letterautore
Autobio – Heine nel
1854, in “La Germania”, al § “Confessioni”, sosteneva che il genere selfie non
può essere veritiero, che parlando di se stessi non si possa fare a meno di
mentire. Per vanità. A partire da Rousseau, con esempi, che il genere ha innescato
(Heine non conosceva sant’Agostino?). Poi c’è stata la psicoanalisi: è cambiato
qualcosa nel modo di rappresentarsi – anche soltanto rimemorarsi, a fin
terapeutici, certo?
Il genere si fa ascendere a Rousseau, le cui memorie (sui suoi primi 53
anni, infanzia compresa) però furono pubblicate postume, nel 1782 e nel 1789.
Casanova le sue, molto estese, “Histoire de ma vie”, le scrisse
successivamente, tra il 1789 e il 1798. Ispirato da Rousseau, che aveva avuto
grande successo? Il genere era già in uso?
In realtà Rousseau si pubblicò postumo per questioni legali: nel 1771 Mme
d’Épinay, appoggiata da Diderot, aveva fatto intervenire la polizia per
bloccare le letture pubbliche che Rousseau aveva avviato delle memorie. D’Épinay
aveva ospitato a lungo Rousseau dal 1756 nella sua tenuta, la Chevrette,
in un chalet detto Ermitage, ai margini del parco, ma l’idillio era finito
male per le critiche contro Rousseau e le memorie sollevate da Diderot
e per la frequentazione nella tenuta del barone Friedrich Melchior von Grimm, l’autore
della “Correspondance Littéraire” (la pubblicazione per corrispondenza su
abbonamento, con 25 abbonati - forse 26, se anche Federico di Prussia a un
certo punto sottoscrisse). che si fece l’amante della d’Épinay. Mentre Russeau
s’innamorava “perdutamente” della cognata di Mme d’Épinay, Sophie d’Houdetot.
Dostoevskij – Era razzista.
Nabokov, che non lo ama, lo fa notare nel mezzo dell’acida lezione che gli
dedica in America (“Lezioni di letteratura russa”), seppure tra parentesi, a
proposito di un personaggio delle “Memorie del sottosuolo” dal nome bizzarro,
Ferfičkin, “un cognome da commedia; è d’origine tedesca ed è un volgare fanfarone.
(Bisogna notare che Dostoevskij aveva una sorta di odio patologico per i tedeschi,,
i polacchi e gli ebrei, e questo risulta dai suoi scritti)”.
Nabokov, perfido?, lo fa anche “straordinario umorista”: “Il godimento
della degradazione è uno dei tempi prediletti di Dostoevskij”, che “aveva un
talento meraviglioso per mescolare la commedia alla tragedia; lo si potrebbe
definire uno straordinario umorista, di un umorismo sempre al limite
dell’isteria”. Ma confuso, nella trattazione del suo tema prediletto, il
peccato, “l’atto, il peccato, dando per scontato…. Una convenzione letteraria
simile a quelle dei romanzi «gotici» e sentimentali di cui si era nutrito”.
Genocidio – È riferimento –
anatema – comune da tempo, e si usa indifferentemente, senza particolare carica
emotiva. Da Pasolini e Moravia, p. e., con rimando anche naturalmente a Marx
(che i due avevano letto? le orride prose sociologizzanti dello scambio
direbbero di no), in una polemica alla vigilia dell’assassinio del poeta, a
proposito dell’articolo di Pasolini “Le mie proposte su scuola e tv”, sul
“Corriere deal sera”, 29 ottobre 1975: “Moravia dice che la borghesizzazione
consumistica non abolisce le classi sociali. Ma mi provi che io ho mai detto
una simile sciocchezza. Mi produca un mio testo dove sia contenuta una simile
sciocchezza. La borghesizzazione fa parte della lotta di classe. Ed è per
questo che ho citato e cito fino all’ossessione l’espressione di Marx
«genocidio», «genocidio culturale». La classe dominante…. ha proceduto in questi
anni in Italia al più completo e totale genocidio di culture particolaristiche…”
– cosa non vera peraltro, la “classe dominante” in Italia ha fatto “tesoro”
delle “culture particolaristiche” (negli anni dello scambio Pasolini-Moravia, p.
es., delle cucine regionali, mentre faceva apparizione a Milano, con Gualtiero Marchesi,
il fantomatico “territorio”).
“Verso il genocidio”, sempre col sussidio di Marx, era il tema di un intervento
un anno prima di Pasolini al festival provinciale dell’“Unità” a Milano, il 27
settembre 1974 - pubblicato su “Rinascita” con la stessa data, poi ripreso, col
titolo “Genocidio”, in “Scritti corsari”. Al festival Pasolini si giustificava
in apertura: “Vorrete scusare qualche mia imprecisione o incertezza terminologica.
Sono un letterato, cioè non un politico o sociologo (Pasolini dialogava con
Napolitano e con Roberto Guiducci, n.d.r.), che non possiede, soprattutto linguisticamente,
i termini” giusti. E, continuava a premettere, parlava non per un’esperienza
politica nel senso specifico, e per così dire professionale, della parola, ma per
esperienza “direi quasi esistenziale”. Ma procedeva senza esitazioni, materia
dell’intervento è “il genocidio: ritengo cioè che la distruzione e sostituzione di valori nella società
italiana di oggi porti, anche senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione
di larghe zone della società stessa”. Facendo appello a Marx per l’ortodossia, “che
nel ‘Manifesto’ descrive con chiarezza e
precisione estreme il genocidio ad opera della borghesia verso determinati strati
delle classi umane, soprattutto non operai ma sottoproletari o certe popolazioni
coloniali”.
Il genocidio di fatto non c’è nel “Manifesto”, né nel resto di Marx, e
probabilmente neppure in Engels.
Marx – C’è pure in Cline, nella prima parte di
“Londra”. E c’è per lamentarne il fraintendimento, come Céline fa dire al suo amabile
e amato vecchio anarchico Borokrom, che gli ascoltatori a Hyde Park Corner trattavano
da “somaro”, “testone”: “Vedi Ferdinando, niente da fare con gli uomini, non hanno più umiltà… quello
che gli piace in Marx, te lo dico io, è il gigante d’orgoglio, qualcosa come
Victor Hugo ma allora da ebreaccio, capisci, un romantico debordante con cifre
e precisazioni. È triste!”
Rivoluzione – Anche la rivoluzione
Céline ha in “Londra”, facendola trattare in modo derisorio dal suo alter ego
anarchista Borokrom, che “all’occasione s’infilava nei diversi meeting dell’Insurrezione
che si tenevano ai quattro angoli della città… I rifugiati di tutte le persecuzioni
in un segreto condiviso da duemila persone si radunavano per litigare
all’infinito. I mezzi per instaurare la giustizia sociale erano troppo
eccitanti e diversi per non provocare mille vocazioni infinitamente esclusive.
Il Paradiso non è che uno strattonamento furioso. L’oratore più acido, più
polmonare, finiva per impadronirsi con la forza del segreto della Felicità. Gli
altri allora se ne andavano abbattuti, barcollanti, avendo f atto il pieno di acrimonia,
curvi sotto la fuliggine umida, trattandolo di asino a ogni passo”. Per concludere:
“Borokrom sapeva bene tutto questo. Possedeva a casa la lista ufficiale e completa
dei traditori accuratamene aggiornata dal 1869”.
Russia – I russi non sono
romantici, Dostoevskij argomenta, ironicamente ma non del tutto, nelle “Memorie
del sottosuolo”, al § 1 della parte seconda: “Noialtri russi, parlando così in
generale, non li abbiamo avuti mai quei romantici tedeschi e soprattutto francesi,
tutti proiettati di là dalle stelle…. Noialtri, invece, qui in terra di Russia non
ne abbiamo, di imbecilli; è una cosa risaputa; ed è appunto questo che ci
distingue dalle altre terre a noi straniere…. Le caratteristiche del nostro romanticismo
sono: il capire tutto, il vedere tutto e il vedere, spesso, in modo incomparabilmente
più chiaro di quanto vedano i più arcipositivi tra i nostri intelletti; il non
conciliarsi mai con nessuno e con nulla, ma al contempo il non disdegnare
alcunché; l’evitare tutto, il cedere a tutto, l’agire in ogni frangente in modo
politico; il non perdere mai di vista il fine utile, pratico…”.
E ancora: “Cioè, che sto dicendo!, il romantico è sempre intelligente;
volevo solo notare che se ne abbiamo avuti anche noi di romantici-imbecilli, essi
non entrano comunque nel conto, e precisamente perché quand’erano ancora nel
fiore delle loro forze si trasformarono definitivamente in tedeschi, e …
andarono tutti quanti a stabilirsi da qualche parte laggiù, perlopiù a Weimar o
nello Schwarzwald”.
Sartre – “Un giornalista
francese” per Nabokov, “Lezioni di letteratura russa”, § Dostoevskij – a
proposito dell’“uomo topo” che Dostoevskij inscena nelle “Memorie del sottosuolo”,
che a lungo discetta dell’impossibilità di vivere: “I mediocri imitatori di
Dostoevskij, come Sartre, un giornalista francese, hanno perpetuato questa
tendenza fino a oggi” (le notazioni di Nabokov su Dostoevskij risalgono ai primi
anni 1950).
Sineciosi -Variante
dell’ossimoro, è la figura retorica “più ricorrente e tipica” di Pasolini per
Franco Fortini, “La contraddizione”, 1959 (ora in “Attraverso Pasolini”).
L’accostamento di concetti e categorie semanticamente opposte. Come esempio
viene citato il “rosa orrendo” dell’Africa. Più calzante è l’esempio forse più noto,
della rubrica settimanale che Pasolini teneva per “Il Mondo”, del ladruncolo
che sfila il portafogli mentre simula un atto d’amore, “malandrino e onesto”.
Stile accusatorio – Dostoevskij
lo fa adottare al suo narratore di “Memorie del sottosuolo”. Igor Sibaldi
spiega, in nota alla sua edizione del racconto, che lo “stile «accusatorio»”
era entrato in voga, in Russia, negli anni Cinquanta (del 1800), “come forma
letteraria dell’impegno sociale”.
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