, il linguaggio
resistenziale.
La Germania è da tempo sintonizzata sull’anti-europeismo.
Con critiche anche feroci. Da sinistra, centro-sinistra, la maggioranza che
sostiene l’attuale governo, e più che dall’estrema destra, di Alternatiev für Deutschland.
Sarà per catturare il seguito di Afd, che pesca molto nell’ex centro politico. Ma è comunque la conferma che
l’Europa che viviamo “stramba”. Intanto perché centrata su un asse franco-tedesco
che non c’è. Anche perché i due governi governano poco, ormai da un paio d’anni.
La Fracia nella turbolenza caratteriale, la Germania perché come al solito nelle
difficoltà s’imbizzarrisce.
Un papa che dice la verità sulle guerre di religione,
che poi sono una sola, quella islamica, dà come un senso di sollievo. Era
questo il populismo che angosciava col predecessore Francesco, come una falsa carità,
o la paura convertita in sorriso. Ne prende forza, curiosamente, il pacifismo,
la condanna della disonorevolissima guerra aerea-missilistica, e della guerra totale,
contro la popolazione inerme - entrambe inventate da Hitler, ma moltiplicate dagli
Alleati, presidio di libertà.
“Nel 1928, il capo Buffalo Child Long Lance
pubblicò un libro di memorie che fece scalpore nel mondo letterario. Si apriva
con il suo primo ricordo: aveva appena un anno, viaggiava in un marsupio di
muschio sulla schiena della madre, circondato da donne e cavalli. La mano della
madre sanguinava e lei piangeva. Long Lance scrisse che quando raccontò questo
ricordo alla zia anni dopo, gli fu detto che stava ricordando le
"emozionanti conseguenze di una lotta indiana" in cui suo zio Iron
Blanket era appena stato ucciso dai tradizionali nemici della tribù dei Piedi
Neri, i Crow. La mano della madre sanguinava perché si era amputata un dito in
segno di lutto. Il suo ricordo successivo fu di una caduta da cavallo all’età
di 4 anni…”. Insomma il perfetto indiano, le memorie furono un grande successo.
Anche mondano: Lancia Lunga poté vantare relazioni con Nastasha Rambova, l’ex
moglie di Rodolfo Valentino, e con Mildred McCoy, con la cantante Vivian Hart,
con la principessa Alexandra Victoria von Glūksburg, nuora dell’ultmo kaiser
Guglielmo II, sposa del principe ereditario.
“Lunga Lancia era
incredibilmente bello, con spalle larghe e vitino da vespa, una pelle liscia e
ramata e folti capelli neri (sfiderà anche Tex, il 5 maggio del 2016, n.d.r.). Faceva ginnastica e lotta. Aveva combattuto con il
campione del mondo dei pesi massimi Jack Dempsey ed era stato compagno di
allenamento del leggendario olimpionico Jim Thorpe”, campione di decathlon e pentathlon,
star di tutti gli sport di squadra, footbal, basket, baseball. Non era un
cialtrone: si era arruolato nel 1916 in Canada per combattere nella Grande Guerra,
fu a Vimy Ridge, fu ferito due volte, si congedò col grado di capitano e la
Croce di Guerra. Ma nel 1932, poco più di tre anni dopo il successo delle “memorie”,
fu trovato morto “nel parco di una ricca donna bianca in California”, suicida. “Senza
un soldo, esiliato dall'alta società e assediato dalle accuse di non essere chi
diceva di essere, di aver sfruttato un'identità falsa per affermarsi nel mondo”.
Dirsi “nativo” - indiano, pellerossa – è facile. Tanto
più dopo le leggi protettive degli anni 1970, che hanno trasformato la “indianità”
da handicap in una sorta di privilegio. Per arricchirsi col gioco d’azzardo,
o avere una borsa di studio, o fare carriera accademica. Tanto da generare una
reazione: “Una cricca di sedicenti guardiani dell'identità indiana si è
formata, soprattutto sui social media, per denunciare gli intrusi”. Sulle
ambiguità del problema è basata una serie di successo dal 2022, “Reservation Dogs”.
Treuer, professore di Letteratura all’università di
California Sud, a Los Angeles, lavora col fratello maggiore Anton, professore
di Storia, alla ricostituzione, più che della “tradizione” tribale, della
lingua, Ojibwe - ogibue, o ogibué, o anche chippewa. Sicuramente non dall’“iscrizione”
nei registri della riserva.
David Treuer, Who Gets to Be Indian – And
Who Decides?, “The Atlantic”, free online (leggibile anche in italiano, Chi può essere indiano –
e chi decide?)
Il rovesciamento del regime khomeinsta è
impossibile, non dall’esterno ma neanche dall’interno, gli Stati Uniti provano
ad aprire alla avances del governo di Teheran, prima dei moti di piazza.
La repressione renderà difficile la ripresa del colloquio, ma la strategia che
ha prevalso a Washington, col concorso dei paesi della penisola arabica, del
Qatar come dell’Arabia Saudita, è di non interrompere il contatto aperto. Cui Teheran avrebbe riposto sospendendo le esecuzioni dei dimostranti arrestati.
Malgrado l’incoraggiamento di Trump, e le
stesse minacce di Netanyahu, la rivolta in Iran è destinata a spegnersi. La reazione
violentissima delle milizie khomeiniste, pasdaran , basij e altri,
che poi sono milizie popolari, non militari, rede praticamente impossible, nell’analisi
americana, il rovesciamento del regime. La repressione allarga enormemente la platea
dei colpevoli a un eventuale cambio di regime. Che quindi si battono per se stessi
più che per il regime, e sono qualche milione.
L’analisi del dipartimento di Stato combacia
con quella dei gruppi di opposizione in Iran. Più il cambiamento tarda più è
difficile – e ora il regime khomeinista va per il mezzo secolo, due generazioni.
La premier danese Mette Frederiksen avrebbe
più di un motivo per trovare udienza da Trump, anche sulla questione Groenlandia,
stante la robusta politica anti-immigranti che il suo paese porta avanti da una
decina d’anni. Dapprima con la maggioranza conservatrice, col sostegno dei socialdemocratici
– di cui Frederiksen è la leader. Poi, dal 2019, dal governo socialista – di cui
Frederiksen è stata parte da subito come ministro. Sull’argomento, “da sinistra”,
che l’immigrazione irregolare lede i diritti sindacali. Ma di fatto con
provvedimenti “identitari”. Una legge permette di requisire i gioielli, in
garanzia, a chi fa domanda d’asilo. Sono vietati burqa e niqab, gli
indumenti femminili che celano il volto. Chi fa domanda di cittadinanza è
obbligato a stringere la mano del funzionario pubblico a cui la presenta –
anatema per le donne islamiche. I requisiti per la cittadinanza sono diventati peraltro
innumerevoli.
Lo status di rifugiato è concesso a un
migliaio di richiedenti l’anno – erano 6-7 mila in precedenza.
Dapprima generosa sul diritto d’asilo, la
Danimarca è ora le più rigida. Anticipando il governo Meloni, ha disposto il
confinamento dei migranti in attesa di espulsione su un’isola, Linfholm, in uso
all’Istituto di veterinaria per sperimentazioni sui virus animali.
Sul “modello” danese prova ad avviarsi il
governo britannico, laburista. Il nuovo ministro dell’Interno, Shabana Mahmood,
per prima cosa ha ristretto le regole dell’accoglienza. Inglese
di nascita, di genitori pakistani, musulmana, Mahmood si è presentata come quella
che vuole “ripristinare l’ordine e il controllo”.
Titolo civetta, per l’ennesima intervista, alla tv
spagnola nel 1976, dopo la fine di Franco al ritorno della democrazia. Borges gnomico
al solito, da saggio – dal filosofo che non ha voluto, o potuto, essere. Ma
anche più del solito scherzoso. E autocritico. “Inquisizioni”? “Un pessimo
libro”. La rilettura fa scherzosa delle “beatitudini” – il poema “Frammenti di
un vangelo apocrifo”, nella raccolta “L’oro delle tigri”. Col ricordo degli
anni passati in gioventù in Spagna, molto fertili. E dei maestri, Cansinos Assens
a Madrid per la letteratura e Macedonio Fernàndez a Buenos Aires per la
filosofia. Maestri che operavano in tertulias, in gruppo. Il che lo porta
a chiedersi, nel 1976, che ne è dei giovani, che procedono isolati, che passioni
hanno, “la politica, forse”, il denaro? “Tutt’al più, queste passioni possono
darsi in forma individuale, non vengono più condivise, come accadeva allora”.
A suo agio si dice in tutta Europa, meno che a Parigi.
E in Germania, i può aggiungere, stranamente, malgrado la venerazione che qui
professa per il tedesco, di cui celebra perfino la “vocalità”. Appreso da solo,
con l’aiuto di Heine, per poter leggere Schopenhauer. E poi esteso all’applicazione
sassone, e alle origini islandesi.
Eccezionalmente, un accenno al suo matrimonio. Che Borges
liquida come un “one’s too many”, uno è troppo. Sposerà quattro
mesi prima di morire Maria Kodama, sua ex allieva all’università che lo
assistette fino all’ultimo, collaboratrice e accudente. Si era sposato nel 1967,
quando aveva 68 anni ed era cieco, con Elsa Artete, di 57. L’aveva conosciuta
quando lei aveva 20 anni, nel 1931, e si erano scambiati parole affettuose. Ma
quando si ricordò di cercarla lei era già sposata, con un ufficiale. Borges non
frequentò mai la casa coniugale, dormiva dalla madre. Dopo tre anni abbandonò anche
Buenos Aires, senza dire nulla alla moglie. Qualche mese dopo la separazione si
incontrarono casualmente in Florida e Elsa si avvicinò per salutarlo. Borges
chiese: “Chi è?” E il nipote, che lo accompagnava: “È Elsa, zio”.
Jorge Luis Borges, Il linguaggio dell’intimità,
Mimesis, pp.62 € 6
letterautore
Avanguardie – Berardinelli ne
fa il funerale sul “Foglio” sabato 10, su tutti i fronti, innovazione,
linguaggi, sensibilità, sotto forma di recensione-stroncatura di Vincenzo Trione,
del suo ambizioso e corposo volume einaudiano “Rifare il mondo. L’età dell’avanguardia”.
Con lo strumento di un saggio di Enzensberger, “scritto intorno al 1960”, quindi
contro le avanguardie “storiche”, futurismo, dada, surrealismo, “Le aporie dell’avanguardia”.
Ma con colpi di suo: “astuzia mercantile e autopromozionale”, e carrierismo, nei
media e nell’accademia (Eco, Sanguineti…) – “un termine bellicoso” per “una
specie di partito politico dell’arte che protegge i singoli artisti dal loro
eventuale fallimento. Li giustifica ed interpreta a priori e garantisce il
significato di qualunque opera”. E ancora: “Solo furbizia pubblicitaria”, per
un “successo nominalmente garantito: cioè un certo uso della stupidità calcolata
da «finto tonto»”.
Avanspettacolo - “Secondo
alcuni, per esempio Fellini, alle origini del neorealismo c’è il documentario
di guerra di Rossellini, i film di guerra di Rossellini, ma anche la tradizione
dell’avanspettacolo, non a caso in «Roma città aperta», il film che dà il via
alla grande storia del cinema italiano del dopoguerra, i protagonisti sono
Magnani e Fabrizi, che sono due vecchie volpi del teatro di varietà” (G. Fofi, “Arcipelago
Sud”, p. 162).
Barocco – è vanitoso,
spiega Borges nella lunga intervista tv in Spagna nel 1976, “Il linguaggio dell’intimità”:
“Il barocco si contraddistingue per il peccato della vanità: se uno scrittore adotta
uno stile barocco è come stesse pregando che lo si ammiri… In John Donne, o Quevedo,
ad esempio, si percepiscono una certa vanità e una certa superbia dello
scrittore”.
Cecità – Non soltanto
impedisce la lettura ma isola. Anche da se stessi. Lo spiega Borges
nell’intervista alla tv spagnola del 1980, “Non c’è nessuno allo specchio”,
36-37. Continuare a leggere si può, con l’aiuto
di visitatori occasionali, amici. Anche studiare si può: da cieco Borges ha
studiato l’anglosassone, e ora, a 25 anni dal 1955, quando perse del tutto la
vista, studia “l’islandese, la lingua madre dello svedese, del norvegese, del danese,
e in fin dei conti anche dell’inglese”. Non si perde naturalmente l’ironia: “Persi
definitivamente la capacità di leggere nel 1955, l’anno in cui mi nominarono
direttore della Biblioteca Nacional… Così i miei amici rimasero privi di un
volto, persero le lettere e comprovai, come scrissi anche una mia poesia, che
non c’è nessuno allo specchio” – neanche se stesso: “Mi trovo davanti a uno
specchio e non so quale orribile anziano dall’altra parte mi sta guardando”.
Einaudi – “Fui «protetto»
all’Einaudi da Panzieri e da Renato Solmi”, Goffredo Fofi ricorda a un certo punto
in “Arcipelago Sud”, “quando mi accinsi a un’inchiesta sull’immigrazione meridionale
a Torino…. Questo costò a Panzieri e
Somi il licenziamento quando su quell’inchiesta i redattori della casa editrice
si divisero e vinse la maggioranza di influenza comunista, bocciandone la
pubblicazione, in realtà, come tutti sapevano bene, perché in quell’inchiesta
si attaccava duramente la Fiat e la sua politica nei confronti degli immigrati.
A dirlo con più chiarezza di tutti fu, sorprendentemente, Massimo Mila, il
grande musicologo”.
Gioia – Attraverso il
proprio nome ebraico, Simcha, che vuol dire gioia, il narratore di Pachet,
“Autobiografia di mio padre”, si lega a Freud, “il senso della parola Freude
è pressappoco lo stesso”, e a Joyce - ma Freud trova “un mio illustre contemporaneo
a cui credo di avere molto da rimproverare”.
Italia –“Mille anni fa
Guittone d’Arezzo ideò la scrittura delle note, permettendo così al canto e alla
pratica strumentale occidentale di evolersi” – “Robinson” celebra i mille anni
della “notazioe guidoniana”: “Senza la notazione guidoniana… non si sarebbe
sviluppata la polifonia, tante voci che cantano insieme linee melodiche
differenti, né tutto ciò che ne è derivato, compresa l’orchestra sinfonica”. Né
la composizione, la possibilità di azionare questa complessità “grazie al fatto
di averla tutta sott’occhio in partitura”.
“A Guido si devono i nomi attuali delle note, perlomeno cinque su sette: re,
mi, fa, sol, la. E ut, ancora impiegato dai francesi, in Italia sostituito nel
‘600 dalla sillaba do”. Mentre inglesi e tedeschi “conservano tuttora l’antica
denominazione latina, con le lettere dell’alfabeto: A è la, B è si oppure si
bemolle, C è do, eccetera”.
Orlando – Il racconto di
V.Woolf è modellato su Vita Sackville-West, si sa. Ma l’autrice così ne
scriveva all’amica il 20 marzo 1929: “ORLANDO È FINITO!!! Hai sentito una
specie di strappo, come se ti stessero spezzando il collo, sabato scorso, all’una
meno cinque?”. Per concludere: “Per tuti questi mesi ho vissuto dentro di te -
e ora che ne esco, come sei veramente? Esisti? Ti ho inventata?”
Pasolini – Pedagogista lo vuole
Fofi in “Arcipelago Sud”, 210, “come don Milani”: “Pasolini e don Milano restano,
a parer mio, i più grandi pedagogisti della generazione succeduta a quella dei
Codignola dei Borghi dei Capitini dei De Bartolomeis, delle Montessori e delle Zoebeli.
Gli ultimi, ahinoi, dei gradi pedagogisti italiani del dopoguerra, della
ricostruzione («pedagogisti» vollero essere anche dei grandi scrittori come
Calvino, come Sciascia, come Fortini)”.
“Non capiva granché” di musica e si affidava a Elsa Morante, nel ricordo
di G. Fofi, “Arcipelago Sud”,147. Cioè alle
registrazioni di musica popolare che Alan Lomax aveva effettuato un decennio
prima: “Il disco con i canti popolari meridionali”, raccolti da Lomax, “lo
possedeva e ascoltava spesso Elsa Morane, che se ne servì, siccome Pasolini sul
piano della musica non capiva granché e di lei si fidava, per il commento
musicale di alcuni film, a cominciare dal «Vangelo», da Bach alla «Missa Luba» africana,
musiche che commentano la vita di Gesù e danno al film una forza he con le sole
immagini non avrebbe avuto. Tra le musiche che la Morante passò a Pasolini quelle
raccolte da Lomax commentano soprattutto il suo «Decameron», tranne, se ben
ricordo, nell’episodio friulano”.
Regalpetra - “«Le parrocchie di Regalpetra», con cui Sciascia si fece conoscere nel
1956, si chiamano così in omaggio alla Petra di Nino Savarese, altro
notevolissimo scrittore dimenticato”, G. Fofi, “Arcipelago Sud”, 127 (“altro”
in aggiunta a Francesco Lanza, di cui Fofi sta trattando).
La Petra di Savarese è “la vicina Enna,… protagonista di un grande, «sintetico»
e avanguardistico romanzo storico di Savarese, «I fatti di Petra. Storia di una
città», 1937”.
Romanzi francesi – Pierre
Pachet, che di francese, di letteratura francese, fu professore a Parigi, romanziere
in proprio, prix Roger Caillois, ne fa fare l’anamnesi al padre, nella “Autobiografia
di mio padre”, grande lettore di romanzi anche in Francia, immigrato dalla
Bessarabia: “Mi piaceva molto quando un libro descriveva con esattezza un certo
ambiente, una certa epoca”, e uno pensa subito a Proust ma no, “e i francesi sono
famosi per la loro «psicologia», si fa presto a passare da Bergson a Bourget”. Con
un limite: “Qui in Francia gli scrittori sono spesso professori di liceo”.
In effetti Ernaux lo è – lo è stata. Ma questo è un limite: “Non hanno visto
molto, nelle storielle di sesso trovano il loro esotismo”. In effetti - sempre
Ernaux (anche Carrère?). Ma, soprattutto, i francesi non sono russi – opina l’Opatchevsky-Pachet:
”Čechov era medico, come anche un musicista russo, ma quale?” - è Borodin.
Sorelle – Quella di
Nietzsche, Elizabeth, quella di Pascoli, Maria, fine Ottocento, hanno segnato l’opera
(l’analisi dell’opera) dei fratelli. Entrambe d vote alla destra estrema dopo
la Grande Guerra, a Hitler e a Mussolini. Contro i principi e le opere dei
fratelli.
letterautore@antiit.eu
Dunque, famigliare e non familiare, siamo nell’Ottocento.
Ma un Pascoli come non s’i mmagina, magro, svelto, nervoso. Secco umorista. Polemico
il giusto, anche quando non è più giovane e socialsita barricadiero. C’è perfino
D’Annunzio con i capelli – tutt’altro D’Annunzio.
Non sono le sole sorprese. L’idea stessa è avventurosa,
di fare un film – un vero film, con molti attori e molte pose, Porcari, Scamarcio,
Buy, oltre al sempre giovane Federico Cesi “Zvanì” - su un poeta domestico, quasi
casalingo, e di proiettarlo in prima serata.
Il romanzo di un solitario, dall’assassinio del padre
agli studi erratici, a Urbino, Rimini, Firenze, Cesena e Bologna, alla vita
coatta con le sorelle, Ida e Maria, poi con quest’ultima, fino alla fine,
troppo legato al bicchiere, fra le tante amarezze. Fu in cattedra lontano, a
Messina e poi a Bologna, ma su questo il film non s’intrattiene. Giusto un pizzico
di Firenze, con Emma Corcos, la moglie del pittore Vittorio, che ricorda la
lunga affettuosa corrispondenza – una sorta di rapporto interruptus.
Un racconto ricalcato sulla biografia (pubblicata
solo nel 1962) scritta da Maria-Mariù, e sulle confidenze all’amico di una vita
e corrispondente Severino Ferrari. Ideato e sceneggiato da Petraglia. Con un
taglio preciso, di un poeta sempre schivo e come isolato, dalla campagna romagnola
al mare di Massa e alla valle chiusa del Serchio, a Castelvecchio di Barga. In
convivenza forzosa con le sorelle, che ne controllano ogni movimento, confida
a Severino, e anche le tasche della giacca. Ma poeta – per questo? – semplice,
della vita minima, delle persone, gli animali, le piante, le cose.
Giuseppe Piccioni, Zvanì – Il romanzo famigliare
di Giovanni Pascoli, Rai 1, Raiplay
spock
“È evidente
che l’uomo e la donna non sono fatti per vivere insieme; si intralciano a
vicenda”, Pierre Pachet?
E due uomini?
E due donne?
O è il due che
dà fastidio, difficile è la convivenza?
Tra genitori e
figli, per esempio?
Essere single
è un mercato o un’aspirazione?
spock@antiit.eu
Nel 2013, a 87 anni, il “creatore” della sociologia
italiana (sua la prima cattedra in materia, nel 1960, a Roma) ha scritto e
pubblicato questo ricordo del suo primo viaggio in America. Della decisione di
abbandonare Adriano Olivetti sul letto d’ospedale, che tanto lo teneva in considerazione,
e Cesare Pavese, che lo aveva voluto alleato nell’“aggiornamento” di Einaudi (la
famosa collana viola, di scienze umane). Non ha 25 anni, ha già un notevole passato,
è in Olivetti e Einaudi con una ricca biografia di creatore a animatore di
riviste, nel vercellese (è di Palazzolo Vercellese), lo scultore Carlo Fait ne
ha fatto il busto, in bronzo, già ai 18 anni, nonché di attivista politico, con
già una delusione all’attivo: il ’48 è stato “un disastro” per un socialista come
lui, benché “frazionista”, per il settarismo del Pci. L’America è la scelta di
proseguire gli studi, lasciando la politica.
Un aureo libretto, di ricordi e ripensamenti. Di lettura a ogni passo interessante, stimolante. La rimemorazione
è soprattutto di chi non c’era più, Adriano Olivetti, Geno Pampaloni, Pavese. Collaboratore
e traduttore per conto di Pavese, e compagno di escursioni - anche tra i
tedeschi che perlustrano le montagne. Con acute riflessioni sul nomadismo, sul bisogno
di viaggiare, di “cambiare”. Con l’abbrivio comune a tutti i memorialisti che
viggia(va)no in transatlantico, sulla classe ponte, o “parte bassa della nave”:
si salpa “con notevole ritardo”, per la ricerca di clandestini, “clandestini da
scovare, individuare, identificare, espellere”.
Alla sociologia si è avvicinato in Francia, nella
parte non occupata: “Sfioravo i quattordici anni, entrando nella pubertà, sputavo
sangue e catarro sui marciapiedi, ma con una sgangherata Gilera 125 andavo a
piccolo trotto da San Remo a Ospedaletti, quindi Bordighera e Ventimiglia, e
poi, passati in volata Mentone, Cagnes e Cros de Cagnes, Nizza, Boulevard Massena,
la Bibliothèque comunale. Qui trovavo i libri che il neo-idealismo italiano,
crociano e gentiliano, aveva proscritti”. In poche righe, come per i tanti altri motivi
della breve riflessione, una grande storia.
Franco Ferrarotti, 1951: Oltre l’Oceano, gattomerlino,
pp. 62 € 10
Giuseppe Leuzzi
“Il ‘padrino’ era la brutta traduzione italiana – e
certamente ‘nordica’ - di ‘The
Godfather’, che qualsiasi meridionale italiano avrebbe tradotto ‘Il compare’” –
Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”.
Si sequestra cocaina in
container a Gioia Tauto come a Genova e a Livorno, ma il “centro del traffico”
è a Gioia, anche se i carichi presi a Genova e Livorno sono superiori. Senza
contare che Gioia Tauro è un porto di smistamento, non un terminale. Mentre a
Genova e Livorno si scaricano container per clientela determinata – che
utilizza quello perché in qualche misura vi è protetta.
Un quadro delle “liti fiscali”
nel 2025 fatto dal “Sole 24 Ore” mostra una prevalenza netta delle regioni
meridionali – insieme col Lazio - in numeri assoluti e, peggio, per numero di
residenti: Campania 36.049, Sicilia, 31.473, Lazio 22.820, Calabria 17.917, Puglia
8.883. Ma sono ricorsi soprattutto per la Tari e l’Imu. Cioè per le case
abbandonate, da decenni se non da generazioni. Il Sud è spopolato, che i Comuni
pretendono tassare sulla carta.
Sulla Tari pesano anche, si
vede a Roma, i ricorsi degli esercizi commerciali, che sono tassati per cifre
spropositate ma senza un servizio minimamente adeguato.
Emigrare è
viaggiare – o rinascere
“È vero che si parte, anche
senza saperlo, per trovare qualche cosa che si è perduto, n bene andato
smarrito, ma non si trova la cosa desiderata, il valore sognato. Se ne trova un
altro. Ma non si sa ancora che cosa sia, che cosa comporti. Di fatto, si parte
alla ricerca della propria identità, smarrita o debole o confusa, ma nel corso
del viaggio le esigenze e le caratteristiche dell’identità che si va cercando
cambiano, inevitabilmente; si fanno nuovi incontri; alla fine del viaggio ci si
ritrova con una nuova, inedita, inaspettata identità. Uno parte alla ricerca di
se stesso e finisce per trovare un altro che non gli somiglia, uno sconosciuto,
un intruso….
“Il viaggio decongela l’identità, la rende mobile,
itinerante, problematica. In questo senso il viaggio, anche il più banale dei
viaggi per le vacanze di massa, ha un effetto di deritualizzazione
dell’esperienza personale, che può, al limite, intaccare i modi consueti
dell’esperienza psichica e religiosa, provocarne un riorientamento profondo” -
Franco Ferrarotti nell’aureo libretto “1951: oltre l’oceano”, un riordinamento
in tarda età delle prime esperienze di vita, fino al volontario distacco in
America.
Forse una
nascita sola non basta, si vuole-deve riprovare. Ricostituire l’atto della
nascita, in autogestione-autogestazione, una sorta di autofertilizzazione di se
stessi. Si emigra anche di poco, dal paese alla città, ora anche all’inverso, dalla
periferia al centro, o all’inverso, di pochi chilometri e addirittura di metri,
da un quartiere all’altro, da una strada all’altra dello stesso quartiere. Riproponendo
abitudini in un nuovo contesto, oppure mutandole. Per un bisogno di autorealizzazione
oppure di scoperta? O delle sue cose insieme, ci si realizza scoprendosi –
cambiando scena, recitazione, soggetti.
Si emigra
– si cambia – anche solo per l’attrazione dell’ignoto, quando si presenta promettente.
Per una forma di curiosità. Nuovi mondi non necessariamente sono migliori. Ma bisogna
provare.
La fame a Palermo
Al Sud la guerra finì prima,
nel senso delle privazioni, della fame, già dopo l’8 settembre. Ma c’era fame
ancora negli anni 1950, a Palermo, la capitale della Sicilia. Ricordando Danilo
Dolci, in “Arcipelago Sud” (p. 94), Goffredo Fofi racconta: “A Trappeto”, oggi resort
marino, a metà strada tra Palermo e Trapani, “vide un bambino che morì per
denutrizione, fatto non insolito in quegli anni e luoghi di fame, ed è successo
anche a me di vedere dei bambini morire di stenti, a Palermo. Ricordo sempre
che i bambini di Cortile Cascino, anche piccolissimi, con le loro piccole
unghie grattavano la calce dalle mura delle baracche e la mangiavano; ne parlai
con un amico medico che mi spiegò che il calcio è fondamentale per la
formazione delle ossa, e che i bambini erano guidati dall’istinto”.
Dolci scese
a Palermo nel 1952. Fofi nel 1956.
La rendita è
finita, e il capitale non se la passa bene
“Riscoprire in sé il Sud e
tendere sopra di sé un chiaro, splendido, misterioso cielo del Sud;
riconquistare la salute meridionale…. Diventare più vasti, più sovranazionali,
più sovraeuropei, più orientali, infine più greci”. Non era molto tempo, è il
Nietzsche filologo a Basilea, quando se ne stancò, 1879.
“La rendita non basta più,
bisogna intaccare il capitale”, la vecchia litania dei vecchi zii sfaticati -
quelli del circolo dei nobili-notabili-borghesi di Salvemini, Brancati,
Sciascia (e di Camilleri, con qualche virtù) – non basta più. Il capitale è da
tempo che non è più intonso, dal leghismo e anche prima. La simpatia ne era
anche parte.
La simpatia si deve alla
necessità che il Nord ha avuto e ha, i Nord hanno avuto, di un Sud meno
tenebroso. Le Hawaii hanno prosperato solo su questo (modesto e remoto,
modestissimo e remotissimo) capitale, o Tahiti e Bora Bora. Accessibili,
parlanti. Mentre il Sud si macera nell’(auto)rifiuto, invece di farsene una
copertina leggera, rinfrescante. Arcigno invece che simpatico, preso al laccio
della (reciproca) insofferenza.
Sudismi\sadismi –
Se tutto è mafia
“Se non fosse che c’è una cosa
molto forte a tenerli insieme, il Nord e il Sud, essi si sarebbero scollati
ancora di più ed è, semplicemente, la Mafia. Con la M maiuscola, come di
dovere, perché con questa parola s’intende quel complesso di rapporti oscuri di
potere che «fanno Mafia», cioè il legame stretto della Mafia con: a) la
politica; b) le banche (il capitale finanziario). Tramite queste alleanze la
Mafia (o Camorra, o ‘Ndrangheta) è uno dei collanti più forti della Nazione, e
tiene insieme Nord e ud e media i rispettivi interessi” - Goffredo Fofi, che
tutta Italia ha conosciuto di prima mano, avendo vissuto e operato a Palermo,
Torino, Milano, Roma e Napoli, in “Arcipelago Sud”, p. 36.
Dal tutto mafia non ci si
salva. Fofi si cautelava: “So di esagerare, naturalmente, ma poiché mi pare che
ben pochi sembrino accorgersi delle mutate condizioni socio-storiche al nostro
interno e del rilievo che esse potrebbero avere in futuro, o comunque del peso
che esse hanno su ogni nostra possibilità/capacità riformatrice, la
provocazione può servire più dell’analisi”. Una provocazione dunque, ma agisce
da capestro e condanna del Sud, irredimibile.
Cronache della
differenza: Napoli
Dopo la sagra dei parenti alla
Regione Campania – tutti eletti - la foto compiaciuta di gruppo dei capigruppo
in consiglio regionale, ben 13, e tutti maschi. Si dice tanto di Napoli, ma che
manchi il senso del ridicolo no.
Certo, molto capigruppo e
molti parenti non sono napoletani, sono campani. E la differenza è grossa.
Misurare la differenza fa Napoli, città capitale, e le province campane, con
quella, poniamo, tra Milano e le province lombarde, o tra Roma e il Lazio,
quanta somiglianza altrove e in Campania invece no, dovrebbe essere esercizio
istruttivo.
Omaggiata da Daniela Santanché
con false borse Hermès-Kelly, che poi aveva riciclato, Francesca Pascale, l’ex
compagna di Berlusconi, spiega sul “Corriere della sera” le sue ansie quando
“mi hanno chiamata dal negozio. Pensavo: tra una napoletana e una cuneese a chi
crederanno?”
Il più appassionato e continuo
interprete di Napoli a teatro, a Napoli, è un palermitano, Roberto Andò. Ora
con “Non posso narrare la mia vita”, su Enzo Moscato. Sul filosofo poeta,
drammaturgo e regista che per ultimo ha fatto teatro a Napoli, città teatrale –
animatore della “nuova drammaturgia napoletana” degli anni 1980. Dei “tipi” di
napoletano, quelli che lasciano la città pur restando napoletanissimi (Totò,
Eduardo, Pino Daniele, La Capria) e quelli che restano. Questi sono finiti con
Moscato?
S’inaugurano a Roma due
stazioni della metro, dopo dodici anni di lavori, dove sono esposti reperti
archeologici. Una delle due stazioni dal nome altisonante, Colosseo. Si spiega
così l’euforia dei media - per stazioni poi poco funzionali e scomode,
come la altre della metro Roma. Ma senza mai menzionare la metro di Napoli, che
da tempo anima con l’archeologia le tetre stazioni.
Il paragone che si fa è
“sembra New York”. Che vuol dire ignoranza – la metro di New York come esempio,
che è la più inquietante. Ma anche che Napoli è fuori rotta.
Goffredo Fofi, napoletano
d’adozione, ha a proposito di Marotta (il ritratto è ora in “Arcipelago Sud”)
la “«piacioneria» partenopea”. Per dire: “Napoli è una miniera di volti e di
storie appassionanti, ma anche di quella superficialità che vuol essere per
forza simpatica, che spingeva Pasolini, che pure l’amava, a distinguere, come
egli diceva, tra «napoletani» e «napoletanini»”. Napoli in -ino, non si
penserebbe - è una città che va di corsa, anche quando sta ferma.
Sempre Fofi rievoca Natale
Montillo, il proprietario di un cinema a Castellammare di Stabia che si fece
distributore e anche produttore (“c’è il neorealismo, a Napoli si fanno film
con quattro soldi girando nelle strade, li posso fare anch’io”): “E si inventò la
Sap Film, che voleva dire Sant’Antonio Proteggimi Film”.
L’angelo della storia di Walter Benjamin è rivolto
all’indietro. Fuori di metafora, Napoli è capace del miracolo all’incontrario:
Casal di Principe, da tempo epitome irredimibile del malaffare, era – è – al
cuore della Terra di Lavoro, nomen omen. Che, anch’essa, è diventata
Terra dei Fuochi, di veleni sparsi nei campi. A volte si pensa che siano storie
inventate – il progresso al contrario, la povertà che viene con la ricchezza.
leuzzi@antiit.eu
Il rapporto di Virginia Woolf con la più giovane
esuberante Vita Sackville-West nel diario e nelle lettere della scrittrice. Anche
Vita era scrittrice, di libri già di successo quando le fecero conoscere
Virginia, che aveva dieci anni di più ma poche scritture. Ed era sposata, con
figli, molti amanti, uomini e donne (le note al volumetto sono una successione
di amanti), e viaggi avventurosi, p.es. in Persia, a cavallo. Si direbbe una virago, ma faceva innamorare, evidentemente.
Virginia passa dalla repulsione - “baffuta”, ”florida”,
“tendenza al doppio mento”, “colorata come un pappagallo”, “mascolina”, “generosa
e feconda” ma “poco intelligente” - al richiamo inappellabile. Effetto dell’aristocrazia
– Vita ha “tutta l’agile disinvoltura dell’aristocrazia”.
Virginia è lesbica. Vita sarà “Orlando”. Che non è il
successo di vendite sperato, per essere stata presentata come “biografia”, Ma
non per una “razza” particolare: “Una donna ha scritto che deve fermarsi e
baciare la pagina quando legge O(rlando) – una della tua razza,
immagino. La percentuale di lesbiche è in aumento negli Stati Uniti, tutto
grazie a te”. Poi, cinque anni dopo, il rapporto si raffredda. Il 25 aprile 1930
l’entusiasmo è ancora alle stelle, dopo avere ascoltato Vita alla radio: “Come
diavolo hai imparato l’arte di essere sottile, profonda, umoristica, arcigna,
schiva, satirica, calorosa, intima, profana, colloquiale, solenne, sensibile,
poetica, e un caro vecchio sciatto cane da pastore – alla radio?... un trionfo”.
La lettera del 18 marzo 1933 è un richiamo appassionato, ma comincia con un “be’,
ti ricordi di me?”, Il 22 novembre è una lettera di solitudine: “Oh infedele, perché
tutti hanno un libro e io no? Non ti ho dato Flush e Orlando? Non
sono anch’io un critico, non sono una donna? Non ti interessa quello che dico?
Non sono niente per te, fisicamente, moralmente, intellettualmente?” Cinque anni
dopo, il 4 agosto 1938, l’incontro c’è ma è un addio.
Virginia Woolf, Se t’immagino qui sono molto felice,
Garzanti, pp.95 € 5,90
Il governo delle banche è più arduo che non quello del non brillante,
seconde le agenzie di rating, debito pubblico – si parla dell’Italia? Sembrerebbe,
a giudicare dalla politica del ministro leghista (identitario, nazionalista) dell’Economia,
Giorgetti. Perché consegna Bpm al Crédit Agricole, che non è più solido, né più
esposto al credito, né più italiano di Unicredit. Il cui interesse per Bpm invece il ministro ha
bloccato con colpi bassi. Al punto da provocare una reprimenda della commissione
di Bruxelles – che la comune militanza politica con la commissaria portoghese
agli Affari Finanziari Maria Luís Casanova Morgado Dias de Albuquerque gli
ha consentito di annacquare, ma comunque resta.
Ad Agricole Giorgetti ha consentito anche di prendere il controllo di
Bpm senza obbligo di opa, offerta di acquisto ai soci di minoranza e al
pubblico, innalzando nel nuovo testo unico di finanza l’obbligo dell’opa
totalitaria al possesso del 30 per cento.
Un esito che ha bisogno di uno scenario. Agricole è entrata in Italia “da
sinistra”, con Bazoli. In Francia si è scontrata anche violentemente con Marine
Le Pen, la referente di Salvini e la Lega, che una dozzina d’anni fa l’aveva perfino
accusata, alla tv, di essere in bancarotta. A quel tempo il partito di Le Pen
non aveva credito in Francia, si era dovuto indebitare con una banca russa
(ceco-russa), poi fallita. Poi ha estinto anticipatamente quel debito, di sei o
otto milioni. Essendo finita corteggiata dagli affari, anche dalle banche – i sondaggi
danno da tempo il suo partito maggioritario. È in questa ottica che Agricole,
una banca straniera, horribile dictu per la Lega, per Giorgetti gestore
inflessibile del golden power, a protezione della sacra nazione, ha avuto
in regalo Bpm? E una banca così esposta sul debito pubblico francese?
Il fatto ora è che la Lega ha due grandi gruppi bancari, Mps-Mediobanca-Generali e Agricole-Bpm. Con la possibilità di estendersi
anche a Bper – ma qui dovrebbe esserle più difficile, Unipol è ora parecchio più
scaltra di quella di Consorte, il manager ex Pci che si congratulava di “avere
una banca”, ed era Unipolbanca, quattro sportelli.
Sono italiane, dopo quelle francesi, le banche più esposte sul debito
pubblico francese. Al primo posto Intesa, con poco meno di 10 miliardi un anno fa,
in nona posizione. In testa, fra le banche sottoscritrci, il gruppo francese Bpce, delle
popolari e le risparmio, con Natixis, per 183 miliardi, diciotto volte Intesa.
La Banque Postale seguiva con 93 miliardi, e il Crédit Agricole con 83.
Unicredit risultava il secondo gruppo italiano più esposto, con 4,5
miliardi – una esposizione in linea con gli altri investimenti in bond
europei – in 14ma posizione. Altre banche italiane interessate erano: Fineco (2
miliardi), Sondrio (1,5), Mediobanca (1,4), Cassa Centrale (0,9).
Non essendoci di fatto alcun rischio col debito francese, i creditori profittano
semmai della situazione: se “perdono” sull’aggio, sulla commerciabilità (non finché
non smobilitano), guadagnano sui rendimenti.
Ma la frammentazione bancaria europea è sicuramente un handicap -
ai riequilibri, anche se solo contabili.
Un dato impressionante è che, su mille miliardi di debito pubblico francese
detenuto dalle banche, fra due terzi e quattro quinti sono detenuti da banche
francesi. E per un terzo dalle banche che raccolgono il risparmio “primario” -
delle famiglie, le campagne, le periferie: Bpce, Agricole, Postale.
Un film fatto per Carmelo Bene, s’intende – santificato,
come “il più grande attore del Novecento italiano”. Il film che Bene non ha mai
completato - ri-girava sempre le scene, finché il produttore non interruppe
la farsa.
Tre film in realtà. Uno su Maresco visto da sodali e gregari
disperati, il barbiere, il direttore d’albergo, il padrone di casa, l’amico.
Uno su Bene che non fa il film. E uno sul documentario che un altro regista sta
facendo su Bene che non fa il film – uno come Maresco, Umberto Cantone, regista
teatrale e attore di cinema (per Maresco) a Palermo.
Non un rovello pirandelliano, su identità e simili. Un divertimento. Sulla sacralità del regista messa a nudo. Che sa però di chiuso,
autoreferente - l’opposto dello humour,
anche nella forma dell’ironia. È anche vero che con Bene (Carmelo) non si ride(va).
Franco Maresco, Un film fatto per Bene, Sky
Cinema, Now