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martedì 7 gennaio 2014

Letture - 158

letterautore

Italo Calvino – Adopera nelle “Fiabe popolari italiane”, 1956, la lingua di legno che paventa dieci anni dopo nell’articolo-saggio “L’antilingua”, sul “Giorno” del 3 febbraio 1965 (ora in “Una pietra sopra): la lingua “falsa”, della burocrazia, della tecnica, della specialistica, compreso il purismo linguistico: “Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell'antilingua. Caratteristica principale dell'antilingua è quella che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi” – si riferisce a un verbale in commissariato in cui il brigadiere s’è fatto scrupolo di evitare tutte le parole dirette. Le sue fiabe, trascrizioni o traduzioni, hano oggi un sapore remoto perché Calvino usa parole artificiose, e quindi desuete: “viso” per “faccia”, “egli”, “ella”, per “lui”, “lei”, “nocque” per danneggiò”, “propizio” per “favorevole”, etc. Volva imitare il dettato fiabesco? Non ottiene quell’effetto.

Camilleri – “Tengo sempre a dichiararmi uno scrittore italiano nato in Sicilia”, dichiara Camilleri spesso, da ultimo in “La lingua batte dove il dente duole”, “e quando leggo scrittore siciliano mi arrabbio un poco, perché io sono uno scrittore italiano che fa uso di un dialetto che è compreso dalla nazione italiana”. Non è vero. Cioè sì, il siciliano è un dialetto italiano. Ma la “lingua” di Camilleri è ostica all’italiano non siciliano (o calabrese): parenti, amici, conoscenti, grandi lettori, rifiutano in massa Camilleri, specie se meridionali (non calabro-siculi). Lo hanno rifiutato dopo un paio di tentativi di leggerlo, attratti dalle grandi vendite e dai film di Alberto Sironi - un milanese.
Camilleri commercialmente non può essere “siciliano”, l’isola è la regione d’Italia dove si legge meno – e le poche librerie vanno chiudendo. E tuttavia lo è: è fenomeno “siciliani nel mondo”, che sono una grande, numerosa, nazione. E attraversato lo Stretto leggono, per sensi di colpa se non per nostalgia, sapendo di non voler tornare.

Dante – L’autorevolezza rinascente si lega alla complessità, che l’ermeneutica volentieri erige a oscurità. “Rocciosa” dice la sua lingua Camilleri, in “La lingua batte”, “difficile e piena di significati, di sotto-significati, di allusioni, di rimandi”. Come se fosse impossibile, eccezionale, avere un poeta colto e impegnato in politica.
Lo stesso Camilleri trova invece l’ “Orlando Furioso” uno story-board, una serie di magnifiche carrellate al cinema, O non già in Dante?

“L’Indovina Commedia”, un gioco con venti quiz sulla “Divina Commedia” proposta dal “Sole 24 Ore” l’antivigilia di Natale, su quesiti di cui non c’erano le risposte già pronte in rete, a cura di Anna Li Vigni, Davide Tortorella e Francesca Bertani, ha ottenuto ben 839 risposte giuste. “Un risultato eccezionale”, commenta il giornale, “che dimostra quanto sia diffusa la cultura nel nostro Paese e la conoscenza reale della «Divina Comedia»”.

Incipit - Era Manzoni hegeliano, per la storia della Provvidenza, ma incerto. “La Storia si può veramente chiamare una guerra illustre contro la Morte”, o “una guerra meravigliosa contro la Morte”, o “una guerra illustre contro il Tempo”, sono tre incipit di Manzoni, per “Fermo e Lucia” e poi “I promessi sposi”. Cosa cambia? Niente – a parte prospettare un Manzoni hegeliano, per la storia della Provvidenza, ma incerto.
Discutono su “Lettura” domenica i direttori editoriali della narrativa Rizzoli, sul “mestiere dell’esordiente”, il cui destino viene spesso deciso dalle sue prime righe. Michele Rossi, che cura la narrativa italiana, si cimenta per scherzo con alcuni incipit diversi di testi famosi. Che però, letti a confronto con gli originali, difficilmente avrebbero fatto di anonimi “Malaparte”, “Morante”, “Berto”, “Volponi” delle prime scelte editoriali. Neanche gli originali, per la verità. E allora? Il redattore-editore si protegge, è giusto, leggere “manoscritti”, tre-quattro al giorno, è una grande fatica. Ma quello degli incipit, che fa testo da qualche anno, è solo un palliativo, se non è un gioco.

Lettura – Si fa a cannocchiale, snodabile. Lenta, svagata, saltibeccante, con rarissime eccezioni, e limitate, quella filosofica: non si perde nulla, l’argomentazione si vuole prolissa e ripetitiva, si ritrova sempre il filo, e a ogni inciampo lo si riprende agevolmente. Deve essere invece lineare, parola per parola, in poesia. E si vuole attenta, senza sgarrare, e anzi parola per parola, nelle narrazioni, siano pure svagate o inverosimili. Anche nella storia, quando non sia semplificativa - fonti, elenchi, comparazioni, deduzioni. Nelle trattazioni scientifiche è inutile, bastano le formule.
Si vuole totalitaria pure nell’informazione. Ma superficiale, da dimenticare quasi sempre nella fattispecie, si memorizza per accumulo..

Internet - È un linguaggio in codice, beckettiano. La parte viva, nuova, della rete – wikipedia è tradizionale, perfino  “troppo seria”. In genere sui toni dell’irrisione – la frase breve vi si presta.

Realismo – Scriveva Ford Madox Ford a Conrad, che concordava entusiasta: “Il romanzo è la vita vista come uno schema: il realismo è la vita vista senza uno schema”. Sembra barocco, ma non lo è. è eventuale (evenemenziale), per esempio una partita di calcio. Ma allora è un realismo postmoderno? Cioè, il postmoderno è un realismo.

Successo – Le prime cento pagine de “Il Rosso e il Nero” ci vuole molta ingordigia per avallarle. Le parti di monsignor Del Dongo nella “Certosa di Parma” pure. Le narrazioni “intime” dello stesso Stendhal dovette invece attendere mezzo secolo per essere pubblicate, e al culmine di un revival, “Henry Brulard” , del 1836, nel 1890, i “Ricordi di egotismo”, del 1832, nel 1893. Il successo viene col tema contemporaneo, sentito – con l’opinione, l’attualità. E con almeno un paio di sponsor forti, Merimée, Balzac.   

Suicidio - Celan non ha retto all’impossibilità di essere ebreo e tedesco, prigioniero della lingua madre. Quando tentò il ritorno, nel 1952, il Gruppo 47, Grass e Bachmann inclusi, lo disse patetico - anche se Bachmann poi se ne innamorò. Solo Heidegger lo riconobbe, di cui non poteva fidarsi.

letterautore@antiit.eu

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