domenica 1 febbraio 2026
Belle bolle bulle
Si attende la “bolla” dell’Intelligenza Artificiale. Che le quotazioni monstre cioè a Wall Street degli ultimi giganti della tecnologia “scoppino”. Come avvenne a fine Novecento con le dot-com, la bolla gonfiata attorno alla telefonia mobile e ai primi social. Con in più, oggi, qualcosa di più sostanzioso - solido. La supervalutazione dell’oro, quasi raddoppiato in tredici mesi. O il debito pubblico: a Davos l’amministratore delegato del World Economic Forum Borge Brende ha spiegato che non si è mai fatto cosi tanto debito, neanche dopo la seconda guerra mondiale.
Del federalismo – o meglio amici in più case che nemici in una sola
“Il paese deve essere del paese”. È una prescrizione “verginale”,
nell’entusiasmo del ’48, dei primi mesi del 1848, quando tutto il bene e il
bello sembrarono possibili, che il quasi cinquantenne Cattaneo chiude con un “Viva
l’Italia. Viva Pio IX” – il papa che fu quarantottardo, e poi acerrimo nemco
dell’idea repubblicana e dell’Italia unita. Allora e dopo Cattaneo perorò un’unificazione
sotto il segno dell’armonia delle parti, nel rispetto delle autonomie, amministrative
come di pensiero, e della difesa da uno Stato accentratore – militarizzato,
armato: “Due soli Stati, la federazione americana e l’elvetica, mostrarono,
anche in questi torbidi anni, l’arte di reggersi senza perenne uso di milizia
stanziale”.
Pur nel pieno dell’entusiasmo patriottico, Cattaneo
rivaluta il decentramento amministrativo attuato dall’Austria di Maria Teresa,
al quale attribuisce la spinta lombarda alla crescita economica e civile. Contro
lo statalismo burocratico, franco-napoleonico. Di cui depreca che molti
governi, compresi quello di Vienna nel 1816 e quello sardo-piemontese nel 1848
e nel 1859, abbiano adottato il principio istituzionale - quello piemontese, del
regno beghino dei Savoia, criticato indirettamente, sotto le specie di “talpe snidate…
gesuiti, rosminiani, ignorantelli, pettegole del Sacro Cuore”.
“Meglio vivere amici in più case che discordi in una
sola” è in sintesi l’assetto migliore della nazione. Tanto più in Italia, che
vive all’insegna delle “patrie locali”: “Le nostre città non sono solamente la
fortuita sede d’un maggior numero di uomini, di negozi, d’officine e di un più
grosso deposito di derrate. Tali sarebbero a cagion d’esempio Birmingham,
Trieste, Malta, Gibilterra, le quali non hanno intimo vincolo morale colle
circostanti popolazioni; e si potrebbero dire città cosmopolitiche; e stanno in
tetra come le navi ancorate stanno in mare. Le nostre città sono il centro
antico di tute le comunicazioni di una larga e popolosa provincia; vi fanno
capo tutte le strade, vi fanno capo tutti i mercati del contado, sono come il
cuore nel sistema delle vene”, etc.. E ha già una disamina precisa della “differenza”
tra la Lombardia e il napoletano: l’autonomia amministrativa.
Una breve silloge degli scritti di Cattaneo per un’Italia
unita (repubblicana e) federalista. Con un’ampia messa in quadro di Cattaneo a
opera di Morris Lorenzo Ghezzi, il sociologo del diritto della Statale di
Milano – forse il suo ultimo lavoro.
L’Italia ha avuto una tradizione federalista combattiva
prima e dopo l’unità. Molto argomentata – niente a che vedere con la bruta ripresa
leghista un secolo dopo. Argomentata da Cattaneo, che eprò visse poco, fino al
1869, fu un isolato e subito dimenticato. Con più incisività da Giuseppe Ferrari
in campo socialista, e in quello neo-guelfo da Giuseppe Montanelli. Due intellettuali
dimenticati, anche nel movimento federalista. Che invece argomentavano in senso
moderno, attuale. L’istituzione federale come l’unica veramente democratica -
anche se necessita di convivere con più ampie entità internazionali su base
federale, per Cattaneo gli Stati Uniti d’Europa. Ed è un assetto che favorisce
la conoscenza dei problem specifici delle specifiche comunità, ed è anche espressione
e motore di consenso e coesione sociale.
Carlo Cattaneo, Federalismo, Mimesis, pp. 48 €
3,90
Iscriviti a:
Commenti (Atom)
