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venerdì 12 dicembre 2025

Letture - 599

letterautore


Autobio – Heine nel 1854, in “La Germania”, al § “Confessioni”, sosteneva che il genere selfie non può essere veritiero, che parlando di se stessi non si possa fare a meno di mentire. Per vanità. A partire da Rousseau, con esempi, che il genere ha innescato (Heine non conosceva sant’Agostino?). Poi c’è stata la psicoanalisi: è cambiato qualcosa nel modo di rappresentarsi – anche soltanto rimemorarsi, a fin terapeutici, certo?
 
Il genere si fa ascendere a Rousseau, le cui memorie (sui suoi primi 53 anni, infanzia compresa) però furono pubblicate postume, nel 1782 e nel 1789. Casanova le sue, molto estese, “Histoire de ma vie”, le scrisse successivamente, tra il 1789 e il 1798. Ispirato da Rousseau, che aveva avuto grande successo? Il genere era già in uso?
In realtà Rousseau si pubblicò postumo per questioni legali: nel 1771 Mme d’Épinay, appoggiata da Diderot, aveva fatto intervenire la polizia per bloccare le letture pubbliche che Rousseau aveva avviato delle memorie. D’Épinay aveva ospitato a lungo Rousseau dal 1756 nella sua tenuta, la Chevrette, in un chalet detto Ermitage, ai margini del parco, ma l’idillio era finito male per le  critiche  contro Rousseau e le memorie sollevate da Diderot e per la frequentazione nella tenuta del barone Friedrich Melchior von Grimm, l’autore della “Correspondance Littéraire” (la pubblicazione per corrispondenza su abbonamento, con 25 abbonati - forse 26, se anche Federico di Prussia a un certo punto sottoscrisse). che si fece l’amante della d’Épinay. Mentre Russeau s’innamorava “perdutamente” della cognata di Mme d’Épinay, Sophie d’Houdetot.
 
Dostoevskij – Era razzista. Nabokov, che non lo ama, lo fa notare nel mezzo dell’acida lezione che gli dedica in America (“Lezioni di letteratura russa”), seppure tra parentesi, a proposito di un personaggio delle “Memorie del sottosuolo” dal nome bizzarro, Ferfičkin, “un cognome da commedia; è d’origine tedesca ed è un volgare fanfarone. (Bisogna notare che Dostoevskij aveva una sorta di odio patologico per i tedeschi,, i polacchi e gli ebrei, e questo risulta dai suoi scritti)”.
 
Nabokov, perfido?, lo fa anche “straordinario umorista”: “Il godimento della degradazione è uno dei tempi prediletti di Dostoevskij”, che “aveva un talento meraviglioso per mescolare la commedia alla tragedia; lo si potrebbe definire uno straordinario umorista, di un umorismo sempre al limite dell’isteria”. Ma confuso, nella trattazione del suo tema prediletto, il peccato, “l’atto, il peccato, dando per scontato…. Una convenzione letteraria simile a quelle dei romanzi «gotici» e sentimentali di cui si era nutrito”.
 
Genocidio – È riferimento – anatema – comune da tempo, e si usa indifferentemente, senza particolare carica emotiva. Da Pasolini e Moravia, p. e., con rimando anche naturalmente a Marx (che i due avevano letto? le orride prose sociologizzanti dello scambio direbbero di no), in una polemica alla vigilia dell’assassinio del poeta, a proposito dell’articolo di Pasolini “Le mie proposte su scuola e tv”, sul “Corriere deal sera”, 29 ottobre 1975: “Moravia dice che la borghesizzazione consumistica non abolisce le classi sociali. Ma mi provi che io ho mai detto una simile sciocchezza. Mi produca un mio testo dove sia contenuta una simile sciocchezza. La borghesizzazione fa parte della lotta di classe. Ed è per questo che ho citato e cito fino all’ossessione l’espressione di Marx «genocidio», «genocidio culturale». La classe dominante…. ha proceduto in questi anni in Italia al più completo e totale genocidio di culture particolaristiche…” – cosa non vera peraltro, la “classe dominante” in Italia ha fatto “tesoro” delle “culture particolaristiche” (negli anni dello scambio Pasolini-Moravia, p. es., delle cucine regionali, mentre faceva apparizione a Milano, con Gualtiero Marchesi, il fantomatico “territorio”).
 
“Verso il genocidio”, sempre col sussidio di Marx, era il tema di un intervento un anno prima di Pasolini al festival provinciale dell’“Unità” a Milano, il 27 settembre 1974 - pubblicato su “Rinascita” con la stessa data, poi ripreso, col titolo “Genocidio”, in “Scritti corsari”. Al festival Pasolini si giustificava in apertura: “Vorrete scusare qualche mia imprecisione o incertezza terminologica. Sono un letterato, cioè non un politico o sociologo (Pasolini dialogava con Napolitano e con Roberto Guiducci, n.d.r.), che non possiede, soprattutto linguisticamente, i termini” giusti. E, continuava a premettere, parlava non per un’esperienza politica nel senso specifico, e per così dire professionale, della parola, ma per esperienza “direi quasi esistenziale”. Ma procedeva senza esitazioni, materia dell’intervento è “il genocidio: ritengo cioè che la  distruzione e sostituzione di valori nella società italiana di oggi porti, anche senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione di larghe zone della società stessa”. Facendo appello a Marx per l’ortodossia, “che nel ‘Manifesto’  descrive con chiarezza e precisione estreme il genocidio ad opera della borghesia verso determinati strati delle classi umane, soprattutto non operai ma sottoproletari o certe popolazioni coloniali”.
Il genocidio di fatto non c’è nel “Manifesto”, né nel resto di Marx, e probabilmente neppure in Engels.
 
Marx – C’è pure in Cline, nella prima parte di “Londra”. E c’è per lamentarne il fraintendimento, come Céline fa dire al suo amabile e amato vecchio anarchico Borokrom, che gli ascoltatori a Hyde Park Corner trattavano da “somaro”, “testone”: “Vedi Ferdinando, niente da fare  con gli uomini, non hanno più umiltà… quello che gli piace in Marx, te lo dico io, è il gigante d’orgoglio, qualcosa come Victor Hugo ma allora da ebreaccio, capisci, un romantico debordante con cifre e precisazioni. È triste!”
 
Rivoluzione – Anche la rivoluzione Céline ha in “Londra”, facendola trattare in modo derisorio dal suo alter ego anarchista Borokrom, che “all’occasione s’infilava nei diversi meeting dell’Insurrezione che si tenevano ai quattro angoli della città… I rifugiati di tutte le persecuzioni in un segreto condiviso da duemila persone si radunavano per litigare all’infinito. I mezzi per instaurare la giustizia sociale erano troppo eccitanti e diversi per non provocare mille vocazioni infinitamente esclusive. Il Paradiso non è che uno strattonamento furioso. L’oratore più acido, più polmonare, finiva per impadronirsi con la forza del segreto della Felicità. Gli altri allora se ne andavano abbattuti, barcollanti, avendo f atto il pieno di acrimonia, curvi sotto la fuliggine umida, trattandolo di asino a ogni passo”. Per concludere: “Borokrom sapeva bene tutto questo. Possedeva a casa la lista ufficiale e completa dei traditori accuratamene aggiornata dal 1869”.
 
Russia – I russi non sono romantici, Dostoevskij argomenta, ironicamente ma non del tutto, nelle “Memorie del sottosuolo”, al § 1 della parte seconda: “Noialtri russi, parlando così in generale, non li abbiamo avuti mai quei romantici tedeschi e soprattutto francesi, tutti proiettati di là dalle stelle…. Noialtri, invece, qui in terra di Russia non ne abbiamo, di imbecilli; è una cosa risaputa; ed è appunto questo che ci distingue dalle altre terre a noi straniere…. Le caratteristiche del nostro romanticismo sono: il capire tutto, il vedere tutto e il vedere, spesso, in modo incomparabilmente più chiaro di quanto vedano i più arcipositivi tra i nostri intelletti; il non conciliarsi mai con nessuno e con nulla, ma al contempo il non disdegnare alcunché; l’evitare tutto, il cedere a tutto, l’agire in ogni frangente in modo politico; il non perdere mai di vista il fine utile, pratico…”.
E ancora: “Cioè, che sto dicendo!, il romantico è sempre intelligente; volevo solo notare che se ne abbiamo avuti anche noi di romantici-imbecilli, essi non entrano comunque nel conto, e precisamente perché quand’erano ancora nel fiore delle loro forze si trasformarono definitivamente in tedeschi, e … andarono tutti quanti a stabilirsi da qualche parte laggiù, perlopiù a Weimar o nello Schwarzwald”.
 
Sartre – “Un giornalista francese” per Nabokov, “Lezioni di letteratura russa”, § Dostoevskij – a proposito dell’“uomo topo” che Dostoevskij inscena nelle “Memorie del sottosuolo”, che a lungo discetta dell’impossibilità di vivere: “I mediocri imitatori di Dostoevskij, come Sartre, un giornalista francese, hanno perpetuato questa tendenza fino a oggi” (le notazioni di Nabokov su Dostoevskij risalgono ai primi anni 1950).  
 
Sineciosi -Variante dell’ossimoro, è la figura retorica “più ricorrente e tipica” di Pasolini per Franco Fortini, “La contraddizione”, 1959 (ora in “Attraverso Pasolini”). L’accostamento di concetti e categorie semanticamente opposte. Come esempio viene citato il “rosa orrendo” dell’Africa. Più calzante è l’esempio forse più noto, della rubrica settimanale che Pasolini teneva per “Il Mondo”, del ladruncolo che sfila il portafogli mentre simula un atto d’amore, “malandrino e onesto”.  
 
Stile accusatorio – Dostoevskij lo fa adottare al suo narratore di “Memorie del sottosuolo”. Igor Sibaldi spiega, in nota alla sua edizione del racconto, che lo “stile «accusatorio»” era entrato in voga, in Russia, negli anni Cinquanta (del 1800), “come forma letteraria dell’impegno sociale”.

letterautore@antiit.eu

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