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L’italiano si parla meglio in dialetto
“Dunque noi scriviamo tutti in una lingua morta,
eccetto quando scriviamo in veneziano, in milanese, in piemontese, ed è questo
uno dei nostri più grandi problemi”. Il “milanese” Stendhal si poneva già nel
1818 la “questione della lingua”, dell’italiano, che prendeva anche Leopardi
(ma in un altro mondo, Leopardi non c’era a Milano), e Manzoni dieci anni dopo avrebbe
risolto riscrivendo il romanzo come usava a Firenze.
Stendhal si pone la questione da “italiano”. Denunciando,
come tutti, l’accademismo della prosa letteraria. E finendo per (dover)
concludere che in Italia, stante il frazionamento politico regionale, si scrive
bene, sensato, espressivo, solo come si parla, nelle varie derive dialettali -
non nel trecentesco fiorentino della Crusca.
Il 26 febbraio 1818 Parini pubblicava un critica alla
Crusca, al formalismo, “Proposta di alcune correzioni e aggiunte al Vocabolario
della Crusca”. Il 3 marzo Stendhal ha già trovato il perché e il come l’italiano
stenta a farsi lingua viva. Una memoria che dà subito da leggere e commentare
al suo amico Silvio Pellico e al traduttore di Destutt de Tracy, il primo linguista
moderno, Giuseppe Compagnoni, e da tradurre a Giuseppe Vismara, altro amico – che
in tre giorni, tra il 12 e il15 marzo, provvede. I tre danno anche consigli a Stendhal,
che ne tiene conto nel ai margini e dentro il manoscritto.
Un testo stendhaliano inedito è una sorpresa. Tanto
più che non manca di umori. Marcello Simonetta lo recupera, lo ritraduce, e ne
spiega genesi ed evoluzione, con una buona dotazione di note in appoggio. Ma
lasciando aperto il termine centrale della riflessione di Stendhal sulla lingua
letteraria, la tournure, del parlato, dello scritto, che è fondamentale per
l’espressività, ma che in italiano non ha corrispondente – Simonetta opta per “giro
di frase”.
La critica alla Crusca non è una novità. Stendhal la vivacizza col solito brio. Con il solito entusiasmo per tutto quanto
è italiano. Simonetta ci aggiunge una notazione del diario, lo stesso 4 marzo
quando il saggio è finito: “The greatest event of his life” ha avuto luogo quel giorno, la
visita alla affascinante Metilde Dembowski Viscontini, “who pleases to him”. Un
felicione, lo Stendhal milanese, come nelle questioni di lingua.
Stendhal, Dei pericoli della lingua italiana,
La nave di Teseo, pp. 127 € 15
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