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domenica 1 febbraio 2026

Del federalismo – o meglio amici in più case che nemici in una sola

“Il paese deve essere del paese”. È una prescrizione “verginale”, nell’entusiasmo del ’48, dei primi mesi del 1848, quando tutto il bene e il bello sembrarono possibili, che il quasi cinquantenne Cattaneo chiude con un “Viva l’Italia. Viva Pio IX” – il papa che fu quarantottardo, e poi acerrimo nemco dell’idea repubblicana e dell’Italia unita. Allora e dopo Cattaneo perorò un’unificazione sotto il segno dell’armonia delle parti, nel rispetto delle autonomie, amministrative come di pensiero, e della difesa da uno Stato accentratore – militarizzato, armato: “Due soli Stati, la federazione americana e l’elvetica, mostrarono, anche in questi torbidi anni, l’arte di reggersi senza perenne uso di milizia stanziale”.
Pur nel pieno dell’entusiasmo patriottico, Cattaneo rivaluta il decentramento amministrativo attuato dall’Austria di Maria Teresa, al quale attribuisce la spinta lombarda alla crescita economica e civile. Contro lo statalismo burocratico, franco-napoleonico. Di cui depreca che molti governi, compresi quello di Vienna nel 1816 e quello sardo-piemontese nel 1848 e nel 1859, abbiano adottato il principio istituzionale - quello piemontese, del regno beghino dei Savoia, criticato indirettamente, sotto le specie di “talpe snidate… gesuiti, rosminiani, ignorantelli, pettegole del Sacro Cuore”.
“Meglio vivere amici in più case che discordi in una sola” è in sintesi l’assetto migliore della nazione. Tanto più in Italia, che vive all’insegna delle “patrie locali”: “Le nostre città non sono solamente la fortuita sede d’un maggior numero di uomini, di negozi, d’officine e di un più grosso deposito di derrate. Tali sarebbero a cagion d’esempio Birmingham, Trieste, Malta, Gibilterra, le quali non hanno intimo vincolo morale colle circostanti popolazioni; e si potrebbero dire città cosmopolitiche; e stanno in tetra come le navi ancorate stanno in mare. Le nostre città sono il centro antico di tute le comunicazioni di una larga e popolosa provincia; vi fanno capo tutte le strade, vi fanno capo tutti i mercati del contado, sono come il cuore nel sistema delle vene”, etc.. E ha già una disamina precisa della “differenza” tra la Lombardia e il napoletano: l’autonomia amministrativa.
Una breve silloge degli scritti di Cattaneo per un’Italia unita (repubblicana e) federalista. Con un’ampia messa in quadro di Cattaneo a opera di Morris Lorenzo Ghezzi, il sociologo del diritto della Statale di Milano – forse il suo ultimo lavoro.
L’Italia ha avuto una tradizione federalista combattiva prima e dopo l’unità. Molto argomentata – niente a che vedere con la bruta ripresa leghista un secolo dopo. Argomentata da Cattaneo, che eprò visse poco, fino al 1869, fu un isolato e subito dimenticato. Con più incisività da Giuseppe Ferrari in campo socialista, e in quello neo-guelfo da Giuseppe Montanelli. Due intellettuali dimenticati, anche nel movimento federalista. Che invece argomentavano in senso moderno, attuale. L’istituzione federale come l’unica veramente democratica - anche se necessita di convivere con più ampie entità internazionali su base federale, per Cattaneo gli Stati Uniti d’Europa. Ed è un assetto che favorisce la conoscenza dei problem specifici delle specifiche comunità, ed è anche espressione e motore di consenso e coesione sociale.
Carlo Cattaneo, Federalismo, Mimesis, pp. 48 € 3,90

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