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Amore e morte nella topaia
Una miniserie a forte impatto emotivo, con tentativi
di stupro, adulteri, due assassinii e un suicidio. Un dramma, una serie di drammi,
per niente, per nessun motivo e nessun obiettivo, se non la voglia da “piccolo-borghese
provinciale”, come si sarebbe detto una volta (la solita Bovary, più che lady Macbeth),
di andare a letto con chi vuole – insomma, amore e morte. Sopraffatto da una
musica debordante, come nelle cavalcate dei film – Šostakóvič fu fertile autore
di musiche da film, all’opera è arrivato praticando da ragazzo questa arte: mai
una pausa, un idillio, un sospiro.
Chailly, l’orchestra e il coro della Scala esaltano
il ritmo della scrittura musicale. La messinscena e gli interpreti l’appannano.
L’appiattiscono in una sorta di commedia all’italiana. No, di attardato, o neo
(v. il cinema coreano) neorealismo: troppi corpi sfatti, di cinquanta-sessantenni,
per una regia che li vuole preferibilmente in canottiera sudaticcia alla Bossi,
e anche nudi. E la poesia si perde. Anche il dramma, lo scontro degli opposti
egotismi. Si salvano i personaggi di contorno, per voce, intonazione e gestualità:
il basso Alexander Roslavets, suocero di Lady Macbeth, Ekaterina Sannikova, brillante
“operaia”, concupita dagli omaccioni, il baritono-basso Ivan Shcherbatykh, il capo-reparto
che la palpeggia. Le voci principali, Sara Jakubiak e Najmiddin Mavlyano, la
Lady e l’amante Sergej, sono incolori. Per
effetto della scena, dei costumi, dei debordanti poignets d’amour? Lei
ha un giustificativo: deve lavorare molto, per tutt’e quattro gli atti, su più
di un registro.
Si vuole “Lady Macbeth” un’opera femminista, ma non
lo è. Lei difende, sì, una serva da un tentativo di violenza sessuale. Ma è, si
sente, colpevole, perfino di fronte a una polizia corrottissima. E muore per i
dispetti di un’avida e furba compagna di sventura in Siberia. Semmai, un’opera
libertina. Sarebbe, con altro approccio registico che non questo alla Scala.
Una critica della “Pravda”, il temibile giornale del
partito Comunista Sovietico, alla prima stagione dell’opera, nel 1936, che si
vuole scritta o dettata da Stalin, una stroncatura senza appello, ne ha fatto
un oggetto di culto. E per molti aspetti lo è ancora. Per il soggetto: non si è
osato nulla di drammaticamente così ardito. E per la tensione sonora, che è
costante. Ma, si direbbe, da vera “musica da film”, su una partitura a un solo tempo,
se ci fosse, l’“incalzante”. Qui peraltro su fondo ammosciante.
La regia, molto vantata, di Vassily Barkhatov (lui,
sì, personaggio da “Lady Macbeth”, con un gigantesco ciuffo biondo a volute
molto curate – ogni “uscita” gli deve prendere molta cura), ambienta il dramma in
una topaia. Anche nelle scene in cui, per dire l’affluenza che circonda la Lady,
si sta dentro un ristorante apparecchiato, di molti tavoli. Un fondale grigiotopo.
Per lo più di luci spente. E costumi marroncino.
Undici minuti di applausi, ma alla Scala alla prima sono ormai obbligati. Pochi alla tv, pochissimi per Rai1, meno di un milione.
Dmítrij Dmítrievič
Šostakóvič, Lady Macbeth del distretto di Mcensk, Teatro alla Scala
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